XXII.

La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva pur tuttavia una

luce tutta eguale, manteneva in città un buio di tomba. Le undici; i

cavalli scalpitavano sul selciato di pietra attraversato nel mezzo da

una guida di mattoni sanguigni: le due mule che reggevano la portantina

davano appena segno di vita col dondolar la coda infiocchettata fra le

stanghe a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per illuminar la

viuzza caduta nel buio, fondo per le alte case.

Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano queto chiaror

raccolto: sotto l'una sgobbava l'archivista Orengo raschiando con la

penna d'oca una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare

un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli attentissimo e

lontano dal mondo leggeva Virgilio.

In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto prender luce da un

vicolo, il quale naturalmente non manteneva le sue promesse, Betto

Grimaldi si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua volta,

e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come il vicolo dava luce: ma

il governatore non aveva fretta, parea che succhiellasse il tempo per

farlo passar lentamente.

In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, la vispa Gilda

s'affaccendava intorno a Chiara e benchè un po' più di luce vi

penetrasse dalla finestra verso la vallata, la bella camerista

brontolava pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, ma nel

crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, due altri personaggi

di nostra conoscenza misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino,

fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente come se ragionasse

d'Euclide o di d'Alembert, l'altro ascoltava bevendo le parole e

l'interesse gli traspariva dagli occhi lucidi.

— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea Filippo Balbi — credete

a me, che vedo lungi le cose, imitatemi. Non c'è per noi che una

via aperta oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran casa, ma

cadetto, e non a voi di gran casa ma, non v'offendete, più cadetto di

me perchè irregolare, possono offrir qualche futura fortuna le armi

della Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria e la

Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, boccone maggiore, nè la

Repubblica di Genova, boccone minore. Austria e Francia: l'una contro

l'altra oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi in Piemonte

e quindi in Austria, ma a quale scopo Lercari? Allo scopo di poltrire

e ammuffire nei gradi subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto

un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso irresponsabile che

viene a comandarvi, a farvi sgobbare e rischiar la vita per prendere

il merito ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè troppo con

le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, uscito dalle gonne della

favorita. Giano, credetemi: sono un cadetto della casa Balbi, grande

casa a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come voi nato alfiere

morreste alfiere. E a quale scopo infine? Se l'Austria schiaccerà

la Francia servire l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria

venire incorporati a forza nelle masnade sanculotte. Credetemi, Giano

Lercari, fate come ho fatto io: saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte

ci lascerà probabilmente l'anima che regge coi denti, ma c'è Massena,

Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo di Stato Maggiore del

_piccolo_ Bonaparte, il serio greve e ponderato Berthier, il quale mi

ha promesso un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento al

secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte riesca nel suo

disegno, tenebroso disegno che niuno conosce, forse nemmeno Berthier,

ma che può essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il piccolo

generale che ha tutta l'aria di un falchetto pronto a piombar sulla

preda, a malgrado la sua amicizia con Robespierre il Giovane e le sue

imprese di Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di nomi ed

aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel garzone birraio di Murat, che

ha per aiutante di campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante,

che non l'abbandona un momento.

Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse una fiaba.

— La verità è — osservò — che agli ordini della Serenissima si muffisce

in guarnigioni come questa.

— Mentre che in un esercito combattente c'è l'impreveduto che aspetta e

fa la vita varia.

— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la Francia si debba

preferire la Francia?

— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che io stesso ho giudicato

preferibile, ma non intendo nè darvi consigli precisi, nè invitarvi

a prendere una decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della

Serenissima, presso questo nobile Comando. Soltanto, per semplice

spirito d'amicizia, vi offro di pensare se vi convenga.

— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso che mi decida....

Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso la risoluzione di

imitare il Balbi.

— .... in che modo debbo contenermi?

— Per far che cosa?

— Per imitarvi. Non posso già disertare.

— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto io, e cioè fatevi

attaccare all'esercito francese dal vostro comandante.

— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la paura del Governo di

Genova, non lo farà mai.

— Chiedetelo a Genova.

— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui fra un mese almeno!

— Non c'è che un mezzo, allora.

— Cioè?

— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o dal Berthier, ciò che avrà

anche più autorità.

— Chiedere? Al Governo della Serenissima?

— No: a Betto Grimaldi.

— E credete che accetterà? Che dirà di sì?

— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o dirà di no a un desiderio

del Generale che con lo stringere un pugno può domani stritolar lui e

la città?

E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò:

— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di buon senso crede sè il

più debole dei due, oggi. Non già una banda sconfinante ha davanti, ma

trentamila uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma inquadrati e

condotti da un falchetto che ha voglia di preda e che l'ha promessa ai

suoi sanculotti. La prova che si crede di già debole l'avete davanti

agli occhi.

Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la cavalcata ufficiale

preceduta da un trombettiere e da quattro soldati: seguivano Betto

Grimaldi e il capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due

mule: chiudevano la marcia altri due soldati.

— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più forte avrebbe invitato il

Generale nemico in città e invece si scomoda per recarsi da lui e porta

con sè la mia fidanzata.....

Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, ma non lo disse.

— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, Giano mio, che se a

quell'uomo con la paura dipinta in volto si chiedesse qualunque cosa,

la rifiuterebbe?

No che in verità Giano Lercari non lo poteva credere.

— E allora decidetevi!

— Sia: fatemi domandare al comandante.

— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la stessa fortuna. Vi prometto

il mio grado al primo fatto d'armi.

— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo.

— Contateci: ma per adesso acqua in bocca.

Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato gli teneva a

poca distanza e corse di carriera verso la cavalcata che s'avvicinava

lentamente.

— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante Grimaldi, e col

vostro permesso, il buon mattino alla Bellezza nostra.

Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, ma felice porse la

mano al fidanzato, che si piegò in arcioni con magnifico e difficile

spostamento per baciarla.

Il Falco (Cronaca del 1796) · 第 39 / 67 题