CAPITOLO XIII.

Ciò che principalmente costituisce il concetto del _medio evo_ e

dà ragione di questo nome nella storia della vita intellettuale,

è un'idea negativa risultante dai rapporti che si scorgono fra il

risorgimento e l'antichità. Per tal guisa il medio evo figura come

un'età di aberrazione, al disopra della quale l'antica e la moderna

Europa si stendono la mano, si ricongiungono e si continuano. Questo

concetto che si formula in modo reciso nell'ultima somma dei fatti, si

sfuma e si gradua, com'è naturale, allorchè dalle negazioni si vuol

procedere alle affermazioni, studiando i rapporti dei tre momenti

storici che in esso trovansi posti a confronto, le cause e le vie di

quei passaggi che non possono mai essere bruschi, o non preparati e

non governati da leggi fisiologiche. Analizzato il pensiero medievale

in quanto concerne l'ideale dell'antichità, la continuità dei rapporti

coll'antichità stessa da un lato e col risorgimento dall'altro si fa

di leggieri manifesta. Si trovano nell'epoca che precedette il medio

evo elementi tali che spiegano come potesse aver luogo ed arrivare a

grandi proporzioni quell'aberrazione che caratterizza questa età, e nel

medio evo stesso trovansi gli elementi che precedettero e prepararono

il risorgimento. Due principali aspetti si distinguono in questo grande

periodo storico, i quali congiunti fra loro e paralleli fino ad un

certo punto, finiscono poi col costituire due epoche distinte, o se si

vuole, due sezioni distinte della stessa epoca. Abbiamo il medio evo

latino, appunto quello che ha il maggior rapporto coll'antichità ed

è come il centro di quanto nella cultura risale a questa; abbiamo il

medio evo volgare, che ha la sua ragione di essere in elementi nuovi

e nella emancipazione da ogni tradizionalismo. Le due classi, chierici

e laici, la schietta distinzione delle quali, come già dicemmo, è uno

dei più caratteristici prodotti del medio evo, si mescolano assai in

questi due indirizzi, non così però che abbiano egual parte in ambedue.

Pel primo l'iniziativa, la preponderanza, come anche l'anteriorità

(nei limiti del medio evo) è del clero, nell'altro l'iniziativa e la

preponderanza è del laicato; la prevalenza del laicato nella cultura

e nella vita intellettuale si afferma luminosamente nel risorgimento,

ch'è opera laica, ed ha psicologicamente, come vedremo, i suoi

antecedenti nelle lettere laiche e volgari[485].

L'antichità classica con a capo Virgilio, trascinata in mezzo al

ripugnante ed eterogeneo moto delle menti chiesastiche del medio evo

può assomigliarsi all'astro della luce che attraverso ad un'atmosfera

densa e pregna di vapori perde i raggi e il calore, non illumina,

non riscalda e non feconda. Questa grande ecclissi non cessò che

col tornare di quegli studi in mano del laicato, il che ebbe luogo

gradatamente. La prevalenza del clero e del sentimento religioso, in

generale la prevalenza della fede sulla ragione era nel medio evo

un risultato necessario della recente conversione dell'Europa al

cristianesimo. È impossibile che un fatto di tal natura avvenga in

sì grandi proporzioni e con sì persistente intensità di sentimenti,

senza che duri a lungo la forte effervescenza che deve accompagnarlo.

L'Europa doveva avere quel periodo di entusiastiche illusioni, di

concentramento fanatico in una idea sola che è indispensabilmente

proprio di tutti i neofiti. Questo periodo che avea per risultato di

sua natura di concentrare il moto intellettuale nella classe ieratica,

dura finchè la riflessione non prende il di sopra, finchè non nasce

la speculazione filosofica e razionale, ed i laici non riprendono

l'iniziativa nella cultura e nel lavoro intellettuale.

