MATILDE SERAO
_L'ANIMA SEMPLICE_
SUOR GIOVANNA
DELLA CROCE
ROMANZO.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1901
Terzo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono
riservati per tutti i paesi, compreso il Regno
di Svezia e di Norvegia._
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di
quest'opera, che non porti la firma dell'autrice.
Tip. Fratelli Treves.
A PAOLO BOURGET
_Mio amico e mio Maestro._
Questa che viene a Voi, come un puro e schietto invio di amicizia, è
un'anima semplice. Così assolutamente semplice che, avendo portato due
nomi, nella vita del secolo e nella vita della Chiesa, la poveretta non
può che ricordarne uno solo, alla volta: soffrendo profondamente quando
_l'altro_ suo nome, quando _l'altra_ sua vita le si presentano alla
memoria, in singolar contrasto col presente. Quest'anima semplice di cui
io, con mano umile, ho tentato di fissare la figura nelle pagine, che il
mio riconoscente cuore a Voi dedica, non ha per sè che il suo patimento.
Non è bella, non è giovane, non è ricca, non è elegante, suor Giovanna
della Croce: l'amore dell'uomo, con la sua luce di poesia, è appena
appena trascorso, come ombra fuggente, nel suo lontano passato; il
dramma della passione, clamoroso o sordo, non ha sconquassato e non ha
consumato i suoi migliori anni di esistenza; quanto è possente
attrazione, nella compagine fisica di una donna o nella sua coscienza
morale, le manca. È una vecchia monaca, suor Giovanna della Croce,
sempre più vecchia e più caduca, dal principio alla fine della sua
istoria: il suo corpo, già curvo, s'inchina ogni giorno di più, verso la
fossa e non vi cade ancora; i suoi neri abiti claustrali, si lacerano e
si struggono, senza che ella possa mutarli, rinnovarli; la sua misera
anima semplice, si fa sempre più tristemente puerile, come ella è
travolta dal destino, lentamente, troppo lentamente. Non ha, dunque,
nulla per attirare la gente innamorata della giovinezza, delle belle
forme, delle vesti sontuose, nelle parvenze dell'arte letteraria; non
ha, dunque, nulla, suor Giovanna della Croce, per la gente singolarmente
avida e mai sazia, e mai stanca, delle istorie di amore: nulla, nulla,
per coloro che vogliono ritrovare, nelle prose di romanzo, i tumulti
supremi delle ore altissime umane. E allora, a chi piacerà mai, la
storia di suor Giovanna della Croce? Chi s'interesserà a lei? Chi ne
seguirà i dolenti episodii, sino alla fine dolente? Sono io, dunque,
troppo audace, con chi legge? Vado, forse, incontro alla sua noia e al
suo disgusto? E, ancora, ancora, oso io troppo, mettendo innanzi a Voi
questa istoria, innanzi a Voi, creatore, animatore, poeta di figure
leggiadre, squisite, affascinanti?
*
No, io non temo che suor Giovanna della Croce vi faccia ribrezzo.
Qualunque sia il vostro magico libro, chiuso, dopo la lettura, dalle
mani di una persona di talento e di cuore, qualunque sia, questo libro,
piccola novella o grande romanzo, gioiello minuto e prezioso o fascio di
luce spirituale, chi lo ha letto, giunto all'ultima pagina, ha il cuore
riboccante di una ammirazione segreta, l'ammirazione che gli viene per
l'alto, purissimo sentimento Vostro: la pietà! Voi conoscete tutti gli
errori umani, o mio amico e mio Maestro, e nessuno di essi vi lascia
indifferente, e ognuno di essi prende da Voi la sua parte d'indulgenza e
la sua parte di dolcezza. Tutta la debolezza della creatura umana, e
tutta la sua miseria, con tutte le sue perfidie e tutte le sue viltà,
vive nelle opere vostre, ma vi nasce, accanto, per medicina, per
balsamo, per assoluzione, questa compassione che Dio mise in Voi, come
un dono supremo. Tutto l'orrore del male che ci nausea e che ci
sgomenta, quest'orrore che gitta al pessimismo e all'ateismo, tante
menti fatte per credere e per amare, quest'orrore del Male, voi non lo
sfuggite, voi gli andate incontro, voi lo affrontate, e lo combattete
con la bella carità di uomo e di poeta, e con la stessa carità, lo
vincete. Felice voi, che come artista non foste mai duro e non foste mai
crudele! Felice voi che, come artista, non faceste mai versare delle
lacrime e trovaste sempre il modo di rasciugarle, con una sublime
filosofia morale, ove rifulge tutta la vostra bontà! Questo potere
benefico circondi il povero capo di suor Giovanna della Croce e gli dia
l'aureola della compassione umana: aleggi intorno alla sua vecchiaia, al
suo abbandono e alla sua miseria e dia loro il fascino dei dolori
compresi: sollevi, elevi la sua oscura e ignota tristezza: e il poeta
avrà fatto opera di poesia, e l'uomo, opera di cuore!
Ma io vado più oltre, nel mio desiderio sentimentale. Io voglio che Voi
riconosciate, nella monaca discacciata brutalmente dal suo convento, la
sorella minore delle nobilissime e sventurate donne che palpitano e
fremono nelle vostre istorie: io voglio che voi troviate, sulla fronte
rugata di suor Giovanna della Croce, lo stesso marchio fatale che è
sulle bianche fronti delle creature, cui deste un nome e una vita
mortale. Quanta distanza materiale, intellettuale, morale, non è vero?
Che profonda diversità di condizione, di ambiente, di destino, non è
vero? Una pietruzza che rotola nel fango della via e una stella che
muore, in una notte di estate, che mai possono avere di somigliante?
