CAPITOLO XII.

Lo sparire degli studi greci dall'occidente europeo nel medio evo

è un fatto considerevole di non poca conseguenza pel concetto che

dell'antichità si ebbe allora, ed anche pel posto che in questo occupò

il nome di Virgilio. Quella divisione che, ponendo capo ai due grandi

centri, Roma e Bizanzio, si manifesta fra l'occidente e l'oriente

d'Europa col cadere dell'impero e col progredire del cristianesimo,

che tanto si accentua da Giustiniano in poi, che nell'ordine religioso

finisce collo scisma di Fozio e la separazione delle due chiese, si

ripercote in modo egualmente reciso nella cultura e negli studi.

Quantunque greca fosse la lingua con cui dapprima si presentò il

cristianesimo ai popoli di cultura latina, greco il testo dei vangeli,

greci Basilio, Crisostomo, Dionigi Areopagita e tanti altri padri

venerati da tutti i cristiani, pure il centro del cristianesimo

essendosi fissato a Roma, ed esercitando colà nell'ordine religioso

quella universalità d'impero che era propria di quella sede, la chiesa

fu essenzialmente romana e latina, e adottando l'organo più universale

che era il latino, tenne vive esclusivamente, benchè colla solita

noncuranza e parsimonia, quanto agli scopi puramente profani, le

lettere romane. La decadenza poi era generale così nei paesi di cultura

latina come in quelli di cultura greca, e fra questi paesi erano in

parte distrutti quei legami che un tempo li facevano gravitare uno

verso l'altro ed attraevano tanto grande numero di letterati greci nel

mondo latino; erano sorte invece fra loro gravi cause di divisione, di

diffidenza ed anche di antipatia e d'inimicizia. Così dalla cultura

dell'occidente europeo dileguavasi quell'elemento greco che tanto

profondamente erasi infiltrato nella cultura romana, che tanto ha parte

nei prodotti letterari latini, e tanto è indispensabile a spiegarli

e intenderli intieramente. Qua e là qualcuno che sappia di greco si

trova, qualche dilettante che balbetta gli elementi di quella lingua,

qualche maestro che nelle scuole ne dia qualche idea agli alunni[466].

Ma sapere il greco è considerato come una rarità, ed anche di coloro

che passano per saperne qualche cosa, i più ne sanno in realtà tanto

poco da non arrivare a tradurre una linea senza cadere in grossi

errori. Gli esempi d'ignoranza che da questo lato offrono gli uomini,

anche più distinti, del clero latino sono numerosissimi e gravi. Le

parole greche più ovvie e di uso più indispensabile nel linguaggio

della chiesa e della scuola, trovavansi dichiarate nei glossari e nei

repertori enciclopedici. Di qui l'errore di taluni moderni che dall'uso

di certi vocaboli greci presso qualche scrittore del medio evo hanno

argomentato una conoscenza di greco, che questi in realtà non aveva.

Salvo alcuni libri di Aristotele che conoscevano in traduzioni latine,

dell'antica letteratura greca e dell'antica Grecia in generale non

sapevano più di quello potessero rilevare indirettamente dalle opere

degli antichi scrittori latini. Omero non era noto che dall'epitome in

versi latini a cui si dava spesso senz'altro il nome dell'antico poeta

greco, od anche non si sa perchè, quello di Pindaro Tebano; opera di un

_Italicus_, che può pur essere l'autore dei _Punica_; certo, è di quel

tempo, e se pur non fu fatta per la scuola, fu in questa assai e per

lunghi secoli adoperata[467].

