Se v'hanno due cose che stiano assolutamente agli antipodi, tali sono
il sentimento pagano e il cristiano. È impossibile immaginare una
differenza più grande, più profonda, nel modo di considerare il mondo
esterno e l'interno. Il sentimento cristiano è assorbente in modo
singolare, esso chiama a sè tutta l'anima dell'uomo, tutta la concentra
in una idea; tutti i sentimenti, le passioni, gli affetti, gl'istinti
che hanno tanta parte nelle produzioni artistiche, esso riforma e
riduce, connaturandoli a sè stesso e facendoli convergere verso un solo
scopo. Tutte le ispirazioni poetiche si incontrano in un obbiettivo
solo: si ama in Dio, si geme in Dio, si esulta in Dio, si vive in Dio;
Dio insomma è la base di ogni formola in cui si traducono, si risolvono
o si acquetano gli affetti, i patemi, gli entusiasmi, le speranze, e
le trepidazioni dell'anima umana. E l'orizzonte della vita è cambiato
affatto, e con questo profondamente rinnovati tutti i principî
escatologici di essa. L'occhio si figge ansiosamente sul problema della
esistenza di oltre tomba, alla salvezza di questa tutta l'attività
umana vuol coordinarsi. La vita terrestre è un peso, un pellegrinaggio,
una prova dura e difficile, ed ora per la prima volta si ode dire
che c'è una vita mondana, che c'è un _mondo_ periglioso e nocivo, da
cui l'uomo pio deve tenersi lontano. Una rivoluzione violenta bisogna
che abbia luogo nella coscienza umana, perchè l'uomo possa arrivare a
considerar così sè stesso e la società e la natura. Gl'ideali poetici
concepiti in un'epoca di espansione spontanea, quando lo spirito non
violentato nè torturato alcunamente, tutto il mondo, secondo natura,
riconduceva a sè stesso, e con ingenua fiducia credeva in quello e
l'amava e lo divinizzava, riconoscendovi, come in uno specchio fedele
la propria immagine, doveano necessariamente ripugnare ad anime che
vedevano in modo così nuovo e diverso l'essere umano, nei suoi rapporti
col suo simile, colla natura, e colla divinità. Quel sentimento che
potè avere per prodotto l'ascetismo eremitico e monacale quanta parte
dell'animo poteva lasciare alla intelligenza del bello antico, alle
idealità artistiche di Omero e di Virgilio?
Se il cristianesimo avesse continuato da solo là dov'esso era nato,
limitandosi ad una riforma religiosa della stirpe giudaica, la natura
sua propria e originaria lo avrebbe condotto ad una poesia di genere
speciale che avrebbe potuto essere una seconda fase dell'antica poesia
biblica, ad esso naturalmente più prossima. Sarebbe stata sempre
una fase notevolmente diversa dall'antecedente; poichè c'è nella
prima idea cristiana un sentimentalismo umanitario, una finezza e
dolcezza di sentire religioso che dà a Cristo ed ai suoi un tipo ben
distinto da quello di David, di Isaia, e delle più calde e poetiche
anime dell'antica legge. In ogni caso però avrebbe certamente avuto
in comune coll'antica poesia giudaica, il non essere figlia di
una scuola e di uno studio che avesse l'arte per iscopo. Se c'era
cosa che dovesse ripugnare alla natura di questo primo sentimento
cristiano, tale doveva essere ed era in realtà, tutto quanto sapesse
di convenzionalismo artistico, di affettazione, di ricercatezza, e
mirasse ad uno scopo diverso dal puramente etico e religioso. In parte
perchè ebreo di povera condizione nato e vissuto in Palestina e non
tocco nè modificato in alcuna maniera, come tanti altri ebrei d'allora
usciti dal suolo nativo, dalla civiltà greco-romana, in parte per la
stessa natura eterea, sentimentale e mistica della sua dottrina, Cristo
rimase estraneo e indifferente a qualunque cultura. La semplicità
è nell'ideale cristiano la qualità prima fra le esterne, con cui si
contrappone all'antico mondo civile. La più alta poesia cristiana non
si produsse quindi nel campo artistico, dal quale i seguaci di Cristo,
quanto più fedeli all'idea primordiale del Maestro, si tennero lontani.