Ebbene, esse hanno di somigliante una sola cosa, viva e schietta, ed è
il dolore: hanno di somigliante questa crisi dell'anima, questa crisi
così rude, che lacera tutti i veli dell'artificio sociale, che strappa
tutte le leggiere parvenze della vita mondana, che dirada tutte le
ipocrisie e che mostra nudo, ferito, sanguinante, il cuore umano della
principessa e della sconosciuta operaia. Il grido lacerante per cui pare
che si franga tutto l'essere, è sempre il medesimo, esca da belle labbra
fragranti di giovinezza e di sorriso, o da una bocca che disformò la
fatica e la fame; le lacrime cocenti, hanno lo stesso ardore che
corrode, sulle guancie delicatamente rosee e sugli zigomi sporgenti dei
volti cavi e pallidi; i singulti che erompono, irrefrenabili, hanno lo
stesso suono, scuotano essi le forme eleganti di una donna divinamente
bella o le ossa di una creatura divorata dalla povertà e dalla
tristezza. Che grande cosa è il dolore, mio amico e mio Maestro, come è
solenne ed ampio, come è uniforme e maestoso, come è semplice e pure
svariato, come è alto, sempre, e come afferra tutti i cuori, tutte le
anime, in un sol soffio tragico e tragicamente le solleva alla medesima
altezza! Che grande cosa è il dolore, poichè esso solo è comune a tutti
gli esseri umani, poichè esso solo li unisce, li affratella, li salda,
in una simpatia universale! Che grande cosa è il dolore, poichè esso
solo permette che qualunque distanza sparisca, che ogni diversità morale
si cancelli, che ogni ostacolo sociale si abbatta e che due donne
piangenti, una nel freddo e nel buio di una strada deserta, l'altra in
una stanza ricchissima e deserta, sieno sorelle, assolutamente sorelle,
innanzi alla Giustizia e alla Misericordia del Signore!
*
E, qui, io volontariamente e austeramente rinunzio a piacere e a sedurre
coloro che chieggono, nelle opere d'arte, la bellezza delle linee e dei
colori, la grazia della gioventù, il fascino della ricchezza; rinunzio a
lusingare coloro che domandano il rinnovellamento di quella eterna
storia di amore, che tutti hanno raccontata e che tutti racconteranno
ancora: io rinunzio a trascinare coloro che intendono di ritrovare nelle
pagine dei libri, ancora una volta, le vittime sublimi e i carnefici
implacabili della passione. Nella maturità dei miei anni, le verità,
intorno a me, si fanno più limpide e più luminose: io veggo meglio la
mia strada: io conosco meglio il mio còmpito. L'inganno della bellezza e
della gioventù, la caducità dell'amore, la fallacia della passione mi
sono apparse, in tutta la loro evidenza: e si sono distaccate, queste
illusioni, dall'albero della mia vita d'arte, come le foglie d'autunno,
roteando, lontane, per morire. Ma nuovi germogli nascono sul tronco che
ha conosciuto le ridenti primavere e le ebbrezze dell'estate: ma chi ha
finito di credere, in qualche cosa, crederà ancora, in qualche cosa di
altro! Vi sono anime malinconiche, possenti, eroiche, tristi, fatali,
che niuno vede: vi sono cuori straziati ed esaltati dalla vita, di cui
niuno si accorge: vi sono ombre, nella via, che sono uomini e sono
donne: vi sono fatti umani, sconosciuti, il cui carattere ha profondità
non misurabili: vi sono storie, nel mondo, che farebbero fremere di
stupore, e di dolore, se tutte si potessero narrare. E non è l'amore,
nel suo stretto senso, che mena queste anime, questi cuori, queste
donne, questi uomini; non è la passione, nel suo ardente e breve senso,
che domina questi fatti. Sono altri sentimenti somiglianti, diversi,
multiformi, più forti, meno forti, più saldi, meno saldi: sono altre
espressioni, meno calde, più profonde, più lunghe, più tormentose e più
pure: sono altre tragedie, più piene di ombra, più inguaribili, più
degne di pietà e di perdono. I miei occhi mortali hanno visto questa
folla e fra la folla hanno scorto i visi degli eroi solitarii: il mio
spirito ha inteso il vincolo di tenerezza, con questi ignoti patimenti:
le lacrime della pietà sono sgorgate dal mio cuore: e se le mie mani di
lavoratore e di artefice, di altro scrivessero, dovrebbero essere
maledette!
MATILDE SERAO.
SUOR GIOVANNA DELLA CROCE
I.
Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,
Fuor mi rapiron della dolce chiostra
Dio lo si sa, qual poi mia vita fusi.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Ciò che io dico di me, di sè intende.
Sorella fu e così le fu tolta
Di capo l'ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
Contra suo grado e contra buona usanza,
Non fu dal vel del cor giammai disciolta.
PARADISO, _Canto III_.
Scoccarono le cinque. La pesante porta del coro, di antico oscuro legno
scolpito, si schiuse, stridendo, si spalancò, sospinta dalle magre e
lunghe mani di suor Gertrude delle Cinque Piaghe: anche l'altro battente
fu aperto e respinto lentamente contro il muro, dalla monaca. Ella
attraversò a passo rapido tutto il coro, avendo nascosto, con un moto
familiare, le mani nelle ampie maniche di lana nera della sua tunica, e
si andò ad inginocchiar dietro la fitta grata metallica del coro.
Dall'alto, da un'altezza grande, ella gittò uno sguardo quasi inquieto
nella chiesa di suor Orsola Benincasa, che si allargava e si allungava,
giù, giù, in una penombra di tempio dalle finestre velate, dove il
crepuscolo quasi pare notte. Non vi era nessuno, in chiesa. Quel coro
così alto, posto a livello della seconda fila dei finestroni della
chiesa, chiuso nei suoi tre lati da una parete di ottone, singolarmente
lavorata a traforo, nulla lasciava vedere, di più, ai fedeli che
volessero scorgere, per curiosità, anche l'ombra di una delle Trentatre;
mentre le istesse suore che portavano con umiltà ed obbedienza profonda,
ma anche con orgoglio mistico, il secondo nome di Sepolte Vive, appena
appena, di sopra, poteano scorgere delle figure umane entrare, sedersi,
inginocchiarsi, orare, laggiù, laggiù, innanzi all'altare maggiore e
nelle due larghe navate laterali, che fiancheggiavano la principale.
Suor Gertrude restò con la fronte appoggiata alla grata, con gli occhi
socchiusi, un po' curva l'alta e scarna persona: sulla fronte cinta
dalla benda di tela bianca, sul petto coperto dal colletto bianco, sulla
tunica nera, ricadeva, innanzi, il grande velo nero, mentre indietro,
come era prescritto, ricadeva il mantello di lana nera. Ella pregava
mentalmente: a un certo momento, un sospiro le sollevò il petto. Al suo
sospiro un altro ne rispose, poichè, accanto a lei, senza far rumore,
era venuta a prostrarsi, dietro la grata, un'altra delle Trentatre: suor
Clemenza delle Spine, una monaca piccola, minuta, sotto la tunica nera,
sotto il velo nero, il mantello nero, e la benda bianca. Pian piano, a
passi silenziosi, altre suore erano apparse nel coro, erano venute a
inginocchiarsi intorno intorno alla grata, con larghi segni di croce,
sotto il loro velo nero: adesso, se ne contavano quattordici, in giro.