Allorchè adunque gli scrittori del medio evo, come fanno

frequentissimamente, nel rammentare i grandi dell'antichità accoppiano

i nomi di Omero e di Virgilio in quello stesso modo come ciò soleva

farsi nei tempi romani, essi non fanno in realtà che ripetere

meccanicamente le notizie e le idee che desumono dagli scrittori

latini e dalla tradizione della scuola. Del rapporto fra Virgilio

ed Omero non avevano direttamente alcuna idea ed un tal confronto

era impossibile per essi. Omero era rimasto un nome e nulla più; il

più grande poeta antico allora realmente conosciuto e studiato nella

scuola, come primo autore profano, era Virgilio. Questo poeta adunque

tiene in quell'età, nel complesso della letteratura antica superstite

e nota, e nell'insegnamento, una posizione più alta e più assoluta di

quella da lui tenuta presso gli antichi, che leggevano e studiavano

nelle scuole anche le opere dei poeti greci. Ma d'altro lato questa

più assoluta supremazia di Virgilio nella tradizione classica era

accompagnata anche da un considerevole abbassamento della tradizione

classica stessa. Nell'attività intellettuale e nelle idee colle quali

si coltivava lo spirito a questa tradizione non rimaneva che uno

spazio limitato, reso di entità secondaria, reso sospetto e posto in

luce falsa da pregiudizi ed errori. Tutti quei chierici che dessero

opera a qualche produttività intellettuale, anche occupandosi di studi

profani e promovendoli, aveano altre preoccupazioni. Cassiodoro, mentre

raccomanda ai suoi monaci questi studi, non lascia di premettere che

si può benissimo arrivare alla _vera sapienza_ anche senza lettere.

«Nondimeno, soggiunge, può essere opportuno prenderne _parcamente e

con moderazione_ qualche notizia, non perchè in esse stia la speranza

della nostra salvezza, ma perchè studiandole come di passaggio,

desideriamo che dal Padre dei lumi ci sia concessa la sapienza proficua

e salutare»[468]. Queste parole bastano a qualificare nel modo il più

esatto l'atteggiamento del clero rimpetto agli studi profani durante

tutto il medio evo. E veramente tutta la forza, il nerbo dell'attività

intellettuale dirizzavasi alla teologia ed all'ascetismo, estendendosi

alle astrazioni della dialettica e della filosofia speculativa. In

faccia a queste gravi discipline che riempivano di sè i migliori

intelletti d'allora, ogni altro studio letterario era pei fanciulli

una preparazione necessaria a cose maggiori, per gli adulti un

trastullo, un passatempo, ed occuparsene esclusivamente e sul serio

pareva frivolezza e cosa indegna della dignità di un ecclesiastico.

Anche chi non accusava Silvestro II di magia pel suo sapere di

meccanica e matematica, confessava ingenuamente che era «troppo dedito

agli studi secolari»[469]. Tal modo di vedere era generale: non era

proprio soltanto di coloro che facean la guerra agli studi profani e

li disprezzavano o condannavano, come fondati sopra autorità pagane,

ma anche di coloro che li apprezzavano e in certa maniera cercavano

di promuoverli. Ciò spiega certe contradizioni che si notano anche

fra contemporanei; come cioè, mentre alcuni più equi deplorano la

decadenza degli studi letterari, altri ne parlano come di cosa che

fiorisce anche troppo[470]. Come certe ripugnanze non impedissero agli

studi profani di vivere, lo abbiamo visto; ma certo la loro vita così

permessa era una vita stentata, e fiorire in quelle condizioni non

era possibile. La loro esistenza a quell'epoca è come epilettica, il

deliquio è frequente, e frequente la minaccia che la vita si spenga.

