Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli
precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi
la vallata del Roia, si notava un allegro via vai.
Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver
accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono
dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al
portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato
che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori
s'udì nella viuzza.
— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della
scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno
popolaresca del restante.
— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato.
— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a
te.
E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che
sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico
messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e
soggiunse:
— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno!
Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una
rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E
questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo
distingueva.
— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi
prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto!
— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato?
O che.....
— Magnifico messere, il traditore Embriaco.....
Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto.
— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano
Cavalli e che faccia sonar la raccolta!
Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per
madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli:
— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi.
Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di
Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e
la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala
che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da
una vispa servetta che gli fece riverenza.
— Qual buon vento vi porta, messer Giano?
— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica
di consegnarle questo....
— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le
mani.
Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo.
— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella.
La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano
la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una
porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve
corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda
bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò
ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il
passo al Lercari.
Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui
stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi
mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato
dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata,
apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna,
vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di
carta elegante e di sigilli.
— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi
azzurri sul soldato.
— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda
questa scatola......
— Che cos'è, Giano?
— Credo che siano guanti, Madamigella,
— Guanti? giunti da Genova o da Torino?
— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero.
— Vediamo! Vediamo!
Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i
guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le
mani come una bimba. Quindi si ricordò:
— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi?
— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone!
— Ah!
Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce
tremula riprese:
— Voi lo raggiungerete, Giano?
— Sì, Madonna!
— Al forte del Borzone?
— Suppongo.
— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del
generale francese?
— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate,
anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù.
— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi
dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...?
Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì:
— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato?
Stava per aggiungere:
— Non è precisamente l'incarico che bramerei.
Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque.
— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere!
— Ai vostri ordini. Madamigella!
La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le
rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e
raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi.
— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi
licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela.
Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette
allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto
dell'innamorato alfiere.
Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette
su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e
riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva
scritto. La lettera diceva così:
Ventimiglia 19 giugno 17....
_Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di
tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care
lettere._
_Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le
mie _non adorabili_ grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so
quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai
pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi
riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale
è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter
acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete
voi. Ciò non pertanto...._
La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a
questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e
continuò: _..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che
bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende
il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire
che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra
un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che
doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho
saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato._
_Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la
presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti
caratteri._
_Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care
vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel
mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di
tutte le giovani_
_vostra affezionata ed umile amica_