CAPITOLO XV.

Tutto ciò può introdurci a intendere la genesi e la natura vera del

Virgilio della Divina Comedia. — Se si tien conto di quanto abbiamo

osservato sull'idea che si aveva dell'antichità e di Virgilio nel medio

evo, è chiaro che con questo si trova d'accordo ne' suoi lineamenti

generali il Virgilio dantesco, il quale non è certamente il Virgilio

reale augusteo, ma il Virgilio ideale che risultava dai concetti propri

di quell'età. Nondimeno sarebbe un errore il credere che la ragione

per cui Dante sceglieva Virgilio per sua guida fosse intieramente

esterna, quasi ch'egli, cercando nelle sue cognizioni un nome che

meglio si adattasse a quell'ufficio, fosse indotto dall'aureola con cui

si presentava il nome di Virgilio a scegliere questo. Il grande poema

dantesco è tale che in esso, tanto per la stessa finzione poetica,

quanto pel modo come questa è trattata, la persona e la subbiettività

dell'autore è tenuta in vista continuamente. Dante ha voluto mostrarci

il suo cosmo ideale, non fuori di sè e senza di sè, ma in sè e con sè.

La scelta dunque delle simboliche sue guide non poteva esser fatta a

caso, nè determinata da ragioni esterne, ma doveva essergli prescritta

inevitabilmente dalla storia del suo pensiero e della sua coscienza.

Se egli avesse voluto fare un poema puramente didattico, in cui di sè

e dell'anima sua punto o poco si trattasse ed in cui la sua persona

figurasse soltanto artificialmente come avrebbe potuto figurarvi quella

di un altro, di leggieri avrebbe potuto scegliere altri personaggi,

od anche come altri fecero in casi simili e il simbolismo medievale

invitava a fare, sceglier nomi di niente altro significativi che

d'idee personificate, quali, a mo' d'esempio, _Pistis_ e _Sofia_ o

altri di tal natura, in luogo di Beatrice e Virgilio. Ma l'indole del

suo poema era tale, ed il rapporto che questo aveva colla storia del

suo pensiero e dei suoi affetti era così profondo, che egli dovette

chiedere non ad altri che alla sua coscienza due nomi che fossero stati

realmente compagni del suo spirito nelle varie vicende sue e potessero

giustamente chiamarsi sue guide nell'ideale e psicologico suo viaggio.

Tali erano Beatrice e Virgilio.

Il nome di Beatrice è nome di persona reale, e rammenta al poeta un

primo suo affetto, ma la elaborazione ideale di questo oggetto del suo

amore, finì col far rappresentare a questo nome una idealità mistica,

sempre scopo di profondi affetti, ma lontanissima dal significato

primitivo; talchè pel lettore della Divina Comedia che altro non

sapesse di Dante e ignorasse la _Vita Nuova_, Beatrice apparirebbe alla

prima come un nome inventato. Virgilio, pur seguendo il processo del

pensiero dantesco, rimaneva sempre cosa reale e concreta e non soltanto

un puro nome segno d'idee e di affetti. Esso fu l'autore favorito di

Dante, in esso Dante trovò pascolo a più di una idea fervorosamente

coltivata e sostenuta, ed anch'esso, come Beatrice, fu tratto quindi

nella maestosa corrente di quello spirito, seguendone gl'ideali e

idealizzandosi esso pure. Gl'ideali a cui risponde Beatrice non sono

intera creazione di Dante, ma sono alte sintesi del pensiero medievale;

e questo stesso ha luogo per Virgilio, con tal differenza che mentre il

nome di Beatrice è applicato agli uni soltanto per un processo della

mente dantesca, per gli altri taluni caratteri si trovano nel medio

evo già aderenti al nome virgiliano, per modo che, per quanto concerne

Virgilio, Dante, innamorato di questo poeta, non ha fatto fino ad

un certo punto che concretare in una sintesi personificatrice quanto

sparpagliatamente risultava dalle idee medievali su di esso. S'intende

però, ch'ei ciò non fece come raccoglitore, ma come interprete del

pensiero medievale, che pur viveva in lui. Il tipo di Virgilio, come

personaggio e come simbolo, quale ei lo ha ideato e rappresentato, è

di gran lunga più nobile e più grande di quello risultasse dai comuni

concetti delle menti d'allora.

Dante non si riferisce mai nei vari suoi scritti, nei quali tanto si

serve di Virgilio, ad autorità alcuna relativa al poeta; Macrobio

e Fulgenzio pare ch'ei non li conosca; certo non si trovano mai

nominati da lui, e non v'ha nei suoi scritti segno alcuno da cui

possa dedursi ch'ei li leggesse. Egli conosce una interpretazione

allegorica dell'Eneide che certamente non è sua, ma di cui non nomina

l'autore, rammentandola come cosa ammessa generalmente; e questa

non è l'interpretazione di Fulgenzio, ma quella che, forse ispirata

dapprima da Fulgenzio, ebbe corso presso gli scolastici, quali

Bernardo di Chartres e Giovanni di Salisbury. Di questa egli può aver

avuto contezza nei suoi studi filosofici a Parigi. Del resto Dante

dalla lettura di Fulgenzio non avrebbe potuto essere che nauseato,

tanto barbaramente concepito e opposto alla sua idea è il tipo di

Virgilio in quell'opera, oltre che esso è unilaterale e non mostra che

malamente e stupidamente una parte di ciò che Dante vedeva e sentiva

in Virgilio. Intorno a Virgilio Dante non conobbe altro scritto che la

biografia[520].

