Dopo quanto abbiamo detto s'intenderà facilmente la ragione storica per
cui la più alta sintesi e ad un tempo la maggior nobilitazione delle
idee medievali su Virgilio che abbiamo fin qui esposte ed esaminate,
si trovi alla fine del medio evo in Italia, e sia opera, non di un
ecclesiastico, ma di un secolare. Chi ha seguito questo nostro studio,
notando i rapporti fra le evoluzioni del pensiero e le vicende del nome
Virgiliano, non potrà certo attribuire al caso quella tale invincibile
attrazione che prova Dante per Virgilio, il più grande poeta italiano
pel più grande poeta latino.
Dante, se noi lo consideriamo nelle sue conoscenze e nelle tendenze
speciali della sua attività mentale, appartiene tutto al medio evo e
si distingue profondamente dagli uomini del risorgimento. Egli non è
grammatico, nè filologo, nè umanista di professione. È un'anima calda
ed entusiasta, di fibra eminentemente poetica, aperta ad ogni grande e
nobile sentimento, governata da una mente profonda che ha un bisogno
irresistibile di dilatarsi e spaziare in alte e vaste speculazioni.
Egli abbraccia l'enciclopedia medievale o scolastica, sempre però con
tendenza speciale per la parte speculativa di questa, subordinando alla
speculazione la disciplina letteraria anche nel campo delle lettere
volgari, nelle quali egli introduce, così nel grande poema, come anche
nelle liriche e nelle prose, una profondità che mai non avean raggiunta
nè in italiano nè in alcun'altra delle lingue moderne. Quella tendenza
speculativa era invero la tendenza delle menti studiose d'allora,
alla categoria delle quali Dante apparteneva. Ma ciò in cui Dante si
distingue da tutti gli altri dotti dell'epoca gli è che la speculazione
in lui si marita colla poesia ed appunto con quella poesia volgare da
cui tanto la tenevano divisa altri dotti, i quali non consideravano i
volgari che come organi possibili del pensiero popolare. Perciò Dante
che per istudi e per operosità di mente è nominalmente chierico, è
di fatto laico non solo per istato, ma per sentimento, per opinione
e per tendenza, e presso niun altro scrittore medievale prima di lui
il sapere diviene tanto schiettamente laico quanto lo diviene con
lui. Ormai si sente che i volgari e la produttività laica dall'umile
sfera popolare sono innalzati a quella dell'arte di proprio nome e
dell'attività scientifica. Questo solo fatto, di ardimento miracoloso
per quel tempo, di chiamare il volgare a servir di organo ad un'opera
così vasta e profonda pei momenti storici e scientifici che abbraccia
e per le vedute di alta speculazione storico-filosofica che incarna,
mostra di per sè quanto quella mente divina sapesse sollevarsi al
di sopra delle più alte cime del pensiero contemporaneo, dominandone
tutti gli elementi presenti e tradizionali, e, con originalità tutta
propria, spingendolo ad armonizzare ed a concatenarsi col passato e
coll'avvenire[498]. Volgarizzare la scienza, far che cessasse di essere
privativa di una casta, era un bisogno in molte guise manifestato e che
in mezzo a molti contrasti suscitati da vieti pregiudizi, era inteso e
assecondato da uomini superiori. Ben lo intese anche un contemporaneo
di Dante, il robusto intelletto e l'ardente animo di Raimondo Lullo; ma
quel ch'ei fece per tale indirizzo, come scrittore di volgare e poeta,
riuscì ben povera cosa; allato all'opera dantesca la sua non serve ad
altro che a rendere più manifesta, pel confronto, la miracolosa potenza
creatrice prodigata dalla natura a quel genio divino[499]. Questo è
propriamente ciò che congiunge Dante col risorgimento, di cui veramente
è un precursore, e questo va detto anche per quella parte che più
caratterizza il risorgimento, cioè lo studio dell'antichità classica.