Nessuna parola era stata scambiata fra loro: solo, ogni tanto, fra una
preghiera e un'altra, un sospiro dolente si udiva uscire, di sotto
qualche velo, a cui qualche altro sospiro, subito, faceva eco. Poi,
sulla porta del coro, una monaca apparve, sorretta da un'altra: doveva
essere di grande età, curva assai, quasi piegata in due, lentissima,
sostenuta nei suoi passi piccoli e stanchi da una suora più giovane, più
forte, che la guidava attentamente, misurando il suo passo su quello
della vecchissima che a lei si appoggiava. La monaca vecchissima anche
era vestita della tunica nera, della benda bianca che le stringeva la
fronte, coperta dal mantello nero sino all'orlo della veste, velata fino
ai piedi dal velo nero: ma sul petto, sul goletto bianco, sospesa a un
largo nastro di seta nera, una croce di argento pendeva; sulla mano
scarna, ossea, dalla pelle giallastra che si raggrinzava, appoggiandosi
al braccio della suora giovane, nell'anulare, era una fascia di argento,
un anello su cui stava scritto: _La badessa_.
La badessa non andò ad inginocchiarsi alla grata del coro; si arrestò,
un po' indietro dalle sue monache, e tutta tremante, tutta vacillante,
si prostrò sovra un inginocchiatoio di legno, adorno di un cuscino di
velluto rosso cupo. La monaca che l'aveva condotta sin là, si arretrò,
rispettosamente, sino alla porta del coro: altre due monache la
raggiunsero, restando sulla soglia, senza entrare. Non portavano, queste
tre, nè il mantello, nè il velo nero. Sulla benda bianca avevano un
cappuccio di lana nera, ad ampie falde. Erano tre converse, non avevano
ancora pronunciati i rigorosissimi voti claustrali delle Trentatre,
delle Sepolte Vive: ancora tenevano il viso scoperto e il loro corpo
serrato nella tunica, senza il gran mantello.
Le preghiere di compieta che le quattordici monache e la loro badessa
proferivano, in quell'ora, duravano a lungo: annottava, quando furon
finite. Una delle converse aveva accesa una lampada in mezzo al coro e
alcuni candelieri sulle mensole, lungo gli stalli di antico legno
oscuro, scolpito e intagliato; le ombre si erano diradate. Col loro
cauto passo, le quattordici monache erano andate a prender posto,
ognuna, in uno stallo del coro: alcune più lente per l'età, forse, o per
la corpulenza: altre più rapide, forse per temperamento ancor vivace,
negli anni di vecchiaia: alcune, come assorte in una lor cura che ne
rallentasse l'andatura. Ma i grandi mantelli neri, infine, chiudevano i
corpi e non lasciavano scorgere che a stento le linee della persona: ma
i grandi veli, infine, covrivano il volto, fittamente, e nulla
lasciavano indovinare di quelle fisonomie di claustrate. Ognuna,
passando, si era inchinata a baciar la mano e l'anello abbaziale della
badessa: una di esse, suor Giovanna della Croce, appoggiò un istante la
fronte sulla mano rugosa della badessa e forse vi lasciò una lacrima.
Poi raggiunse, anch'essa, a passo incerto, il suo stallo di legno bruno,
dove s'immerse nell'ombra, aspettando.
Ora, l'antichissima suora badessa, alzatasi dall'inginocchiatoio, si era
messa a sedere, in mezzo al coro, sovra un alto seggiolone di legno
nero. Muta, assorta di dietro il suo velo nero, ella sogguardava a
diritta e a sinistra, i trentatre stalli del coro. Un tempo, ella li
aveva visti, in onore di Gesù e della sua Passione, occupati tutti da
trentatre suore, tante quanti furono gli anni del Signore: e il
terribile Ordine delle Sepolte Vive, terribile per la sua claustrazione
totale, assoluta, mai frangibile, s'insuperbiva di essere al completo.
Oh, i tempi erano trascorsi, suor Teresa di Gesù, la badessa, colei che
aveva assunto il nome della Grande Mantellata di Avila, la badessa era
così vecchia, e i tempi erano trascorsi, trascorsi! Delle Trentatre, man
mano, la morte aveva diminuito il numero, e nessuna nuova creatura
muliebre era venuta a offrirsi, per pronunziare il tremendo giuramento:
persino le converse, che dovevano essere, per la regola, sette, quanti
sono i dolori di Maria Vergine, eran sempre tre o quattro, nessuna di
esse resistendo più a quella vita, domandando di andarsene, prima di
pronunziare i voti. Quanti anni erano trascorsi sacri da che suor Teresa
di Gesù si era monacata? Sessantacinque, forse, ella non ricordava bene:
neppur ricordava bene da quando era badessa: forse da quaranta anni. Ora
ne aveva ottantacinque: e aveva visto sparire, ad una ad una, prima
seppellite nel piccolo cimitero di suor Orsola, la fondatrice
dell'Ordine, poi portate via, diciotto delle sue monache. Ella guardava
le superstiti, le contava, macchinalmente: vedeva bene, questo sì, che
erano solo quattordici, oramai: e tutte vecchie, ma meno vecchie di lei.
Un pensiero le passò nella mente, ne fece fremere i vecchi nervi
stanchi: e un profondo sospiro uscì dalle labbra della badessa delle
Trentatre, suor Teresa di Gesù.
E dagli stalli, da quelle nicchie nere dove le ombre nere delle suore si
sprofondavano nell'ombra, altri sospiri profondi, tristi, straziati,
risposero alla badessa:
— Che il Signore ci assista, — ella pronunziò, con voce alta, ma
tremula.
— Così sia, così sia, così sia, — dissero delle voci, dagli stalli, voci
più alte, più basse, fioche, roche, chiare.
Un silenzio susseguì. Preceduto da una conversa, che gli faceva strada,
un prete entrò nel coro. Vi fu un rapidissimo movimento tra le monache,
come di sgomento, come di pudore offeso: tutte, egualmente, si serrarono
nel mantello nero, si strinsero il velo nero al viso. Il prete era
vecchio, anche lui, ma con una fisonomia rosea, bonaria, dagli occhi
pieni di una luce sfavillante di tenerezza: i suoi capelli erano tutti
bianchi, candidissimi. La badessa aveva tentato di levarsi, quando
l'aveva visto entrare, per andargli incontro; ma egli le aveva fatto
cenno di non muoversi. Don Ferdinando de Angelis era, da più di venti
anni, il confessore delle Trentatre. Ma era la seconda volta, solo, che
metteva il piede oltre la clausura, nel monastero, per ordine del
cardinale arcivescovo: nè il suo volto, sempre lieto, indicava buone
novelle.
