XXXIII.

Dal distacco nella notte infernale a quest'altra notte che poteva

ben diventare infernale peggio della prima, i quattro patrizi non si

erano trovati più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli

altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia suffragati da prove

evidenti nè da ragioni essenziali. E per di più Luca Lascaris non

poteva dimenticare che portator d'una cara lettera gli era giunto colui

che in quel momento, stando alle apparenze, avevano quasi forzato nel

covo. Emanuele Embriaco per troppe emozioni della vita avventurosa ben

si era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza gli premeva,

pur tuttavia la rischiava come il giuocatore la borsa colma d'oro, che

gli è tutto e solo patrimoniale.

Alla voce del Lascaris non diede subito a veder di commuoversi, ma

pensando poi che un apparenza di insensibilità avrebbe potuto essere

interpretata a suo favore e accrescere i sospetti, se ve n'erano, si

voltò sorridente in viso di lieta sorpresa e salutò con effusione mal

trattenuta, quasi che il rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di

mostrarsi quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto.

— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo che qui a saggiare gli

argomenti, semplici del resto, ch'esporrò, siano tre miei pari, provati

dalla guerra, maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi o

sproni un ideale.

La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio appunto da

l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno sguardo, intuendo che qualche

cosa di ben più importante d'un'effusione materna stava per accadere.

Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi Luca, restituendo

il saluto, ripetè:

— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate liberamente.

— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello ch'io debbo dire

è troppo importante e voi troppo sottili, perchè non abbia il suo

effetto: debbo dir questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito

e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato che fra noi

piomba come falco sulla preda.

Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto d'orde scamiciate e

indemoniate che scatena per l'anima un canto patriottico, bollente come

acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato desiderio di bottino

nelle nostre ubertose campagne e nelle pingui e grasse città. Nulla e

nessuno varrà a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito

d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto dal Colli. Sfortuna

vuole che scaglioni repubblicani si trovino già sulle terre nostre: al

rovesciarsi del fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno

i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. Ha un vantaggio

sulla coalizione austro-piemontese: ma che dico un vantaggio: ne ha

mille. Questi: È formato di volontarï e voi sapete, perchè capitanate

volontarï, quanto siano preferibili, per la guerra che facciamo, ai

regolari, alle truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri alle

ciurme delle galere, ai condannati al remo, posti in comparazione coi

forsennati _buonavoglie_. Di più non hanno da difendere che se stessi,

non terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! Essi giocano

la pelle nella posta con la fortuna. Ed escono da città in preda al

disordine ove han sofferto la fame e si son visti pendere sul capo la

mannaia. Dicono di portar la libertà ma invece vengono a conquistarla.

Faranno la guerra di Alessandro e di Cesare: avanzeranno cioè senza

curarsi delle spalle, finchè non possederanno qualche cosa da mettere

in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno nelle

pianure di Lombardia. Eccovi in breve dunque che cos'è l'esercito che

non isconfina per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente

per una conquista organizzata. Migliaia migliaia e migliaia d'uomini

ben decisi e ben guidati. Ho detto. Adesso chiedetemi.

Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili tutti, meno l'abate che

si fece il segno della croce. Infine Luca Lascaris mostrò di voler

parlare, ma fu fermato da Camillo Altariva.

— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi il conte Embriaco

sulla situazione.

— Fate, Camillo.

L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. L'altro fu breve e fu

reciso.

— Vi manda il generale Bonaparte?

L'interpellato ebbe un moto, subito represso. Volle chiedere:

— Subisco forse un interrogatorio?

Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente:

— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me.

— Perchè, _oggi_? — non potè trattenersi dal domandare l'irruente Luca

Lascaris.

L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male era fatto ed Emanuele

Embriaco ne approfittò subito.

— Perchè domani, se per qualunque ragione il mio passo d'oggi fallisse

mi seguirebbe un oratore ben più convincente.

Non aspettò questa volta d'essere interrogato. Compì:

— Il marchese Ibleto di Spigno.

— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo per istinto mano alla

spada.

Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar l'occasione che gli si

presentava. Con accento doloroso esclamò:

— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi campo e modo, quello che

vi converrà, di rispondervi.

Camillo Altariva intervenne:

— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte Embriaco vi ha mal

compreso e vi comprenderà meglio se porrà mente a un fatto importante:

la parentela che vi congiunge agli Spigno.

Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo a varie interpretazioni.

E per non lasciare che il Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in

braccio alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro:

— Il marchese di Spigno è dunque al campo francese?

— Vi apponete.

— E voi l'accompagnaste colà?

— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una notte d'incerto cammino,

poichè avevo nelle strade buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal

marchese condotto al campo francese. E se domani Ibleto di Spigno verrà

ufficialmente a convincervi, oggi io mi sono allontanato per poche ore,

senza alcun incarico, spontaneamente.

— Per noi?

— Non per voi: non credevo di trovarvi, non lo speravo. Ma bene speravo

di veder qui la illustre marchesa.

— E qual'era il vostro pensiero?

— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete d'un giorno il

passaggio del generale Bonaparte, forse. Dico forse perchè può qui

lasciare un migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e correre

innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete dunque nulla e perderete

i vostri uomini e perderete voi stessi: le vostre campagne saranno

devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo di Ventimiglia

che non vi seguirà, poichè Betto Grimaldi è al campo e tratta, e

peggio, spera in un salvacondotto che gli permetta di conservare la

città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta in prigionia la

nobile marchesa qui presente, e voi, se resterete in vita. Sacrificio

inutile, credete a me.

Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa marchesa per

intervenire, quando l'Altariva rispose:

— Vi credo!

Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso.

— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo due condizioni.

— Ditele.

— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere un colloquio col generale

Bonaparte.

— Le credo accettabili.

Gravò il silenzio per qualche istante.

— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco?

— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete.

Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico di Nervia, il

quale era stato fino allora silenzioso e che si fece avanti, cupo in

volto, lentamente.

— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare qualche breve

schiarimento al signor conte Embriaco.

L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente rispose

inchinandosi:

— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini.

— Vi ringrazio e sarò breve.

Parve riflettere, parve riordinare memorie e frasi. Poi con uno sforzo

evidente, che si appalesava quasi commosso, incominciò:

— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste nella mattina di ieri

il marchese di Spigno, quando smarrito e abbandonato dalla scorta

erravate lungi dalla buona strada.

— Credo infatti d'essermi espresso così.

— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel mio accampamento ed io

stesso v'avevo data la scorta vedo in quello che avvenne un po' di

colpa mia.....

— Duca! Che dite!

— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete inavvertitamente, ai

doveri elementari dell'ospitalità: ho mancato e tengo davanti a questi

nobili uomini a chiedervene perdono.

— Duca! Ve ne prego!

— Lasciatemi dire....

— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei.

— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste e ve ne son grato.

Ben altri però hanno errato più di me, e tengo a che vi chiedano scusa.

Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno comprendeva: anzi il

Lascaris pensò che il duca vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si

distrasse. Dichiarò:

— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. E grazie se lo

perdonerete, conte Embriaco.

Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e con voce stentorea

gridò:

— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti!

Il Falco (Cronaca del 1796) · 第 52 / 67 题