Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, con la grande
torre verso occidente, era posto sul declivio della collina che in
allora chiudeva la valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da
torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili dune. Il parco
immenso lo precedeva e lo circondava ed il parco a sua volta era chiuso
da una cerchia di mura in massima parte a secco, larghe e massicce che
dal basso risalivano fino al vertice della collina e si riversavano
sul declivio opposto. Da tre anni almeno, e cioè dalle prime minacce
dell'invasione, Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la
duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo l'abitudine incorsa,
avevano preso imbarco per la Sardegna, l'isola essendo per la Corte
di Piemonte e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre anni
dunque parco e castello erano quasi abbandonati: pini sulla collina e
platani nella pianura non più disciplinati dalle cesoie messe di moda
da Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: l'erba appariva
alta sul largo viale che si mostrava dietro il cancello: giardino ed
orto incolto s'erano arruffati come una capellatura non pettinata. A
quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente aveva tanto
allargato il letto che occupava tutta la vasta cuna adagiata fra i due
sproni di collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta
verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il paesetto silenzioso, la
cavalcata discese a valle quasi dinanzi al chiuso parco dei Nervia,
e si accinse ad attraversare il letto del torrente, a secco in gran
parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi delle nevi, ma
ingombro d'alti strami, d'ontani a macchie, di tutta insomma quella
vegetazione posticcia che cresce a vista d'occhio là donde le acque si
ritirano apparentemente.
— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò l'Altariva dominando
con uno sguardo il paesaggio che pareva deserto e silenzioso e
arcigno e quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto
l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia drizzarsi a respingere
chi minacciasse un'invasione.
— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè obbligato a lasciare
l'accampamento ove Fiorina poteva di momento in momento arrivare. Sì,
non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel _gaogrosso_.
Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, si dice _gaogrosso_
al corso d'acqua maggiore che esista nel letto d'un fiume o d'un
torrente, quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per tutta
risposta il Nervia alzò la mano libera dalle guide, e apparve un
omuncolo sciancato, rivestito di pelli caprigne, il capo coperto da
un cencio a guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al petto
un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, simile ad una tromba
rustica.
— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò un soldato, e il mormorio
si propagò e la truppa guardò curiosamente l'essere informe che
saltabeccava agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui nome
evidentemente era derivato dal gioco dei tarocchi, anzi dal primo
tarocco.
Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei pescatori, hanno
in ogni tempo — l'estrema Liguria non ne mancò mai — qualche essere
sgraziato e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' scemo,
passa il suo tempo a studiare il cielo e il mare, a predire il vento
e la pioggia, il fortunale e la tempesta, dando l'allarme ai dintorni,
soffiando in una conchiglia univalva e traendone un suono cupo simile
ad un muggito.
Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, ed i soldati che
furono sempre i bimbi della feroce umanità, s'impossessarono del
novello gioco offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale
che doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè il segnale tardò.
Un muggito d'un tono solo ma lento, stanco e strascicato si levò dal
centro del letto, là dove presumibilmente il _gaogrosso_ scorreva; e la
truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il primo lanciò il cavallo
nella discesa, si diresse disordinatamente serpeggiando verso il punto
donde il cupo muggito giungeva a intervalli.
A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, qualche spiazzo
di greto disseccato s'allargò, poi delle chiazze verdastre di muffa
apparirono e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi di cielo
intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una specie di baluardo di
grosse e bianche selci calcaree e il torrente — il gao — apparve,
largo venti metri almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo
il Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e scroscianti alzando
la conchiglia alla bocca, statua vivente d'un piccolo fauno bacchico
irsuto e giocondo.
La truppa guadò, risalì un altro baluardo di selci calcaree, poi
ricominciarono i greti sgombri e gli acquitrini e finalmente per una
penosa scarpata rovinante si trovò sulla strada maestra della vallata.
Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare personalmente le sentinelle,
verso valle e verso mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello
che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani torreggianti.
Invece di sciogliere l'enorme groviglio di catene arrugginite che
avvinghiava le sbarre, vi postò due altre sentinelle, poi scostando i
rami che piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò il muro di
cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli altri imitato. I due servi
dell'Altariva alzarono la barella ove giaceva il corpo del Seborga
appoggiandosene l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, poi Luca
e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. Il rimanente della truppa
restò sul viale dinanzi al cancello celata fra gli alberi.
Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro di cinta e il cammino
era malagevole per lui più che per gli altri, anche per i due servi
carichi della barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli
faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco incominciava: il
fogliame v'era più folto e l'edera polverosa e pelosa vi si abbarbicava
quasi con accanimento, formando una vasta placca nerastra. Senza
sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che pareva formare un corpo solo
col muraglione ed apparve una breccia a fior di terra, un largo buco
informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo Almerico si chinò
e passò. Poi passarono i due col funebre fardello, poi gli altri: il
Bagato per ultimo lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso
vietava il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve una radura,
a capo della quale una cappella rotonda mostrava un pronao dorico e la
porta aperta. Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu vicino al
pronao, si voltò ai due gentiluomini.
— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del Signore, quelli della mia
casa che non lasciarono la vita in battaglia o nel mare o in prigionia
presso i nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei qui
giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. Non vi stupisca, amici,
che intenda qui dar sepoltura al mio fedele Seborga: già un altro servo
dei Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il castello da una
scorreria di Dragutte il Barbarossa. Non già servo, ma amico fedele fu
il Seborga per me. Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi
passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò in una malattia
mortale e contagiosa, fu in guerra con me, dormì nel bivacco al mio
fianco, si privò della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo
corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che Monsignor Gesù non
ne veda che l'intenzione onesta, l'anima sua, la vita eterna per me!
Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono.
— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto ch'io dovessi renderti
il pietoso omaggio ch'io ti rendo. Ma te felice almeno che qui dormi
fra coloro che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! Chi sa,
mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, mentre oggi profugo della
sua casa non la visita che furtivamente, come un lupo inseguito, solo
ormai, lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. Verranno
i giorni migliori, forse, e i miei figli, tornando sulle nostre terre,
me forse non troveranno a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno
troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il Signore Iddio che le lagrime
e le preghiere che udranno queste tombe siano fra te e me divise,
fedele amico, siccome abbiamo tutte le buone e le male venture nella
vita. E se tu qui mi rappresenterai, ebbene, che i miei figli piangano
sul tuo sepolcro come se fosse il mio!
Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva;
i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di
pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo
sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due
parole: _Fido Sebastiano_.
— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia.
Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un
teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile.
— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano.
Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e
v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per
accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli
sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo
migliore.