Certe tendenze personali di Carlomagno e certe misure sue relative

all'insegnamento profano hanno fatto da molti considerare questo

principe come autore di un primo risorgimento. Che indirettamente

egli riuscisse utile a quelli studi non si potrebbe negare; ma

egli non li favorì che in grazia degli studi sacri, e quel che potè

produrre colle sue misure non ha assolutamente nulla che fare con

ciò che costituisce il risorgimento. Non so se a giudicare questo

principe con rigore m'inducano le prevenzioni che può suscitare in

un italiano la colpa sua della pur troppo robusta potenza temporale

data al papato, che fruttò immensi danni alla Europa tutta e fu fino

ad oggi la maledetta piaga del nostro paese. Certo mi pare nondimeno

che alla sua personalità storica di principe laico, di legislatore e

di guerriero si unisca un assai antipatico puzzo di sacristia. Egli fu

l'_homo Papae_ per eccellenza, e niun altro principe cristiano fu più

gradito agli abitatori dei conventi, i quali contribuirono largamente

ad elaborarne la leggenda, da cui uscì quel tipo di _buon Carlone_ che

giustamente parve ridicolo ai poeti italiani di sentimento moderno,

e con tanta maliziosa finezza fu rappresentato da Ludovico Ariosto.

Dell'insegnamento secolare Carlomagno non ebbe altro concetto che il

concetto chiesastico, e colle sue misure invece di portarlo nel moto

vitale dell'attività laica, lo lasciò barbaro, stagnante e sterile

nelle mani del clero, sempre più confermandolo a questo ed estendendo

il dominio di questo su di esso con fondazioni nuove. Egli mirò

sopratutto, e giustamente, a sollevare il clero dalla inaudita barbarie

ed ignoranza in cui era caduto in Francia; volle bensì istruiti

anche i laici, ma dal clero, ed allo scopo che i cantori di chiesa

capissero quel che cantavano, che chi serviva la messa intendesse

la parola latina della liturgia[486]. Ebbe forse egli in mente anche

l'istruzione obbligatoria[487], non però mai laica; i genitori dovean

mandare i figli alla scuola del monastero o del parroco «per imparare

correttamente la fede cattolica e la preghiera del Signore e queste

insegnare anche ad altri in casa[488]. Carlomagno fu uomo grande per

alta e ferrea energia, e spiegò un talento di organizzatore, insolito

nei principi laici dei suoi tempi, ma egli fu tedesco anzi tutto e

mancò a lui tutta quella finezza e lunghezza di vedute che distinse i

grandi organizzatori chiesastici italiani, i quali crearono l'edificio

in sè stesso mirabile e straordinariamente solido della chiesa romana;

gli mancò l'idea e l'ardimento di ciò che sarebbe stato la più grande

e feconda riforma del suo tempo, di purgare la società civile dalla

invasione clericale, di chiamare il laicato a riconquistare il suo

dominio intellettuale. I tempi una rivolta intiera non l'avrebbero

permessa, ma una mente geniale e divinatrice dell'avvenire avrebbe

potuto prepararla; ed ei fece appunto il contrario. Forse per le

tradizioni, per l'indole nazionale e l'atteggiamento naturale dello

spirito, soltanto un laico italiano avrebbe potuto a quei tempi

meditare la felice rivolta; ma disgraziatamente mille cause impedivano

che un italiano potesse allora arrivare a quella altezza di potenza

laica a cui arrivò Carlomagno; il quale però, come dalla Italia e dal

Papato molto apprese per la sua politica imperiale, ed assai appoggio

ebbe per la attuazione di quella, così dal suo soggiorno in Italia,

tanto più colta e civile, trasse l'ispirazione alle riforme per

l'insegnamento e per le scuole, ed ivi si provvide pure di più d'un

maestro per queste[489].

Però la mancanza d'impulso vero e proprio per parte di quel principe,

non fa che rendere più imponente il grande fenomeno del ridestarsi

di tutta un'attività psicologica che pareva spenta, del risuscitare

di tanti sentimenti assopiti, e ricominciare un moto di vita potente

e fruttifero che passo passo conduce fino a Dante, a Michelangelo, a

Galileo. Noi però qui nello studio attraente di questo fenomeno non ci

potremo trattenere se non per quanto concerne l'idea dell'antichità e

Virgilio.