Noi non c'impegneremo in mezzo alle polemiche degli espositori, che

con vari sistemi han voluto spiegare ciò che nel concetto dantesco

rappresentino l'una e l'altra guida che il poeta ha scelto pel suo

viaggio. La natura del nostro lavoro c'impone di cercare i rapporti del

Virgilio dantesco con la tradizione letteraria, quanto lo ravvicina al

Virgilio dei chierici medievali e quanto lo distingue da quello.

Il viaggio dantesco è figurato come una peregrinazione d'interesse e

di scopo psicologico. È una visione graduata nella quale, per arrivare

ad intuire la parte più eccelsa, l'anima deve prima purificarsi dalle

impurità che la ottenebrano, passando dinanzi al «temporal fuoco e

l'eterno», ritemprandosi nella meditazione di quanto la guasta e la

minaccia, del male morale e delle sue sanzioni eterne. Così purificato

e giunto a tuffarsi nelle acque rinnovatrici di Lete e di Eunoè, lo

spirito si rende capace di accedere alla contemplazione della eterna

idea. Due sono quindi le guide di Dante in questo psicologico viaggio,

una più reale e concreta per la parte negativa, per quella parte

in cui l'anima, rimanendo in regione umana, non fa che purificar sè

stessa e rendersi degna e capace della visione beatifica; l'altra più

mistica, ideale ed eterea per quella parte in cui l'anima estatica e

trasumanata vien sollevata alla sfera sublime della perfezione e della

beatitudine, ove più limpida e fulgida risplende «La gloria di colui

che tutto move». Quest'ultima essendo la meta del viaggio, e la parte

prima compiendosi soltanto come necessaria per giungere a questa, la

principale guida è Beatrice, da cui dipende Virgilio, il quale da essa

è mandato a Dante, tutto fa e tutto ottiene per Beatrice nei regni che

percorre, ed a questa in ogni più grave dubbio rimanda. Così, nella

meditazione purificatrice delle più tristi e dolorose realtà, guida,

maestro e conforto di Dante è un onestissimo pagano di gran nome e di

grandissima sapienza; nella contemplazione dell'idea suprema appetita

dall'animo come perfezione e felicità, guida è una donna simbolica

e ideale il cui nome corrisponde pel poeta ad un affetto intenso

e purissimo; la qual donna incarna in sè l'alta speculazione dello

spirito in quelle condizioni di lume e di grazia che solo trovansi

nel cristianesimo. La prima guida è di tal natura che quantunque molto

s'inoltrasse nella via della purificazione e del perfezionamento, non

potè giungere a rinnovarsi nelle acque di Lete e di Eunoè, nè potè

retrocedere tanto verso quel puro stato da cui l'uomo si allontanò,

da togliere fra sè e Dio l'albero fatale ad Adamo; l'altra è guida

perfetta che usufruì nell'intera pienezza il beneficio del sangue di

Cristo. Beatrice sa quindi tutto quanto sa Virgilio, ma Virgilio non

sa quanto sa Beatrice. Di mezzo alla storia curiosa e poco edificante

dei tanti sistemi d'interpretazione che sono stati sostenuti e dei

tanti vocaboli che sono stati messi innanzi per ispiegare ciò che

simboleggiano Virgilio e Beatrice (sopratutto quest'ultima), riman

sempre fuori di questione il fatto che Beatrice (sia la Teologia, la

Filosofia rivelata, o altro che si voglia chiamare) ha la sua essenza e

la sua ragione di essere unicamente nel cristianesimo, e ciò per cui si

distingue profondamente da Virgilio è la rivelazione e la fede. Questa

distinzione è del resto in più luoghi segnata a chiare note dal poeta,

ed uno de' più espliciti è quello ove fa dire a Virgilio[521]

«.... quanto ragion qui vede

Dir ti poss'io, più in là t'aspetta

A Beatrice, ch'è opra di fede.»

Fra Virgilio e Beatrice non c'è opposizione veruna, chè Dante fa

armonizzare intieramente ragione e fede; c'è anzi affetto e buona

intelligenza, e nel senso più profondo della idea che rappresentano

si può anche giustamente dire che si riducono ad una stessa cosa. Ma

di questa stessa cosa essi rappresentano momenti e condizioni diverse

tanto che ci è permesso occuparci qui, secondo il nostro intento,

esclusivamente di Virgilio senza più toccare di Beatrice.

Le ragioni per cui Virgilio è guida di Dante sono molteplici; alcune le

abbiamo già accennate parlando in generale di ciò che era Virgilio per

Dante indipendentemente dalla Divina Commedia; riassumiamole ora tutte

in breve venendo a parlare di ciò che è Virgilio nella Divina Commedia.

