Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta
rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato
l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto
un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio
fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi:
_L'azzurro mar preclude il varco al mondo_
_novo, che divinò ligure mente:_
_i colli e i monti in diadema tondo_
_serran da tergo il pian qui e là spiovente:_
_in alto s'inabissa il ciel profondo:_
_è breve terra ma superba gente_
_v'opra ed è figlia prediletta al sole:_
_ma chi v'impera è bizantina prole._
— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola
d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella
sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto
del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della
terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio
della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la
signora marchesa approvi l'epiteto _bizantina_ in omaggio a Teodossia,
principessa di Bisanzio, capostipite.....
— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia
dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia
famiglia. Mi sembra alquanto esagerato.
— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di
dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che
precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece
una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade,
che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in
versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così
Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio
e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio,
sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente
ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i
titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che
si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di
Sardegna.
— In questo sono con voi, abate!
— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo
convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa
Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire.
— Proseguite pure, abate.
Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale
tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra
il miele ibleo, accarezzò così le parole:
— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo
d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine.....
_Madre, che sulle mitiche pendici,_
_donde Pegaso a vol l'aere fendea,_
_tra le figlie traevi i dì felici_
_sul mondo, che dal tuo labro pendea,_
_tu stessa il plettro mio guida, tu dici_
_che madre e prole è qui maggior d'Enea:_
_Madre che bina una corona preme,_
_Prole che è Marte e che è Minerva insieme._
L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso
dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire
per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il
Moncherino annunciò:
— Il signor conte Emanuele Embriaco!
Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero
sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del
feltro l'impiantito.
— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio?
— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure
saranno se avrò l'ausiglio vostro.
— Parlate sibillino, conte!
Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi
saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì
affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama:
— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della
illustre signora marchesa?
— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi.
— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno
ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente
signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel
confronto!
L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva:
— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio.
— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco?
— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda?
— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome.
Vengo bensì per lui.
— Parlate! Parlate!
L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò:
— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris.....
— Di mio figlio?!
— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia
e sul vostro, signora marchesa, e sulla città.....
— Un grave pericolo?
— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati
d'Italia!
— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono.
— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un
giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione
di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare.
— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole?
— È qui fra i soldati e i cannoni.
— Qui?
— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono
cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di
bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime
donne.
— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce.
Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed
eluse il discorso.
— Mio figlio? dov'è mio figlio?
— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia,
bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente
d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani
male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare
trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di
munizioni ad esuberanza?
Tacque. Concluse:
— Saranno travolti, annientati, e inutilmente.
Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò:
— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco?
Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma
si rinfrancò e fu calma la risposta.
— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre
signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo
della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola,
mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di
credermi e d'aiutarmi.
— Credere che cosa? Aiutarvi in che?
— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni.
Aiutarmi a persuader vostro figlio.
— Persuaderlo a far che?
— A non resistere.
— A tradire?
— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che
sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto.
La marchesa sogghignò:
— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè
mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con
l'abito del signor abate.
— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa!
— Prova che non mi avete convinto.
— Volete permettermelo?
— Fate.
— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora....
— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui
l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori
del passato.
L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente:
— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa.
— Vi ascolto.
La porta si spalancò all'improvviso.
— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia!
Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e
col duca Almerico di Nervia.