— Dunque, caro padre, quali notizie ci portate? — chiese suor Teresa di
Gesù, con tono trepidante, al confessore.
Egli non rispose subito. Sentiva che, dai quattordici stalli occupati,
le monache lo fissavano, con gli occhi ardenti, pendendo dalle sue
labbra. Non aveva buone notizie. Curvò il capo, tacendo.
— Non vi è più nessuna speranza, è vero? — chiese la vecchissima
badessa, levandosi, come mossa da una forza interiore.
Il prete crollò il capo, tacendo ancora. Alcune monache si erano alzate,
anche esse, ed erano venute un passo innanzi, ansiosissime.
— Nessuna speranza, padre, nessuna? — gridò suor Teresa di Gesù, con una
voce alta, che non aveva avuta mai, da anni.
— Offriamo a Dio questa tribolazione, — mormorò il prete, sempre a capo
chino.
Ma il nome del Signore, pronunziato in quel momento, non giunse a
frenare lo scoppio dei singulti di quelle monache. Quelle, in piedi,
erano ricadute sui loro stalli, in preda ai singhiozzi; altre si erano
gittate, a capo basso, sui bracciuoli degli stalli, soffocando la loro
voce contro il duro legno. Con gemiti più forti, più bassi, piangevano
tutte; dietro il suo velo fitto, la testa di suor Teresa di Gesù, la
badessa, aveva un movimento convulsivo, quello del pianto. Il prete,
ritto, in mezzo a quel coro, dove la luce vacillante della lampada e dei
candelieri gittava degli sprazzi stranissimi, aveva l'aspetto
angosciato, come per uno spasimo invincibile, che ne contraesse la buona
anima di vecchio sacerdote.
— Piangiamo, piangiamo, — egli soggiunse, pianamente. — È un dolore
grande; piangete, ma sopportatelo da buone cristiane.
La badessa era discesa, da sè, dal suo seggiolone, per accostarsi a don
Ferdinando de Angelis. Allora, tutte le monache erano uscite dai loro
stalli, l'avevano circondata, piangendo, dietro i loro veli, prendendole
le mani, baciandogliele:
— O madre cara, madre cara.... o madre nostra.... come faremo.... come
faremo.... madre nostra, diteci voi, che faremo.... che faremo? — esse
andavano dicendo confusamente, con certe voci dove il dolore assumeva
ora dei toni puerili, ora dei toni tragici.
La povera vecchia badessa, in mezzo alle sue quattordici monache,
sembrava, adesso, più curva, più stanca, più disfatta che mai, sull'orlo
della tomba. Forse, in quel momento, ella pensò quanto meglio sarebbe
stato per lei di esser morta, anzi che vedere l'ora inaspettata e
lugubre: ma non lo disse, parendole una empietà.
— Sua Eminenza, — ella mormorò, rivolgendosi al confessore, — non ha
potuto fare nulla per noi?
— Tutto ha tentato, Sua Eminenza, — rispose il prete, tristemente. — È
andato persino a Roma, apposta....
— Senza riescire a niente?
— A niente, cara madre.
Un lungo, replicato gemito, risvegliò novellamente gli echi di quel
coro: sul loro destino implacabile, le monache piangevano e si
lamentavano.
— Ma il Papa? Il Papa? — esclamò la vecchia badessa, con accento di
profonda riverenza. — Il Papa? Non può intervenire, lui, per noi, sue
figlie, sue serve?
— Non ha potuto intervenire. La legge novella è chiara, — disse il
povero sacerdote, costretto a diminuire, involontariamente, il prestigio
del Capo della Chiesa innanzi alle monache.
— Che legge! Che legge! — esclamò vivamente una monaca, suor Giovanna
della Croce. — La nostra legge ci dice di vivere e di morire, qui.
Ella aveva parlato vibratamente. Era una delle più giovani, fra le
vecchie, non avendo ancora sessant'anni, conservando diritta e svelta la
persona sotto il velo e sotto il mantello. La sua badessa le fece cenno,
con la mano, di tacere.
— Il Papa.... il Papa.... — replicò suor Teresa di Gesù, ritornando alla
sua idea di salvazione.
— Il Papa è egli stesso in istato di oppressione e di povertà, — rispose
don Ferdinando de Angelis, desolatamente.
Un profondo silenzio.
— Dovremo, dunque, andarcene? — chiese, dopo un poco, la vecchia
badessa, tristissimamente.
— Sì, purtroppo, cara madre.
— Siamo così vecchie! — ella soggiunse, a voce bassa. — Potevano farci
morire qua dentro....
— Morire, morire qui.... — gridarono, fra i singhiozzi, due o tre
monache.
— La cosa è stata ritardata, per quanto più si è potuto, — replicò il
vecchio sacerdote. — Si è fatto l'impossibile. Ora....
— .... Dobbiamo andare. Io vi sarei rimasta assai poco, ancora, —
ripetette la povera vecchia, tornando, come tutte le creature semplici,
all'idea semplice.
— Il Signore ha voluto infliggervi questo dolore, cara madre, a voi e a
queste buone sorelle: sopportatelo, sopportatelo.
— E che faremo, padre? Dove andremo?
Egli fece un cenno vago, con le mani. In realtà, nulla aveva da offrire,
a quelle misere, discacciate dal loro convento.
— Dove, dove andremo? — chiesero, piangendo, quattro o cinque di quelle
monache.
— Vedremo.... vedremo, — disse il buon prete, confuso, imbarazzato.
— In un altro convento, padre, forse, in un altro convento? Vi è
speranza?
— Non lo sperate. Il Governo non lo permetterebbe, — egli disse,
recisamente, per predisporle alla catastrofe.
— E dove andremo? Dove andremo?
— Alle vostre case, nelle vostre famiglie.... — egli mormorò,
comprendendo, man mano, tutto l'orrore di quella cacciata.
— La nostra casa, la nostra famiglia era qui, era qui! — disse,
dolorosamente, suor Giovanna della Croce.
La badessa, ancora, le fece cenno di tacere.
Di nuovo, a queste parole che esprimevano tutta la umile tragedia del
loro cuore trangosciato, risuonarono i clamori delle monache. Esse si
erano separate dal mondo, trenta, quaranta, cinquant'anni prima, per
sempre: esse avevano giurato povertà, castità, obbedienza e _perpetua
clausura_ a Dio: lo avevano giurato e avevano tenuto, sin quasi alla
morte, il loro giuramento. Ora, lo infrangevano.
— Noi saremo in peccato mortale, — disse, terrorizzata, la badessa.