In primo luogo Virgilio era l'autore prediletto di Dante e il più

grande poeta ch'ei conoscesse. Grande poeta egli stesso, Dante intese

ed apprezzò la nobiltà dell'arte virgiliana con più intelligenza di

quello facesse mai alcun uomo del medio evo, e considerò Virgilio come

suo maestro in fatto di stile poetico, in quel senso che noi sopra

abbiamo dichiarato. Con entusiasmo egli ammirò in lui il cantore di

una grande gloria italiana, un poeta di sentimento italiano ed una

gloria esso stesso d'Italia. Con esso più che con qualunque altro

autore egli meditò e maturò l'alta idea dell'impero, e con esso ne

sentì tutta la grandiosa poesia; alla quale idea Virgilio non serviva

per Dante semplicemente come teorista, ma sì come testimonio, tanto pel

soggetto del suo poema, quanto pel momento storico a cui la sua persona

appartiene. Inoltre, secondo il sistema d'interpretazione allegorica

allora in voga, Dante trovava espresso allegoricamente nell'Eneide

appunto quel peregrinare dell'uomo sulla via della contemplazione

e della perfezione, ch'ei faceva subbietto del suo poema. Nel suo

concetto dei rapporti fra la ragione e la fede, e della potenza

dell'ingegno non rischiarato dalla rivelazione nel raggiungere certi

grandi veri, di mezzo alla schiera dei grandi antichi e principalmente

dei poeti, brillava Virgilio come colui che, secondo l'idea medievale,

appariva più puro e più illuminato di ogni altro, materialmente più

prossimo a Cristo, ed anche profeta, benchè inconsapevole, di questo.

Finalmente nell'ideare il materiale organismo del suo grande poema, da

Virgilio egli prende la prima idea e molti particolari del suo viaggio

fra i morti, e di lui più che di qualsivoglia altro autore fa uso in

quella vasta tela, in varie guise[522].

Tutto ciò farà intendere, spero, com'io credo intenderlo, fino a

qual punto sia profondamente vero e legittimo l'ufficio di guida sua

che Dante attribuisce a Virgilio, e come la scelta di Virgilio per

tale ufficio non sia, qual generalmente viene considerata, una mera

invenzione determinata da ragioni esterne, ma corrisponda ad una realtà

interna e psicologica tanto vera quanto quella a cui corrisponde

la scelta dell'altra guida, Beatrice. Unitamente alle precedenti

osservazioni che conducono a questa maniera d'intendere quella scelta,

è necessario non dimenticare mai questo fatto essenziale, che Dante

è ingegno creatore, non già in fatto di scienza, ma sì in fatto di

poesia e d'arte, e con uno sforzo titanico di cui egli solo fu capace,

la speculazione ei la trae nell'ambiente poetico, che è il proprio

dell'anima sua, e la poetizza. Egli è poeta e si sente poeta anzi

tutto; venerando sempre tutte le sommità dell'ingegno umano, se fra

un filosofo e un poeta, grandissimi ambedue, egli deve scegliere un

suo intimo, di certo sceglie il poeta. Perciò nel suo poema quelli

coi quali si trattiene più a lungo sono artisti e poeti, Virgilio per

primo, e Stazio, e Sordello, e Arnaldo e Casella, e quegli uomini «di

cotanto senno» fra i quali egli è sesto nel Limbo, sono tutti poeti.

Poeta egli si vede nella più ardente brama sua; questo è il merito suo

supremo pel quale spera ottenere l'agognata cessazione dell'esilio e il

ritorno, com'ei dice, «al bell'ovile ov'io dormii agnello;» e poetica

è la corona ch'egli aspira a prendere nel suo «bel San Giovanni» ove

prese il carattere di cristiano:

«Con altra voce omai, con altro vello

Ritornerò poeta, ed in sul fonte

Di mio battesmo prenderò il cappello.»[523]

La sua natura di poeta, e le sue predilezioni come tale, condivise

dal suo duca, ei le ritrae mirabilmente in tal bellissimo punto ove

guida e guidato, con grandissima loro confusione, s'accorgono d'aver

dimenticato la seria meta della loro via, sotto il fascino di un dolce

cantare[524].