La grande opera dantesca è di natura sua enciclopedica; l'enciclopedia
non è invero scopo di essa, ma è la larga base su di cui poggia. I due
grandi moventi dialettici del lavoro intellettuale d'allora, ragione
e religione, tendono nel concetto grandioso di quella vasta mente ad
equilibrarsi e la poesia si fa derivare non dalla loro separazione e
molto meno dai loro antagonismi, ma sì bene dalle loro armonie. Anche
per Dante come per tutti gli scolastici la teologia sta alla vetta
dello scibile e la filosofia è subordinata ad essa come ancella.
Ma la ragione tiene per lui un posto d'onore ben più alto che nelle
scuole filosofiche d'allora, poichè ei non la considera soltanto come
organo che serve presentemente, ma la considera nella nobile sua
storia e s'infiamma d'entusiasmo nella contemplazione delle belle
sue conquiste. Questo ei vede nell'antichità, le cui opere studia
con amore e direttamente, non conoscendole soltanto dai florilegi,
massimari e repertori, come accade a taluni principali luminari della
scolastica[500], i quali, concentrati nella speculazione militante,
non pensano a corroborarsi colla conoscenza diretta della storia del
sapere e dei grandi prodotti dell'intelletto umano. L'antichità adunque
era così tratta da Dante in quell'alta regione a cui egli sollevava
il volgare e la produttività laica; ivi già la vediamo più liberamente
spiegare le sue attrazioni e ne presentiamo il risorgimento[501].
Invero, ognuno intende che Dante era ben lontano dall'avere quel
concetto dell'antichità che poi n'ebbe Poliziano, e dallo studiarla
così come questi la studiò. Dante ha nello studio dell'antichità
parecchi elementi comuni col clero medievale, anzi si trova sullo
stesso piede di questo in generale. I suoi studi classici sono
circoscritti alla solita cerchia comune della tradizione scolastica
medievale. Ignora il greco[502] e conosce un numero limitato di
scrittori latini, non più di quello ne conosca Rabano Mauro o Giovanni
di Salisbury, anzi forse meno[503]. I suoi studi di grammatica non
superano quella linea di mediocrità molto umile che è il loro massimo
nel medio evo[504]; i soliti difetti della scuola medievale si
riconoscono in non pochi casi nei quali gli antichi autori sono da
lui fraintesi, in certe etimologie, in certe definizioni ed anche in
certe idee di teoria letteraria[505]. Come latinista è anche assai
lontano dagli umanisti che verranno poi; scrive il solito latino usuale
dell'epoca, ed in tal qualità non solo non si distingue gran fatto
dagli altri contemporanei o anteriori, ma anzi convien dire che altri
vi sono assai più distinti di lui.
Inoltre, in quanto concerne l'antichità, la sua cultura ha questo
di comune colla cultura chiesastica medievale, che l'antichità
anch'egli la vede attraverso a un prisma il quale gliela presenta
sotto un aspetto poco reale. Egli come dotto è scolastico anzi tutto,
e la meta del suo spirito è il vero raggiunto per la speculazione
filosofico-teologica; questa tendenza medievale e scolastica ei la
porta nella contemplazione dell'antichità, e quindi gli è familiare
l'interpretazione allegorica; al che il suo intelletto profondo è
tanto prono, che allegorizza sè stesso, e nel lavoro poetico i concetti
filosofici e teologici gli si rappresentano con imagini e simboli che
hanno una grande parte nella compage complicata delle sue creazioni
poetiche. Quindi egli trova facilmente allegorie negli autori antichi
che venera tutti, e non soltanto in Virgilio, ma in Lucano, in Ovidio
e in altri[506], non limitando tali interpretazioni alle finzioni
poetiche, ma anche talvolta applicandole, come appunto è l'uso del
medio evo, agli stessi fatti storici, i quali senza perdere nulla
della loro realtà, sono considerati come opportuni simboli di una idea
allegoricamente o anagogicamente ritrovabile in essi.
Questo ha Dante in comune con gli scrittori ecclesiastici, quanto
allo studio dell'antichità. Differenze però ve ne sono e notevoli.
