suore divennero più taciturne. S'incontravano, si salutavano appena,
facevano meccanicamente il segno della croce: alle volte, due si
appartavano, in un angolo: e si udiva qualche frase: così....
— .... Io vi sono stata quarant'anni....
— .... Io trentotto....
— .... Avevo diciotto anni, quando vi sono entrata....
— .... Io ne aveva venticinque....
A mezzogiorno, dopo averle riunite in una sua grande stanza, la badessa
le esortò, di nuovo, a soffrire, nel nome di Gesù e della sua Passione,
nel nome degli ineffabili dolori di Maria, questa tribolazione: e le
pregò di raccogliere, nelle loro cellette, la poca roba che loro
apparteneva, cioè il secondo vestito che possedevano, quello delle
grandi solennità, poichè le Trentatre non potevano avere più di due
vestiti: unissero anche la loro rozza biancheria. Ella stessa, che
apparteneva alla nobilissima famiglia dei Mormile e che aveva dato a
suor Orsola una grossa dote, aveva fatto preparare la sua poca roba
dalla sua conversa Cristina: era, dietro il suo seggiolone abbaziale, un
semplice fagotto, chiuso in uno scialle oscuro.
— E le immagini? — esclamò la piissima suor Veronica del Calvario. —
Possiamo portare, le immagini, via?
— Quelle delle vostre stanze, sono vostre. Distaccatele e portatele via.
— Potessimo portar via il nostro _Ecce Homo_, dalla chiesa!
— Potessimo portar via la statua della Madonna!
— Il Sacramento, dall'altare!
— La Scala Santa, la Scala Santa!
— Le mura del convento, le care mura!
Così esclamavano, gridavano, quelle infelici, con un balbettìo puerile.
Col movimento delle sue antiche mani scarne che, da tanti anni, si erano
mosse solo per pregare e per benedire, la badessa tentò di chetarle.
— Andate, andate, obbedite, figlie mie.
Andarono. Tutte le porte delle cellette erano aperte, sul lungo
corridoio del secondo piano: in fondo alle piccole stanze, le monache
andavano e venivano, togliendo il poverissimo loro corredo dal
cassettone, distaccando le immagini, i quadretti, i crocifissi, i cerei
pasquali, i rosarii: a ogni distacco, esse baciavano religiosamente
l'oggetto, dicevano delle preghiere, si raccomandavano:
— Oh Gesù Cristo, pietà di noi....
— Madonna della Salette, guidateci voi....
— Sant'Antonio, che fate tredici grazie ogni giorno....
— Sant'Andrea Avellino, considerateci come se fossimo in punto di
morte....
Qualcuna, gittata bocconi sul letto, ne baciava il cuscino su cui aveva
posato il capo, da tanti anni; qualcuna, come disfatta, si era seduta
sull'unica sedia, le braccia prosciolte; qualcuna vagava intorno, con
attitudine smarrita, toccando e baciando gli oggetti.
Quando, a un tratto, un passo rapidissimo attraversò il lungo corridoio:
era Giuditta, la conversa, portinaia, che fuggiva verso la grande stanza
della badessa, gridando affannosamente:
— È spezzata la clausura, è spezzata la clausura! Vi sono _quelli_ del
Governo!
Come una grande raffica di vento passò lungo le celle aperte, come il
rombo di un temporale si diffuse per suor Orsola Benincasa. In preda a
una paura folle, invincibile, dimenticando l'età, la debolezza, le
monache uscirono, correndo dalle loro celle, passarono, correndo, anche
le più tarde, anche le più vecchie, anche le più acciaccate, per il
corridoio, entrarono, correndo, dalla badessa, rifugiandosi dietro la
sua sedia, come bimbe anelanti, affannando, balbettando, strette in un
gruppo, attaccate al seggiolone:
— È spezzata la clausura.... è spezzata la clausura.
Senza dir verbo, suor Teresa di Gesù si era levata in piedi. Si vedeva
solo un po' di tremito delle sue rugose mani, su cui brillava l'anello
di argento abbaziale.