L'idea che quella età offre di sè è tale, che lo storico indica come

un fatto notevole e quasi inaspettato la sopravvivenza degli studi

classici. La loro storia è una miserabile storia di richiami a vita e

di segni di vita. Come mendichi vanno da un chiostro all'altro; raro,

precario e povero è il favore che qualche principe accorda loro. A

Carlomagno, che li protegge malamente, succede Ludovico Pio che li

detesta[471]. Non era soltanto l'indole pagana delle lettere antiche

che le allontanava dagli spiriti, era anche in generale la mondanità

di questi studi. Ciò che può chiamarsi soddisfazione o piacere

estetico appariva come una sensualità peccaminosa o traviatrice. Anche

la ricreazione doveva essere edificante ed aver luogo piamente. Lo

scopo della cultura, dominata dal monachismo, non era più abbellire

e raffinare lo spirito, ma edificarlo, purificarlo, santificarlo

in ordine al suo fine estramondano e secondo i principî teleologici

che costituiscono l'essenza stessa del cristianesimo. In luogo della

concorrenza degli scrittori greci, gli antichi latini subivano nel

medio evo quella, ben più ad essi dannosa, dei libri sacri. Eran

questi i veri classici dell'epoca, quelli sui quali lo spirito si

plasmava, nei quali trovava il pascolo più omogeneo e che costituivano

il cardine precipuo della vita morale. In questi, singolarmente

nei libri dell'antico testamento, troviamo già quella universalità

dell'idea religiosa che penetra e pervade tutta l'enciclopedia umana,

come governa tutto l'organismo sociale, e che fu tanto essenzialmente

propria dell'ideale cristiano quanto lo era stata del giudaico. In

quei libri così prossimi allo spirito, qual esso era in quel tempo,

stava il primo fondamento dell'educazione morale e religiosa. Allato

ad essi stavano Virgilio e gli altri vecchi ordigni della educazione

profana, ma con tutta quella enorme distanza che separa la parola

dell'uomo dalla parola di Dio, la stima letteraria dalla venerazione

religiosa. E comunque considerare quei libri come opere letterarie

e metterli a livello dei classici potesse parere una profanazione,

pur nondimeno un carattere letterario loro speciale essi lo hanno;

singolarmente in fatto di poesia l'uso continuo di quelli nella lettura

edificante, nella liturgia, nella preghiera esercitava una influenza

considerevole, avvezzando a formole poetiche, ad imagini di un conio

speciale, ad un tipo insomma di poesia affatto particolare distinto

e diversissimo dal tipo classico, e ben più che la poesia classica

armonizzante coi più caldi sentimenti dell'animo che credeva nella

divinità di quella parola. Era questa una delle cause più potenti

che, come già abbiamo veduto di sopra, spogliava di ogni segno di vita

reale le forme classiche superstiti nell'uso scolastico, e che in pari

tempo allontanava lo spirito dal penetrare nella natura della poesia

antica, rendendolo inabile a giudicare indipendentemente da qualunque

preoccupazione religiosa e con occhio assolutamente laico o profano.

Per intendere appieno una poesia essenzialmente diversa da quella

che è propria del tempo in cui si vive, si richiede uno sforzo dello

spirito teorizzante che si sollevi in quella più alta regione da cui

esso possa abbracciare con giusto sguardo più fasi e forme diverse

della produttività umana; si richiede una speciale palestra estetica

che renda il gusto raffinato tanto da poter sentire molto di più di

quello sia abituato a sentire dai fenomeni volgari e comuni della vita

nella quale si spiega. Per fatto di sola natura a ciò non si arriva;

è necessario un lavoro non piccolo nè qualunque di educazione e di

cultura, così individuale come universale, quale lo troviamo presso

gli uomini del risorgimento e sarebbe vano cercarlo presso i monaci

del medio evo. La cultura del medio evo in tutta la sua parte profana

e tradizionale è cosa troppo povera, debole e trasandata perchè possa

sollevar le menti molto al disopra del livello popolare e volgare.

L'umanismo di proprio nome è estraneo a questa età. Il monaco il

più mondano, il più innamorato degli antichi scrittori, è sempre

infinitamente più prossimo al popolano di quello possa mai esserlo

l'ultimo dei latinisti del risorgimento. Perciò in quanto è poesia

profana il monaco come il laico del medio evo avea l'animo più aperto

alla poesia nuova del tempo, nazionale o popolare, che alla poesia di

forma classica. Se ciò non fosse, niuno potrebbe spiegare la grande

invasione della poesia popolare nei chiostri, e come i monaci siano

fra i più antichi rappresentanti o raccoglitori di quella, così nelle

forme sue latine come nelle volgari. Niuno che non abbia bene inteso la

natura e le cause di questa aberrazione dagli ideali letterari antichi,

della incapacità d'intenderli anche tenendoli dinanzi, che caratterizza

le menti medievali, potrà mai capire completamente il fatto del

risorgimento.

