CAPITOLO XI.

Se v'hanno due cose che stiano assolutamente agli antipodi, tali sono

il sentimento pagano e il cristiano. È impossibile immaginare una

differenza più grande, più profonda, nel modo di considerare il mondo

esterno e l'interno. Il sentimento cristiano è assorbente in modo

singolare, esso chiama a sè tutta l'anima dell'uomo, tutta la concentra

in una idea; tutti i sentimenti, le passioni, gli affetti, gl'istinti

che hanno tanta parte nelle produzioni artistiche, esso riforma e

riduce, connaturandoli a sè stesso e facendoli convergere verso un solo

scopo. Tutte le ispirazioni poetiche si incontrano in un obbiettivo

solo: si ama in Dio, si geme in Dio, si esulta in Dio, si vive in Dio;

Dio insomma è la base di ogni formola in cui si traducono, si risolvono

o si acquetano gli affetti, i patemi, gli entusiasmi, le speranze, e

le trepidazioni dell'anima umana. E l'orizzonte della vita è cambiato

affatto, e con questo profondamente rinnovati tutti i principî

escatologici di essa. L'occhio si figge ansiosamente sul problema della

esistenza di oltre tomba, alla salvezza di questa tutta l'attività

umana vuol coordinarsi. La vita terrestre è un peso, un pellegrinaggio,

una prova dura e difficile, ed ora per la prima volta si ode dire

che c'è una vita mondana, che c'è un _mondo_ periglioso e nocivo, da

cui l'uomo pio deve tenersi lontano. Una rivoluzione violenta bisogna

che abbia luogo nella coscienza umana, perchè l'uomo possa arrivare a

considerar così sè stesso e la società e la natura. Gl'ideali poetici

concepiti in un'epoca di espansione spontanea, quando lo spirito non

violentato nè torturato alcunamente, tutto il mondo, secondo natura,

riconduceva a sè stesso, e con ingenua fiducia credeva in quello e

l'amava e lo divinizzava, riconoscendovi, come in uno specchio fedele

la propria immagine, doveano necessariamente ripugnare ad anime che

vedevano in modo così nuovo e diverso l'essere umano, nei suoi rapporti

col suo simile, colla natura, e colla divinità. Quel sentimento che

potè avere per prodotto l'ascetismo eremitico e monacale quanta parte

dell'animo poteva lasciare alla intelligenza del bello antico, alle

idealità artistiche di Omero e di Virgilio?

Se il cristianesimo avesse continuato da solo là dov'esso era nato,

limitandosi ad una riforma religiosa della stirpe giudaica, la natura

sua propria e originaria lo avrebbe condotto ad una poesia di genere

speciale che avrebbe potuto essere una seconda fase dell'antica poesia

biblica, ad esso naturalmente più prossima. Sarebbe stata sempre

una fase notevolmente diversa dall'antecedente; poichè c'è nella

prima idea cristiana un sentimentalismo umanitario, una finezza e

dolcezza di sentire religioso che dà a Cristo ed ai suoi un tipo ben

distinto da quello di David, di Isaia, e delle più calde e poetiche

anime dell'antica legge. In ogni caso però avrebbe certamente avuto

in comune coll'antica poesia giudaica, il non essere figlia di

una scuola e di uno studio che avesse l'arte per iscopo. Se c'era

cosa che dovesse ripugnare alla natura di questo primo sentimento

cristiano, tale doveva essere ed era in realtà, tutto quanto sapesse

di convenzionalismo artistico, di affettazione, di ricercatezza, e

mirasse ad uno scopo diverso dal puramente etico e religioso. In parte

perchè ebreo di povera condizione nato e vissuto in Palestina e non

tocco nè modificato in alcuna maniera, come tanti altri ebrei d'allora

usciti dal suolo nativo, dalla civiltà greco-romana, in parte per la

stessa natura eterea, sentimentale e mistica della sua dottrina, Cristo

rimase estraneo e indifferente a qualunque cultura. La semplicità

è nell'ideale cristiano la qualità prima fra le esterne, con cui si

contrappone all'antico mondo civile. La più alta poesia cristiana non

si produsse quindi nel campo artistico, dal quale i seguaci di Cristo,

quanto più fedeli all'idea primordiale del Maestro, si tennero lontani.

