XXXIV.

Per quanto si possa per infinite ragioni di vita avventurosa, e per non

contar nulla, o meno di nulla, da anni giorno per giorno la vita, rotti

ad ogni improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo e spirito,

nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale sempre l'uomo

esita e barcolla e sente smarrirsi, anche per un attimo che può bastare

alla sua perdita senza speranza alcuna.

Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce potente, a

quel gesto teatrale di spalancar la porta, a quel nome che più non

credeva d'udir sulla terra, a tutto quell'improvviso apparato per una

resurrezione di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette la partita;

e si scavò la fossa ai piedi. Aprì gli occhi smisuratamente, con le

braccia annaspò nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile

sperduto intento al miracolo della risurrezione che doveva avvenire,

o che in quell'istante aveva creduto e credeva che dovesse avvenire.

Ma nessuno apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, niun passo

marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò alcuna figura spettrale.

Ed il silenzio fu così profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o

dei ghiacci.

Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse la porta e con la

voce sorda pronunciò:

— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. Ed io, duca

Almerico di Nervia, vi getto sul viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta

di fellonia!

— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato in un attimo padrone di

sè, ben giocato!

Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, ma sorrise e continuò:

— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, e che non capisco la

vostra accusa. Ma ben invece comprendo che l'accusa di fellonia m'avete

gettata per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che mi vogliate

assassinare.

— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico di Nervia non assassina.

Ha diritto d'alta e bassa giustizia e potrebbe condannarvi per volere

di Nostro Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, quantunque

indegnamente portato, è titolo nobiliare pari al suo. Fra eguali di

casta non c'è che una soluzione quando si getta come ho gettato in viso

ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non c'è che il Giudizio di

Dio e che una giustiziera: questa! —

E sguainò la spada.

— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! Avevo appunto bisogno di

sgranchirmi le braccia!

Si volse con un inchino alla marchesa impietrita:

— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una dama, quello delle

smorfie e degli sgambetti d'un moribondo, poichè non vedo altro esito

a quello che il signor duca appella _Giudizio di Dio_ pomposamente,

mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo piccolo

sgozzamento o sdrucio al corpo. E quindi mi permetto d'offrirvi il

braccio, marchesa e contessa, per condurvi alla soglia.

— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una marchesa

di Spigno, contessa Lascaris di Tenda non è una borghesuccia per

ispaventarsi di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili

signori mi permettono, una nobile dama farà da testimone al nuovo

Giudizio di Dio!

— Madre!.... — esitò il conte Lascaris.

— Ho detto, Luca!

Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette

nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante

le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi

allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani,

mormorando con la voce rotta:

— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù!

Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande

tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala

fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza

invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono

l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le

mura all'intorno.

L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto

in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e

imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di

figure immobili ed indecise di cera.

— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris.

Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di

prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di

corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però

nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco,

più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione

e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella

dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per

porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne:

— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello

all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale

combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor

duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero....

Finì sorridendo.

— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte,

nel vostro castello.

— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia.

Gli avversari furono posti con le spalle al muro al lato opposto a

quello ove la marchesa e l'abate si trovavano: ebbero quindi alla

sinistra il muro sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera

invece di brandire il pugnale, che non usava più, è vero, nei duelli,

ma che sarebbe stato di regola nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il

Lascaris, nude le spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le

braccia incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, non si diede

segnale d'attacco: non si poteva nemmeno intervenire che nel caso

di palese slealtà d'uno dei due: i padrini erano puri testimoni e,

sull'onore, non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire

dietro appello d'un avversario nei duelli semplici: in niun caso in

quelli che non sarebbero terminati che lealmente.

Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella sala. Prima il Nervia

accusatore, poi l'Embriaco accusato, salutarono, rigidamente: alzarono

quindi le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò la

propria ed attaccò.

Stavano di fronte due maestri della nobile arte, due maestri che

troppi anni e troppe occasioni avevano consumati nel fedele maneggiar

dell'arme: si riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e si

attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. Si riattaccarono,

alte le spade, le coccie al petto, d'impeto, a corpo a corpo: di

comune pensiero si ristaccarono con un salto. E la schermaglia

continuò. Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano botte

segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro avrebbe messo in uso

una botta segreta e dalla guardia stretta quando uno si toglieva,

contemporaneamente si chiudeva in una più stretta difesa. Giunse

un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, le punte a terra,

lontani, addossati alle due pareti opposte.

Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva che la gran sala non

ospitasse che figure di pietra.

Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco si mosse e le spade

s'incrociarono di nuovo. Questa volta però nessuno dei due si gettò

a capofitto nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono e

si difesero pacatamente, come se si trovassero in una palestra con le

lame mozze della punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur

immobili restando, s'appassionarono i due padrini e la stessa marchesa,

tutti capaci d'apprezzar le maestrie.

Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso e barcollò: l'avversario

lo sostenne. Ad un altro momento un abile girata di mano dell'Embriaco

fece saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto l'avventuriero

di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: il Nervia allargò anche le

braccia sussurrando una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si abbassò:

— Riprendete la spada, duca: cortesia per cortesia.

Il disarmato obbedì con un inchino.

Si fece allora innanzi Camillo Altariva.

— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè m'avvedo che nessuno di voi

due intende approfittare d'una possibile inferiorità dell'avversario vi

chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste l'elsa alla mano.

Due sguardi d'interrogazione e due assensi.

L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse a servir da scudiere

al Nervia legandogli l'elsa alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris

per l'Embriaco.

In quel momento di sosta dall'altro lato della sala un breve dialogo

s'intrecciò:

— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che ve ne dò licenza. Vedo

che le forze non vi sostengono più.

— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, ma la vostra presenza

e l'abito che porto mi sosterranno, spero, chè non mi è permesso.....

— Ve ne dò licenza, allontanatevi.

— Sono cristiano e vi sono servo.....

— E allora ve lo impongo!

Non potè l'altro replicare che già i due padrini avevano ripreso la

posizione di prima ed il duello era ricominciato. E continuava pacato.

E poichè i due non si sarebbero scostati più dalla condotta che

tenevano, più di difesa che di offesa, troppo maestri dell'arte loro

per non contar che sulla stanchezza fisica, il Giudizio di Dio sarebbe

durato a lungo, e probabilmente anche sospeso.

Ma il caso — come sempre accade — se ne immischiò.

Un grido soffocato della marchesa che vide cadere come un sacco il

povero abate svenuto, risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia

non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un attimo lo sguardo e

nello stesso istante cadde di colpo trapassato il petto dalla lama

avversaria.

E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. Subito l'Altariva

ed il Lascaris si curvarono sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò

il capo. Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e lo chiamò tre

volte a nome:

— Conte Emanuele Embriaco!

La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani giunte.

— Conte Emanuele Embriaco!

Anche Luca piegò il ginocchio.

— Conte Emanuele Embriaco!

Ed allora ad alta voce:

— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia è fatta!

Almerico di Nervia si diresse verso la grande tavola, vi prese un

foglio sul quale delle lineette eguali erano tracciate. Vi gettò lo

sguardo senza forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse:

_L'azzurro mar preclude il varco...._

Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì ben tranquillamente sul

foglio segnato dai versi dell'abate.

Il Falco (Cronaca del 1796) · 第 53 / 67 题