Come un ruscello per lunga pezza scorre non visto e inavvertito

sotto il terreno, finchè giunge a versare la vivida acqua nella

luce, le lingue volgari di Europa a lungo vennero vivendo e movendosi

inosservate sotto la coperta della romanità e delle lettere latine,

finchè affievolendosi sempre più il rapporto di queste collo

spirito, incominciarono a mostrarsi, senza troppo rossore, nella

rozza e fresca loro semplicità; e due sono le guise per le quali si

mostrano, ambedue significative. Dall'un lato esse appariscono nella

regione propria della cultura antica, si manifestano in glosse,

in traduzioni di scritti antichi latini, profani o chiesastici;

dall'altro si manifestano come organi di sentimenti vivi, come

portatrici di idee e di tradizioni nazionali non prima rivelate

letterariamente, e come tendenti a sviluppare una letteratura loro

propria indipendentemente dalla tradizione classica. Questo combinarsi

di due offici, apparentemente contraddittori, nello spontaneo avanzarsi

di lingue viventi, non avrebbe potuto accadere, se la cultura e

l'ideale dell'antichità fossero stati ciò che furono poi al tempo

del risorgimento, allorchè l'umanismo e il classicismo scacciava

dalla letteratura l'elemento popolare e lo spegneva. Abbiamo veduto

quanto nel medio evo la cosa fosse differente. La legittimità di

quell'avanzamento ed emancipazione dei volgari era tanto grande, che

conquisero anche la rigidità e la immobilità claustrale, e per essi il

monaco potè bene spesso ricondursi dalla violenta condizione dell'animo

suo al sentimento naturale e ritornare uomo, almeno momentaneamente.

Neppur qui gli scrupoli mancavano, poichè le antiche idee pagane

dei vari popoli d'Europa aveano una larga parte nelle poesie volgari

nazionali, e non di rado si ode levar la voce contro questi _vanissimi_

e _futili_ canti volgari. Ma se le coscienze trovavano una via per

accomodarsi colle lettere antiche, imposte allo spirito affatto

artificialmente, ben doveano trovarla per ciò che la natura invincibile

imponeva, per questi cari ricordi della patria, della lingua materna,

delle impressioni prime, cose tutte che non chiedevano sforzo per

essere apprese, ma anzi per essere dimenticate. Ed era questo un fatto

apparentemente di poca entità, ma pregno di gravi conseguenze. La

poesia popolare, indifferente com'è alla cultura, è laica per l'essenza

sua stessa, e riman sempre tale quand'anche, come accadde nel medio

evo, il clero contribuisca alla sua produzione. Con essa il clero viene

a confondersi col popolo e non solo si perde la divisione fra chierici

e laici, ma anzi il laicato si pone sulla via di riassumere il primato

intellettuale. Così il clero, senza volerlo e senza saperlo, secondava

un moto che dovea finire col privarlo della sua influenza non disputata

sulla mente e sul cuore degli uomini, e condurre poi la chiesa a

lanciare molti anatemi. Ma accadeva quel che doveva accadere, e cento

altri fatti morali e materiali dello stesso tempo provano che il

dominio assoluto della fede dovea essere cosa transitoria e la ragione

domandava imperiosamente i propri diritti.

Le cause che producevano la poesia volgare erano tanto potenti e

talmente di ragione psicologica, che estesero la loro influenza fin

sul latino, producendo quella poesia latina popolare e ritmica che fu

essenzialmente medievale, ebbe i suoi classici[490], e visse parallela

alle lettere volgari fino all'ultimo medio evo. Ciò mal si spiegherebbe

se non si sapesse quale eccezionale genere di semiesistenza avesse

il latino a quell'epoca, non come lingua vivente nel proprio senso

della parola, ma come lingua d'uso e di tale uso che in essa dovè

manifestarsi un moto non del tutto identico invero, ma certo simile a

quello che si manifestò nel volgare. Col XII secolo si appalesa quel

prodigioso movimento che tanto produce nelle sfere dell'arte e della

scienza, e segna una grande epoca nella storia dello spirito umano.