Dante laico e secolare, pio ma non asceta, ha un'alta idea della
ragione umana e, pur considerandola come limitata, venera coloro
che la rappresentarono indipendentemente dalla rivelazione e
anteriormente alla missione di Cristo; perciò gli antichi ei non li
conosce soltanto per fatto della scuola grammaticale, nè si limita
a tollerarne lo studio come una necessità inevitabile, ma li studia
direttamente, non come filologo o grammatico e neppure come umanista,
ma come pensatore e poeta. Con esso l'uso pedagogico e scolastico di
quegli scrittori lo perdiamo quasi affatto di vista, e li troviamo
invece chiamati a servire all'attività scientifica. Nella qual cosa
Dante non era certamente il primo, poichè la scolastica avea posto
in vista Aristotele, ma Dante tutti i grandi dell'antichità sa
venerare egualmente, non soltanto i filosofi, ma tutti e prosatori
e poeti[507]; e per questi ultimi ha una predilezione che la tempra
e le tendenze dell'anima sua spiegano a sufficienza e che è di gran
lunga superiore e più libera di quanto in tal genere siamo soliti
trovare presso gli uomini di chiesa del medio evo. Qui non solo
non c'è più traccia dell'odio per questi pagani che ispira tanti
antichi chierici ed asceti, ma neppure di quei sospetti, timori,
restrizioni e renitenze che accompagnano gli uomini di chiesa meno
avversi ad essi. In questo egli era talmente diverso da coloro che
dominarono la cultura medievale, che non solo egli tratta a fidanza
coi poeti antichi quanto quei chierici non osarono mai di fare, ma,
ciò che è notevole e quasi sorprendente in un uomo che pure è tanto
cristiano, quei poeti cristiani che tanta voga aveano presso gli
ecclesiastici[508], Prudenzio, Sedulio, Giuvenco e simili, ei li
lascia del tutto in disparte e non li nomina neppure, quantunque sia
tutt'altro che estraneo alla letteratura teologica, ed ai cantici
della chiesa dia assai valore poetico, come si vede in più luoghi del
divino poema. Dante poetizzò l'idea cristiana assai più felicemente di
coloro, non già adattando a questa forme viete, e ripugnanti ad essa,
ma creando una formula di suo conio, la quale però, convien notarlo,
è propriamente adattata al sentimento cristiano teologizzante e
filosofante, quale risultava dalla chiesa cattolica, ossia dal connubio
del cristianesimo colla civiltà greco-latina e colla romanità. In
tredici secoli di esistenza il cristianesimo erasi per modo combinato
con mille elementi della tradizione antica che non pareva potessero
più disunirsi. Dante rappresenta in modo altissimo il momento in cui
si bilanciano quasi e si comportano reciprocamente, momento che dovea
essere transitorio, ma che Dante non considerò come tale e non avrebbe
mai voluto fosse tale. Poichè veramente egli non è ribelle in alcuna
guisa all'idea religiosa, nè ciò che oggi dicesi libero pensatore[509],
nè prevedeva nè poteva prevedere che l'ulteriore sviluppo di
quella attività raziocinatrice che richiamava in onore l'antichità
vilipesa e trasandata, dovesse finire come poi finì gradatamente,
con un affievolimento del sentire religioso ed una reale e continua
diminuzione della cristianità, se non nelle formole e negli usi, certo
nelle coscienze. Questo conobbe la chiesa che si dichiarò nemica a quel
moto, come lo fu a Dante che era uno dei principali rappresentanti di
quello, e i fatti han provato che, non certamente nell'interesse nostro
ma nel suo, essa aveva ragione.
Questa stima dell'antichità e questa propensione per essa sta in
diretto rapporto col sentimento che Dante ha della poesia antica.
La sua anima è anima di poeta anzitutto, ed il sentimento poetico
lo accompagna sempre dovunque si conduca il suo spirito; la donna,
la patria, la natura, la fede, la scienza, tutto vede poeticamente,
di tutto sente profondamente la poesia. Perciò, quantunque, come
dicemmo, anch'egli vegga l'antichità attraverso alla filosofia e alla
teologia, in modo simile a quel dei monaci, allato a questo fatto
della sua mente sta il fatto dell'animo suo che sente rivivere in sè
il sentimento poetico antico quanto a niun monaco non accadde mai.