Essa, piuttostochè in forme, si rivelò in idee e in sentimenti espressi

nel modo più ingenuo e pedestre; senza comporre un verso, senza pure

immaginar di poetare, seguendo l'impulso che dava allo spirito la

nuova idea ferventemente appresa e fomentata, produsse l'ideale di

Cristo, che è senza dubbio il suo più alto portato poetico, e la cui

entusiasmante efficacia non fu certamente piccolo elemento in quella

magia che moltiplicò a milioni e neofiti e martiri. Non d'altra natura,

ma semplici ed affatto non curanti della forma, sono le effusioni

poetiche di Francesco d'Assisi e di chi scrisse della «Imitazione di

Cristo», tardi ma fedeli e genuini echi della più vera e più originale

cristianità.

Nel diffondersi pel mondo greco-romano, il cristianesimo trovava invero

il terreno assai preparato negli elementi sì positivi che negativi

della decadenza, e non era esso il solo nuovo prodotto che desse

al pensiero e al sentimento di quell'epoca un carattere nuovo, ben

diverso da quello dei periodi più splendidi irreparabilmente passati.

Per un processo lento, di cui con sufficiente studio si trovano e si

spiegano chiaramente le vie e le fasi, esso riuscì ad infiltrarsi nella

società greco-romana, modificando questa, non però senza modificare

sè stesso in proporzioni considerevoli. Lo spirito di proselitismo

che era nella sua natura tanto gagliardo e invincibile quanto lo era

per Roma lo spirito di conquista, lo ridusse a piegarsi a necessità

ed a transazioni inevitabili. La prima concessione che dovette fare

fu quella di istruirsi, di divenir colto, d'iniziarsi alla civiltà

greco-romana, ed essendo questa troppo vitale per poterla estinguere,

cercare di assimilarsela, per poterla influenzare nei suoi effetti

ulteriori e modificare. Così (fatto strano quando si pensi all'ideale

di Cristo e della società evangelica) i cristiani poterono divenire

pittori e scultori, poeti d'arte e verseggiatori, e cercare un organo

del loro sentimento religioso là dove Cristo non avrebbe nè immaginato

di cercarlo, nè voluto che si cercasse. E in tal guisa avea luogo una

prima e principale di quelle mille contradizioni appena palliate da

ogni sorta di pii ripieghi suggeriti dalla fede, in mezzo alle quali il

cristianesimo è venuto vivendo fino ai dì nostri.

L'idea cristiana indossando le forme dell'arte poetica antica non

approdò mai ad altro che ad una specie di singolare travestimento, del

quale l'abilità di qualche poeta non potè riuscire che a diminuire la

stranezza. Non di rado il contrasto fra le forme e le idee tocca il

grottesco e il ridicolo, per chiunque non abbia gli occhi velati dal

fervore della fede che tutto scusa ed ammira in una parola guidata

da questa. E veramente, se l'idea cristiana trovava una sufficiente

preparazione ed elementi favorevoli nel campo in cui si andava

propagando, non per questo essa trovava in quello forme artistiche

appropriate e corrispondenti. Il misticismo e la nuova tendenza del

pensiero che favorirono i trionfi del cristianesimo nella decadenza,

appunto perchè prodotti di un deperimento e non di un rinnovamento,

di una fiacca e delirante decrepitezza, non di una calda e giovanile

energia, non determinavano quel grado di sentimento ardente che rinnova

e crea l'arte plasmandola secondo la natura propria: essi ad altro

non aveano servito che a malmenare l'arte antica, trascinandola in

basso. Questa trovò dunque il cristianesimo così ridotta; la trovò

viva apparentemente nelle scuole e nella cultura, ma spenta in realtà

nell'intelletto e nel cuore. Quelle forme ormai vuote che erano

proprietà domestica del mondo civile ed esemplate dai più grandi nomi

del patrimonio intellettuale d'allora, il cristianesimo si occupò di

trarle dai subbietti profani e pagani ai subbietti sacri e cristiani.

L'uso di esse era realmente cosa tanto meccanica ed inerte, che parve

naturalissimo considerarle come aperte al primo occupante, e capaci

di adattarsi ad un sentimento qualunque. Eppure, nate in Grecia, esse

avevano già fatto il salto non piccolo dalla grecità alla romanità, nè

senza molto sforzo, e sol coll'aiuto dei più splendidi rappresentanti

del genio latino, erano riuscite ad adattarsi a quest'ultima. Ora

trarle ad una seconda trasmigrazione, ben più violenta della prima,

perchè negazione recisa del pensiero poetico ed artistico ch'esse

avevano seguito e servito in Grecia e in Roma, era una velleità che

solo poteva nascere in una epoca in cui il dominio della retorica su

tutta la letteratura avea fatto perdere il sentimento di quel rapporto

necessario ed intimo che deve esistere fra le forme dell'arte e le

condizioni dello spirito.