Tre uomini entrarono nella grande sala, con aspetto tranquillo. Innanzi
andava un signore alto e magro, dalla barba rossa ben pettinata, dagli
occhiali legati finemente in oro, vestito con la sobria eleganza di un
uomo che ama di piacere, anche a cinquant'anni. Correttamente, teneva in
mano il suo cappello a cilindro lucidissimo e un bastone dal pomo d'oro
cesellato: sulla fisonomia inespressiva non si vedeva di vivente se non
un sorriso amabile e gelido, non mancante di una certa ironia. Era il
prefetto Gaspare Andriani, un prefetto, dicevano, a pugno di ferro e a
mano di velluto. Accanto a lui era un giovine, pallido, bruno, dai bruni
mustacchi arcuati, dall'aspetto freddissimo, anche egli assolutamente
elegante: un giovine consigliere di prefettura, il cavalier Quistelli. E
ancora, più indietro, un altro signore, dalla fisonomia comune,
dall'aria servile ed annoiata, vestito decentemente, col tradizionale
paio di guanti neri che indica il funzionario di Questura. Tutti tre si
avanzarono verso la badessa, con una certa cautela; e fu con una voce
melliflua e curvando ipocritamente la testa sovra una spalla, che il
prefetto disse: — Sono dolente di dover compiere una missione ingrata,
illustre signora. Io vengo a prendere possesso, in nome del Re, del
monastero di suor Orsola Benincasa e di tutti i suoi beni mobili ed
immobili.
— Io protesto, in nome della regola di suor Orsola Benincasa, in nome
della comunità che rappresento, per le suore qui presenti e per me,
contro la violazione della clausura, — disse, con voce limpida, la
vecchia badessa, fissando i suoi occhi, di sotto il velo, in quelli del
prefetto.
Costui torse un po' lo sguardo, s'inchinò e con affettata galanteria
rispose:
— È spiacevole per me, illustre signora, non poter accogliere tale
protesta. Il mio Governo ha sciolto le corporazioni religiose e queste
clausure per noi non esistono.
Senza badare a queste parole, suor Teresa di Gesù continuò:
— Io protesto giuridicamente, amministrativamente contro questa presa di
possesso illegale, ingiusta ed iniqua. E mi riserbo di far valere,
debitamente autorizzata, davanti al magistrato, i nostri diritti.
Il prefetto si voltò verso il suo consigliere di prefettura, dandogli
uno sguardo sarcastico: costui, correttissimo, sorrise anche lui, con
una punta di commiserazione. Ambedue si strinsero lievemente nelle
spalle. La povera suor Teresa di Gesù aveva ripetuto la formula di
protesta, che Sua Eminenza le aveva mandata, in iscritto, per mezzo di
don Ferdinando de Angelis: ma ne sentiva la inefficacia, la inanità,
dinanzi a quegli uomini che avevano violato la perpetua clausura di
quelle porte, come se entrassero in un caffè. E udiva, alle sue spalle,
ai suoi lati, il forte anelare di quelle monache, il loro tremor forte
che scuoteva la sua seggiola, e sentiva che quella era l'ora più
affannosa e più dura della sua vita, vecchia come era, debole, senza
difesa, senza sostegno, contro quella violazione.
— I tribunali decideranno, — disse, con falsa compiacenza, il prefetto.
— Vostra Reverenza voglia, per adesso, rispettare il fatto compiuto. E
mi dia modo di eseguire tutta la mia missione, senza ostacoli, senza
difficoltà.
Mentre sciorinava i fiori della sua eloquenza burocratica, dal primo
momento che era entrato in quella stanza, il prefetto sogguardava verso
le monache, anche il consigliere di prefettura, anche l'ispettura di
questura, ammiccavano da quella parte. Una curiosità volgare li teneva,
supponendo chi sa quali volti fiorenti di bellezza e di gioventù sotto
quei veli, pensando ai terribili voti che avevano sepolte vive quelle
donne, lì dentro, sottraendolo all'amore, alla gioia, alla vita. Le
monache, vedendosi guardate, si stringevano anche più dietro il
seggiolone, come un branco di pecore folli; si serravano il mantello
intorno la persona, si tenevano fermo sul volto il velo.
— Vostra Reverenza ha inteso? — domandò il prefetto, con un tono
dolciastro.
— Io non comprendo, signore. Vogliate spiegarvi.
— Bisogna che tutte le monache, cominciando da lei, sollevino il loro
velo e mi dieno il loro nome di famiglia, per constatarne la identità.