Invero il chierico medievale, per la natura della sua fede, non

accettava che una piccola parte del sapere antico, e questa stessa

parte ch'egli accettava, per l'attitudine del suo spirito e la qualità

della sua cultura, ei non la conosceva che esternamente, vedendola come

in lontananza e in una luce falsa; ma ciò non vuol dire che nella mente

sua quell'antico sapere non rappresentasse una grandissima cosa. Il più

bigotto e fanatico asceta, anche odiando gli antichi, non esita mai a

crederli sapientissimi, a quella maniera com'ei crede sapientissimo,

quantunque malvagio e tentatore, lo spirito delle tenebre, al quale

non di rado giunge ad attribuire i miracoli dell'arte antica. Questo

giudizio non è invero mai dettato da un apprezzamento diretto; in gran

parte esso è dovuto alla secolare autorità ed all'aureola imponente con

cui, per tradizione irrecusabile, suonavano alle orecchie di costoro

i nomi di Platone, di Aristotele, di Omero, di Cesare, di Cicerone, di

Virgilio; in parte anche a ragioni puramente negative, e più di tutto

alla ignoranza che contribuiva anche ad ingrandire ed a falsare il

concetto di quella sapienza. Non solo l'idea cristiana non spingeva a

negare i miracoli della ragione, ma spingeva ad esagerarli, ingrandendo

così il merito della fede. All'idea di un conflitto necessario fra

ragione e fede, di una contradizione costante fra di esse, il cristiano

non si poteva certamente adattare; perciò non tutto quanto era

dell'antichità condannava, ma, distinguendo le sfere proprie a ciascuna

e i punti nei quali s'incontrano e quelli nei quali stan separate, era

indotto a fare armonizzare ragione e fede, mostrandole divise piuttosto

da confini che da ostilità o da flagranti contradizioni. L'asceta

del medio evo considera quindi l'antichità come quella che ha fatto

grandi e stupende cose, ma pure ha errato grandemente per mancanza

di lume superno, e perciò è sirena tanto più pericolosa quanto più

grandi sono le sue illecebre. L'opera della ragione, secondo l'idea

cristiana, non è esclusa, ma è corretta e completata dalla fede.

Naturalmente in questo concetto, per chi prende la fede sul serio,

il primato è di quest'ultima e quanto più l'anima che l'accoglie si

concentra e vive in essa, tanto minor libertà accorda allo spirito

raziocinatore. Imperocchè il dilemma era chiaro quanto triviale: o la

ragione ci dice cose diverse da quelle della fede, ed allora erra, o

si accorda con questa, ed allora a che pro metterla in opera? Tale era

la condizione del pensiero nel monachismo medievale; il valore che si

diede al raziocinio in quel gran movimento filosofico che comincia con

Scoto Erigena, provocava gli sdegni dell'autorità religiosa, e non fu

certamente col beneplacito di questa che cominciò il moto fecondo,

più timido dapprima, più energico poi, dell'attività razionatrice,

che finì col rimandare la fede nel campo suo proprio, nel passivo

delle coscienze e dei sentimenti, e coll'escluderla affatto dalla

investigazione speculatrice del vero, creando così la scienza odierna.

Da tutto ciò nasceva un modo esagerato e falso di concepire la sapienza

antica. Imperocchè come una era l'idea che penetrava e plasmava tutta

la produttività cristiana di ogni ordine, così credevano i cristiani

d'allora dover pensare della produttività antica, nella quale cercavano

e vedevano unicamente il lato morale e religioso, sia patente,

sia recondito, sia nei limiti noti, sia negli ignoti o supposti od

immaginari. Nell'ideale dell'antichità adunque il momento estetico era

estinto e prevaleva il momento morale o filosofico.

Coerentemente a ciò ed in seguito alle cause medesime era anche

grandemente alterato e viziato il concetto storico dell'antichità

stessa, veduta in quell'orizzonte che dominavano gli uomini del medio

evo. Ai libri ed alle memorie storiche superstiti, che ricordavano

gli antecedenti di quella tradizione civile in mezzo a cui si viveva,

eransi aggiunti i libri giudaici, che s'imponevano irrecusabilmente

come autorità di fede, ed aprivano la storia _ab ovo_ fissando una

cosmogonia ed una antropogenia profondamente connesse col concetto

monoteistico giudaico e cristiano; e non solo imponevano la fede per

una quantità di narrazioni favolose, intieramente diverse per l'indole

loro dalla favola antica rammentata dalla tradizione letteraria, ma

imponevano eziandio un modo speciale ed esclusivo di considerar la

storia. L'idea cristiana, uscita dal giudaismo, avea rotto i suoi

primi limiti nazionali, sollevandosi ad abbracciare tutta l'umanità

rimpetto a Dio da quello stesso aspetto da cui rimpetto a Dio

consideravasi il popolo giudaico, ed «In exitu Israel de Aegypto» era

divenuto l'inno simbolico dell'umanità redenta. L'idea dell'agnello

divino che purga i peccati del mondo, e i conseguenti fruttiferi

fervori dell'apostolato chiamavano naturalmente a contemplar la storia

universale con quella distinzione di momenti che suggeriva quella

grande e duratura illusione; il regno di Dio, il tralignare degli

uomini, e lo scindersi con errori diversi, e il ricondursi poi tutti

in un gregge solo e sotto un sol pastore, illuminati e ribenedetti pel

benefizio della morte di Cristo. La storia universa presentava così

due grandi momenti ben distinti; una lunga epoca di errore e di cecità

ed un'epoca di purificazione e di verità, separate l'una dall'altra

per la croce del Golgotha. La più prossima e la più simpatica di

queste storie era quella del mondo rigenerato e redento, storia di

lotte e di martirî, storia patetica e poetica di trionfi e di glorie

pei credenti; tutto il resto si considerava in ordine a questa, sia

come negazione, sia come lontana armonia, sia come preparazione. Due

città grandeggiavano in questa idea; la Gerusalemme del popolo di

Dio e di Cristo, la città del passato, e Roma bagnata del sangue dei

martiri, sede di Pietro e dei successori, santuario e centro della

cristianità vivente. La storia di quelle due città non s'incontrava

pei cristiani che in un punto, ma in un punto estremamente solenne,

la nascita e la vita di Cristo e il principio del grande apostolato.

Da questo momento in poi Gerusalemme spariva e sostituivasi ad essa

Roma. Ma questa Roma dei ricordi cristiani era propriamente la Roma

imperiale, e niuna epoca della storia era tenuta così presente e

così spesso rammentata dagli uomini del medio evo quanto questa degli

imperatori romani. Il papato, i padri, i rapporti del cristianesimo

coll'impero nei suoi primordi, nelle sue lotte, nei suoi trionfi, la

storia dello sviluppo organico della chiesa, gli elementi stessi della

cultura sacra e profana, tutto riconduceva a quest'epoca, più prossima

sott'ogni aspetto. Come Cristo nei ricordi religiosi stava al culmine

della storia cristiana così nei ricordi politici si partiva dal primo

imperatore, Ottaviano Augusto, sotto di cui Cristo nacque[472]. Per un

fatto sul quale i credenti cristiani non cessarono mai di declamare,

trovandovi del miracoloso, i primordi del cristianesimo coincidevano

coi primordi dell'impero, e Cristo nasceva quando Roma più fioriva,

per potenza, ricchezza ed ingegni, quando la pace regnava nel vasto

dominio romano, ed un'epoca di rinnovamento cominciava con auspici

apparentemente felicissimi. Eppure Cristo stava agli antipodi di questi

splendori, e se in quella coincidenza v'ha qualcosa di notevole, gli

è questo che appunto allora nascesse chi, scientemente o no, doveva

spingere il mondo tanto lontano dalla vetta che allora raggiungeva.

Ma, senza miracoli, le ragioni storiche dicono chiaro che realmente

la nuova religione non avrebbe vinto se non avesse trovato un'epoca

disposta ad un generale rinnovamento, una società stanca ed avida

di novità, e le sue mire universali sarebbero rimaste allo stato di

utopia se non avessero trovato preparati tanti elementi di omogeneità

fra popoli diversi dal braccio virile dei romani. Questo videro anche

i cristiani, e parve, come pare tuttora ai credenti che veggono la

storia attraverso al prisma della fede e del sentimento religioso,

che l'opera di Dio si dovesse riconoscere in questa preparazione, di

lunga mano elaborata onde recare la maturità dei tempi opportuni alla

missione del Salvatore[473]. Questo ripetono quanti credono che l'idea

della provvidenza debba essere la chiave dei fatti storici, come lo

credevano gli Ebrei, che anche fra la cultura alessandrina attribuivano

ai fatti della storia antica cause divine[474]. E senza dubbio assai

proni rendevano a ciò fare i fatti di Roma, la cui gigantesca grandezza

suggerì anche ai romani stessi e agli antichi in generale l'idea

di una speciale protezione della divinità. Questa idea comune fra i

romani, singolarmente al tempo di Augusto[475], e così solennemente

rappresentata da Virgilio, che un destino antico, ed una volontà divina

persistente avesse preparato e guidato gli avvenimenti che doveano

condurre alla fondazione e alla grandezza di Roma, benefattrice e

centro del genere umano, era continuata così e riprodotta in senso

cristiano dai cristiani; e nel medio evo, come fra i padri e i poeti

cristiani più antichi, tutti ritenevano che Dio avesse permesso e

voluto quella città e le sue conquiste grandiose, perchè colla sua

centralità mondiale potesse servir di sede ai vicari di Cristo[476].

