Fine di marzo: tempestoso tramonto.
Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi verso l'alta
vallata del Nervia già quasi tutta verde per l'inizio precoce della
primavera. Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre
in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al parco devastato,
parea un albergo di spettri. Almerico di Nervia non lo abitava più da
lungo tempo, forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva in
possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini delle sue terre
e qualche soldato del Re di Piemonte: bivaccava qua e là ramingo per
la valle ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per tener
soggetti i paesi vassalli, che aveano preso gusto a tutte le licenze
dell'albero della libertà.
In quella sera della fine di marzo mentre le nubi gonfie di pioggia
turbinavano risalendo giganti verso le gole montane, aveva fissato
il proprio accampamento sopra il paese d'Isolabona al confluente
d'un minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle nevi, che
scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, raccolti gli innumerevoli
rivi e rigagnoli e fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il
paese di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte a San
Romolo e quindi a San Remo. Per quella strada lunga e disagevole
aspettava Almerico di Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava
la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale Colli, il
comandante delle Armate di Piemonte e d'Austria. Il litorale non
era sicuro: il generale francese Serrurier da Garessio a Savona — si
credeva — Cervoni a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano della
Carmagnola e della Marsigliese. Per questo la bella marchesa di Spigno,
con una mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era lanciata
all'arembaggio di tutti i valichi anche i più tortuosi e per le valli
del Cento e dell'Impero e poi per l'Argentina aveva intrapreso la
strada poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale discendeva
a Isolabona. Una staffetta l'avea preceduta di poche ore e Almerico
di Nervia, fatta continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il
bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente.
Dovevano essere importanti le notizie perchè la bella marchesa si
sobbarcasse a un tanto disagioso cammino! Il Nervia, uomo di mezza età,
la barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di corporatura,
vestito di cuoio alla cacciatora senza sproni agli alti stivali, seduto
sopra un albero dimezzato dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo
fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano basse e gettate
a ferirsi in fra gli alberi spettrali, lo permettevano. Non portava
altra arme che un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente
agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete lasciavano sfuggire un
fischiettar sordo e frammentario.
Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento era troppo in alto
e, se accavallava le nubi, non giungeva ad urlar fra le gole: soltanto
lo scrosciar dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la pace
solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle scolte, un misto di
civetta e di cucùlo, chè ovunque si avversava la rivoluzione l'allarme
e l'avvertimento degli _chouans_ vandeani s'era imposto. Soltanto,
a un dato momento furono due i richiami che giunsero da un punto
imprecisato, due che si seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca
lasciò di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e tese
l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè.
Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente a un muto
appello, dalla tenda più vicina che era appunto quella del comandante,
benchè non differenziasse dalle altre che per le dimensioni e per
essere più esposta ad ogni pericolo del cielo e degli uomini, un
vecchio sbucò all'improvviso.
— Hai udito anche tu, Seborga?
— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino.
— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso Isolabona.
— Sì, Monsignore!
— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta Marchesa?
— No, monsignore: credo che sia invece il conte Lascaris.
A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il duca Almerico non potè
trattenere un sorriso.
— Benedetti gli innamorati!
— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente aggiunse il Seborga
— che il cuore marcia con gli stivali delle sette leghe.
— Avrei preferito parlare senza testimoni con Fiorina!
— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso.
— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca si forma il buon senso.
Va' all'incontro degli ospiti, amico mio.
Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo
del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone,
il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva
a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non
viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri,
quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso.
Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione
che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza
falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia
nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo
vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso.
Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma
non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve
il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia.
— Ebbene, Almerico?
— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego.
Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano
l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris
si ricompose.
— Hai ragione, duca, hai ragione.
D'un gesto staccò una persona dal gruppo:
— Il conte Emanuele Embriaco.
Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò
l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il
che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il
gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente.
— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno
eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il
conte Lascaris di avervi qui condotto....
Luca l'interruppe.
— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non sa ancora la ragione della
mia venuta. Abbiamo fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la
Rocchetta e non ci siamo congiunti che al confluente giù, ove credevo
di trovar Camillo Altariva disceso per le Maure, e che invece è ancora
in ritardo. Appena raggiunto, mi premeva correr qui da te....
— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo.....
Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla nascita e come tale
quindi beneducato a rimanere al suo posto davanti a personaggi pari al
padrone, intervenne con una famigliarità che soltanto un ecclesiastico
potea permettersi pur essendo di rango inferiore.
— .... in quanto la signora marchesa di Spigno non giungerà, questa
sera almeno.
Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo era e lo dimostrò nel non
lasciar muovere un sol muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che
gli stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. Almerico
di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata violentemente al solo
pronunciar di un nome e sporse il capo come se interrogasse il Lascaris
sulla scorta.
— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte Embriaco.
Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle sorprese d'ogni genere
per lasciarsi placar da un cenno di capo rassicurante: aveva seguito
lo sguardo parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione
d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna autorizzava, e per
di più lo scatto del Ricciuto e la curiosità istintiva del Nervia
erano sopravvenuti per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la qual
cosa credette opportuno di correre al riparo e lo fece con scioltezza
elegante.
— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte Lascaris non ricorda
esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, avanzatevi.