E un lungo grido, ripetuto da quattordici voci, sorse:
— Il velo, no! Il velo, no! Il velo, no!
— Eppure bisogna sollevarlo, care signore mie, — soggiunse il prefetto,
con un sorriso, agitando con disinvoltura il suo bastone.
Ancora, esse gridarono, angosciate:
— No, il velo! No! Madre cara, madre, diteglielo, che non vogliamo, che
non possiamo.
— Avete udito, signore? — disse la badessa, in preda a una profonda
emozione, — esse non possono sollevare il loro velo.
— Vostra Reverenza le induca all'obbedienza, come è nel suo diritto, —
disse il prefetto, meno sorridente, un po' accigliato.
— Non posso comandare loro un atto contrario alla nostra regola.
— Via, cominci a farlo Vostra Reverenza, — soggiunse il funzionario,
diventato glaciale, guardando in aria.
— Io non lo farò, signore.
— Eppure, bisogna. Si decida, Vostra Reverenza.
— No, signore.
— Allora, — mormorò, con un perfetto tono di finto rincrescimento, il
prefetto, — dovrò ricorrere alla violenza.
— Appunto, signore. Ricorrete alla violenza.
Con un passo da esperto ballerino di quadriglia d'onore, il prefetto si
avanzò verso la badessa delle Trentatre, suor Teresa di Gesù: mise in
una mano il cappello lucidissimo e il bel bastone dal pomo di oro e con
l'altra, dopo aver fatto un inchino, con l'altra mano, guantata di un
guanto inglese di Lean, toccò il lungo velo della monaca e lo sollevò,
con un leggiadro sorriso di galanteria.
Suor Teresa di Gesù, mentre un lungo gemito di pudore offeso, di orrore
religioso partiva da tutte le monache, non oppose nessuna resistenza. E
un antichissimo viso di donna consumato nelle contemplazioni e nelle
preghiere comparve: un viso dove alla nobiltà delle linee venuta dalla
razza, si era unita la nobiltà di una vita spesa a servire il Signore,
in ogni atto pietoso: un viso di donna già prossima alla morte, con
qualche cosa di già libero e di augusto, in questa liberazione: un viso
dove era sparso non solo il pallore della vecchiaia, della esistenza
passata nell'ombra, ma il pallore di un dolore sconfinato, subìto nella
più profonda rassegnazione.
Veramente, il prefetto si arrestò interdetto: forse, in quel momento, la
sua missione gli sembrò meno attraente, meno curiosa, meno divertente di
quello che aveva pensato prima. Guardò il suo consigliere di prefettura,
un po' turbato: anche costui aveva l'aria imbarazzata. In quanto
all'ispettore di questura, egli conservava il suo aspetto volgare,
tronfio, di poliziotto che è onorato di un incarico di fiducia.
— Vostra Reverenza, — disse il prefetto, cavando una carta dal suo
portafogli e leggendola, per dominare il suo lieve turbamento, — è la
duchessa Angiola Mormile di Casalmaggiore, dei principi di Trivento?
Le palpebre della badessa batterono, replicatamente. Ella ebbe l'aria di
riunire i suoi ricordi.
— Io sono suor Teresa di Gesù, badessa delle Trentatre. Ero.... sì...
ero, nel secolo, quella che voi dite.
— Bene. Si compiaccia farmi constatare l'identità delle sue monache. È
doloroso.... ma è così.
— Anch'esse non solleveranno il loro velo, se non con la violenza.
E allora, con la stessa buona grazia di prima, con una celata, e mal
celata curiosità, il prefetto si inoltrò verso le monache. Queste
tremavano a verga. Ma imitando la loro superiora, non aprirono bocca,
non fecero atto di contrasto. Ad uno ad uno, i quattordici veli furono
sollevati, gittati indietro. Quattordici volti comparvero. Eran volti di
vecchie; di vecchie monache, in tutte le apparenze della vecchiaia,
giunta nella solitudine, nell'astinenza e nella preghiera. Alcune
scarne, con la pelle che le ossa parevan bucare; alcune grassocce e
flosce; alcune emaciate; altre tutte rugose e pur tonde, come un frutto
conservato lunghi anni; altre coi segni della decrepitezza, i nasi
adunchi prolungati sulla bocca, le gengive senza denti, i menti
rialzati. Tacevano: qualche fremito correva sulla loro pelle, non
avvezza all'aria libera: le palpebre, ferite dalla luce, battevano. Ma
su tutti i volti si distendeva un pallor grande di dolore, una
espressione di rassegnazione incomparabile. Il prefetto e il consigliere
di prefettura apparivano un po' seccati e, certo, delusi.