Essa, piuttostochè in forme, si rivelò in idee e in sentimenti espressi
nel modo più ingenuo e pedestre; senza comporre un verso, senza pure
immaginar di poetare, seguendo l'impulso che dava allo spirito la
nuova idea ferventemente appresa e fomentata, produsse l'ideale di
Cristo, che è senza dubbio il suo più alto portato poetico, e la cui
entusiasmante efficacia non fu certamente piccolo elemento in quella
magia che moltiplicò a milioni e neofiti e martiri. Non d'altra natura,
ma semplici ed affatto non curanti della forma, sono le effusioni
poetiche di Francesco d'Assisi e di chi scrisse della «Imitazione di
Cristo», tardi ma fedeli e genuini echi della più vera e più originale
cristianità.
Nel diffondersi pel mondo greco-romano, il cristianesimo trovava invero
il terreno assai preparato negli elementi sì positivi che negativi
della decadenza, e non era esso il solo nuovo prodotto che desse
al pensiero e al sentimento di quell'epoca un carattere nuovo, ben
diverso da quello dei periodi più splendidi irreparabilmente passati.
Per un processo lento, di cui con sufficiente studio si trovano e si
spiegano chiaramente le vie e le fasi, esso riuscì ad infiltrarsi nella
società greco-romana, modificando questa, non però senza modificare
sè stesso in proporzioni considerevoli. Lo spirito di proselitismo
che era nella sua natura tanto gagliardo e invincibile quanto lo era
per Roma lo spirito di conquista, lo ridusse a piegarsi a necessità
ed a transazioni inevitabili. La prima concessione che dovette fare
fu quella di istruirsi, di divenir colto, d'iniziarsi alla civiltà
greco-romana, ed essendo questa troppo vitale per poterla estinguere,
cercare di assimilarsela, per poterla influenzare nei suoi effetti
ulteriori e modificare. Così (fatto strano quando si pensi all'ideale
di Cristo e della società evangelica) i cristiani poterono divenire
pittori e scultori, poeti d'arte e verseggiatori, e cercare un organo
del loro sentimento religioso là dove Cristo non avrebbe nè immaginato
di cercarlo, nè voluto che si cercasse. E in tal guisa avea luogo una
prima e principale di quelle mille contradizioni appena palliate da
ogni sorta di pii ripieghi suggeriti dalla fede, in mezzo alle quali il
cristianesimo è venuto vivendo fino ai dì nostri.
L'idea cristiana indossando le forme dell'arte poetica antica non
approdò mai ad altro che ad una specie di singolare travestimento, del
quale l'abilità di qualche poeta non potè riuscire che a diminuire la
stranezza. Non di rado il contrasto fra le forme e le idee tocca il
grottesco e il ridicolo, per chiunque non abbia gli occhi velati dal
fervore della fede che tutto scusa ed ammira in una parola guidata
da questa. E veramente, se l'idea cristiana trovava una sufficiente
preparazione ed elementi favorevoli nel campo in cui si andava
propagando, non per questo essa trovava in quello forme artistiche
appropriate e corrispondenti. Il misticismo e la nuova tendenza del
pensiero che favorirono i trionfi del cristianesimo nella decadenza,
appunto perchè prodotti di un deperimento e non di un rinnovamento,
di una fiacca e delirante decrepitezza, non di una calda e giovanile
energia, non determinavano quel grado di sentimento ardente che rinnova
e crea l'arte plasmandola secondo la natura propria: essi ad altro
non aveano servito che a malmenare l'arte antica, trascinandola in
basso. Questa trovò dunque il cristianesimo così ridotta; la trovò
viva apparentemente nelle scuole e nella cultura, ma spenta in realtà
nell'intelletto e nel cuore. Quelle forme ormai vuote che erano
proprietà domestica del mondo civile ed esemplate dai più grandi nomi
del patrimonio intellettuale d'allora, il cristianesimo si occupò di
trarle dai subbietti profani e pagani ai subbietti sacri e cristiani.