In generale i dotti, anche più seri, che hanno parlato del Virgilio

dantesco han trovato naturale che Dante, cercando un antico che potesse

servir di simbolo alla ragione umana indipendente dalla rivelazione,

si fissasse sul nome di Virgilio, di cui volgarmente è nota, benchè in

modo vago e confuso, la fama di onnisciente e di quasi cristiano che

ebbe nel medio evo. Niuno si è fermato a domandarsi come mai Dante,

scolastico, non scegliesse Aristotele. Eppure al tempo di Dante, come

Dante stesso lo dice, il «maestro di color che sanno» era Aristotele

e non Virgilio, e la onniscienza si attribuiva allo Stagirita non

meno che al Mantovano, e Dante, come gli altri, considera Aristotele

come autorità suprema in filosofia, come maestro e duca della ragione

umana[525], ed anzi, come ognuno sa ed intende, nella regione propria

della scolastica il nome di Virgilio è di gran lunga vinto da quello

di Aristotele[526]; leggende relative alla sapienza di quest'ultimo

non mancarono; anche di lui si credette che fosse tanto cristiano

quanto mai si poteva esserlo prima di Cristo, e si disputò seriamente

se l'anima sua fosse in paradiso[527]; finalmente anche per l'idea

dell'impero Dante non lascia di far uso, nelle parti teoriche,

dell'autorità del grande maestro. Ma ad onta di tutto ciò, Aristotele

estraneo a Roma, greco e non latino[528] affatto ignoto a Dante come

poeta, non avea quella intimità e quell'affinità con Dante che avea

Virgilio, e d'accordo con quanto sopra abbiamo osservato, non poteva

realmente essere scelto da lui per sua guida.

Il Virgilio della Divina Comedia rivela anch'esso, come ogni prodotto

dantesco, fino a qual punto Dante aderisse al medio evo, ed insieme

fino a qual punto si separasse da questa età, superandola grandemente.

Il concetto medievale di Virgilio lo ritroviamo qui, ma la mente

geniale e creatrice del poeta gli ha impresso il suo stampo originale,

e di mezzo a quei rozzi elementi che più di una volta ci han fatto

sorridere, ha saputo trarre un tipo nobilissimo, che è creazione sua.

Delle idee medievali su Virgilio talune sono da lui sapientemente

eliminate, altre purificate e finamente elaborate[529]. Al tempo di

Dante, oltre a quanto già abbiamo riferito della tradizione letteraria

su Virgilio, erasi già anche diffusa la leggenda popolare relativa a

questo nome ed erasi già anche introdotta nella letteratura, sì nella

romanzesca che nella dotta. Dante, che non era estraneo nè all'una nè

all'altra, di certo ne avea contezza, come mostra di conoscerla il suo

_dolcissimo_ Cino, che l'avea appresa dal popolo a Napoli. È un errore

ben grande però il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico

e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio

dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c'è luogo

nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago o

taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui

in tal qualità[530]. Basta fermarsi un poco a riflettere sulla grande

idea che ha Dante del poeta, e sul culto, non punto triviale e cieco,

che professa per lui, per intendere come quelle fole che si spacciavano

dalla plebe napoletana sul suo Virgilio e che altri accoglievano

troppo leggermente, dovessero ripugnargli. E del resto il modo com'ei

tratta i maghi e gli astrologhi nel suo poema mostra chiaro che, nel

suo concetto, non solo quelle arti non avrebbero per lui costituito il

profondo sapiente che costituivano pel popolo, ma anzi l'esser così

sapiente com'ei presenta Virgilio escludeva affatto l'occuparsi di

quelle. Secondo il concetto suo, sarebbe stato obbligato a collocare

Virgilio all'inferno con Guido Bonatti, con Asdente, e con gli altri,

dei quali invece Virgilio si mostra in quel canto tutt'altro che amico

ed ammiratore[531]. Ma Dante non ha cercato pel suo Virgilio idea

alcuna che fosse estranea agli ideali suoi, coi quali egli congiungeva

il nome del poeta, e la magia in questi ideali non c'era davvero.

La parte puramente popolare che aderiva ad un nome letterario non

poteva essere accettata da un uomo che conduceva l'arte così in alto

e che tanto altamente pensava dei poeti antichi. In fatto di arte e

di opera intellettuale Dante è fieramente aristocratico. Neppure ciò

che in mezzo alla tradizione letteraria accompagnava allora il nome

del Mantovano, si addiceva intieramente all'alto concetto dantesco ed

all'uso che Dante fa di Virgilio come simbolo di nobilissima cosa. Egli

ha purificato quindi quel nome da più d'una macchia che lo deturpava

agli occhi dei cristiani. Certo, Virgilio non è un poeta osceno, e

fra gli altri si distingue per certa sua pudica riserbatezza[532];