La sua mente, speculatrice e sintetica in grado straordinario, tende
a coordinare filosoficamente tutti i vari obbietti del suo sentire
poetico, la fede cristiana e la tradizione antica, l'amor della donna
e della patria, e l'amore del vero; ma il fatto più essenziale sta in
questo, che propriamente l'anima sua trovasi a quell'altezza in cui il
sentimento poetico cessa dall'essere unilaterale e diviene universale,
non concentrandosi nella poesia di una cosa sola, ma rendendosi aperto
all'efficacia poetica di cose diverse: egli è già quasi a livello
dell'uomo moderno che sente la poesia di Eschilo e di Virgilio, come
sente quella di David, di Shakespeare e di Goethe. Questo lo distacca
profondamente dal medio evo monastico. È realmente tanto vivace quel
sentimento della poesia antica nell'anima sua geniale ed essenzialmente
poetica, ch'ei non ha punto d'uopo ad esprimerlo della lingua e della
versificazione latina, anzi il volgare è per questo, come per ogni
altro suo sentire, l'organo più simpatico per lui, il più opportuno,
come infatti è il più naturale. Allorchè un poeta sa coniarvi di suo
una imagine com'è quella:
«Quale ne' plenilunii sereni
Trivia ride fra le ninfe eterne
Che dipingono il ciel per tutti i seni»
e tante altre simili, vivamente poetiche, quali da più secoli niun
versificatore latino ne sapeva creare, sarebbe vana cosa chiedere se
quel poeta sente veramente la poesia antica; e chi intende sa ch'io
ciò non dico soltanto per quei nomi di Trivia e di ninfe. Quest'uomo
ha dinanzi alla mente l'antichità e i poeti antichi come cosa tanto
familiare che nella poesia gli si presentano sempre irresistibilmente,
e ciò senza mai essere ciò che dicesi imitatore. Le imagini e le
similitudini spesso le prende dalla natura, e dalle reminiscenze dei
luoghi visitati nelle sue peregrinazioni, ma in grandissima parte le
prende, e con vivezza e verità poetica non minore, dall'antichità così
storica come poetica o fantastica. Niun poeta del medio evo volle o
seppe ciò fare quanto lui o come lui, niuno si era ancora mostrato
tanto intimo con quell'antico materiale poetico[510].
In Dante primeggiano due grandi sentimenti, l'amor patrio, l'amore
del vero intellettuale. Tutti gli affetti si riassumono per lui nella
formola _Amore_, a cui dà un'ampia portata, combinando col resto anche
l'amore della donna idealizzata, ch'egli arriva ad intendere in alto e
mistico senso. Quei due amori principali si combinano nella sua idea
politica e storica, come nella sua idea filosofico-teologica, per
modo che è impossibile definire s'egli arrivi da quella a questa o
viceversa. Riconosciamo ambedue nell'ardore con cui studia lo scibile
intiero, trovando il pascolo più geniale nell'antichità che gli rivela
la parte più propriamente umana di quello, nel posto che tiene l'ideale
antico in quella organizzazione politica ch'ei vagheggiava, e nel
fondamento storico su di cui basa le sue idee patriotiche. L'amor
d'Italia è in lui di una intensità straordinaria, e con questo ha
stretto rapporto anche l'amore dell'antichità; poichè la continuità
fra i romani e gl'italiani ei la concepisce intera e non interrotta
mai; la storia dei latini comincia con Enea e giunge fino al tempo suo;
tutta la gloria latina ei la sente come gloria italiana, e l'anima
sua di poeta e di patriota si entusiasma per quella. Egli non domina
altra visuale storica che quella che abbiamo veduto esser propria
generalmente degli uomini dotti del medio evo, e che si concentrava
essenzialmente nella storia di Roma, conducendo all'idea dell'impero
universale. Questo che uomini d'altra nazione concepivano solo
astrattamente e come al di sopra della loro idea nazionale, guidati
dalla storia della cultura e dell'idea religiosa, egli, oltre al resto,
lo sentiva profondamente come italiano e lo vedeva come fondamento a
legittime aspirazioni nazionali, alla nobiltà, ai diritti e alla meta
degli italiani. Le belle effusioni di questo suo sentimento nella
Divina Comedia e nelle prose sono cose troppo note perchè qui dobbiamo
rammentarle.
Tanta potenza di sentimento nazionale italiano ci fa intendere una
delle precipue ragioni della simpatia e della preferenza che ha Dante
per Virgilio. Infatti è chiaro che Dante considera Virgilio come poeta
eminentemente nazionale «la _nostra_ maggior Musa» «il _nostro_ maggior
poeta». La sua anima d'italiano si è commossa fortemente a quella
lettura, riconoscendo nei fatti narrati dal poeta l'antica storia
d'Italia, e pensando che fu bene per questa Italia nostra che
«morio la vergine Camilla
Eurialo e Niso e Turno di ferute».
E qui rammentiamo al lettore quanto abbiamo detto in principio di
questo studio sull'epopea virgiliana, considerata come la più alta
manifestazione poetica del sentimento romano. Numerosi luoghi ben noti
della Divina Comedia, fra gli altri il bel canto sul corso trionfale
dell'aquila latina, e il libro sulla Monarchia, e quanto ivi è detto
sulla legittimità dell'impero romano, singolarmente appoggiandosi
su Virgilio, mostrano quanto quel sentimento rivivesse potentemente
in Dante, e quanta armonia ci dovesse essere in tal rapporto fra il
sentire suo e quello del Mantovano. Questo sentimento che conduceva
Dante a quella utopia politica che tutti conoscono, avea, strano
a dirsi, le sue radici appunto in ciò che rendeva impossibile
l'attuazione di quella utopia, cioè nel concetto di una individualità
nazionale. Ha un bel dirci Dante ch'egli è cittadino del mondo[511];
le sue effusioni patriotiche, le sue predilezioni manifestate in verso
e in prosa per i _latini_ antichi e moderni, il suo entusiasmo per
questa Roma grandiosa che è gloria italiana, l'ardore intenso con cui
afferma colla parola e coll'esempio la nobiltà del nostro volgare,
le terribili parole ch'egli usa contro quegli uomini _abominevoli_
che preferiscono il volgare straniero a quello della patria loro[512]
e tante altre simili cose, fanno di lui il più grande e più antico
rappresentante della nostra idea nazionale, mostrano ch'egli si sente
italiano ben più assai e prima che cosmopolita. Qual posto competa
all'Italia in quell'idea dell'impero, la storia lo dice. Essa, come già
rammentammo, non fu propria soltanto di Dante, e sempre per quanti la
vagheggiarono, sia qualsivoglia il rapporto che segnassero fra papato e
impero, l'Italia apparve come il baricentro della tradizione imperiale.
Dante nell'Eneide non trovava adunque soltanto la base per una fredda
teoria politica, ma trovava anche un pascolo opportuno e gradito ad
un amore vivissimo che gl'infiammava l'animo. Oggi la cosa può esser
molto diversa, ma chi sa trasportarsi colla mente nei vari momenti
della storia deve intendere che cosa dovesse parere Virgilio ad un
pensatore e patriota italiano di quella tempra, nel secolo decimoterzo.
Arrivare al concetto della loro nazionalità senza passare per quello
dell'antichità latina era moralmente impossibile per gl'italiani. Il
prestigio che esercita l'antichità su di essi al ridestarsi del loro
pensiero e al principiare del loro rinnovamento, sieno qualsivoglia le
idee e le utopie a cui conduce, ha la sua prima base nel sentimento
nazionale. Però per quanto paia e sia pure una pazza cosa, la
tragicomedia di Cola di Rienzo ha nelle cause da cui muove tanto di
nobile e di grande che riesce simpatica e poetica oltremodo. L'idea
dell'impero doveva essere un'idea italiana, come l'impero fu un fatto
italiano.