Col cadere della potenza politica di Roma la universale influenza

di questo centro non era venuta meno, ma erasi cambiata; il papato e

la chiesa cattolica eransi sostituiti all'impero caduto, lo avevano

fatto rivivere nella universalità della loro natura, delle loro

istituzioni, dei loro scopi. Alla forza del braccio erasi sostituita

la forza dell'idea, forza non del tutto nuova, poichè non soltanto

materiali erano i mezzi che cementavano la vasta compage romana, ma

anzi c'era in quella una unità morale, gagliarda e persistente, che

sopravvisse a lungo allo smembramento politico. Erede e riformatrice di

questa grande creazione romana, la chiesa era arrivata a sostituirsi

all'impero con una medesimezza tale, quanto a robustezza e latitudine

di potere, che la potestà pontificia potè giungere a considerarsi ed

essere anche considerata e subìta come la prima potestà del mondo,

a cui tutte le altre erano subordinate. Continuatrice dell'impero

nella sua parte astratta ed assoluta, la chiesa riverberava quella

sua natura anche sulle potestà laiche, che tutte gravitavano verso

il grande ideale dell'impero; ideale che volle attuare Carlomagno,

non come cosa nuova, ma come restaurazione e continuazione, e

quindi facente capo a Roma. Il rozzo _Kunec_ Germanico aspirava a

diventare _Caesar_ (Kaiser) e insuperbiva talvolta assai volentieri,

dimenticando che l'autorità ei l'attingeva ad una fonte superiore; e

quantunque talvolta spezzasse la briglia retta malamente da quello

o da quell'altro individuo, pure in realtà sotto il peso di quel

potere curvò il collo e si abbassò talvolta nella polvere anche più di

qualsivoglia conquiso dall'antico impero; sola e povera soddisfazione

che offrano a noi latini le lunghe pagine di quella storia desolante.

Così questa idea dell'impero universale, nel medio evo e singolarmente

dopo Carlomagno[477], diventa tanto esclusiva che la storia della

umanità non si concepisce altrimenti che come una successione di

grandi monarchie, dall'una all'altra delle quali il volere divino

fece passare la forza e il potere e il dominio su molti popoli[478].

Quindi in questo concetto storico per la Grecia, non conquistatrice,

non c'è che un posto esiguo; ce n'è uno cospicuo però per Alessandro;

per la Roma anteriore all'impero, benchè nella parte più antica tanto

più edificante dell'impero quanto a moralità, non c'è posto che pei

ricordi di talune principali conquiste; il medio evo non si adagia che

nell'idea dell'impero già costituito e completo, e foggiato con quello

scaglionamento piramidale di autorità che costituisce l'ideale suo

della società politica e della monarchia imperiale. Perciò per lo più

saltano a piè pari dalla fondazione di Roma a Cesare e ad Augusto.

La parte principale adunque della storia dell'antichità allora nota,

è la storia dell'impero subordinata alla storia del cristianesimo,

mescolata con questa, veduta e immaginata secondo il sentimento

cristiano, e quindi tutta travisata e piena di leggende. Roma rimane

sempre moralmente _caput mundi_, e niuna città dell'occidente

in tutto il medio evo, in mezzo a tanta potenza di popoli nuovi,

acquista, neppur da lungi, lo splendore, l'importanza che conserva

quella maestosa e veneranda rovina; neppure alcuna se ne scorge che

raggiunga almeno il lustro che la romanità seppe dare a Bisanzio.