Insomma l'imitar Virgilio, come fanno Prudenzio, Sedulio, Aratore,

Giuvenco e tanti altri poeti cristiani[461], mettendo in esametri la

vita di Cristo, o vite di santi o fatti biblici, l'imitare Orazio,

Ovidio ed altri poeti antichi componendo distici e carmi trocaici

e giambici su fatti e idee cristiane, era un lavoro di sforzo, nel

quale convincimenti, raziocini, moralizzazioni potevano esser cosa

seria, ma la poesia propria del sentimento cristiano non poteva avere

che pochissima parte, poche e stentate espansioni. Versificare il

vangelo era un cristianizzare l'esercizio scolastico, ma era anche un

togliere alla ingenua narrazione evangelica la poesia sua propria,

per darle un ornato ripugnante alla sua natura. Però gli uomini

educati nella cultura romana, che aveano sempre dinanzi agli occhi

gli esemplari antichi, accolto il cristianesimo, dovevano vedere con

compiacenza riempiuto, quantunque in modo insufficiente e posticcio,

un vuoto che questo presentava per essi. La descrizione della tempesta

negli esametri di Giuvenco prete richiamava alla mente loro la bella

descrizione virgiliana; più d'un carme di Prudenzio li faceva ripensare

ad Orazio. Che poi della poesia antica soltanto la forma ci fosse

in quelle composizioni, che della poesia cristiana vera e propria

non ci fosse che una parte troppo tenue, era cosa che poco importava

in un'epoca in cui la poesia non si apprezzava che come retorica e

versificazione. Per tal guisa la poesia cristiana, seguendo i tipi

classici, era cristiana nell'argomento, pagana nella forma; quante

volte un poeta cristiano uscisse dall'argomento sacro, i tipi classici

gl'imponevano tanto e tanto che, come vediamo in Ausonio, a stento

si riesce a distinguerlo da un pagano. Ciò si verifica sopratutto ai

tempi della decadenza e del risorgimento, che sono quelli nei quali

la poesia latina dei cristiani più si permette di divagare nel campo

laico e mondano. E questa va contata fra le altre ragioni per cui, nel

predominio dell'ascetismo, la poesia latina viene tanto generalmente

consecrata ai subbietti sacri, e rifugge tanto dai profani. Ma anche

ai tempi della decadenza, finchè seguitò a vivere il paganesimo,

i cristiani che erano tali ferventemente e per elezione ed eran

resi esaltati dalle lotte, concentrandosi intieramente nell'idea

religiosa, poco accordavano nelle loro poesie ai temi non religiosi.

Già in quest'epoca la cultura cristiana è rappresentata in massima

parte dal clero e così anche la poesia; rari sono i laici cristiani

di cui questi secoli ci abbiano tramandato qualche composizione.

Fin da quest'epoca adunque già si prevede che cosa dovrà essere la

società e la cultura quando il paganesimo sarà affatto estinto e

tutto il mondo civile cristianizzato. È il carattere del medio evo;

la prevalenza dell'autorità religiosa e dell'idea religiosa in tutti

gli atti e in tutti gli ordinamenti della società che ne è penetrata

fino alle più intime viscere; è il concetto della cristianità che si

va sviluppando e applicando nei successivi trionfi del cristianesimo,

il quale non è assorbito dalla società romana da cui nacque lontano

e diverso, ma è invece assorbitore di essa. Le sfere dell'attività

umana vengono ripartite con distacco e divisione profonda fra gli

stati e condizioni varie degli uomini. La prima radicale divisione

che si completa col completarsi del trionfo sul paganesimo è quella

dei laici e dei chierici; ai primi rimane tutta la vita materiale,

agli altri la cultura e la vita intellettuale; al laico par naturale

che la cultura non sia cosa sua, nè si vergogna di non averne più di

quello si vergogni di non essere chierico; la differenza netta e recisa

finisce col riflettersi nei nomi, e chierico acquista il significato

di uomo di studio, laico il contrario; il primo è distinto, ma non

per questo l'altro è sprezzato; ognuno fa il suo mestiere. Così la

cultura e la vita intellettuale resa privativa di una casta religiosa,

si concentrava nella religione; tutti gli ordini sociali sentivano

l'influenza di quella casta invaditrice per natura, per missione, e

per tradizione, che aveva in mano il cuore e la mente di tutti, dal

principe più potente fino all'ultimo dei villani.

Tutto ciò definisce la natura propria di quella continuazione che

la poesia latina di forma classica potè trovare nel medio evo.