Dante adunque non è ammiratore di Virgilio soltanto perchè è un gran
nome imposto dalla tradizione. Egli riconosce che la tradizione ha
ragione di considerarlo come il più grande poeta latino, e se quella
non glielo dicesse, lo vedrebbe da sè; la dipendenza di tanti altri
poeti da lui, l'essere egli loro _onore_ e _lume_ ei vede appieno;
sa che tutti gli _fanno onore_, e sa pure che _di ciò fanno bene_.
Conosce il posto che la storia assegna ad Omero, e sa che Omero è
quegli «che le muse allattar più ch'altri mai»; ma in fatto egli Omero
non lo conosce[513], e per lui l'_altissimo_ poeta, al quale Omero
stesso fa onore venendo innanzi agli altri come sire, è Virgilio. Le
perfezioni dell'opera virgiliana, come vero poeta, le sente tutte; e
di quel miracolo dell'arte egli è superbo come italiano, poichè latino
e italiano sono egualmente lingua nazionale d'Italia, e Virgilio è la
«Gloria dei latini» per cui
«Mostrò ciò che potea la lingua nostra.»
La vivacità e la profondità delle impressioni prodotte su di lui dalla
lettura dell'Eneide, assai più che del _bucolico canto_, si scorge in
luoghi numerosissimi delle sue opere che mostrano quanto ei dicesse
vero parlando del «lungo studio e 'l grande amore» che gli fero cercare
il volume del Mantovano. E quanta efficacia egli riconoscesse nella
parola virgiliana ei lo fa esprimere da Beatrice a Virgilio, quando
nell'affidare a lui il poeta smarrito gli dice (_Infer._ II, 112):
«Venni quaggiù dal mio beato scanno
Fidandomi nel tuo parlare onesto
Ch'onora te e quei ch'udito l'hanno.»
Egli stesso ci fa sapere che l'Eneide la sapeva tutta quanta[514]. Ma
quanto era diversa questa sua conoscenza da quella dei centonari di un
tempo che facevano strazio della poesia virgiliana a cui erano affatto
sordi! Dante sentì vivamente scaldarsi dalle faville
«della divina fiamma,
Onde furo allumati più di mille;
Dell'Eneide dico»[515].
L'uso che Dante fa di Virgilio nelle opere minori mostra che questi
era veramente, com'ei dice, il _suo autore_ prediletto, di cui niun
altro fu più omogeneo e simpatico al suo spirito, e che era già da
molto tempo compagno inseparabile del suo pensiero, prima ch'ei lo
facesse compagno del suo mistico viaggio. Non v'ha cosa più bella e
più stupenda nella storia del pensiero italiano di questa simpatia che
congiunge con prodigiosa, segreta, irresistibile attrazione due grandi
rappresentanti delle due epoche più luminose di esso, e segna così in
modo imponente la continuità mirabile che esiste fra quelle[516].
Come poeta Dante è del tutto creatore e nulla v'ha che sia a lui tanto
estraneo quanto l'imitazione. Ciò si rende manifesto appunto da questo
fatto, che ad onta del suo culto per gli antichi poeti e per Virgilio
sopratutto, la mente sua robusta non ha subito l'influenza di questi
nella produzione di natura artistica. Gli uomini di questa tempra non
possono imitare, e anche quando vogliono imitare, creano. Nella poesia
dantesca si conosce quanto il poeta abbia familiari gli antichi, e
reminiscenze dello studio di questi s'incontrano numerosissime in
fatti, in nomi, in talune formole; ma in generale il tipo dell'arte
dantesca è intieramente nuovo ed originale, ed intimamente diverso
dall'arte antica. Per convincersi di ciò basta esaminare quei luoghi
nei quali il poeta ha avuto dinanzi incontestabilmente un esemplare
antico, come fra gli altri è la celebre descrizione del supplizio
di Pier delle Vigne, del quale, com'ei dice esplicitamente, Virgilio
gli ha dato l'idea nel fatto di Polidoro. Ognun vede chiaro che fra
i due poeti non v'ha di comune che il tema, mentre lo stile e l'arte
sono al tutto diversi. L'ornato retorico, il cumulo di epifonemi, la
facondia grandiloquente, proporzionata al tono epico secondo l'idea