pur nondimeno gli amori che canta nelle Bucoliche e anche nell'Eneide

destavano scrupoli in più di un asceta medievale, che condannava quella

poesia come cosa sensuale e lasciva; inoltre tali fatti leggevansi

nella biografia del poeta ed anche avean riscontro nelle Bucoliche,

secondo i quali Virgilio avrebbe dovuto esser collocato nel cerchio

dei violenti contro natura[533] là dove il poeta non esitò a collocare,

come prototipo dei maestri di scuola, Prisciano, e il proprio maestro

istesso Brunetto. Finalmente quanto alla purezza della dottrina

virgiliana, c'era bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta

latino si fosse grandemente accostato ai principî cristiani, ma c'era

anche quella ch'egli come pagano fosse poi anche caduto in più d'un

errore, singolarmente epicureo. Questo già vedemmo essergli apposto da

Fulgenzio stesso, e si accordava colla sua biografia che lo presenta

come discepolo di un epicureo, ed anche col fatto, poichè realmente

principî d'indole epicurea, com'è naturale in un poeta di quella età

in cui l'epicureismo era tanto in favore presso i romani, non mancano

nelle sue opere. Tutto ciò Dante ha lasciato intieramente da parte,

sia perchè queste a lui si presentassero come macchie di poco rilievo

dinanzi a tanta grandezza di meriti, sia perchè le interpretazioni

allegoriche gli permettessero di non vedere nel poeta quel male che

altri in esso trovava. Nella cerchia dei violenti contro natura,

Virgilio non dice parola, e il modo amorevole ed affettuoso con cui

ivi Dante parla a Brunetto suo maestro, mostra quanto in casi simili

i meriti gli facessero dimenticare certe colpe. Dell'epicureismo poi

Dante non ha una idea diretta intiera e adeguata. Sa da Cicerone _De

finibus_ che Epicuro considera fine dell'uomo la voluttà; ma lo sa

vagamente[534]. La principal colpa per cui egli colloca gli epicurei

in inferno è questa ch'essi «l'anima col corpo morta fanno», principio

ch'ei non poteva attribuire al suo poeta, che avea descritto egli

stesso il regno dei morti. Perciò Virgilio in quel canto gli parla

degli epicurei senza mostrare di averne condiviso alcun errore. E

questo processo di purificazione è proprio di Dante, nè soltanto nel

suo Virgilio si ravvisa. Tutto traendo in regione astratta e ideale,

egli di ciascuna cosa non considera che i caratteri più profondamente

tipici, trascurando le imperfezioni di fatto, o le deviazioni che una

piccola critica troppo realistica avrebbe avvertito. Così il suicida

Catone non ha luogo nella cerchia dei violenti contro sè stessi, fra

i quali pur troviamo figure tanto patetiche, ma occupa quell'alta

dignità, ed è quella veneranda e santa figura che tutti sanno.

Similmente nell'idea di Roma e dell'impero, tanto assiduamente seguìta

e profondamente rappresentata nel suo poema, Dante rammenta i grandi

tipi ideali di Enea, Cesare, Augusto, Traiano, Giustiniano; ma i brutti

tipi di antichi imperatori che la tradizione storica e la leggenda

medievale gli avrebbe inevitabilmente impedito di collocare altrove che

fra i dannati, come p. es. Nerone, ei non nomina mai.

Virgilio apparisce nella Divina Comedia molto più ricisamente cristiano

di quello apparisca nella tradizione del medio evo; ma riman sempre

chiara la distinzione che fa il poeta fra ciò che Virgilio fu mentre

visse e ciò ch'egli è dopo morto. Virgilio parla sempre come anima

di morto, che da lunghi secoli vive nel luogo assegnatole secondo

i suoi meriti; colla morte il velo le cadde dagli occhi, e la vita

di oltre tomba le rivelò quei veri che prima non avea conosciuti e

le fece intendere il suo errore, benchè involontario, e le giuste

conseguenze di questo. In questo Virgilio non trovasi in una condizione

privilegiata; ei non sa più di ciò debba aver appreso qualunque morto,

senza escludere i dannati. Questa è idea cristiana, non propria di

Dante soltanto, e da questo lato il Virgilio di Dante si accorda col

Virgilio di Fulgenzio. Anche presso Fulgenzio Virgilio parla come ombra

suscitata dal regno dei morti: lo scopo a cui serve essendo diverso

da quello del Virgilio dantesco, non dice quale fra i morti sia la sua

condizione, ma si vede chiaro che certe verità e certi suoi errori ha

riconosciuti nella vita di oltre tomba, e che tal soggetto è per lui

penoso ed umiliante, nè su di esso ama trattenersi. Ben più espansivo,

diverso affatto per iscopo, significato e carattere, il Virgilio di

Dante sa e dice quanto la morte gli apprese; sa che erano «falsi e

bugiardi» gli Dei che si adoravano al suo tempo, sa che cosa è il Dio

dei cristiani ch'ei prima non conobbe, e quindi Dante lo prega:

«Per quel Dio che tu non conoscesti,»

sa che questo Dio è «una sustanzia in tre persone», conosce il

beneficio del «partorir Maria.» Queste ed altre simili cose sa Virgilio

per la stessa ragione per cui conosce molti fatti posteriori alla sua

vita terrena, anche dei contemporanei di Dante, di recente venuti in

inferno; ed anche dei fatti anteriori sa quanto prima non avrebbe

potuto sapere, conosce Nembrotto[535] e cita il Genesi insieme ad

Aristotele[536]. Tutto quanto egli ora sa lo fa riflettere tristamente

sulla sua condizione e su quella di Platone e di Aristotele e di tanti

altri grandi antichi, che perderono la beatitudine eterna perchè non

seppero quanto col solo lume della ragione era impossibile sapere[537].

Però, se le verità cristiane che Virgilio rammenta o anche spiega,

le sa come morto, ciò non vuol dire ch'ei le sappia come un morto

qualunque; il poeta dando valore e significato di simbolo ad un nome

reale avente caratteristiche già ben note e determinate, non poteva

presentare questo sapere oltramondano di Virgilio come indipendente

al tutto, o diverso e intieramente diviso dal suo sapere mondano. C'è

quindi fra le due vite del poeta continuità e non mai opposizione.