Le città dei principi del medio evo, quale ad es. l'Aquisgrana di

Carlomagno[479] non figurano nella storia che in modo oscuro e non

proporzionato agli atti di alcuni di essi. Ed invero, le nazionalità

si andavano bensì distinguendo assai ricisamente nel campo morale

come nel politico, nelle nuove letterature, come nei nuovi gruppi

politici in cui si divideva l'Europa, ma ciò avveniva per un moto

lento e quasi inavvertito. Opera di riflessione che riducesse, come

oggi, ad un principio quel sentimento che forte, ma oscuro, agiva

nelle coscienze preparando l'Europa moderna, non c'era. Il diritto

pubblico non riposava in alcuna maniera sul concetto dei diritti dei

popoli risultanti dal sentimento e dal fatto delle nazionalità, ma si

basava invece sui principî opposti, che si formulavano nel feudalismo

e nel concetto dell'organizzazione imperiale. Del resto le nazionalità

stesse non erano neppure di fatto ben definite e determinate ancora,

quantunque tendessero ad esserlo. Risultanti dalla combinazione di vari

elementi, esse si andavano enucleando, ma la loro attività storica

doveva essere ben più lunga e caratteristica perchè potesse fissarsi

intieramente e saldamente la loro individualità morale. Per questa

condizione di cose avveniva che, ad onta degli sviluppi nazionali,

ribellione vera e propria contro certe idee non ci fosse, ma anzi

queste seguitassero ad essere vagheggiate. Erano singolarmente a fronte

e distinte per vive antipatie, storicamente legittime, le nazionalità

germaniche e le nazionalità latine. La gente germanica, presto corrotta

anch'essa, ma serbatrice di certe idee ereditate dai selvaggi e

semplici padri suoi, che Tacito contrapponeva ai dissoluti romani come

avrebbe potuto contrapporli ad ogni popolo molto civile, considerava

i «Welschen» o i popoli latini come gente malcostumata e corrotta; ma

d'altro lato non esitava a chiamar sè stessa barbara e rozza[480] ed

a riconoscere la nostra superiorità intellettuale e civile e il nobile

primato della stirpe nostra. Quindi quella unanimità di ossequio e di

riverenza, non certo nel campo materiale, ma nella regione ideale, che

dava ai popoli tutti d'Europa indistintamente un tale alto concetto

di Roma da allontanare qualunque pretesa di rivalità e di concorrenza.

Essa si rivela in mille guise diverse, nelle parole, nelle idee, negli

atti degli imperatori germanici, sedicenti romani, nell'affluenza

dei pellegrini al palladio della civiltà e della cristianità, nelle

ingenue guide scritte per loro uso sulle «Maraviglie dell'aurea città

di Roma» nelle espressioni enfatiche in cui prorompono parlando di Roma

i mille scrittori del medio evo, ed in tanti altri fatti che lungo e

superfluo sarebbe qui enumerare[481]; fra i quali però non vogliamo

omettere, perchè molto significativo, quello della ingenua pretensione

di tanti popoli nuovi e di tante famiglie principesche d'imitar Roma e

i romani sin nella favola delle origini, derivandosi, come i romani e

come Augusto, dagli eroi di Troia, e congiungendosi col nobile passato

di Roma mediante cento leggende diverse[482]; nel determinare la qual

tendenza ognuno intende quanto gran parte dovesse avere l'Eneide e la

popolarità di cui questa godeva[483].

L'imperfetto e ancora confuso sviluppo delle nazionalità, singolarmente

nei concetti astratti, rendeva possibile l'idea dell'impero risultante

dagli elementi tradizionali della cultura ed anche dai più ovvi e

visibili rapporti del presente politico e religioso col passato. Ma la

rendeva possibile soltanto come idea e non altrimenti. La restaurazione

dell'impero antico era una chimera impossibile; l'aggregazione di

popoli diversi sotto uno scettro dovea esser cosa posticcia e precaria.

