La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette
notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si
poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute
da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla
marchesa a ripetere le sue funzioni.
Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle _Tre Marie_, ciò che
l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini
della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la
cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi
gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e
meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un
cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe
potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale
felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima
di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era
necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da
stordita qual'era.
— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più
che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si
prende troppe libertà con le ragazze onorate....
— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda!
— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati
forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di
lingua....
— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo?
— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul
viso.....
— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici.
— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor
Tibullo anche il signor aiutante Murat....
— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda!
La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per
replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e
imperioso:
— Il Generale!
Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda,
la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta
uscendo.
— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno
alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete
imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non
entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso!
La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla
e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena
ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina
svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli
occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel
parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo
armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane
generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le
gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto
cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le
chiese:
— Dov'è il vostro amante?
Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi
maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase
interdetta sotto il nuovo insulto.
Mormorò:
— Il mio amante?
— Sì, il conte Lascaris.
Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava
dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse
i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani
da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi
spaurita:
— Il mio amante?
— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor
d'Altariva sta facendo una guerriglia da _chouans_ e che s'illude
d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è
in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è
pazzo.
Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi
trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era
abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la
borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia
da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da
padrone ad inferiore la fece impennare.
— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad
una dama in piedi?
— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione
ha abolito gli aristo?
S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda
brancicandola.
— Villano!
E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e
imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì.
— Villano! Lasciatemi o grido.
— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno
aprirà quella porta.
Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma
lagrime. Ed implorò quasi:
— Lasciatemi.... mi fate male!
Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe
allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che
per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte
chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che
dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per
insostenibile tortura.
L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna
gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi
invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda,
la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse
alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca
alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo.
In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva
in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo
della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che
avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che
era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di
buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì.
Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte.
Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e
per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure
nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire
l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò
senza fiato, immobile.
Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa
spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago
timore di una catastrofe.
Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale
a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani
contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento
volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un
po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola
camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra,
il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e
leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli
occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale
documento storico, una matita fedele e geniale.
Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e
dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo,
puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando
la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la
sciabola a due mani e gridò:
— Se vi avvicinate vi ferisco!
Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si
riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla
porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce
sanguigne, la bocca torcentesi in un _rictus_ sinistro. L'immagine d'un
uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno
strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza.