Ciò che principalmente costituisce il concetto del _medio evo_ e
dà ragione di questo nome nella storia della vita intellettuale,
è un'idea negativa risultante dai rapporti che si scorgono fra il
risorgimento e l'antichità. Per tal guisa il medio evo figura come
un'età di aberrazione, al disopra della quale l'antica e la moderna
Europa si stendono la mano, si ricongiungono e si continuano. Questo
concetto che si formula in modo reciso nell'ultima somma dei fatti, si
sfuma e si gradua, com'è naturale, allorchè dalle negazioni si vuol
procedere alle affermazioni, studiando i rapporti dei tre momenti
storici che in esso trovansi posti a confronto, le cause e le vie di
quei passaggi che non possono mai essere bruschi, o non preparati e
non governati da leggi fisiologiche. Analizzato il pensiero medievale
in quanto concerne l'ideale dell'antichità, la continuità dei rapporti
coll'antichità stessa da un lato e col risorgimento dall'altro si fa
di leggieri manifesta. Si trovano nell'epoca che precedette il medio
evo elementi tali che spiegano come potesse aver luogo ed arrivare a
grandi proporzioni quell'aberrazione che caratterizza questa età, e nel
medio evo stesso trovansi gli elementi che precedettero e prepararono
il risorgimento. Due principali aspetti si distinguono in questo grande
periodo storico, i quali congiunti fra loro e paralleli fino ad un
certo punto, finiscono poi col costituire due epoche distinte, o se si
vuole, due sezioni distinte della stessa epoca. Abbiamo il medio evo
latino, appunto quello che ha il maggior rapporto coll'antichità ed
è come il centro di quanto nella cultura risale a questa; abbiamo il
medio evo volgare, che ha la sua ragione di essere in elementi nuovi
e nella emancipazione da ogni tradizionalismo. Le due classi, chierici
e laici, la schietta distinzione delle quali, come già dicemmo, è uno
dei più caratteristici prodotti del medio evo, si mescolano assai in
questi due indirizzi, non così però che abbiano egual parte in ambedue.
Pel primo l'iniziativa, la preponderanza, come anche l'anteriorità
(nei limiti del medio evo) è del clero, nell'altro l'iniziativa e la
preponderanza è del laicato; la prevalenza del laicato nella cultura
e nella vita intellettuale si afferma luminosamente nel risorgimento,
ch'è opera laica, ed ha psicologicamente, come vedremo, i suoi
antecedenti nelle lettere laiche e volgari[485].
L'antichità classica con a capo Virgilio, trascinata in mezzo al
ripugnante ed eterogeneo moto delle menti chiesastiche del medio evo
può assomigliarsi all'astro della luce che attraverso ad un'atmosfera
densa e pregna di vapori perde i raggi e il calore, non illumina,
non riscalda e non feconda. Questa grande ecclissi non cessò che
col tornare di quegli studi in mano del laicato, il che ebbe luogo
gradatamente. La prevalenza del clero e del sentimento religioso, in
generale la prevalenza della fede sulla ragione era nel medio evo
un risultato necessario della recente conversione dell'Europa al
cristianesimo. È impossibile che un fatto di tal natura avvenga in
sì grandi proporzioni e con sì persistente intensità di sentimenti,
senza che duri a lungo la forte effervescenza che deve accompagnarlo.
L'Europa doveva avere quel periodo di entusiastiche illusioni, di
concentramento fanatico in una idea sola che è indispensabilmente
proprio di tutti i neofiti. Questo periodo che avea per risultato di
sua natura di concentrare il moto intellettuale nella classe ieratica,
dura finchè la riflessione non prende il di sopra, finchè non nasce
la speculazione filosofica e razionale, ed i laici non riprendono
l'iniziativa nella cultura e nel lavoro intellettuale.
Certe tendenze personali di Carlomagno e certe misure sue relative
all'insegnamento profano hanno fatto da molti considerare questo
principe come autore di un primo risorgimento. Che indirettamente
egli riuscisse utile a quelli studi non si potrebbe negare; ma
egli non li favorì che in grazia degli studi sacri, e quel che potè
produrre colle sue misure non ha assolutamente nulla che fare con
ciò che costituisce il risorgimento. Non so se a giudicare questo
principe con rigore m'inducano le prevenzioni che può suscitare in
un italiano la colpa sua della pur troppo robusta potenza temporale
data al papato, che fruttò immensi danni alla Europa tutta e fu fino
ad oggi la maledetta piaga del nostro paese. Certo mi pare nondimeno
che alla sua personalità storica di principe laico, di legislatore e
di guerriero si unisca un assai antipatico puzzo di sacristia. Egli fu
l'_homo Papae_ per eccellenza, e niun altro principe cristiano fu più
gradito agli abitatori dei conventi, i quali contribuirono largamente
ad elaborarne la leggenda, da cui uscì quel tipo di _buon Carlone_ che
giustamente parve ridicolo ai poeti italiani di sentimento moderno,
e con tanta maliziosa finezza fu rappresentato da Ludovico Ariosto.
Dell'insegnamento secolare Carlomagno non ebbe altro concetto che il
concetto chiesastico, e colle sue misure invece di portarlo nel moto
vitale dell'attività laica, lo lasciò barbaro, stagnante e sterile
nelle mani del clero, sempre più confermandolo a questo ed estendendo
il dominio di questo su di esso con fondazioni nuove. Egli mirò
sopratutto, e giustamente, a sollevare il clero dalla inaudita barbarie
ed ignoranza in cui era caduto in Francia; volle bensì istruiti
anche i laici, ma dal clero, ed allo scopo che i cantori di chiesa
capissero quel che cantavano, che chi serviva la messa intendesse
la parola latina della liturgia[486]. Ebbe forse egli in mente anche
l'istruzione obbligatoria[487], non però mai laica; i genitori dovean
mandare i figli alla scuola del monastero o del parroco «per imparare
correttamente la fede cattolica e la preghiera del Signore e queste
insegnare anche ad altri in casa[488]. Carlomagno fu uomo grande per
alta e ferrea energia, e spiegò un talento di organizzatore, insolito
nei principi laici dei suoi tempi, ma egli fu tedesco anzi tutto e
mancò a lui tutta quella finezza e lunghezza di vedute che distinse i
grandi organizzatori chiesastici italiani, i quali crearono l'edificio
in sè stesso mirabile e straordinariamente solido della chiesa romana;
gli mancò l'idea e l'ardimento di ciò che sarebbe stato la più grande
e feconda riforma del suo tempo, di purgare la società civile dalla
invasione clericale, di chiamare il laicato a riconquistare il suo
dominio intellettuale. I tempi una rivolta intiera non l'avrebbero
permessa, ma una mente geniale e divinatrice dell'avvenire avrebbe
potuto prepararla; ed ei fece appunto il contrario. Forse per le
tradizioni, per l'indole nazionale e l'atteggiamento naturale dello
spirito, soltanto un laico italiano avrebbe potuto a quei tempi
meditare la felice rivolta; ma disgraziatamente mille cause impedivano
che un italiano potesse allora arrivare a quella altezza di potenza
laica a cui arrivò Carlomagno; il quale però, come dalla Italia e dal
Papato molto apprese per la sua politica imperiale, ed assai appoggio
ebbe per la attuazione di quella, così dal suo soggiorno in Italia,
tanto più colta e civile, trasse l'ispirazione alle riforme per
l'insegnamento e per le scuole, ed ivi si provvide pure di più d'un
maestro per queste[489].
Però la mancanza d'impulso vero e proprio per parte di quel principe,
non fa che rendere più imponente il grande fenomeno del ridestarsi
di tutta un'attività psicologica che pareva spenta, del risuscitare
di tanti sentimenti assopiti, e ricominciare un moto di vita potente
e fruttifero che passo passo conduce fino a Dante, a Michelangelo, a
Galileo. Noi però qui nello studio attraente di questo fenomeno non ci
potremo trattenere se non per quanto concerne l'idea dell'antichità e
Virgilio.
Come un ruscello per lunga pezza scorre non visto e inavvertito
sotto il terreno, finchè giunge a versare la vivida acqua nella
luce, le lingue volgari di Europa a lungo vennero vivendo e movendosi
inosservate sotto la coperta della romanità e delle lettere latine,
finchè affievolendosi sempre più il rapporto di queste collo
spirito, incominciarono a mostrarsi, senza troppo rossore, nella
rozza e fresca loro semplicità; e due sono le guise per le quali si
mostrano, ambedue significative. Dall'un lato esse appariscono nella
regione propria della cultura antica, si manifestano in glosse,
in traduzioni di scritti antichi latini, profani o chiesastici;
dall'altro si manifestano come organi di sentimenti vivi, come
portatrici di idee e di tradizioni nazionali non prima rivelate
letterariamente, e come tendenti a sviluppare una letteratura loro
propria indipendentemente dalla tradizione classica. Questo combinarsi
di due offici, apparentemente contraddittori, nello spontaneo avanzarsi
di lingue viventi, non avrebbe potuto accadere, se la cultura e
l'ideale dell'antichità fossero stati ciò che furono poi al tempo
del risorgimento, allorchè l'umanismo e il classicismo scacciava
dalla letteratura l'elemento popolare e lo spegneva. Abbiamo veduto
quanto nel medio evo la cosa fosse differente. La legittimità di
quell'avanzamento ed emancipazione dei volgari era tanto grande, che
conquisero anche la rigidità e la immobilità claustrale, e per essi il
monaco potè bene spesso ricondursi dalla violenta condizione dell'animo
suo al sentimento naturale e ritornare uomo, almeno momentaneamente.
Neppur qui gli scrupoli mancavano, poichè le antiche idee pagane
dei vari popoli d'Europa aveano una larga parte nelle poesie volgari
nazionali, e non di rado si ode levar la voce contro questi _vanissimi_
e _futili_ canti volgari. Ma se le coscienze trovavano una via per
accomodarsi colle lettere antiche, imposte allo spirito affatto
artificialmente, ben doveano trovarla per ciò che la natura invincibile
imponeva, per questi cari ricordi della patria, della lingua materna,
delle impressioni prime, cose tutte che non chiedevano sforzo per
essere apprese, ma anzi per essere dimenticate. Ed era questo un fatto
apparentemente di poca entità, ma pregno di gravi conseguenze. La
poesia popolare, indifferente com'è alla cultura, è laica per l'essenza
sua stessa, e riman sempre tale quand'anche, come accadde nel medio
evo, il clero contribuisca alla sua produzione. Con essa il clero viene
a confondersi col popolo e non solo si perde la divisione fra chierici
e laici, ma anzi il laicato si pone sulla via di riassumere il primato
intellettuale. Così il clero, senza volerlo e senza saperlo, secondava
un moto che dovea finire col privarlo della sua influenza non disputata
sulla mente e sul cuore degli uomini, e condurre poi la chiesa a
lanciare molti anatemi. Ma accadeva quel che doveva accadere, e cento
altri fatti morali e materiali dello stesso tempo provano che il
dominio assoluto della fede dovea essere cosa transitoria e la ragione
domandava imperiosamente i propri diritti.
Le cause che producevano la poesia volgare erano tanto potenti e
talmente di ragione psicologica, che estesero la loro influenza fin
sul latino, producendo quella poesia latina popolare e ritmica che fu
essenzialmente medievale, ebbe i suoi classici[490], e visse parallela
alle lettere volgari fino all'ultimo medio evo. Ciò mal si spiegherebbe
se non si sapesse quale eccezionale genere di semiesistenza avesse
il latino a quell'epoca, non come lingua vivente nel proprio senso
della parola, ma come lingua d'uso e di tale uso che in essa dovè
manifestarsi un moto non del tutto identico invero, ma certo simile a
quello che si manifestò nel volgare. Col XII secolo si appalesa quel
prodigioso movimento che tanto produce nelle sfere dell'arte e della
scienza, e segna una grande epoca nella storia dello spirito umano.
