Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò sul breve piazzale
dominante la discesa ripida verso il mare. Comandava Emanuele
Embriaco, fuoruscito genovese, che s'era voluta concedere la voluttà
d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata del Nervia
con i sessanta uomini concessigli dal marchese di Spigno aveva, non
per solo capriccio di condottiere avventuroso, impunemente bravata
la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto per
oltrepassare, col pretesto di dover riconoscere le terre a settentrione
sulla catena che costeggia il Roia ed adempiere un incarico della
Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte.
Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco
s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio
vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a
consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a
metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne
amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un
bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli
contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua
figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla
porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato
dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi
tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere
nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo
raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate.
Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando
i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e
del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero
l'ordine di cominciar l'ascesa.
Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti
neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe,
sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un
sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo
amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce
imperiosa, brevemente. E seguì il drappello.
Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano
parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del
marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli
ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi.
Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una
volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie
attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva
dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio
da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente
forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le
borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano:
gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di
Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo.
Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia
lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini,
anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il
capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano
accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla
tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva
dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il
suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica
genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro
non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso
padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal
modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo
moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero
in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di
proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di
guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento.
Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè,
alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero
liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco
tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè,
al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti
dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era
uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne
che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido,
vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e
con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti
soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al
presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo
d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza
al marchesato.
Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada,
il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo
alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro
particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia
cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli
aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo
eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa.
Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano
a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere
la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero
appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo
l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al
primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta
preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo
sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare
con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un
salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le
cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono
a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e
l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino.
— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio.
Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un
fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio
d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma
riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia
poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio
segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle
trincee con gli uomini.
L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la
collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale
che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle
mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del
fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea
d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da
roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta
come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e
bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie
secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre
il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo
orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli
e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi
luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un
tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava
tangibilmente.
— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con
un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse
impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino.
L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di
sè.
Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del
cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano
sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato
sulla baionetta il salvacondotto.
— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente.
— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E
pensò: — Prudenza ad ogni modo.
Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed
i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo
scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare
quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come
potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero.
Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che
s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi
torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al
vento del crepuscolo.
Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza
accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di
postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì
nell'interno un sùbito comando:
— Fuoco!
Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria.