II.

Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che

succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante

della breve collina, gridò:

— Olà del forte! Olà del forte!

Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima

e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare

il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando

apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il

ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia,

fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa

bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami

d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio

cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una

piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri

disarmati.

Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la

faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso.

D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel

ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le

selci dure e gli echi dell'archivolto.

— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante!

Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto,

era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle

feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito

sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato

e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi.

Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come

colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto

impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che

divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove

s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si

schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il

Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della

repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo

rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il

nome di _Senza-dio_, non perchè professasse le teorie d'ateismo che

cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del

pollice della mano destra: _senza-dito_ quindi, ma poichè _dito_ in

genovese è pronunciato _dio_, quel nomignolo, come succede spesso per

nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato.

Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo

la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino,

indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi

indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente

sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò

d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una

piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio.

— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora

— da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una

vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista?

Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse

la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora

del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità

sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è

vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali

che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate

che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una

seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne

prego. E fate presto!

Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi

ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la

casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate.

— Signora marchesa, incominciò.....

Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe

irosamente e sarcasticamente.

— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor

marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio.

Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze

quando vi si permette di parlare ad una dama.

Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le

mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia

ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo

accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca.

— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi:

Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse

diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor

Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero

mi possa neppur attraversare il capo....

— Ed allora perchè?....

Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco

movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi

ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei.

— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è

un agguato questo!

Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia.

— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi,

quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco,

su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova!

L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il

vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per

di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora

egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere

la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte

attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare

nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a

dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido

al mare tra i faggi i pini e gli olivi.

L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la

posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla

potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione

della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli

aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto

oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di

indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a

cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la

benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno

ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita

e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non

doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio

cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando

il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti

nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una

grande confidenza la cavalcatrice:

— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris

di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio

personale....

Ed alzandosi poi alteramente:

— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro

ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda

messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la

sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di

Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore

della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo.

S'inginocchiò di nuovo.

— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna

condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello

dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella

signora, vantarsi di avervi retta la staffa.

Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che

tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che

a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro,

avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò:

— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di

arrestarlo! Dunque si leghi! Olà!

Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i

due.

— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per

Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo

all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in

qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano,

giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur

vostra vicina!

E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del

cavallo, alzò lo scudiscio.

— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di

conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora

di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al

castello.

— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone,

mordendosi fino al sangue il labbro inferiore.

— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello.

Sgombrate!

E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita

dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e

dai bravi di Bracciodiferro.

Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso

campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi,

seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le

colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava

cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo

sotto l'egida possente del feudale gonfalone.

Il Falco (Cronaca del 1796) · 第 13 / 67 题