In questo moto il primato rimane ai secolari che ne sono la molla
più potente; presso di essi propriamente ha luogo in modo efficace il
connubio intimo, benchè alla prima quasi paradossale, fra la poesia
romantica e cavalieresca di origine affatto popolare, e la cultura, la
tradizione e il sapere; dal che la poesia popolare finisce coll'essere
sollevata a poesia d'arte. Di qui il fatto apparentemente singolare
che i Goliardi o Vaganti, componendo poesie latine ritmiche di conio
tutt'altro che classico ed essenzialmente moderne e popolari, ossia
laiche nella forma come nel sentimento, pure scrivendo latino, ed
essendo uomini di studio e apparendo anche tali nei loro versi, si
considerano come chierici e mostrano il più profondo disprezzo pei
laici, ossia per gli uomini che per istato non appartenevano alla
scuola[491]. Tale uso del latino e i rapporti suoi col volgare, come
organo di pensiero e di sentimenti, rendeva prossimi alla letteratura
popolare, più assai di quello avrebbero potuto esserlo in condizioni
più normali, i nomi della tradizione antica, i quali venivano per
tal maniera a trovarsi come sospesi in quel mezzo eterogeneo, sia
che il sentimento nuovo, o la poesia popolare, si esprimesse in
lingua volgare, sia che si esprimesse in lingua latina. Da tutto ciò
nasceva che l'antichità trasportata in quella corrente di nuova natura
subiva un'altra peripezia, nuova e diversa da quella che avea subìto
attraverso alle idee ecclesiastiche e claustrali, talchè la troviamo
curiosamente travestita secondo le idealità romantiche. Accade che
uno stesso autore, in uno stesso tempo, come p. es. Ovidio, venga da
taluno _moralizzato_ o interpretato allegoricamente secondo un senso
morale, da altri _romantizzato_, si trovino cioè i fatti patetici o
sentimentali dei quali egli parla travestiti secondo il sentimento
romantico e cavalleresco di quella età. Il nuovo moto poetico popolare
era tanto gagliardo che influiva sugli elementi della cultura e
li trascinava seco, la lingua, le forme e i fatti poetici antichi
riducendo a modo suo, e rendendo inavvertita la stonatura che in ciò
tanto offende noi.
La produttività artistica e intellettuale veniva ad avere per tal guisa
due indirizzi, il dotto o scolastico, il popolare o romantico, e quindi
l'ideale dell'antichità scindevasi anch'esso in due, lo scolastico
e il romantico. Il primo aderiva ai concetti propri dei chierici del
più antico medio evo, e purificandosi, correggendosi e completandosi
gradatamente si separava dall'altro arrivando al risorgimento,
quest'altro, nato dall'idea secolare propria dell'ultimo medio evo,
rimase proprio delle lettere popolari e romantiche e fu rappresentato
nella letteratura finchè in questa potè avere accesso l'elemento
popolare. Non è quindi da maravigliare se i due concetti coabitano
spesso in una stessa mente, essendo cosa comune allora che uno stesso
uomo componesse opere di natura dotta e poesie volgari o latine
d'indole romantica. Il concetto scolastico dell'antichità, qual'era
allora, non imponeva gran cosa dal lato estetico o sentimentale, e
lasciava posto al concetto romantico che in certo modo lo completava.
Noi non istaremo qui a seguire Virgilio in quanto subì per l'indirizzo
romantico; di ciò dovremo occuparci nella seconda parte di questo
lavoro.
Non in tutti i paesi dell'occidente europeo l'antichità fu egualmente
romantizzata, altri più altri meno si mostrarono inclinati a
vederla così travestita, a quella maniera come varia ne' vari paesi
è la cronologia delle lettere volgari, le quali incominciarono
più presto in alcuni che in altri. Questi fatti rientrano l'uno
nell'altro, procedendo da una sola precipua ed ovvia cagione, quella
cioè dell'essere gli studi antichi più omogenei allo spirito, più
propriamente indigeni e più vitali in alcuni paesi che in altri.
