Fine di marzo, dolce mattina.
Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella Chiara, in quella
non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano
delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili
secenteschi e illuminava la sottile figura vestita di bianco, sparsi
i capegli biondi per le spalle, ritta dinanzi a un _coffano coperto
di veluto cremisi di tolla a fiori indorati_, ove Gilda inginocchiata
stava accomodando il corredo prezioso della promessa sposa. Presso la
finestra l'archivista Orengo sostava spesso, leggendo con voce stanca
la _lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi in occasione
del di lei matrimonio coll'illustrissimo signor Filippo Balbi_.
L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale:
— _Quattro donzine di camicie, cioè una donzina e mezzo di tela
Constans Silisia e Olanda ed il rimanente di lino, ma di prima qualità
e tutte guernite di Mussolina e pizzi._
— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, che bellezza, madamigella!
Queste devono carezzar la pelle più delle nobili mani del signor
Filippo!
— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava Chiara arrossendo.
— _Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità..._ Madamigella
Gilda, vi prego di non gingillarvi.... _Quattro donzine di fazzoletti,
cioè una donzina di tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista
di prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta._
— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come siete voi, magnifico
Orengo, per non sentir la voglia d'accarezzare tutte queste belle cose!
Quattro donzine come dite.
— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor Archivista, ti prego.
— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene voglio! So bene che —
scusate l'irriverenza e l'ardire — so bene che raglio d'asino non va in
cielo!
E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò:
— _Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, due di tela di Troes
e quattro di tela di lino.... una tovaglia ricamata di Picardia...._
Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, aveva mormorato:
— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia!
— Gilda, Gilda, ti prego!
— _Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di
Fiandra alto quattro deta...._
— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle
vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come
assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere
tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum.
— _.... due di pizzo di Melines nuove....._
— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero
bello anche voi!
— _.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta_ — brontolò
l'archivista come se trangugiasse amaro.
Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che
Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice.
In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare
l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi
ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi,
della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della
Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà,
due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore
represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena.
Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga
di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari
alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti
animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare
in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo
sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano
trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il
nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello
della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso
del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua
vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre
contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di
Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi
a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco
Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito
francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di
stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato
un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi,
svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello,
di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani
e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva
per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice.
Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina
guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente
s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora
dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non
le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e
sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno.
— _Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre
guarnite di picò tutte però guernite di bindello_ — continuava l'Orengo
con la sua voce fioca.
E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava.
— Undici paia di calzette.....
— Un momento, un momento.
E ripeteva leggendo la lista de' giocali:
— _Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, due para di seta,
due para di Fioretto e un para di castor da inverno...._
— Perchè poi proprio undici? Non si poteva compir la dozzina?
— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo vestirà i piedi della
damigella Chiara, nel giorno delle sue nozze.
— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor magnifico!
— Quale, madamigella. Forse quella di _brocato in seta con fondo color
di perla, o quella di color di rosa con bordi d'argento di Grodetor_?
— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico!
— Ah! ecco: _Andriena di satino fiorato con fondo color d'oliva_. Un
momento, un momento: seguiamo l'ordine, vi prego, madamigella Gilda!
Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte
e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto
gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il
corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili
morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra
su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di
madreperla, i bottoni di _Grillo ligati in argento_, le fibbie per
la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale,
una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei
pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli
d'oro con castelli di pietre diverse.
E la voce dell'Orengo:
— _Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor
bianco, due gardanfan...._
D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia:
— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai,
magnifico Orengo?
— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno
di quell'arnese!
— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico!
Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie
di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato
d'argento, lo esaminava attentamente.
— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole,
madamigella.
L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto.
— Un momento! Eccolo! Non può essere che questo: _un coperto da
culla...._
Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al cuore di madamigella
Chiara, e la ferita le si dilatava e la gola le si chiudeva, quasi fino
a svenire.
Ah, che dolor dolce!