Dell'antico cemento romano si era perduto il segreto, ed in ogni caso

le vitalità individuali dei singoli popoli erano già troppo sviluppate

perchè si potessero fondere come prima e mantenere uniti in un solo

organismo. Del resto, quella razza che nell'indebolimento della più

nobile avea preso il disopra, era, come si mostrò sempre fino ai dì

nostri, affatto sprovvista di ogni facoltà assimilatrice, ed anzi,

non che assimilare, grandi masse di essa scomparivano assimilate in

grembo a più d'una nazionalità neolatina. Nondimeno le condizioni del

pensiero producevano necessariamente l'idea imperiale, che troviamo

viva in menti elette di quell'età sia nella nobile utopia di un

pensatore, sia negli atti di grandi principi. Qui si osserva di nuovo

quella sproporzione fra il contenuto della cultura e del pensiero e i

fatti dell'esistenza prattica, che dà al medio evo un carattere tanto

particolare. È un'età cotesta che forma e prepara tutto il rinnovamento

moderno senza accorgersene e senza volerlo, mirando sempre al mondo

antico, cercando di continuarlo o restaurarlo; essa si assomiglia ad

uomo che, per una strana allucinazione, cammini avanzando mentre crede

e vuole indietreggiare. Non c'è una età a cui, badando a ciò che dice e

a ciò che pensa, l'idea del progresso e della rivoluzione sociale paia

più antipatica, che più di questa sembri tendere alla immobilità e alla

stereotipia; eppure d'altro lato non ve n'ha una in cui il moto sia di

fatto tanto vivace, generale, molteplice e trasformatore, non una in

grembo a cui la società, il sentimento, il pensiero tanto radicalmente

e incessantemente si trasmutino. In questa condizione eccezionale sta

la chiave precipua che spiega le tante anormalità e deviazioni che sono

proprie di quest'epoca, in tante cose nelle quali l'antichità e i tempi

moderni si trovan d'accordo.

Secondo questi ideali Virgilio doveva essere, com'era infatti, il

più ammirato e il più simpatico dei poeti antichi; c'era nell'animo

degli uomini colti che lo leggevano come un riverbero storico di

quel sentimento romano ch'egli avea sovranamente interpretato e

rappresentato[484]. Anche il momento storico a cui egli appartiene

e nel quale figura tanto distintamente, era il più volgarmente noto

e celebre, il più centrale e brillante in quelle conoscenze e in

quel concetto dell'antichità. Il grande principato d'Augusto, il

cominciamento dell'impero, la prossimità a Cristo ponevano Virgilio

nelle più favorevoli condizioni storiche in cui un gran nome letterario

potesse presentarsi a menti medievali, e nel concetto che avevasi del

poeta, costituivano un lato ed un significato storico di non piccola

entità. Unito a questo andava il lato religioso e filosofico di quel

nome, come di uomo che molto si accostò all'idea cristiana, e fu

fornito di un sapere universale, recondito e straordinario. Tutti gli

antichi, che fossero prosatori o poeti, erano allora considerati come

_filosofi_; ma la scuola grammaticale e retorica teneva sopratutto

fra gli altri in vista i poeti, fra i quali Virgilio era primo. Ha

quindi Virgilio più notorietà volgare e quasi popolare che qualsivoglia

altro scrittore antico, benchè nel concetto degli uomini più colti e

più distinti egli non figurasse realmente come il solo sapientissimo

degli antichi. Allorchè nell'ardore scientifico e nel forte movimento

intellettuale che si fa manifesto col principiare del sec. XII,

Aristotele ebbe acquistato quel posto nella scuola filosofica e quella

notorietà che tutti sanno, anch'esso apparve onnisciente; ma Virgilio

rimase al posto di prima, poichè il suo nome, quantunque conducesse

all'idea del filosofo, non aveva il proprio ambiente nella scuola

filosofica, ma in quegli studi latini più comuni e più elementari ai

quali Aristotele era affatto estraneo. Centro di Virgilio rimaneva

sempre la scuola grammaticale, che ci presenta un altro lato del

suo nome medievale, e propriamente il lato fondamentale. Anche nelle

scuole di grammatica si fece sentire il nuovo indirizzo e il nuovo

movimento degli studi che è rappresentato dalla scolastica; maestri,

che furono allora di gran fama e la conservarono a lungo, componevano

libri poetici d'uso scolastico che ebbero un grande successo. Ma

l'_Alessandreide_ di Gualtiero da Lilla, composta con grande imitazione

di Virgilio, quantunque molto letta e adoperata nelle scuole, non

nocque al nome e all'autorità grammaticale e scolastica del grande

poeta antico, più di quello nuocessero al nome e all'autorità di Donato

i libri grammaticali usitatissimi di Alessandro da Villedieu, Pietro

Elia e simili.

Riassumendo, nel nome medievale di Virgilio c'è un lato storico,

un lato filosofico-religioso, un lato grammaticale e retorico;

quest'ultimo è il più basso e triviale, il più barbaro e rozzo, ma

nello stesso tempo è materialmente quello su di cui si elevano gli

altri. Quanto al lato estetico, artistico, propriamente detto, esso in

quel concetto è ridotto a nulla, poichè tutto il resto sta in vece sua,

nè ci sarebbe o in gran parte non sarebbe qual'è, se esso ci fosse.

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 28 / 46 题