In questo moto il primato rimane ai secolari che ne sono la molla

più potente; presso di essi propriamente ha luogo in modo efficace il

connubio intimo, benchè alla prima quasi paradossale, fra la poesia

romantica e cavalieresca di origine affatto popolare, e la cultura, la

tradizione e il sapere; dal che la poesia popolare finisce coll'essere

sollevata a poesia d'arte. Di qui il fatto apparentemente singolare

che i Goliardi o Vaganti, componendo poesie latine ritmiche di conio

tutt'altro che classico ed essenzialmente moderne e popolari, ossia

laiche nella forma come nel sentimento, pure scrivendo latino, ed

essendo uomini di studio e apparendo anche tali nei loro versi, si

considerano come chierici e mostrano il più profondo disprezzo pei

laici, ossia per gli uomini che per istato non appartenevano alla

scuola[491]. Tale uso del latino e i rapporti suoi col volgare, come

organo di pensiero e di sentimenti, rendeva prossimi alla letteratura

popolare, più assai di quello avrebbero potuto esserlo in condizioni

più normali, i nomi della tradizione antica, i quali venivano per

tal maniera a trovarsi come sospesi in quel mezzo eterogeneo, sia

che il sentimento nuovo, o la poesia popolare, si esprimesse in

lingua volgare, sia che si esprimesse in lingua latina. Da tutto ciò

nasceva che l'antichità trasportata in quella corrente di nuova natura

subiva un'altra peripezia, nuova e diversa da quella che avea subìto

attraverso alle idee ecclesiastiche e claustrali, talchè la troviamo

curiosamente travestita secondo le idealità romantiche. Accade che

uno stesso autore, in uno stesso tempo, come p. es. Ovidio, venga da

taluno _moralizzato_ o interpretato allegoricamente secondo un senso

morale, da altri _romantizzato_, si trovino cioè i fatti patetici o

sentimentali dei quali egli parla travestiti secondo il sentimento

romantico e cavalleresco di quella età. Il nuovo moto poetico popolare

era tanto gagliardo che influiva sugli elementi della cultura e

li trascinava seco, la lingua, le forme e i fatti poetici antichi

riducendo a modo suo, e rendendo inavvertita la stonatura che in ciò

tanto offende noi.

La produttività artistica e intellettuale veniva ad avere per tal guisa

due indirizzi, il dotto o scolastico, il popolare o romantico, e quindi

l'ideale dell'antichità scindevasi anch'esso in due, lo scolastico

e il romantico. Il primo aderiva ai concetti propri dei chierici del

più antico medio evo, e purificandosi, correggendosi e completandosi

gradatamente si separava dall'altro arrivando al risorgimento,

quest'altro, nato dall'idea secolare propria dell'ultimo medio evo,

rimase proprio delle lettere popolari e romantiche e fu rappresentato

nella letteratura finchè in questa potè avere accesso l'elemento

popolare. Non è quindi da maravigliare se i due concetti coabitano

spesso in una stessa mente, essendo cosa comune allora che uno stesso

uomo componesse opere di natura dotta e poesie volgari o latine

d'indole romantica. Il concetto scolastico dell'antichità, qual'era

allora, non imponeva gran cosa dal lato estetico o sentimentale, e

lasciava posto al concetto romantico che in certo modo lo completava.

Noi non istaremo qui a seguire Virgilio in quanto subì per l'indirizzo

romantico; di ciò dovremo occuparci nella seconda parte di questo

lavoro.

Non in tutti i paesi dell'occidente europeo l'antichità fu egualmente

romantizzata, altri più altri meno si mostrarono inclinati a

vederla così travestita, a quella maniera come varia ne' vari paesi

è la cronologia delle lettere volgari, le quali incominciarono

più presto in alcuni che in altri. Questi fatti rientrano l'uno

nell'altro, procedendo da una sola precipua ed ovvia cagione, quella

cioè dell'essere gli studi antichi più omogenei allo spirito, più

propriamente indigeni e più vitali in alcuni paesi che in altri.

