XXX.

La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette

notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si

poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute

da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla

marchesa a ripetere le sue funzioni.

Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle _Tre Marie_, ciò che

l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini

della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la

cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi

gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e

meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un

cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe

potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale

felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima

di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era

necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da

stordita qual'era.

— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più

che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si

prende troppe libertà con le ragazze onorate....

— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda!

— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati

forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di

lingua....

— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo?

— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul

viso.....

— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici.

— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor

Tibullo anche il signor aiutante Murat....

— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda!

La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per

replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e

imperioso:

— Il Generale!

Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda,

la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta

uscendo.

— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno

alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete

imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non

entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso!

La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla

e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena

ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina

svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli

occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel

parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo

armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane

generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le

gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto

cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le

chiese:

— Dov'è il vostro amante?

Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi

maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase

interdetta sotto il nuovo insulto.

Mormorò:

— Il mio amante?

— Sì, il conte Lascaris.

Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava

dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse

i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani

da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi

spaurita:

— Il mio amante?

— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor

d'Altariva sta facendo una guerriglia da _chouans_ e che s'illude

d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è

in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è

pazzo.

Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi

trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era

abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la

borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia

da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da

padrone ad inferiore la fece impennare.

— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad

una dama in piedi?

— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione

ha abolito gli aristo?

S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda

brancicandola.

— Villano!

E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e

imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì.

— Villano! Lasciatemi o grido.

— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno

aprirà quella porta.

Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma

lagrime. Ed implorò quasi:

— Lasciatemi.... mi fate male!

Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe

allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che

per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte

chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che

dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per

insostenibile tortura.

L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna

gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi

invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda,

la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse

alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca

alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo.

In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva

in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo

della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che

avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che

era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di

buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì.

Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte.

Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e

per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure

nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire

l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò

senza fiato, immobile.

Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa

spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago

timore di una catastrofe.

Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale

a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani

contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento

volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un

po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola

camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra,

il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e

leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli

occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale

documento storico, una matita fedele e geniale.

Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e

dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo,

puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando

la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la

sciabola a due mani e gridò:

— Se vi avvicinate vi ferisco!

Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si

riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla

porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce

sanguigne, la bocca torcentesi in un _rictus_ sinistro. L'immagine d'un

uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno

strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza.

Il Falco (Cronaca del 1796) · 第 49 / 67 题