S'intende perchè i popoli celtici o germanici non latinizzati se ne
allontanassero primi, perchè in ciò li seguissero Francia e Provenza e
ultime Italia, Spagna e Portogallo. L'Italia era naturalmente il paese
in cui doveano essere cosa domestica più che in qualunque altro, il
paese considerato anche allora da tutti gli altri come classico per
eccellenza. Qui il volgare e il latino si contrapponevano molto meno
ricisamente che altrove; non solo il volgare era figlio del latino,
trasformazione naturale e fisiologica di esso, ma anche, quantunque
avesse acquistato una esistenza e una individualità sua propria,
portava tanto in sè della natura del suo genitore da potersi facilmente
piegare più che tutti gli altri volgari alle forme classiche. Fu
quindi fra le lingue viventi la lingua classica del risorgimento, il
quale ebbe luogo, come doveva, prima in Italia e poscia, per influsso
italiano, altrove.
Parecchie espressioni di scrittori non italiani del medio evo e la
menzione che trovasi di scuole tenute allora da laici fra noi hanno
fatto credere a più dotti odierni che già in quel periodo del medio evo
che precedè la letteratura volgare, la cultura dei laici fosse presso
di noi maggiore che altrove; e questo essi pongono in rapporto col
fatto del risorgimento[492]. Che realmente il laicato italiano fosse
gran fatto più colto del restante laicato europeo, io, lo confesso,
non lo credo, nè credo si ricavi da quei tali vaghi indizi da cui altri
ciò vuole desumere. In tal questione qui non potrei fermarmi, ma mi si
può concedere di notare che il laicato italiano, prima delle lettere
volgari, non si mostrò in alcuna guisa più produttivo di qualunque
altro laicato. Gli è che, per quanto ciò possa parere paradossale, i
veri precedenti del risorgimento non sono da cercarsi negli elementi
tradizionali antichi, ma sì negli elementi del rinnovamento, non
nelle lettere latine, ma nelle volgari. C'è presso i laici italiani
un desiderio evidente d'iniziarsi alla cultura classica, ma questo si
manifesta parallelamente allo svolgersi delle lettere volgari, nè se
ne trova traccia notevole prima di queste[493]. Le idee che troviamo
presso di essi allorchè questa tendenza si spiega, mostrano chiaramente
che anche qui l'iniziativa in questi studi era stata propria del clero
e che, se pure i laici ebbero qualche cultura maggiore qui che altrove,
questa non fu in alcuna guisa diversa per limiti, indole, ufficio e
tendenze da ciò ch'essa era presso il clero. L'ideale dell'antichità,
l'apprezzamento di essa, il suo collocamento nell'enciclopedia umana
fu dapprima pel nostro laico, quello stesso ch'era pel monaco, e
molto ci volle perchè il laico, anche italiano, si sbarazzasse del
concetto medievale e giungesse a quello studio amoroso e intelligente
dell'antico che si osserva nel risorgimento. Trattavasi, per giungere a
ciò, di riformare intieramente lo spirito che la influenza chiesastica
avea chiuso alla intelligenza dell'antico, espanderlo, innalzarlo,
esercitandolo in una palestra in cui tutte le sue forze già rese inerti
e assopite fossero richiamate a vita. Questa palestra ei la trovò in
tutta la sua attività nuova e indipendente dalla tradizione, colla
quale secondo un processo tanto più vigoroso quanto più naturale e
spontaneo, ei gradatamente raffinò e nobilitò sè stesso e giunse a
innalzarsi fino alla regione propria dell'arte antica. Realmente fu il
moto in cui la poesia volgare e l'arte novella pose lo spirito, quello
che condusse a ritrovare e purificare il sentimento dell'antichità
perduto o falsato. Il latino e il suo uso secondo i tipi classici di
per sè stesso non conduceva che ad una stagnazione e non ad un moto
fecondo. Ciò vediamo chiaramente nella differenza di originalità e
genialità artistica che si manifesta in uno stesso uomo, come Dante e
tanti altri, secondo che scriva latino o volgare.
