Appena fuori dalla porta Giano Lercari chiese al Cavalli:
— Che si fa, Capitano?
Era il Cavalli uomo di lettere e d'armi come non raramente se ne
incontravano allora nei gradi superiori. Giovane ancòra, povero,
lontano dalla politica e dagli intrighi, non viveva che per il
servizio e per Virgilio. Portava seco in una delle profonde tasche
dell'uniforme un piccolo volume che comprendeva l'Eneide e qualche
pagina delle Georgiche: il resto mancava: probabilmente aveva servito
da stoppaccio a qualche fucile. Il capitano Lavinio Cavalli, uscito dal
gran Seminario di Genova un giorno per passeggio, non era più tornato.
L'avevano proclamato disertore, come in allora si usava, durante il
refettorio serale, mentre il giovinetto seguendo una compagnia di
ventura che aveva ammirato sur un ciglione dominante la Doria, provava
la differenza che esisteva fra i dolci ozi della _Somma teologica_ e
il duro terreno su cui quella sera stessa aveva dovuto dormicchiare.
Ma non s'era pentito. Possedeva una tenacia non rara in quei tempi: il
latino l'avea servito anche sotto le armi e quando la Compagnia, come
avveniva di frequente, era stata assoldata dalla repubblica genovese,
il Cavalli aveva fatto passaggio d'armi col grado superiore, grado
non superato da dieci anni ormai senza querimonie inutili. Prendeva
il mondo come veniva, impassibile, da uomo che ne aveva contemplate
di cotte e di crude e si consolava con Virgilio. Nel Seminario aveva
appreso che durante l'umanesimo il poeta latino era tenuto in conto di
profeta: non aveva infatti predetta quarant'anni prima la nascita del
Redentore in quella quarta egloga che fu oggetto di tanti commenti?
Il mago Virgilio era consultato in ogni occasione: si apriva il dolce
libro e si leggeva a caso, interpretando poi con infinite deduzioni.
Alla domanda repentina di Giano Lercari, il capitano Cavalli fermò un
soldato che precedeva una pattuglia e le rischiarava il buio vicolo
con una lanterna: gli comandò d'alzarla e traendo il libercolo di tasca
l'aprì a caso. Lesse un verso, il primo che gli venne sott'occhi, del
decimo libro:
— .... _litora praecipere et venientis pellere terra._ e guardò poi
sorridendo Giano Lercari che ben di donne s'intendeva ma non di latino,
facendogli cenno di seguirlo.
Uscirono dalla città per la porta del Piemonte e seguirono la strada
buia finchè si mantenne a ridosso della collina. Poi d'improvviso fu
illuminata dalla luna che aveva fatto capolino sopra Nostra Signora
delle Virtù e le Maure di ponente. Allora sostarono.
Laggiù, dopo San Bernardo, allo sfocio del Bevera, nulla più si
scorgeva del segnale che Giano Lercari aveva con tanta chiarezza
descritto: un silenzio grave, non turbato nè dalle rane o dai grilli
canterini o da quello sconosciuto sussurrìo dei mille esseri invisibili
che dominavano i luoghi agresti e solitari, s'imponeva.
— Dove andiamo, capitano?
— .... _litora praecipere_ — mormorò il Cavalli abbandonando la strada
e lasciandosi cadere di ciglione in ciglione verso il letto del Roia.
E il bastardo lo seguì.
Camminarono a lungo nell'intrico di sterpi e di strami che costeggiava
il fiume: l'acqua corrente era lontana chè il letto immenso parea
congiungere le due linee di colline buie: la luna era sparita dietro
Roverino e soltanto la Grande Orsa e Cassiopea scintillavano opacamente
come perle ammirate nell'ombra.
Raggiunsero la foce del Bevera a notte fonda, risalirono sopra un
sentiero ove riposarono alquanto, spossati.
— Vedete nulla ancora, Lercari?
— Nulla, capitano.
— .... _et venientis pellere terra_.
— Che significa?
— Vedrete. Andiamo avanti.
— Andiamo pure, Capitano. Ma non sarebbe meglio armare una pistola?
— Guardatevene! Potreste servirvene all'occasione e saremmo scoperti.
Meglio l'arma bianca.
— Come volete.
Il sentiero piegava a gomito brusco. Al di là buio ancora più fondo.
Sotto, ad una distanza poco apprezzabile, il torrente Bevera mormorava
come un ruscelletto dell'Astrea. Mormorava dolcemente narrando al
virgiliano Cavalli strane istorie di ninfe boscherecce, le oreadi
montane, le driadi delle selve, le napee dei campi e le amadriadi
sbucanti dagli alberi prediletti e il sognatore s'inebriava dei freschi
profumi notturni e della via lattea che parea quasi vicina in quella
solitudine e premeva con una mano il caro volume, dolendosi d'una
cosa, d'una soltanto e cioè di non potersi sedere _sub tegmine fagi_ ed
aprirlo e dissetarsi a quell'_Ippocrene_ secolare.
Ma Giano Lercari più pratico e forse anche più stanco ad un certo punto
si fermò.