— Dio è buono, madre.
— Chi infrange i voti, è in peccato mortale....
— Dio ha tanto perdonato, madre mia!
— Sì, ma noi saremo in peccato mortale.
— Ne parlerò a Sua Eminenza.... egli vi manderà, presto, una parola
consolatrice. È troppo afflitto per venire. Verrò io.... domani sera....
— mormorò egli, nella pochezza del suo spirito e nella bontà del suo
cuore.
Ancora, silenzio. Poi, di nuovo, suor Teresa di Gesù, parlò, lentamente.
— Voi dite.... domani sera? Dobbiamo, dunque, andarcene subito?
Il povero prete non rispose immediatamente. Malgrado la sua limitata
intelligenza, egli comprendeva che era quello l'ultimo colpo. Poi, si
decise.
— Dopodomani, lunedì.
Quando la povera vecchia badessa udì che solo due giorni dividevano lei
e le sue monache, da quella cacciata crudele, che violava la loro anima
e gittava i loro corpi all'abbandono e alla miseria, le forze che fin
allora l'avevano sorretta, le mancarono. Vacillò e cadde fra le braccia
delle sue sorelle che la raccolsero, lacrimando, cercando di rianimarla.
Mentre la conducevano via, circondata, seguita dalle suore,
lentissimamente, don Ferdinando de Angelis salutò e benedisse quel
gruppo plorante. Andavano, ora, nel lungo chiostro che rasentava il
giardino, andavano, le Sepolte Vive, sostenendo la loro antichissima
badessa, quasi morente di dolore, esse stesse riboccanti di amarezza: e
i pianti si erano quetati. Ma i passi erano più molli, più stracchi,
trascinati a forza: ma sotto le tuniche nere che sfioravano la terra,
sotto i mantelli neri che le avvolgevano, sotto i veli neri che celavano
il loro viso, esse, d'un tratto, sembravano assai più caduche, più
vecchie, più prossime alla morte. Alcune si appoggiavano alla muraglia
bianca del chiostro, come se svenissero: altre voltavano la testa verso
il giardino, guardando dov'erano le tombe delle loro sorelle, morte in
convento e colà sepolte, guardavano fissamente, verso le tombe.
*
La cella di suor Giovanna della Croce era fiocamente illuminata da un
lumino da notte, nuotante nell'olio di un bicchiere: il tutto formava
una lampadina, innanzi a un crocefisso, lampadina che restava accesa,
giorno e notte, per speciale divozione alla Croce e al Divino che vi era
confitto. La regola impediva alle Trentatre di tenere lume acceso,
quando andavano a letto, o nella notte: strettamente, si sarebbero
dovute spogliare all'oscuro e vestirsi, alla mattina, nelle ombre
crepuscolari dell'alba. Ma era concesso loro di far ardere qualche
modestissima lampada, in omaggio alle immagini che più veneravano: suor
Giovanna non avrebbe potuto dormire, senza quella piccola luce che
rischiarava il Crocefisso. Talvolta, nella notte, il lumino si
consumava, l'olio galleggiante sull'acqua finiva, la lampadina si
spegneva: la suora si svegliava subito, in preda ad ansietà. Nella
celletta, con le pareti coverte d'immagini sacre, di quadri e quadretti,
di cerei pasquali, di rami d'ulivo benedetto, non vi era se non un
letto, una sedia e un piccolo cassettone. Le pareti erano rozzamente
imbiancate a calce: sul pavimento i freddi e polverosi mattoni rossi
delle più povere case napoletane: lo stesso letto era composto di due
trespoli di ferro: un solo materasso e un solo cuscino. Di fronte al
letto un balcone: la celletta occupava un angolo orientale del monastero
di suor Orsola, al secondo piano, e l'occhio vi avrebbe potuto scorgere
il magnifico panorama di Napoli e del suo golfo, se un'alta e fitta
gelosia di legno non ne avesse impedito la vista, mentre permetteva
all'aria di entrare. Nei primi tempi della sua monacazione, quella
gelosia attirava costantemente la persona di suor Giovanna: ella non
poteva resistere al desiderio di guardare, ancora, di lontano, di lassù,
lo spettacolo delle cose. Anzi, si era confessata di quest'abitudine
profana, come di un peccato: ed era un peccato, poichè quelle
contemplazioni la riconducevano alla sua vita del mondo, amaramente. A
poco a poco, con gli anni che passavano, con la giovinezza che finiva,
con le memorie che si cancellavano, ella aveva vinta la tentazione. Ora,
da anni, nè la sua persona, nè i suoi occhi erano attratti dalla
gelosia: ella aveva dimenticato che da quel balcone, alto come una
torre, sul giardino del convento e sul Corso Vittorio Emanuele, aveva
dimenticato che da quel balcone si scorgeva il mondo.
Neppure nella triste sera in cui don Ferdinando de Angelis aveva data la
notizia orribile, rientrando nella sua celletta per riposare, suor
Giovanna della Croce si era accorta, più, che vi fosse un balcone. La
notte era lunare: passando pei lunghi chiostri, nel movimento del
ritorno alle celle, ella aveva visto il cielo chiarissimo, e le estreme
mura del convento fatte anche più bianche. Ora, chiusa la piccola porta
della sua cella, senza mettere il catenaccetto, perchè la regola lo
proibiva, suor Giovanna era caduta inginocchioni, innanzi alla sua
sedia, col moto abituale di ogni sera, tendendo le braccia al
Crocefisso. Ma se le sue labbra mormoravano le rituali parole
dell'orazione, l'anima sola si concentrò nella preghiera, restando
confusa, turbata, agitatissima.
Da molti anni, suor Giovanna aveva obbliata ogni cosa della sua vita
anteriore alla monacazione. Prima dolorosa, angusta, opprimente,
insopportabile a un temperamento passionale come il suo, la vita delle
Trentatre aveva finito per domare quell'anima ribelle, quel cuore
impetuoso, quel sangue troppo caldo. Suor Giovanna della Croce aveva
molto patito, dei suoi voti: aveva pianto di rabbia, di noia, di
tristezza, di languore, per molto tempo: ma le supreme consolazioni,
lente, tranquille, costanti, erano discese su lei, con il regime
mistico, morale e fisico di una esistenza claustrata, con quelle
consuetudini umili, semplici, candide, quasi puerili, delle giornate
monacali, con quel rimpiccolimento della esistenza materiale, quella
continua elevazione spirituale nelle orazioni, con quelle formule sempre
ripetute del rito che spezzano le volontà, suadono le volontà spezzate e
stringono l'esistenza in un anello. La regola delle Trentatre, così
austera, così dura, così assoluta, le era divenuta dolce, ella ne
seguiva tutti gli ordini, con cuore obbediente e persino tenero.