S'intende perchè i popoli celtici o germanici non latinizzati se ne

allontanassero primi, perchè in ciò li seguissero Francia e Provenza e

ultime Italia, Spagna e Portogallo. L'Italia era naturalmente il paese

in cui doveano essere cosa domestica più che in qualunque altro, il

paese considerato anche allora da tutti gli altri come classico per

eccellenza. Qui il volgare e il latino si contrapponevano molto meno

ricisamente che altrove; non solo il volgare era figlio del latino,

trasformazione naturale e fisiologica di esso, ma anche, quantunque

avesse acquistato una esistenza e una individualità sua propria,

portava tanto in sè della natura del suo genitore da potersi facilmente

piegare più che tutti gli altri volgari alle forme classiche. Fu

quindi fra le lingue viventi la lingua classica del risorgimento, il

quale ebbe luogo, come doveva, prima in Italia e poscia, per influsso

italiano, altrove.

Parecchie espressioni di scrittori non italiani del medio evo e la

menzione che trovasi di scuole tenute allora da laici fra noi hanno

fatto credere a più dotti odierni che già in quel periodo del medio evo

che precedè la letteratura volgare, la cultura dei laici fosse presso

di noi maggiore che altrove; e questo essi pongono in rapporto col

fatto del risorgimento[492]. Che realmente il laicato italiano fosse

gran fatto più colto del restante laicato europeo, io, lo confesso,

non lo credo, nè credo si ricavi da quei tali vaghi indizi da cui altri

ciò vuole desumere. In tal questione qui non potrei fermarmi, ma mi si

può concedere di notare che il laicato italiano, prima delle lettere

volgari, non si mostrò in alcuna guisa più produttivo di qualunque

altro laicato. Gli è che, per quanto ciò possa parere paradossale, i

veri precedenti del risorgimento non sono da cercarsi negli elementi

tradizionali antichi, ma sì negli elementi del rinnovamento, non

nelle lettere latine, ma nelle volgari. C'è presso i laici italiani

un desiderio evidente d'iniziarsi alla cultura classica, ma questo si

manifesta parallelamente allo svolgersi delle lettere volgari, nè se

ne trova traccia notevole prima di queste[493]. Le idee che troviamo

presso di essi allorchè questa tendenza si spiega, mostrano chiaramente

che anche qui l'iniziativa in questi studi era stata propria del clero

e che, se pure i laici ebbero qualche cultura maggiore qui che altrove,

questa non fu in alcuna guisa diversa per limiti, indole, ufficio e

tendenze da ciò ch'essa era presso il clero. L'ideale dell'antichità,

l'apprezzamento di essa, il suo collocamento nell'enciclopedia umana

fu dapprima pel nostro laico, quello stesso ch'era pel monaco, e

molto ci volle perchè il laico, anche italiano, si sbarazzasse del

concetto medievale e giungesse a quello studio amoroso e intelligente

dell'antico che si osserva nel risorgimento. Trattavasi, per giungere a

ciò, di riformare intieramente lo spirito che la influenza chiesastica

avea chiuso alla intelligenza dell'antico, espanderlo, innalzarlo,

esercitandolo in una palestra in cui tutte le sue forze già rese inerti

e assopite fossero richiamate a vita. Questa palestra ei la trovò in

tutta la sua attività nuova e indipendente dalla tradizione, colla

quale secondo un processo tanto più vigoroso quanto più naturale e

spontaneo, ei gradatamente raffinò e nobilitò sè stesso e giunse a

innalzarsi fino alla regione propria dell'arte antica. Realmente fu il

moto in cui la poesia volgare e l'arte novella pose lo spirito, quello

che condusse a ritrovare e purificare il sentimento dell'antichità

perduto o falsato. Il latino e il suo uso secondo i tipi classici di

per sè stesso non conduceva che ad una stagnazione e non ad un moto

fecondo. Ciò vediamo chiaramente nella differenza di originalità e

genialità artistica che si manifesta in uno stesso uomo, come Dante e

tanti altri, secondo che scriva latino o volgare.