— Con buona pace del vostro latino, capitano, mi sembra che qui si
proceda alla cieca!
— Virgilio non può sbagliare, signor Lercari, — gli rispose Cavalli
bruscamente scosso dall'estasi.
Nel mentre profferiva il suo asserto, qualche ombra più nera
della notte piombò sul sentiero e i due soldati vennero senz'altro
imbavagliati.
— Avvicinati, Moncherino — comandò una voce sonora — e smaschera la
lanterna.
L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa in volto ai catturati
ed esclamò:
— Giano Lercari! e il capitano Cavalli!
— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò un'altra voce.
E quella di prima:
— Che fate qui, signori?
Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a Giano Lercari, il quale
altezzosamente replicò:
— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete fermati?
— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, mentre le prime due
possedevano dei toni noti — diritto! Ci vuole una bella ingenuità per
parlare di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero!
— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose una delle due voci di
prima.
Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il punto donde gli era
pervenuto il noto nome.
— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire che probabilmente ci
conduce qui la vostra istessa ragione.
— E cioè?
Giano Lercari urtò leggermente il braccio del compagno con l'intenzione
di farlo tacere, ma il Cavalli non credette opportuno accontentarlo.
— Furono segnalati dei fuochi al confluente del Bevera, signor Conte:
non siete qui voialtri forse per riconoscerli?
— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare.
— Li avete scoperti?
— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese.
Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere parve che
sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si volse di scatto.
— Non credete?
— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione diversa dalla vostra.
— E quale, se v'aggrada?
Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino accanto al Lascaris
lo rassicurò.
— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente del Bevera fu l'umile
vostro servo che vi parla. Ma non mi accorsi di un fuoco.....
— E allora?
— M'accorsi di un segnale.
— Un segnale?
— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli Nervia ed Altariva.
Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come se avesse
impazienza di passare. Una delle due voci ignote di poco prima, la più
calma e la più grave interrogò:
— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva?
— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione del signor Conte
Lascaris qualche cosa di preciso. Non possono esservi francesi al
confluente del Bevera.
— E perchè?
— Per la ragione che domani in città si attende un parlamentario del
nuovo generale di Nizza.
— Che prova questo?
— Non si entra a viva forza quando c'è ancora la possibilità di entrare
pacificamente.
— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione di lasciar libero
passaggio ai sanculotti?
— Ignoro le intenzioni del mio comandante e se non le ignorassi certo
non ve le direi. Ma suppongo che il nuovo generale non sia così inabile
da offendere dopo aver preannunciato un parlamentare, all'oscuro com'è
delle intenzioni nostre che gli potrebbero anche essere favorevoli.
Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente _quella voce_ riprese:
— Io sono Camillo Altariva.....
— Ah!
— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non ho per adesso
intenzioni ribelli, come non ne ha il signor duca di Nervia...
— Che è quel signore laggiù?
L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo.
— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma le cui
intenzioni io conosco. E posso anche assicurarvi che i fuochi in
questione appartengono ad un bivacco di sanculotti. Posso anche dirvi
di più.
— Che cosa?
— Non sono truppe regolari francesi. È una banda nizzarda sconfinata
per cercar bottino. E l'ha trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non
esiste più: fu messo a ferro e a fuoco.
— E gli abitanti uccisi?
— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione e, salvo qualche
malato incapace di muoversi e qualche imprudente o traditore, sono
tutti ricoverati nel castello del conte Lascaris.
— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il capitano Cavalli.
— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che domani un parlamentario
del nuovo generale verrà in città?
— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora trovarsi di già nel fortino
del Borzone.
— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci unisca lo stesso interesse,
opporci all'invasione. Lasciatemi credere che la Serenissima una buona
volta si tolga alle sue eterne incertezze....
— Permettete che v'interrompa, signore! Non dimenticate che ho l'onore
di servire la Serenissima — s'affrettò a gridare il Cavalli.
— Non ho l'intenzione di offendere il vostro governo.
— Vi ringrazio.
— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi di un nostro
messaggio al vostro comandante.
— Non vedo che vi si opponga inconveniente di sorta.
Anche Giano Lercari assentì.
— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho detto circa l'assalto al
villaggio di Sant'Antonio e chiedetegli a nome del conte Lascaris e
mio, se vuole accogliere quella povera gente in città, quella parte
almeno che il castello del conte Lascaris non può contenere.
— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il Cavalli.
— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse Luca
Lascaris.
— Dite, signor Conte!
— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, prima dell'arrivo del
parlamentare francese, o anche alla sua presenza. Non dopo almeno.
— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor Conte.
— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi lasciamo il Moncherino con
la sua lanterna. Siamo i più vicini.
Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per incanto.
— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio che non
ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò quasi fra sè Giano
Lercari.
Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli rispose:
— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele Embriaco, e ti prego
di....
Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce.
— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a madamigella Chiarina se i
guanti erano di misura.
Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda riprese, dalla parte
opposta:
— Sei bastardo anche nel tirare!
E più lontana, ma sempre sghignazzante:
— Buona notte!