Suor Giovanna era stata, nel mondo, una creatura d'impulso, facile
all'entusiasmo, alle lacrime, al furore: nel chiostro, tutto questo
ardore si era temperato, equilibrato, si era messo fedele e umile al
servizio di Dio. Le era dolce, questa regola, per cui, con gli anni,
tutto il passato si era cancellato dalla sua memoria. Chi era più, lei?
Non una donna, non una creatura muliebre: era una monaca, una sepolta
viva. Come mai si era chiamata, nel mondo? Non lo ricordava. Sapeva solo
il suo nome del chiostro: il nome preso in omaggio al suo Signore e al
suo dolore, il nome di suor Giovanna della Croce. La pace, l'obblio,
_un'altra vita_, quello che essa aveva chiesto al Cielo, dandogli la sua
gioventù, la sua bellezza, il suo ardente desiderio di amore, di gioia,
di felicità, le era stato accordato. Aveva la pace e aveva l'obblio:
viveva _un'altra vita_.
Non poteva, in quella sera, pregare, la Sepolta Viva! Fra le incertezze
mortali del suo spirito, deviato dal suo corso naturale di pensieri e di
sentimenti, sentendosi strappata, crudelmente, alla pace, all'obblio,
alla sua seconda vita, brani di esistenza le riapparivano innanzi alla
mente, da anni ed anni mai più evocati, nelle ore di solitudine, da anni
ed anni mai più semplicemente rammentati. Si nascondeva il viso fra le
mani, la suora, quasi per difendersi contro l'assalto delle memorie.
Ella si era chiamata, nel mondo, Luisa Bevilacqua. Aveva appartenuto a
una famiglia di borghesi agiati: i suoi genitori avevano un commercio,
all'ingrosso, di mercerie. Ella non aveva se non una sola sorella,
Grazia Bevilacqua: un solo fratello, Gaetano Bevilacqua. Il fratello era
maggiore di lei, di età: minore, la sorella. Ah, ora li rivedeva,
ambedue: la sorella bionda, grassotta, bellina, vanitosa dei suoi occhi
azzurri e dei suoi capelli d'oro, mentre ella, Luisa, era bruna, alta,
snella, col viso lungo, non bello, con gli occhi neri, vivaci e i folti
capelli neri, il tipo comune napoletano: rivedeva il fratello Gaetano,
bel giovane, elegante, sprezzatore della borghesia paterna, tutto dedito
alla vita mondana, schiavo di amici più aristocratici di lui: li
rivedeva, questo fratello e questa sorella, ambedue egoisti, freddi,
calcolatori, avidi, sotto le seducenti apparenze della giovinezza e
della leggiadria, ambedue adorati dai genitori, mentre ella non
raccoglieva se non un affetto distratto e glaciale dagli stessi
genitori!
— Signore, Signore, quanto mi hanno resa infelice! — ella disse, a bassa
voce, rivolgendosi al Crocefisso.
Trasalì. Chi aveva parlato? Quale era quella voce che, come trent'anni
prima, si lagnava di essere stata trattata con crudeltà dalla gente che
più amava? Che era quel lamento? Altre volte, per anni, la celletta
aveva udito quei gemiti, quei sospiri, quei singulti. Ma, da tutto quel
tempo, la sua grande sventura si era dileguata, come una nuvola al
vento: da tanto tempo, il suo cuore era risanato dalla ferita
sanguinolenta! Chi le mostrava, ancora, quel puro sangue del suo cuore,
sgorgante per un colpo datole da una mano fraterna? Luisa Bevilacqua,
nel mondo, a venti anni, aveva amato, di un amore forte e geloso, un
giovane, non del suo ceto, più ricco, più fortunato, un giovane che si
chiamava Silvio Fanelli: ed egli aveva amato Luisa, con trasporto. I
genitori Bevilacqua assegnavano a Luisa, per il giorno in cui si
maritasse, trentamila lire di dote, mentre Grazia, sua sorella, la
carità, ne aveva cinquantamila: mentre Gaetano, il primogenito, il
maschio, il signore della casa, aveva tutto il resto della fortuna, non
piccola. Fiera, generosa, disinteressata, Luisa Bevilacqua non chiedeva
ragione della disparità: sapeva che si sarebbe maritata per amore e non
per danaro: sapeva che il suo Silvio era, egli stesso, nobile, leale,
sincero. Le nozze fra Luisa e Silvio furono presto accordate, per
contentare l'ardente passione che li legava. Il giovane adorava la sua
fidanzata, la fidanzata adorava Silvio e ne era mortalmente gelosa.
— Oh Dio, voi sapete come mi fu tolto! — ella esclamò, battendo con la
fronte sulla paglia della grezza sedia.
Ancora! Ancora! Ancora suor Giovanna della Croce ripeteva il grido di
disperazione di Luisa Bevilacqua, la sepolta viva ripeteva l'atroce
parola che aveva infranto il cuore della fidanzata! Poichè ella era
stata tradita. Come la luce del sole, a Luisa Bevilacqua era stato
chiaro il tradimento di Silvio Fanelli con sua sorella, Grazia
Bevilacqua. Avevano scherzato insieme, prima, i due traditori; egli
senza pensarvi troppo, con la fatuità degli uomini, l'altra per il
desiderio di far dispetto alla sua sorella maggiore: a poco a poco, si
erano inoltrati nella via dell'amore, prima celatamente, col gusto del
frutto proibito, poi tanto apertamente, affrontatamente, da far tutto
noto alla tradita. Perchè non era ella morta di dolore, in quel giorno
della scoperta? Non era morta, per orgoglio. Nessuno aveva avuto una
parola di biasimo per i due traditori: nessuno aveva avuto una parola di
pietà per Luisa Bevilacqua. Ella si era irrigidita, contro lo spasimo. I
suoi genitori, suo fratello, i parenti, gli amici, tutti avevano
congiurato per trovar grazioso che un fidanzato passasse da una sorella
all'altra, avendovi pensato meglio: e che sposasse la seconda, invece
della prima. Ella stessa, la tradita, pallida, immota, incapace di
lamento, aveva dichiarato che non teneva a Silvio, che non teneva al
matrimonio e che volentieri cedeva quel fidanzato a sua sorella.
_Volentieri_! Ella aveva pronunziato quella parola, spinta da una forza
interiore. Qual forza?