Figlia della scuola e prodotto artificiale essa è opera del clero;

il campo suo è principalmente religioso; a sentimenti ed affetti

d'altra natura essa non viene applicata, ed anche quando il suo tema

è profano, come p. e. nelle narrazioni versificate di fatti storici,

le idee, le moralizzazioni mostrano sempre la tendenza ed il punto

di vista schiettamente clericale e religioso. Nelle formole, nel

metro, nell'applicazione dei mezzi poetici antichi si scorge sempre

quella stessa barbarie e quella stessa ignoranza che abbiamo veduto

dominare nelle scuole grammaticali e retoriche di quest'epoca, alle

quali essa unicamente deve la propria esistenza. Non si cercava con

essa nè lo sfogo di una passione o di un sentimento, nè la imitazione

fina ed intelligente di un determinato tipo di arte, ma unicamente un

esercizio di versificazione, un passatempo e nulla più; era un riposo,

una distrazione alla quale si consecrava qualche ora, sempre però «ad

maiorem Dei gloriam». Un poeta, o compositore di versi di professione,

il quale non avesse altro carattere che questo ripugnerebbe troppo

a quella gente, e mal potrebbe trovare chi lo stimasse. Ciò si

scorge in modo evidente quando si osservano uomini come Lattanzio,

Aldelmo, Alcuino, Beda, Rabano, Mauro ed altri dei più gravi far versi

latini per trastullo come oggi si farebbe una partita di bigliardo,

e divertirsi a scrivere in versi centinaia di enimmi, logogrifi,

anagrammi, acrostichi ed altre simili puerilità. Il carattere proprio

della poesia latina della decadenza si ritrova in queste composizioni

metriche latine dei monaci del medio evo, salvo che le antiche forme

sono assai più rozzamente trattate e ben si vede che, pel radicale

cambiamento avvenuto, esse hanno anche meno di prima una ragione di

esistere fuori della scuola[462]. E del resto è cosa chiarissima che

nella letteratura chiesastica le forme letterarie si sono fissate,

con quella stereotopia che in ogni cosa è propria della chiesa, sotto

l'influenza di quel gusto e di quella condizione delle lettere che

esistevano quando la società ecclesiastica si organizzò nel mondo

romano. La retorica e la declamazione, la ripetizione eterna, illogica

ed inconcludente di frasi e luoghi comuni, l'epitetare convenzionale

esagerato e falso, le lumeggiature tolte da questo o da quell'altro

scritto autorevole e venerato, e altre simili qualità rimasero nella

letteratura ecclesiastica latina tanto invariabilmente quanto la

liturgia e il rituale; le troviamo in Agostino, in Cassiodoro, in

Gregorio, in Tommaso, come le riconosciamo in qualunque più recente

allocuzione o circolare pontificia e nei moderni scrittori religiosi

di fede cattolica, i quali appunto perchè medievali nella cultura, nel

sentimento e nella dialettica, invano tentano di misurarsi col sapere

odierno che non può badare ad essi.

Gravi incompatibilità rendevano grande il disagio in cui trovavasi

l'idea cristiana e la poesia del cristianesimo nelle forme classiche.

L'antica religione e l'antica poesia erano sorelle, e tanto aveano

di comune nelle cause, nelle origini e nello sviluppo loro, che in

grandissima parte s'identificavano. La mitologia, creazione poetica

essa stessa, avea tanta parte nelle espressioni, nelle imagini, nei

concetti e nel frasario poetico, per non parlare della parte ancor più

essenziale che avea negli ideali poetici, che era impossibile ridurre

le forme antiche a cantare Cristo e i santi senza che c'entrassero

Apollo, le Muse e tutto l'Olimpo pagano. Ben è vero che, appunto per

la natura schiettamente poetica di tutti quei fantasmi, potè avvenire

che, dinanzi alla nuova idea religiosa, questi si spogliassero affatto

del loro valore religioso e serbando, come nomi e fatti fantastici, il

loro valore poetico, s'infiltrassero nella poesia e nell'arte cristiana

e sopravvivessero anche nel pensiero moderno europeo fino ad un punto

che può alla prima parer sorprendente[463]. Questo però potè avvenire,

come fatto naturale e senza scapito, in tutta l'arte di forma nuova,

nella quale quanto era superstite dell'antica idea era giustamente

rappresentato, secondo il posto e la natura che le assegnava lo

spirito modificato grandemente; nell'arte imitatrice e di forma antica

non poteva avvenire senza che ci scapitasse l'arte stessa, o, come

vediamo nel risorgimento, la nuova idea a cui si voleva adattarla. Tali

incompatibilità, tanto più gravi quanto più intieramente il sentimento

cristiano assorbisse l'anima, erano vivamente sentite da ben molti

asceti, i quali vedevano l'inconveniente[464] e volevano evitarlo;

ma, se salvarono il loro sentimento, l'arte rimase offesa e vulnerata

dai comici ripieghi a cui ricorsero spesso, come quando invece

delle antiche invocazioni poetiche sostituivano il «Domine labia mea

aperies», o peggio ancora invocavano: «Colui che fe' parlare l'asina di

Balaam»[465].