Il punto di partenza degl'italiani adunque all'entrare nel movimento

della vita moderna è, quanto al materiale ed al carattere della

cultura, quello stesso da cui partono tutti gli altri popoli; ma, per

le ragioni che abbiamo dette di sopra, quell'innalzamento dello spirito

che nasceva dalla creazione e dal perfezionamento di un nuovo tipo di

arte, fu più potente assai e più rapido presso di noi che presso altri

popoli, per modo che, quantunque degli ultimi ad avere una letteratura

volgare, questa avemmo più grande, più artistica e monumentale degli

altri, e prima degli altri giungemmo all'arte colta e di riflessione,

allontanandoci dalla plebea. Nella regione schiettamente popolare,

poco si trattenne, rispetto ad altri paesi, la poesia italiana[494].

Epopea nazionale di carattere e di origine fantastica e popolare,

non diede, a differenza di tutti i popoli d'Europa, nè poteva darne

perchè nel pensiero e nella coscienza italiana, anche indipendentemente

dalla cultura e presso la plebe, c'era la storia e l'antichità

reale, elementi incompatibili colla produzione epica; e questa

condizione psicologica era mantenuta, non soltanto da quanto pensavano

gl'italiani, ma anche dal concetto che dell'Italia avevano tutti i

popoli dell'Europa. Neppure di liriche latine popolari fu così ricca

l'Italia medievale come lo furono altri paesi[495], ed anche la lirica

volgare si allontanò dall'indole plebea e si alzò a perfezionamento

artistico più rapidamente qui che altrove.

E realmente chi consideri nel loro complesso le varie letterature

volgari del medio evo, così delle lingue latine come delle germaniche,

troverà di leggeri che non tutte ebbero la forza di acquistare

carattere classico e divenir quindi elemento di cultura anche per

le età successive. In Germania, in Provenza, in Francia esse si

tennero assai prossime al livello popolare, e assai mediocre fu la

nobilitazione artistica a cui pervennero; rappresentarono una fase

transitoria che si riflette evidente nella transitorietà e nella

varietà popolesca e dialettale delle lingue che con esse si fecero

innanzi nella letteratura e che non riuscirono per esse a nobilitarsi

intieramente acquistando uno stabile tipo letterario. Perciò fu assai

grande il distacco che il fatto del risorgimento produsse fra esse e il

momento veramente moderno delle rispettive nazioni, le quali per lungo

tempo le dimenticarono affatto, ed anche oggi non le conoscono che da

lontano e per opera de' dotti, essendo la lingua di quelle letterature

tanto diversa dalla presente da rendere necessaria la grammatica e

il dizionario e la traduzione. La sola nazione che sapesse innalzare

la lingua e la letteratura volgare alle proporzioni della classicità

e creare con quella un linguaggio letterario nobile e duraturo, fu

l'italiana che più di ogni altra ebbe occasione e motivo di non perdere

di vista nelle opere del suo pensiero l'idea del classicismo, e che

già pensava con opera di riflessione teoretica al _volgare illustre_

ed alla nuova ragione poetica[496] quando altri a ciò non pensavano in

alcuna guisa. Questa meta seguì essa dapprima indipendentemente da ciò

che potrebbe dirsi imitazione o riproduzione dell'antico, sviluppando

una forma di arte novella che, come l'antica arte romana, avea per

condizione inevitabile e suprema «la gloria della lingua» e «il bel

parlar gentile»[497]. Così avvenne che gli scrittori del trecento

rimasero e sono realmente _classici_ nostri, come quelli che hanno

intimi rapporti di continuità colla successiva letteratura e cultura

italiana, e fino al momento presente noi li sentiamo assai più prossimi

a noi di quello ciò accada presso altri popoli per gli scrittori e

poeti nazionali di quell'epoca. Ed invero è ben esageratamente largo

il significato della parola _classici_ che oggi vediamo da taluni

applicata in Germania a Wolframo da Eschenbach, Goffredo da Strasburgo

e simili distinti poeti del mittelhochdeutsch, i quali appena possono

dirsi tali per quel periodo letterario che certamente rappresentano; ad

onta dei molti sforzi dei dotti, mirabili pel sentimento nazionale che

li guida, questi autori non riusciranno mai, per la grave interruzione

che li separa affatto dal presente, ad avere quella parte nella

cultura nazionale che presso di noi hanno i nostri antichi, che vediamo

schierati intorno al nome eccelso e profondamente italiano di Dante

Alighieri.

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 29 / 46 题