Quello ch'egli ha appreso dopo morto non lo spinge a disdire nulla

di quanto la sua ragione gli dettò vivendo; anzi v'ha tal caso in cui

Dante muove un dubbio e Virgilio gli prova che il suo:

«Desine fata deûm flecti sperare precando»

quando giustamente s'intenda, non si oppone affatto alla dottrina

cristiana sull'efficacia della preghiera per le anime purganti[538].

Questo accordo si cerca di mantenerlo sempre nella regione ideale alla

quale appartiene Virgilio come simbolo; di certe deviazioni neppur

qui si tien conto e deliberatamente son passate sotto silenzio. Così,

benchè Dante prendendo da Virgilio l'idea fondamentale del viaggio

fra i morti, l'abbia poi notevolmente alterata nei particolari,

secondo certi concetti suoi e certe esigenze della idea e della

tradizione cristiana, pur nondimeno queste differenze fra i luoghi

che percorrono e quelli descritti da Virgilio non sono mai accennate

o toccate in alcuna guisa nel suo poema. Dante nei poeti antichi

distingue nettamente l'idea significata in modo aperto o figurato,

e l'espressione e finzione poetica che ne è l'involucro; perciò fa

anch'egli uso dei nomi e delle imagini mitologiche, non soltanto come

simboli, ma anche come elementi puramente poetici[539]. Del viaggio

di Enea all'inferno egli prende sul serio l'idea di cui lo considera

come figura o simbolo; della parte formale e fantastica egli prende

talune cose, altre lascia fuori, altre cambia, senza che ciò possa

esser soggetto di discorso nel rapporto, tutto ideale, che è fra lui e

Virgilio[540].

Il concetto della purificazione dello spirito e della intuizione

di grandi veri, avvenute per semplice sforzo di mente eletta e

privilegiata, e senza alcun aiuto esterno, là dove si trovasse

applicato ad un nome avente già un carattere letterario o dotto,

portava necessariamente con sè l'altro concetto di una sapienza

straordinaria e di una dottrina vasta ed enciclopedica. Perciò il

Virgilio di Dante è così sapiente come lo vede Macrobio, Fulgenzio e

tutto il medio evo. Virgilio nella composizione dantesca ha occasione

di presentare soltanto taluni lati del suo sapere enciclopedico;

nondimeno si vede chiaro che questo virtualmente esiste in lui, solo

limitato là dove comincia il campo di Beatrice; ed anche qui ei sa come

ombra, ma la sua veggenza di ombra armonizza colla già sua sapienza

di uomo, poichè, non conviene dimenticarlo, per quanto Virgilio sia

qui idea e simbolo, la realtà sua di uomo vissuto e di poeta non è

mai perduta di vista, anzi è frequentemente richiamata. Perciò la

grande sapienza e onniscienza virgiliana che abbiamo trovata nelle

idee del medio evo, la ritroviamo in Dante, a cui quella idea, non

solo serviva pel suo intento nel poema, ma si presentava da sè anche

indipendentemente da questo, come cosa evidente e non punto assurda;

giacchè in realtà, le proporzioni e la natura del sapere del medio evo

rendevano possibile, anzi necessario, il concetto dell'enciclopedia

come concetto di dottrina completa, ed enciclopedica è la tendenza dei

dotti di quel tempo, come di Dante stesso. Il medio evo propriamente

considerava gli antichi poeti principalmente come _savi_ e come

_filosofi_; Dante si accordava con esso e se ne discostava, in quanto

anch'egli li considerava come savi[541], ma non dimenticava punto

ch'essi erano poeti, e veramente poeti. La profondità del pensiero

nella poesia, è appunto ciò per cui egli si ravvicina, come poeta, agli

antichi, a capo dei quali è Virgilio. Virgilio adunque, come il più

alto poeta antico, è anche il più sapiente e più dotto fra gli antichi

poeti, e riconosciamo le idee del medio evo intorno ad esso quando

Dante lo chiama «virtù somma» e «quel savio gentil che tutto seppe» e

«tu che onori ogni scienza ed arte» e «mar di tutto senno» ecc. Questa

distinzione la ottiene Virgilio principalmente fra i poeti; in altre

categorie di grandi antichi altri vi sono che non appariscono, secondo

Dante, meno dotti o sapienti di lui; poichè Dante, come già abbiamo

notato, è pieno di entusiasmo per ogni illustre antico, ed è ben lieto

di trovarsi nel limbo dinanzi a quelli «spiriti magni» de' quali ei

dice: «che di vederli in me stesso m'esalto.» Con Dante si giunge a

fare distinzioni che i monaci medievali non facevano, e il nome di

Virgilio, benchè non torni intieramente al suo vero posto, è già sulla

via di tornarvi. Se adunque la scelta di Virgilio come rappresentante

della ragione e del sapere umano corrisponde al posto che occupa nella

tradizione medievale questo antico, dato quel concetto dell'antichità

più elevato che è proprio di Dante, per ispiegare la scelta dobbiamo

sempre ricorrere alle ragioni interne che abbiamo già esposte.

