L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve.
Poi mosse il primo passo.
E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò:
— L'altra dama è nella stanza di Murat.
Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito finchè l'ombra sottile
non si perdette nella notte.
Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre s'aggiravano
guardinghe, furtive, celandosi all'angolo della casetta ove una specie
di tettoia rozza, evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un
complice rifugio.
— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà la mia domanda?
— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia che l'aiutante Junot vi
rassicuri sull'umore del generale. Bisogna andare a colpo sicuro: un no
sarebbe sgradevole e per sempre. Aspettate il parere di Junot.
— Anche l'aiutante Marmont...
— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso di chiunque e credo
che mi ostacoli la promozione a comandante. Ah! Se potessi fra un anno
ottenere la brigata che mi era stata promessa!
— Io mi accontenterei del grado di capitano.
— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: fino ad oggi le
cose sono andate come le avevo presagite e il generale è sempre grato a
chi non lo induce in errore.
— Che cosa avevate presagito, Filippo?
Un silenzio. Poi:
— Giano mio, non bisogna essere curiosi!
E quindi, quasi a correttivo della lezione:
— Sono affari di servizio! Scusate se non credo lecito di ripeterveli.
— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi voi.
E tacquero.
In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma non guardinga apparve
dal lato opposto dirigendosi verso la porta della stanza di Murat.
— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi.
— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della mia fidanzata?
D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova ombra apparsa.
— Olà! Chi siete e che volete?
Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la lanterna sul viso dello
sconosciuto. Filippo Balbi fece un balzo all'indietro.
— Il generale!
— Il generale! — ripetè Giano.
— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte seccamente replicò. —
Che fate voi stessi qui?
Filippo Balbi interdetto rispose:
— Generale, in questa stanza riposa la mia fidanzata.
— La vostra fidanzata!
— La damigella Grimaldi, generale!
— E voi? Chi siete voi?
— Il capitano Filippo Balbi, generale.
— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari....
Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza.
— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat?
Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio per le due dame era
stato dato dallo stesso Bonaparte: vide la scusa, s'insospettì, frenò
un guizzo torbido e rispose:
— Vuole il generale che m'informi?
— Sì, andate.... ambedue.....
Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo alcuni passi,
nell'angolo che possedeva la tettoia, il Balbi spinse lungi da sè
Giano.
— Va, va, lasciami!
L'altro esitava.
— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado!
Ed il Lercari s'allontanò velocemente.
Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero.
Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il
cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una
lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella
fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta.
— Dio! — mormorò Filippo fra sè.
La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no?
Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in
due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla
toppa.
Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche
leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi.
E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui
nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e
verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al
torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come
dinanzi a cosa sacra?
Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino
a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma
più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani
aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva.
Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò
nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle
implorazioni femminili;
— Pietà.... padre.... Filip.....
L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale
l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta
continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di
bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più.
Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, sull'omero di
Filippo una mano tremante si posò:
— Balbi.... avete udito?
Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula e si drizzò di scatto.
— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho udito..... ed ho
creduto che fosse.... vostra figlia.
La voce tremula domandò:
— E.... non era?
— Mi.... sembra.... che no.
Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in viso, ma s'indovinavano.
L'uno respirò:
— Mi sento più tranquillo!
L'altro gli fece eco nel respirare.
— Anch'io!
L'una voce non era già più tremula, nè più mal ferma l'altra.
E stettero in forse.
— Andate a riposare, Filippo?
— Stavo per farlo, Grimaldi!
In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui si trattenevano,
s'aprì. Una voce imperiosa chiamò:
— Marmont!
— Generale! — Rispose il chiamato.
E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. Stettero a
guardarsi, immobili. Poi sotto gli occhi di fuoco del giovane
condottiero pallidissimo, scarmigliato, sudante, gli altri occhi
si abbassarono. E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri
avrebbe dovuto tacere.
— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio di trovarvi qui....
L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese:
— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, il comando della
vostra mezza brigata.
Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue salire dal cuore al
cervello. Mormorò:
— Generale!....
— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, che s'addolcì, per quanto
lo poteva la voce nata per il comando.
Parlava a Betto.
— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione di prendere la vostra
città. Conservatevela.
— Generale!.....
— Non mi ringraziate!
E poi:
— Buona notte, signori!
Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, anzi volgendogli quasi le
spalle, ordinò:
— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto.
Mosse un passo: ristè ancora.
— Marmont, cerca la cameriera di madamigella Grimaldi! Credo che ce ne
sia bisogno!