Il punto di partenza degl'italiani adunque all'entrare nel movimento
della vita moderna è, quanto al materiale ed al carattere della
cultura, quello stesso da cui partono tutti gli altri popoli; ma, per
le ragioni che abbiamo dette di sopra, quell'innalzamento dello spirito
che nasceva dalla creazione e dal perfezionamento di un nuovo tipo di
arte, fu più potente assai e più rapido presso di noi che presso altri
popoli, per modo che, quantunque degli ultimi ad avere una letteratura
volgare, questa avemmo più grande, più artistica e monumentale degli
altri, e prima degli altri giungemmo all'arte colta e di riflessione,
allontanandoci dalla plebea. Nella regione schiettamente popolare,
poco si trattenne, rispetto ad altri paesi, la poesia italiana[494].
Epopea nazionale di carattere e di origine fantastica e popolare,
non diede, a differenza di tutti i popoli d'Europa, nè poteva darne
perchè nel pensiero e nella coscienza italiana, anche indipendentemente
dalla cultura e presso la plebe, c'era la storia e l'antichità
reale, elementi incompatibili colla produzione epica; e questa
condizione psicologica era mantenuta, non soltanto da quanto pensavano
gl'italiani, ma anche dal concetto che dell'Italia avevano tutti i
popoli dell'Europa. Neppure di liriche latine popolari fu così ricca
l'Italia medievale come lo furono altri paesi[495], ed anche la lirica
volgare si allontanò dall'indole plebea e si alzò a perfezionamento
artistico più rapidamente qui che altrove.
E realmente chi consideri nel loro complesso le varie letterature
volgari del medio evo, così delle lingue latine come delle germaniche,
troverà di leggeri che non tutte ebbero la forza di acquistare
carattere classico e divenir quindi elemento di cultura anche per
le età successive. In Germania, in Provenza, in Francia esse si
tennero assai prossime al livello popolare, e assai mediocre fu la
nobilitazione artistica a cui pervennero; rappresentarono una fase
transitoria che si riflette evidente nella transitorietà e nella
varietà popolesca e dialettale delle lingue che con esse si fecero
innanzi nella letteratura e che non riuscirono per esse a nobilitarsi
intieramente acquistando uno stabile tipo letterario. Perciò fu assai
grande il distacco che il fatto del risorgimento produsse fra esse e il
momento veramente moderno delle rispettive nazioni, le quali per lungo
tempo le dimenticarono affatto, ed anche oggi non le conoscono che da
lontano e per opera de' dotti, essendo la lingua di quelle letterature
tanto diversa dalla presente da rendere necessaria la grammatica e
il dizionario e la traduzione. La sola nazione che sapesse innalzare
la lingua e la letteratura volgare alle proporzioni della classicità
e creare con quella un linguaggio letterario nobile e duraturo, fu
l'italiana che più di ogni altra ebbe occasione e motivo di non perdere
di vista nelle opere del suo pensiero l'idea del classicismo, e che
già pensava con opera di riflessione teoretica al _volgare illustre_
ed alla nuova ragione poetica[496] quando altri a ciò non pensavano in
alcuna guisa. Questa meta seguì essa dapprima indipendentemente da ciò
che potrebbe dirsi imitazione o riproduzione dell'antico, sviluppando
una forma di arte novella che, come l'antica arte romana, avea per
condizione inevitabile e suprema «la gloria della lingua» e «il bel
parlar gentile»[497]. Così avvenne che gli scrittori del trecento
rimasero e sono realmente _classici_ nostri, come quelli che hanno
intimi rapporti di continuità colla successiva letteratura e cultura
italiana, e fino al momento presente noi li sentiamo assai più prossimi
a noi di quello ciò accada presso altri popoli per gli scrittori e
poeti nazionali di quell'epoca. Ed invero è ben esageratamente largo
il significato della parola _classici_ che oggi vediamo da taluni
applicata in Germania a Wolframo da Eschenbach, Goffredo da Strasburgo
e simili distinti poeti del mittelhochdeutsch, i quali appena possono
dirsi tali per quel periodo letterario che certamente rappresentano; ad
onta dei molti sforzi dei dotti, mirabili pel sentimento nazionale che
li guida, questi autori non riusciranno mai, per la grave interruzione
che li separa affatto dal presente, ad avere quella parte nella
cultura nazionale che presso di noi hanno i nostri antichi, che vediamo
schierati intorno al nome eccelso e profondamente italiano di Dante
Alighieri.