Le varie anime colle quali trovasi Virgilio nel limbo, e la ragione

per cui ivi con quelle si trova, costituiscono già dal principio del

poema una caratteristica generale di quel tipo che dev'essere proprio

al poeta, di cui l'indole individuale è in tutto il poema tratteggiata

con una maravigliosa delicatezza. Virgilio è una delle anime pure che

senza lor colpa rimasero prive del bene eterno. Dio lo ha posto «fra

color che son sospesi» perchè fu «ribellante alla sua legge» e «non

per fare, ma per non fare» e «per non aver fè» e perchè «se fu dinanzi

al cristianesmo, Non adorò debitamente Iddio.» Ivi con lui sono grandi

d'ogni specie, poeti, scienziati, filosofi, eroi, eroine, personaggi

storici, fra i quali anche il Saladino, come c'erano pure, prima che

Cristo scendesse a liberarli, Mosè, Rachele ed altri grandi dell'antica

legge. Insieme con tutte queste anime venerande, che ivi stanno

«con occhi tardi e gravi

Di grande autorità ne' lor sembianti»

trovansi anche i pargoletti neonati che morirono prima che il battesimo

li purificasse della sola colpa loro. Tale è la compagnia in cui vive

Virgilio:

«Quivi sto io co' parvoli innocenti

Dai denti morsi della morte, avante

Che fosser dell'umana colpa esenti.

Quivi sto io con quei che le tre sante

Virtù non si vestiro e senza vizio

Conobber l'altre e seguir tutte quante.»

La comune condizione in cui trovansi tutti questi abitanti del limbo

stabilisce e suppone fra di essi certa comunanza di sentimenti, non

toglie però che ciascuno debba avere un carattere suo particolare,

determinato dal suo nome e da ciò ch'ei fu in vita. Il genio del poeta,

così abile nella pittura dei caratteri e nel coglierne le varietà,

non avrebbe mai confuso i tipi diversi, e se avesse scelto a sua

guida Aristotele, Ovidio o Lucano, senza dubbio li avrebbe presentati

con lineamenti diversi da quei di Virgilio. Anche in questo troviamo

raffinato e nobilitato il barbaro e grossolano ideale del medio evo;

anzi qui la cosa ha luogo al punto che l'ideale dantesco, piuttosto

che essere basato sui concetti del medio evo, apparisce d'accordo

colla realtà storica. Quando si riflette a quanto vien pure determinato

dalla finzione del poema, dall'essere cioè Virgilio abitante del limbo

e messo di Beatrice e simbolo, sorprende la straordinaria armonia di

concetti per cui uno risultando dall'altro e tutto combinandosi in una

idea sola che pur trae Virgilio tanto al di là dell'esser suo reale,

pur nondimeno senza stonatura di sorta, ma in pieno accordo col resto,

troviamo in Virgilio un tipo assai più prossimo al vero di quello

mai mente medievale lo concepisse. Infatti il carattere del Virgilio

dantesco è in fondo, non solo quale viene indicato nella biografia, ma

quale realmente trasparisce nell'indole di tutta la poesia virgiliana.

È un'anima dolce e mite che ha un nobile sentimento di sè, affatto

lontano da alterigia, dotata di una sensibilità delicatissima, che

anche quando si adira rimane piena di candore, assennata e giusta, e

dove sia pur leggermente malcontenta di sè arrossisce e si confonde

come una verginella[542]. Dinanzi ad un tipo siffatto è impossibile

non rammentarsi il soave carattere d'uomo che trasparisce nella poesia

virgiliana, l'«anima candida» che Orazio riconosce in Virgilio, il

titolo di _Virgo_ che si volle trovare in questo nome e di _Parthenias_

che applicarono al poeta i suoi contemporanei napoletani. Non credo

possa dubitarsi che lo studio intenso ed intelligente del Mantovano

deve avere ispirato e guidato il poeta nel fissare i lineamenti ideali

di questa elevata e nobilissima figura.

Questo carattere sta poi in pieno accordo con quanto è Virgilio

come simbolo. Dante considera il genio e la sapienza umana con

entusiasmo e con venerazione, ma anche con giusta intelligenza; ei

non la vede lontana e misteriosa come una fantasmagoria, nè crede

doversi rimpicciolire dinanzi ad essa. Egli ha la coscienza della

propria superiorità ed ha anche, nè lo nasconde, tutto quel legittimo

sentimento di sè che deve accompagnarla. Dinanzi al suo Virgilio ei

non si trova punto a disagio, anzi c'è simpatia evidente, affetto e

stima reciproca fra i due poeti. Dante tratta Virgilio con rispetto e

venerazione, ma senza bassezza, come un maggiore della bella famiglia

a cui anch'egli sa di appartenere; e Virgilio verso di lui non tiene

atteggiamento di uomo superbo, ma si mostra amorevole, premuroso,

e paterno, quantunque superiore per la posizione di maestro e duce

che Dante stesso gli assegna[543]. Una mente eletta che intendeva

giustamente la poesia e il sapere e conosceva in che veramente stesse

la nobiltà loro, non poteva fare di Virgilio, come fece Fulgenzio, un

superbo, tenebroso e antipatico barbassoro, nè di sè stesso un povero

_homunculus_ qualsivoglia. Il Virgilio di Fulgenzio è figlio della

barbarie stolida e ignorante che abbassa ciò che vorrebbe innalzare,

quel di Dante è figlio di un rinnovamento genialmente manifestato e

rappresentato, che riscatta e rialza quanto la barbarie abbassava e

deturpava.