— Eravate voi. Signore, che mi chiamavate, — mormorò la suora, guardando
Gesù in croce, subitamente intenerita.
Sì, il Signore l'aveva chiamata a sè, poichè il mondo di egoisti, di
disumani, di crudeli, non era fatto per quell'anima appassionata di
Luisa Bevilacqua: poichè la immensa delusione dell'amore ne aveva
incenerito ogni speranza e ogni desiderio, dandole solo la nostalgia
della solitudine e della preghiera, poichè tutti coloro che ella aveva
amati, erano stati falsi, sleali, brutali, con lei: e una sola via di
verità, di dolcezza, di luce, le balenava, innanzi. Prima che le nozze
di sua sorella Grazia Bevilacqua con Silvio Fanelli fossero celebrate,
Luisa Bevilacqua aveva dichiarato, fermamente, recisamente, che non
poteva resistere alla vocazione pel chiostro: che questa vocazione era
così vivace da farle prescegliere il convento governato dalla regola più
aspra, dove la clausura non fosse solo perpetua, ma rassomigliasse alla
morte. Certo, coloro che avevano tradito e i loro complici se ne
turbarono: certo, tentarono vagamente di distorla: certo, non seppero
spiegare al pubblico, onestamente, quella risoluzione. Furono vani
tentativi di opposizione. La fanciulla li vinse. Quando entrò, come
novizia, nel monastero delle Trentatre, aveva ventidue anni; ne aveva
venticinque, quando pronunciò i voti eterni: ed erano, adesso,
trentacinque anni che ella aveva posto il piede nel convento fondato da
suor Orsola Benincasa, senza uscirne mai più, senza mai più rivedere nè
i genitori, nè fratello e sorella, nè parenti, nè amici, mai più.
— Solo voi, Signore, — ella soggiunse, dolcissimamente, guardando il
Redentore, sulla croce.
Questa era la semplice e comune istoria di suor Giovanna della Croce.
Così le si ripresentava, tutta quanta, questa volgare istoria, nella
notte silenziosa, nella solitudine della sua cella. Altre volte, quando
era ancor giovane, nel convento, e i suoi capelli tagliati crescevano
irruentemente, sotto la bianca benda che le fasciava la fronte, questa
storia le era parsa un dramma tremendo, che solo il suo cuore era stato
capace di subire, senza rompersi per lo schianto: altre volte, nella sua
piccola mente, ingrandendo i contorni dei fatti, nel bollore del suo
sangue giovanile, sotto le sue vesti nere di sepolta viva, sotto il suo
gran velo nero che mai, mai, la monaca deve rialzare, innanzi ad altri,
le era parso di essere l'eroina del romanzo più straziante. Lentamente,
tutto questo aveva perduto ogni grandezza, ogni importanza, ogni valore:
lentamente, i fatti si erano diminuiti, diminuiti, erano spariti: e i
sentimenti ardenti si erano smorzati, sotto un velo crescente di cenere.
Anche adesso, in questa notte di inquietudine, di dubbio, di tristezza,
la sua storia, riapparsa in tutta la sua precisione, non le era sembrata
la sua, ma quella di un'altra: le parole che le erano sfuggite, non
erano partite da lei, ma da un'altra persona, che era vissuta, nel
passato, che era sparita, nel presente. Ella si era liberata, in Gesù.
Non certo, aveva avuto le crisi mistiche della Grande Carmelitana, nè i
trasporti di Santa Caterina, nè le estasi di suora Luvidina: la sua fede
era stata breve, circoscritta, modesta, continua; e la sua fede, così
come era stata, le aveva data la liberazione.
Si levò dalla terra su cui era inginocchiata, con le membra indolenzite.
La sua tristezza era diventata mortale. Nulla del passato l'addolorava
più: nulla poteva addolorarla di quel che era stato. Ma era mortalmente
triste. Giovane, battuta dai marosi della vita, nel mondo, era venuta a
salvarsi in quel convento, sottomettendosi alle privazioni, agli stenti,
alle obbedienze più cieche: aveva vissuto trentacinque anni sotto una
regola ferrea, che la opprimeva e la esaltava, insieme: si era
invecchiata, colà. Aveva quasi sessant'anni. Non aveva specchio per
vedere il suo viso, ma sapeva che i solchi del tempo vi erano impressi
profondamente: erano corti, sotto le bende, i suoi capelli, ma ella
sapeva che erano tutti bianchi. Adesso, certe fatiche, certe penitenze,
certe astinenze la trovavano debole e scoraggiata. Adesso, nella
preghiera, non trovava che dolcezza molle e quieta, mai più entusiasmo.
Si sentiva ed era vecchia. Neppure sapeva più i suoi anni. Forse,
pensava anche di averne di più. Infine, infine, aveva trascorso tutta
una vita, là dentro, avendo giurato al Cielo di non uscirne mai, se non
morta, di stare lì dentro, in povertà, in castità, in obbedienza: aveva
giurato sull'altare, con parole tanto sacre, che le avevano fatto
terrore. In quel securo porto, ella era stata la serva del Signore,
tranquilla oramai, scampata a ogni bufera; e credeva, era certa, di
restarvi sino all'estrema sua ora, agonizzando e morendo in quella sua
celletta, su quel suo letto! Certa! Non aveva giurato? Non si era
votata, così? Non era una Sepolta Viva? Non era una delle Trentatre?
Adesso, prima della morte, tutto si mutava. Il suo giuramento non valeva
più: contro suo grado, il suo voto era infranto. Quella celletta, fra un
giorno, non era più sua: quel monastero non era più la sua casa. Doveva
staccarsi dal giuramento, dal voto, dalla clausura, da Dio: fra un
giorno. Moriva di tristezza.