*
Per arrivare al monastero delle Trentatre, dal Corso Vittorio Emanuele,
a piedi, poichè non vi è via carrozzabile, bisogna ascendere un primo
tratto di via erta, ma selciata, di fronte al grande palazzo Cariati;
poi, comincia un secondo tratto di strada a grossi e larghi scalini,
dalle pietre tutte smosse: si volta in un sentiero quasi campestre,
ripido, lungo, dove, qua e là, restano delle tracce di scalini: sentiero
che rasenta, a sinistra, l'alta muraglia chiusa e muta del convento e,
dall'altra, certe casupole mezzo dirute e sporche; infine, a un altro
gomito, un ultimo tratto di erta strada, ancora a scaglioni, che conduce
alle due porte del monastero, la porta piccola e la grande. È
un'ascensione lunga, dura e faticosa. Verso il Corso Vittorio Emanuele,
la _rampa_ ha un aspetto ancora civile e popoloso; come si passa
nell'aspra viottola, si cade nel deserto e nel silenzio: solo qualche
rara popolana, dalle chiome spettinate, dalle vesti a brandelli, mentre
culla col piede il canestro dove dorme, per terra, un poppante ravvolto
in luride fasce, sta sulla porta del suo tugurio e torce, fra due sedie
sgangherate, lo spago, a matasse. Da quelle parti, un po' più lontano,
un po' più vicino, erano, un tempo, le grotte degli _spagari_, antri
quasi zingareschi, dove si accumulavano uomini e bestie, in uno stato
quasi selvaggio: la piccola industria della filatura e della torcitura
dello spago, ancora, in qualche stamberga di quelle, dà un po' di pane a
chi vuol lavorare.
L'ultima _rampa_, quella che mena direttamente alla grande porta del
convento, è sempre deserta: ha l'aria claustrale, triste, fredda. Sulla
porta piccola delle Trentatre, dove entrano a deporre i cibi, nelle mani
delle converse fuori clausura, i pochi fornitori, è una croce nera, di
ferro: di dietro le mura, più basse, di questo lato, non colpito dalla
clausura, si vedono gli alberi di un orto. Di fronte, il gran portone
sbarrato non ha nessun segno religioso. Da quel portone sono entrate,
per l'ultima volta, le monache, ad una ad una, senza più uscirne; quel
portone, in trenta o quarant'anni, non si è aperto se non due o tre
volte innanzi al cardinale e due volte innanzi al confessore delle
monache, don Ferdinando de Angelis. Chiunque è salito, lassù, per
curiosità, per distrazione, per bussare al piccolo portone delle
Trentatre, ha sempre visto il gran portone, il portone del monastero,
sbarrato. Ora è spalancato; un androne alto, profondo, oscuro, nero, si
scorge. La clausura è infranta, da due ore: e le monache, ad una ad una,
lentamente, escono da quel recinto, dove credevano di essersi sepolte
vive, in onore e gloria della Croce di Cristo.
Sul Corso Vittorio Emanuele vi è già folla che, avvertita del caso
singolarissimo, attende: pian piano la folla è ascesa verso la prima
_rampa_, è ancora salita più su, più su, per la viottola, per la seconda
_rampa_, fin quasi alla porta grande, spalancata. È una folla di
popolani, di popolane, di operai, di piccoli borghesi, di sartine, di
fanciulli: una folla muta, paziente sul principio e un po' stupita,
anche: una folla tenera, triste, sarcastica, pietosa, curiosa, burlona,
animata da sentimenti diversi, tutti rudimentali. Curiosissima, sovra
tutto, curiosissima di queste Trentatre, di queste Sepolte Vive che il
Governo ha dissotterrate, che ha strappate alla clausura, al monastero,
a ogni lor voto, e che gitta nel mondo, di nuovo; e qualche esclamazione
triste, irata, compassionevole, sgomenta, frizzante, si ode, fra la
folla, lassù, quaggiù, mentre si attende la cacciata delle monache.
