Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio
temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude
cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece
annunziar presso l'ospite.
L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino.
— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità
del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari
vostro....
L'Embriaco non lo interruppe.
— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la
soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui
la vostra presenza.
— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate
asilo?
— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del
Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra
parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi
vieta di ricevere i suoi nemici.
— E così mi consegnerete al Borzone?
— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle
mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di
Dio!
L'Embriaco chinò il capo.
— Quando dovrò uscire dal castello?
— A piacer vostro, signor conte!
— Subito allora.
Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava,
giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed
amava d'eguale amore armi e profumi.
— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino
all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama.
Il Conte Lascaris trasalì.
— Un incarico per me?
— Per voi. Date ordine che ci lascino soli.
Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala.
L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni
parola, continuò:
— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi.
Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un
sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona.
Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza
la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed
arrossì violentemente.
— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese.
— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri.
Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il
giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me.
— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e
vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa.
Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del
consueto.
— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza —
l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me
per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena.
Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli
occhi in viso all'ospite.
— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera?
— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali
andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non
avrei potuto consegnarvi.
— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris.
In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta.
— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte.
Si voltò di scatto il Lascaris.
— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i
miei ordini al fortino.
Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero.
— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata
alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare
anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero,
se ho dubitato di voi.
— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi
cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti.
— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano
corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza.
L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante
del resto, e sorrise.
— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si
permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira.
La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di
Piemonte e cioè l'Austria....
Il Lascaris era troppo giovane: trasalì.
— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate
ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da
perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima:
colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza,
può essere un amico per voi?
— Lo può!
— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò
io.
— Parlate.
— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi
all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate
e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città
di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi
per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar
le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non
passeranno.....
— È certo che non passeranno.
— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può
compromettere: Per il Re?
Luca Lascaris tese la mano.
— Per il Re!
— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. —
Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora!
Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva
all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche
quest'ultima nube.
— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo
a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della
bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re
Sole.... o di voi!
E i calici gaiamente tintinnarono.