E alla tristezza si univa un terrore infantile, indomabile. Dove sarebbe
andata, fra un giorno? Uscendo da quella porta del monastero che, un
giorno, le era parso si chiudesse per sempre alle sue spalle, qual via
avrebbe presa? Dove si sarebbe diretta? Da chi si sarebbe ricoverata? I
suoi? Chi? Vivevano? Chi, di essi, viveva? Non erano, forse, partiti,
dispersi, morti? Dove cercarli? Da chi? Da trentacinque anni ella non
aveva visto nè la città, nè le sue vie, nè le sue case, nè i suoi
abitanti: non sapeva più nulla, non aveva più una notizia, non ne aveva
chieste, non gliene avevano mandate. Dove, dove andare? Sola, vecchia,
sgomenta, confusa, imbarazzata, addolorata, fra i suoi veli, nelle sue
vesti nere, sepolta viva, ridonata al mondo, dove, dove sarebbe andata a
cadere? E se non trovava nessuno? Come vivere, dove vivere? Di che
vivere? Ognuna di loro aveva portato una dote, in quel convento, ella
stessa vi aveva portato le sue ventimila lire, poichè la famiglia le
aveva decimato anche i suoi denari. Dicevano alcune, che il Governo
avrebbe loro restituito il denaro: altre crollavano il capo, dicendo che
il Governo non avrebbe dato nulla. Di che campare allora? Un terrore, un
terrore le saliva nell'anima, come a un bimbo che fosse restato solo,
una notte, all'oscuro, in un gran letto, donde la sua mamma, morta,
fosse stata portata via: il terrore dell'ignoto, delle tenebre, del
vuoto: il terrore del vasto mondo, pieno di cose orribili e
incomprensibili: il terrore che fa gelare il sangue, che fa sudar
freddo, che fa battere i denti. Le parve, in quell'accesso, a suor
Giovanna della Croce, che tutte le consolanti immagini della sua
stanzetta fossero sparite; che il Crocefisso fosse stato travolto via;
che la lampada si fosse spenta, per non riaccendersi più mai: e che ella
brancolasse nel buio, vacillando a ogni passo, credendo di
precipitare....
Una luce sottile penetrava dalle gelosie sbarrate. E la monaca che, da
anni, non vi si era accostata, vi andò avidamente: e guardò, attraverso
le fasce di legno incrociate, il cielo all'aurora e il mare lontano,
tutto di un bianco argenteo e i tetti delle case napoletane che
emergevano dalla bruma dell'alba. Quello era il mondo. Colà doveva
tornare. Tutto era stato inutile. Tutto era stato invano.
Desolatamente, sconsolatamente, ella mirava l'orizzonte e il paesaggio e
piangeva.
*
Con fermezza, avendo nelle due notti e nel giorno di preparazione,
raccolte tutte le sue estreme forze, volendo anche una volta dare
esempio di rassegnazione e di obbedienza alle sue monache, suor Teresa
di Gesù, la badessa, aveva comunicato loro che tutte, e lei, dopo di
tutte, erano forzate a lasciare il convento di suor Orsola Benincasa il
lunedì, alle tre pomeridiane. Di nuovo, fu un accorrere attorno a lei,
con uno sgomento puerile, con un profluvio di domande, ingenue,
bambinesche, con un gemitio sommesso delle più vecchie, delle più
taciturne: la badessa non sapeva rispondere altro, che di raccomandarsi
a Dio, il quale non le avrebbe abbandonate.
Fermo era l'accento della misera donna, colpita da tanta sciagura,
nell'ultimo limite della sua età e del suo coraggio, ma vi trapelava lo
smarrimento di una coscienza candida, sgominata da un castigo inaudito,
inaspettato, ineluttabile. E dalla sera prima, a ogni parola, a ogni
atto, a ogni passo, dalle labbra delle monache esciva un ritornello
tetro, lugubre:
— Sorella mia, è l'ultima volta che diciamo le preghiere del vespro,
insieme.
— Sorella mia, è l'ultima volta che cantiamo il _Pange Lingua_, insieme.
— Mia sorella, è l'ultima sera che passiamo, insieme, per questi
chiostri.
— Sorella, è l'ultima notte che ci concedono di dormire, in questa
cella.
A ognuna di queste frasi mortali, di abbandono, di distacco, di addio,
tutte le altre chinavano il viso, sotto il velo: ad alcune, le meno
vecchie, più sensibili, le mani riunite si torcevano, convulsamente.
Quando l'ora del riposo venne, nessuna voleva andare nella sua
stanzetta, prolungando la veglia, raggruppate nei corridoi alla porta
del refettorio, in piedi presso lo scalone, a piccoli gruppi,
parlottando rapidamente fra loro, con quel mormorìo un po' infantile
delle monache, con quelle voci un po' leziose, in cui una gravità era
passata, velandole, facendole roche di emozione. Due e tre volte la
badessa, pazientemente, aveva mandato le converse a pregare le monache,
perchè si ritirassero, perchè andassero al riposo, poichè il dì seguente
era il giorno della gran prova: ad una ad una, funebremente, le monache
rispondevano:
— È l'ultima notte....
— È l'ultima notte....
— È l'ultima notte....
Alla primissima ora mattinale, si videro cose anche più commoventi. Suor
Veronica del Calvario, malgrado i suoi settant'anni, la piissima suora
che, dicevano le altre monache, era in un profondo stato di grazia, si
era levata di letto, malgrado gli anni e gli acciacchi, ed aveva passato
la notte nel coro, sola, in orazione, uscendo di lì, all'alba, tremando
di freddo e balbettando confusamente delle _Ave Maria_, ancora. Suor
Francesca delle Sette Parole, non avendo pace nella sua celletta, si era
andata a distendere sui gradini della Scala Santa: quella scala, a
imitazione di quella di Roma, aveva trentatre gradini, che le più
giovani, le più forti suore, salivano per voto, per penitenza, sulle
ginocchia: una scala che, ogni giorno, le più mistiche suore venivano a
bagnare di lagrime, nell'impeto e nella commozione della orazione: suor
Francesca delle Sette Parole vi era restata tutta la notte, abbracciando
convulsamente la pietra benedetta. Nella notte, sotto il chiarore
lunare, suor Giovanna della Croce, non potendo reggere allo spasimo, era
discesa in giardino e aveva fatto dei mazzolini, coi poveri piccoli
fiori, dei mazzolini legati da un filo di refe: questi mazzolini di
fiori, essa li era andati spargendo sulle tombe delle suore, che erano
morte in convento nei tempi trascorsi, e che erano state seppellite
colà, quando la legge lo permetteva: ella era passata di tomba in tomba,
nella notte chiara, in preda a una pena acuta, senz'accorgersi dell'ora,
del posto, di sè: e le sue vesti nere erano molli di rugiada, alla
mattina, e il velo, bagnato, le si attaccava alla faccia. Dopo le
preghiere di mattutino, a ogni minuto che trascorreva, a ogni piccolo
atto che facevano, a ogni passo che davano, monotonamente, con la più
tetra monotonia, nella idea fissa delle piccole anime, nelle parole
monotone di chi si aggira intorno a un solo breve sentimento, le monache
dicevano:
— Sorella mia, fra poche ore non saremo più qui....
— Sorella mia, fra poche ore avremo lasciato suor Orsola.
— Sorella mia, fra poche ore saremo fuori pel mondo....
— Sorella mia, fra poche ore...
— .... Fra poche ore....