— Poverette, poverette!
— Che ne sarà di loro, che ne sarà?
— Oh malann'aggia il Governo!
— Tutto deve rubare, tutto!
— Hanno preso i loro danari, ora prendono il monastero.
— Lo vedrete che si vanno a maritare, quelle monache.
— Sono vecchie.
— Qualche giovane, ci sarà.
— Poverette, poverette!
— Gesù Cristo non lo dovea permettere.
— Sono castighi, sono castighi!
L'androne del gran portone attira gli occhi di coloro che, spinti
lentamente, sono giunti sino alla soglia. Qualche cosa, in quel buio,
apparisce. È una monaca, vecchissima, sorretta da una conversa; è la
badessa suor Teresa di Gesù, che viene a mettersi sulla porta, per
salutare, ad una ad una, le sue monache, che se ne vanno via. Le sue
palpebre sono rosse per qualche lacrima versata, bruciante come tutte le
lacrime della estrema senilità. Degli ondeggiamenti di emozione corrono
lungo la folla, dalla porta del convento, giù, giù, sino al Corso
Vittorio Emanuele.
— È la badessa, è la badessa!
— Che sacrilegio, Madonna mia, che sacrilegio!
— Dove siamo arrivati!
— Povera vecchia, pare che se ne muoia.
Così, passa la prima monaca. È suor Gertrude delle Cinque Piaghe, una
vecchia alta, magra, asciutta e snella. L'accompagna chi è venuto a
raccoglierla, un suo fratello prete, meno vecchio di lei, di pochi anni:
suor Gertrude va piano, col velo gittato indietro, _poichè questo è
stato l'ordine_, a occhi bassi, senza scambiare una parola con suo
fratello, un sacerdote dall'aria raccolta e triste. Nel vedere la
badessa, sulla porta, suor Gertrude si scuote, si ferma, si abbassa su
quella mano scarna e la covre di baci:
— Per l'ultima volta, madre, beneditemi, — ella mormora, a voce bassa,
per soggezione della folla che più si accalca.
— Ti benedico, ora e sempre, figliuola. Addio, — dice la badessa, a capo
chino, anche lei.
Suor Gertrude delle Cinque Piaghe oltrepassa la soglia, dopo un momento
di esitazione, si avvia lentamente, accompagnata a passo lento da suo
fratello, va, va, tra un fremito lunghissimo della gente: ella scompare
alla cantonata, è nel mondo, via. Un'altra monaca si avanza,
dall'androne: è suor Clemenza delle Spine, piccina, delicata, con certi
lineamenti minuti che nascondono, nella gentilezza, la sua età già molto
avanzata. Col viso quasi nascosto dal fazzoletto, tutto intriso di
pianto, ella seguita a singhiozzare, mentre un suo cognato, un vecchio
che ha sposato una sua cugina, unico parente, che ella non conosce, che
non la conosce, un vecchio che ha l'aria di un umile impiegato dello
Stato, le sta accanto, imbarazzato, intimidito, muto.
— Me ne vado, me ne vado, madre mia, addio! — esclama convulsamente la
suora, baciando l'anello di argento della badessa.
— Ti accompagni il Signore, in ogni passo, sino alla morte, — risponde
la badessa, temendo di scoppiare in singulti anche lei.
Suor Clemenza delle Spine ha un moto di repulsione, guardando la strada
brulicante di gente, la strada che conduce giù: non sa reprimerlo. Il
pianto la soffoca, di nuovo. Ma deve obbedire, passa la soglia, cammina,
cammina, senza vedere dove mette il passo, acciecata dalle lacrime. E
nella folla, qualche donna già piange, nel veder passare quella
plorante: qualche collera scoppia in ingiurie contro il Governo.
— Ladri e assassini!
— Povere anime di Dio!
— Che infamia è stata questa!