Il tatto delicatissimo con cui Dante ha tratteggiato questa bella

figura del suo Virgilio è posto in chiaro anche da certe leggere

ombreggiature, mediante le quali, senza toglier nulla di molto

essenziale alla sua purezza, egli ha mostrato, conseguentemente

alla finzione del suo poema, Virgilio inferiore ad altri quanto a

perfezione. Egli non solo ammette che nell'antichità anteriore a

Cristo ci fossero uomini più perfetti di Virgilio, ma anzi dalli

stessi versi del Mantovano desume l'idea del collocamento di Catone,

e il nome di quel Rifeo, il quale perchè da Virgilio indicato come

«iustissimus unus qui fuit in Teucris» ei colloca in paradiso. Il

tipo di Catone sovranamente delineato, e idealizzato anch'esso secondo

idee tradizionali[544], santo, maestoso, venerando, ma severo, stoico,

_atrox animus_, e spoglio di ogni sentimentalità terrena, trovasi ad un

gradino notevolmente superiore a quel di Virgilio, così nel merito come

nel carattere. Tanto in là Virgilio non arrivò, e Dante con maestria

tutta sua, non solo lo mostra più prossimo e familiare a sè prima di

giungere alla purificazione, ma anche, senza introdurre alcun elemento

storico o realistico desunto dalla biografia, e solo tratteggiandone

il carattere, lo mostra suscettibile di talune leggere debolezze

che a Catone non potrebbero attribuirsi e molto meno a Beatrice.

Caratteristico è il luogo ove Virgilio si lascia soverchiamente

trattenere dal canto di Casella; ma molto più evidente, pel contrasto

dei due tipi posti a fronte l'uno dell'altro, è il luogo ove Virgilio

parlando a Catone crede di poterlo commuovere pregandolo per Marzia

sua. Le parole placidamente severe colle quali Catone ricusa quella

_lusinga_, solo avendo riguardo alla «donna del ciel che muove e regge»

Virgilio in quella via, segnano nel modo il più manifesto la differenza

nel grado di purificazione a cui giunsero quelle due anime.

La varia gradazione nell'ordine della purificazione e del

perfezionamento, volendo esser fedeli al concetto del poeta, è la prima

base da cui conviene partire per determinare ciò che simboleggiano

coloro che guidano o rischiarano Dante nel suo viaggio. Virgilio, che

non ebbe fede, lo guida con passo sicuro attraverso all'inferno, ma nel

purgatorio in cui già comincia il regno più esclusivamente cristiano

della grazia, egli è incerto e di molto ignaro e guida Dante dietro

informazioni altrui. È quella la parte della via del perfezionamento

ch'ei non percorse intiera nè con passo sicuro, mancandogli la scorta

delle «tre sante virtù.» Ad un certo punto adunque a lui si unisce,

nell'accompagnar Dante, Stazio che è presentato quasi una emanazione

di Virgilio, come quegli che, non solo per lui fu poeta, ma per

lui fu anche cristiano, quale sarebbe stato Virgilio se fosse nato

dopo Cristo. In questo luogo del poema, con artificio profondo e

delicatissimo e con grande opportunità, viene posta innanzi per prima

volta l'idea medievale sulla profezia relativa a Cristo contenuta

nella 4.ª ecloga. Virgilio che fu profeta di Cristo, ma senza saperlo,

e di Cristo non parla mai in tutto il poema, trova, per così dire, un

supplemento a questa sua deficienza nell'accompagnar Dante, in Stazio,

il quale, nato dopo Cristo, potè intendere il significato di quella

profezia e per quella si convertì al cristianesimo. Stazio, come Dante,

ammiratore entusiasta del Mantovano arriva a dire:

«E per esser vissuto di là quando

Visse Virgilio assentirei un sole

Più ch'io non deggio, al mio uscir di bando.»

Di qui il bel movimento di affetti e il calore delle vive effusioni

sue allorchè sa che Virgilio gli sta dinanzi, e il motivare della sua

riconoscenza verso il poeta:

«........... tu prima m'inviasti

Verso Parnaso a ber nelle sue grotte,

E prima appresso Dio m'alluminasti.

Facesti come quei che va di notte

E porta il lume dietro, e sè non giova,

Ma dopo sè fa le persone dotte,

Quando dicesti: — secol si rinnova,

Torna giustizia, e primo tempo umano,

E progenie scende dal ciel nuova. —

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 31 / 46 题