Però quel sentimento che era vivo e reale ed abbastanza intenso per far

provare il bisogno di una libera espansione, non tardò ad emanciparsi.

Rompendo le barriere che lo inceppavano nelle forme classiche, esso

cercò e trovò uno sfogo nella latinità triviale e senza presunzione,

figlia dell'epoca e nata sotto la sua influenza, come stabile organo

della liturgia e della fede cristiana; seguì l'orecchio che udiva

l'accento e più non udiva la quantità, avvivandosi alle fonti della

poesia popolare che per fatto naturale si svolgeva con ritmi novelli

risultanti dalla speciale indole melodica ch'era propria dei volgari

viventi e parlati. Così nascevano molte poesie ritmiche latine nelle

quali, confrontate colle altre, è facile riconoscere che il medio

evo si adagia assai più liberamente e comodamente, rivelando l'animo

suo e la sua fede con più schietta e men preoccupata maniera. Per

quanto Prudenzio ed altri poeti cristiani di scuola abbiano talvolta

potuto essere felici nelle loro versificazioni, mai niuno di essi non

riuscì a riporre nei suoi versi tanta dose di vera, sentita e vivida

poesia quanta se ne trova nel _Dies irae_ ed in simili composizioni,

per lingua e per verso affatto lontane dai classici della scuola. Ivi

sentiamo l'anima ingenua che palpita e che trema, che si atterrisce e

che spera, ne vediamo gli slanci e gli entusiasmi e non abbiamo bisogno

di essere anche noi credenti per riconoscere e rispettare quella

poesia bella e sensibile, perchè figlia genuina dell'animo e collegata

psicologicamente con sentimenti di ragione universale. Dinanzi ai

retorizzanti e forzati compositori di odi e di esametri troppo spesso

siamo tentati di chiedere se parlino davvero sul serio.

Quella nuova poesia di cui i più notevoli antichi monumenti spettano al

latino delle chiese e dei chiostri, e al sentimento religioso, pullula

da quella stessa fresca e vivida sorgente da cui dovrà scaturire per

altri sentimenti e altre lingue la nuova poesia dei laici e delle

lettere volgari. Essa e le forme sue erano tanto omogenee all'indole

del tempo, che coesistendo per lunga epoca allato alla poesia di

scuola, a questa faceva sentire assai fortemente la sua influenza;

mentre da essa, o meglio dal materiale della cultura che la scuola

conservava, la poesia popolare traeva qualche idea, qualche nome o

qualche fatto, ad essa dava assai spesso i suoi ritmi, o ne guastava

gli antichi stampi metrici spingendo alla noncuranza della quantità,

all'uso dell'accento e della rima.

Queste poche osservazioni sulla poesia latina del medio evo hanno per

iscopo di mostrare come l'idea classica fosse in realtà poco presente

alle menti di quella casta che allora dominò la cultura; e ciò non

soltanto nell'opera dello studio, conforme risulta dai precedenti

capitoli, ma anche nell'opera attiva e produttiva della imitazione

dei modelli antichi. Dal che riman confermata e meglio dichiarata

la poca attitudine di quella classe alla intelligenza estetica della

poesia virgiliana. È quindi questo capitolo quasi la controprova di

ciò che risulta dagli antecedenti, rimanendo per esso dimostrato come

alle deficienze nello studio passivo corrispondano simili deficienze

nella produzione da questo governata. Per questa via siamo arrivati

anche a toccare delle letterature volgari e della nuova poesia, e

tutto ci chiama a considerare ormai il nome del poeta nostro in mezzo

a questo nuovo elemento. Prima però di farci a seguirlo attraverso ad

una atmosfera tanto diversa da quella in cui l'abbiamo contemplato fin

qui, crediamo necessario fare una sosta per segnare i principali tratti

caratteristici di quell'ideale dell'antichità che fu proprio del medio

evo.

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 27 / 46 题