Suor Veronica del Calvario, la vice badessa, colei che è piena della
grazia di Dio, come dicono le sue sorelle monache, colei che ha passato
tutta la sua vita in astinenze e in preghiere, e Gesù e la Madonna
sempre l'hanno colmata dei loro doni spirituali, suor Veronica del
Calvario, ora, esce anche lei. Sul volto brunastro, magro della suora, è
una serenità completa. Ella ha accettato, come un altro dono del
Signore, quell'angoscia: ella è la vera figliuola di Dio, quieta,
pacata, passiva, che si lascia andare dove la volontà del Cielo la
conduce. Ella ha passato la notte scorsa, tutta intiera, in orazioni,
nel coro, e se ne è uscita tremante di freddo, il suo spirito è calmo,
per sempre. Suor Veronica del Calvario non è napoletana, è messinese: si
chiama Felicita Almagià. Alcuni suoi nepoti, avvertiti della circolare
prefettizia, hanno telegrafato a Napoli, alla Navigazione generale, per
mandare qualcuno a prenderla, per imbarcarla e condurla a Messina. Suor
Veronica del Calvario attraverserà il mare: un impiegato della Compagnia
Marittima è venuto a prenderla, è un giovanotto dalla fisonomia volgare
e fredda, che compie la sua missione, senza interesse, ma precisamente.
Quasi, quasi, vedendo la sua badessa, suor Veronica del Calvario
sorride. Le bacia la mano come ogni sera, a compieta: e la badessa la
guarda, prima meravigliata, poi compresa di ammirazione. Le parti
s'invertono, la badessa le si raccomanda, a quella piissima, che Dio ha
già racconsolata.
— Ricordatemi ogni giorno a Gesù Crocifisso, suor Veronica.
— Indegnamente, madre mia.
Suor Veronica del Calvario se ne va, senz'esitare, fra la gente, seguita
dal giovanotto. La folla sorride, vedendola così tranquilla, malgrado la
vecchiaia, malgrado ella sia curva. E, intuendo, la folla, un'anima già
benedetta, per sempre, le si raccomanda:
— Un'_Ave Maria_, per me, buona madre!
— Anche per me, per mio figlio malato!
— Raccomandatemi alle anime del Purgatorio!
Suor Veronica del Calvario annuisce, chinando il capo, va, va, sparisce:
ella è nel mondo, non importa!
L'altra, che viene innanzi, ha nella persona, nel volto, tutti i segni
della disperazione. È suor Francesca delle Sette Parole, colei che ha
passato, la notte prima, distesa sui gradini della Scala Santa. Suor
Francesca delle Sette Parole si chiama, nel secolo, Marianna Caruso,
d'una famiglia di piccoli commercianti in generi coloniali; al tempo
della monacazione, ella entrò nel convento coi denari d'una piccola
eredità raccolta. Sono venuti a prenderla alcuni suoi parenti, cugini
suoi, vecchi venditori di zucchero e caffè, dal lontano quartiere dei
Santi Apostoli: hanno certe facce fredde e oscure, certi volti lividi,
dalle labbra sottili di persone avarissime. La sogguardano, taciturni e
diffidenti, venuti lì per obbligo, poichè la circolare del Governo era
tassativa: essa non li guarda. Desolata, disperata, ella fa un passo
innanzi e tre indietro: ella si ferma a baciare, ogni momento, le mura,
gemendo, sospirando, agitandosi, come in preda a un accesso di angoscia
folle. I parenti, marito e moglie, stringono la bocca, malcontenti e
sospettosi. Ella si dispera, senza nulla sapere. La badessa la esorta,
con lo sguardo, accennandole la folla, a chetarsi. Ma suor Francesca
delle Sette Parole si gitta in ginocchio, innanzi alla sua superiora e,
battendo il capo contro la sua tunica, le dice:
— Perdonatemi, perdonatemi, tutti i miei peccati, madre mia, in questo
terribile momento....
— Dio ti ha perdonato, tu sei buona, va, figlia mia, non dare
spettacolo....
— Madre mia, madre mia, beneditemi come in punto di morte....
Ella la benedice, mentre i parenti, infastiditi, aspettano che tale
commiato finisca. Suor Francesca delle Sette Parole non vuole andar via,
ella si volta, bacia il legno del portone. Ancora, suor Teresa di Gesù
la esorta:
— Obbedienza, obbedienza, figliuola mia....
La suora si avvia, vacillante, a capo basso, senza voltarsi più
indietro, non vede il cammino, inciampa, è per cadere. La folla si
commuove, novellamente:
— È come Cristo, come Cristo, sotto la Croce!
— Questa non campa.
— Meglio per lei, meglio.