antica e romana singolarmente, che troviamo in Virgilio, stanno agli
antipodi della semplice naturalezza ed evidenza, lontana da ogni ornato
retorico, e da ogni tendenza declamatoria, che distinguono Dante. Di
certo quand'ei chiudeva dicendo «e stetti come l'uom che teme» sapeva
bene di non imitare il risonante e magnifico «obstupui steteruntque
comae et calor ossa reliquit» di Virgilio. Di queste profonde
differenze non è possibile ch'egli non avesse coscienza, e quand'ei
dice a Virgilio:
«Tu se' solo colui da cu'io tolsi
Lo bello stile che m'ha fatto onore»
non bisogna intendere grossamente ch'egli abbia voluto poetare secondo
lo stampo virgiliano, cosa che sarebbe falsa, ma bisogna cercare quel
significato di quelle parole che la realtà giustifica, in quella guisa
come ciò conviene fare per Eschilo allorchè ei dice che le sue tragedie
altro non sono che bricioli raccolti dalla mensa omerica. Alle forme
caratteristiche della poesia dantesca quelle parole non si possono
riferire; chè infatti se la Divina Comedia non offre opera d'imitazione
artistica dell'antico, molto meno ne offrono le poesie anteriori, alle
quali pur soltanto debbono riferirsi quelle parole, essendo appunto
quelle poesie per le quali Dante avea già acquistato celebrità prima
di comporre l'opera sua maggiore. Le liriche di Dante non hanno
assolutamente che fare coll'arte antica, e molto meno coll'arte
virgiliana; esse, così nel sentimento come nella forma, sono tutte di
ragione moderna. Dante però dichiara altrove che cosa egli intenda per
quello stile che gli ha fatto onore[517]. Il carattere fondamentale
del «dolce stil nuovo», del quale egli tanto si compiace di essere
introduttore, ei lo stabilisce in questo che (_Purg._ XXIV, 52):
«quando
Amore ispira, noto, ed a quel modo
Ch'ei detta dentro, vo significando».
Subordinare la poesia agli impulsi del sentimento reale, far ch'essa
vada sempre «dietro al dittatore» è ciò ch'ei chiama suo stile e ciò
di cui è superbo. Così lo _stile_ viene a riferirsi, non tanto alle
forme dell'arte, quanto alla ragione subbiettiva di questa, ragione
che può essere identica anche in due poeti diversissimi per ordine di
produzione poetica e per qualità di forme artistiche. Convien notare
che nella parola _Amore_, secondo l'uso dantesco, principalmente sono
poste in rilievo le tendenze intellettuali.
Lo stile poetico di Dante risulta dall'opera armonizzata del sentimento
e della riflessione; è tutto prodotto di un lavoro interno che ricusa
ogni imitazione ed ogni convenzionalismo. Non è nè improvvisazione
scomposta e tumultuaria, nè fredda versificazione di dottrine e
pensieri filosofici allegorizzati[518]: è poesia vera e propria, ma
grande poesia di riflessione. Giustamente il poeta la contrappone a
quella poesia priva di profondità e di rispondenza subbiettiva che
era rappresentata da Buonaggiunta, da Iacopo notaio e simili, come
pure da quei _grossi_ dei quali parla nelle prose. Per la sapienza
della elaborazione artistica, ed anche per la profondità del pensiero
che si racchiude sotto le forme poetiche (secondo le idee medievali),
la più alta misura di nobile ed illustre poesia, ei la riconosce in
Virgilio. Insomma la poesia dantesca è grande poesia di riflessione
individuale, che si slancia ricisamente e s'innalza al di sopra
della poesia popolare o convenzionale; è poesia classica, non per
imitazione dei classici, ma perchè raggiunge quel livello di nobiltà
artistica che costituisce la classicità. Tale è «lo bello stile» di
Dante, e s'intende che Virgilio, il più grande poeta classico allora
conosciuto, fosse il più grande esempio a lui noto dell'arte poetica
così concepita[519]. Chi entra bene in questo concetto deve intendere
ch'esso non implica punto l'imitazione delle forme poetiche altrui, ma
anzi l'esclude.