L'uso di esse era realmente cosa tanto meccanica ed inerte, che parve
naturalissimo considerarle come aperte al primo occupante, e capaci
di adattarsi ad un sentimento qualunque. Eppure, nate in Grecia, esse
avevano già fatto il salto non piccolo dalla grecità alla romanità, nè
senza molto sforzo, e sol coll'aiuto dei più splendidi rappresentanti
del genio latino, erano riuscite ad adattarsi a quest'ultima. Ora
trarle ad una seconda trasmigrazione, ben più violenta della prima,
perchè negazione recisa del pensiero poetico ed artistico ch'esse
avevano seguito e servito in Grecia e in Roma, era una velleità che
solo poteva nascere in una epoca in cui il dominio della retorica su
tutta la letteratura avea fatto perdere il sentimento di quel rapporto
necessario ed intimo che deve esistere fra le forme dell'arte e le
condizioni dello spirito.
Insomma l'imitar Virgilio, come fanno Prudenzio, Sedulio, Aratore,
Giuvenco e tanti altri poeti cristiani[461], mettendo in esametri la
vita di Cristo, o vite di santi o fatti biblici, l'imitare Orazio,
Ovidio ed altri poeti antichi componendo distici e carmi trocaici
e giambici su fatti e idee cristiane, era un lavoro di sforzo, nel
quale convincimenti, raziocini, moralizzazioni potevano esser cosa
seria, ma la poesia propria del sentimento cristiano non poteva avere
che pochissima parte, poche e stentate espansioni. Versificare il
vangelo era un cristianizzare l'esercizio scolastico, ma era anche un
togliere alla ingenua narrazione evangelica la poesia sua propria,
per darle un ornato ripugnante alla sua natura. Però gli uomini
educati nella cultura romana, che aveano sempre dinanzi agli occhi
gli esemplari antichi, accolto il cristianesimo, dovevano vedere con
compiacenza riempiuto, quantunque in modo insufficiente e posticcio,
un vuoto che questo presentava per essi. La descrizione della tempesta
negli esametri di Giuvenco prete richiamava alla mente loro la bella
descrizione virgiliana; più d'un carme di Prudenzio li faceva ripensare
ad Orazio. Che poi della poesia antica soltanto la forma ci fosse
in quelle composizioni, che della poesia cristiana vera e propria
non ci fosse che una parte troppo tenue, era cosa che poco importava
in un'epoca in cui la poesia non si apprezzava che come retorica e
versificazione. Per tal guisa la poesia cristiana, seguendo i tipi
classici, era cristiana nell'argomento, pagana nella forma; quante
volte un poeta cristiano uscisse dall'argomento sacro, i tipi classici
gl'imponevano tanto e tanto che, come vediamo in Ausonio, a stento
si riesce a distinguerlo da un pagano. Ciò si verifica sopratutto ai
tempi della decadenza e del risorgimento, che sono quelli nei quali
la poesia latina dei cristiani più si permette di divagare nel campo
laico e mondano. E questa va contata fra le altre ragioni per cui, nel
predominio dell'ascetismo, la poesia latina viene tanto generalmente
consecrata ai subbietti sacri, e rifugge tanto dai profani. Ma anche
ai tempi della decadenza, finchè seguitò a vivere il paganesimo,
i cristiani che erano tali ferventemente e per elezione ed eran
resi esaltati dalle lotte, concentrandosi intieramente nell'idea
religiosa, poco accordavano nelle loro poesie ai temi non religiosi.
Già in quest'epoca la cultura cristiana è rappresentata in massima
parte dal clero e così anche la poesia; rari sono i laici cristiani
di cui questi secoli ci abbiano tramandato qualche composizione.
Fin da quest'epoca adunque già si prevede che cosa dovrà essere la
società e la cultura quando il paganesimo sarà affatto estinto e
tutto il mondo civile cristianizzato. È il carattere del medio evo;
la prevalenza dell'autorità religiosa e dell'idea religiosa in tutti
gli atti e in tutti gli ordinamenti della società che ne è penetrata
fino alle più intime viscere; è il concetto della cristianità che si
va sviluppando e applicando nei successivi trionfi del cristianesimo,
il quale non è assorbito dalla società romana da cui nacque lontano
e diverso, ma è invece assorbitore di essa. Le sfere dell'attività
umana vengono ripartite con distacco e divisione profonda fra gli
stati e condizioni varie degli uomini. La prima radicale divisione
che si completa col completarsi del trionfo sul paganesimo è quella
dei laici e dei chierici; ai primi rimane tutta la vita materiale,
agli altri la cultura e la vita intellettuale; al laico par naturale
che la cultura non sia cosa sua, nè si vergogna di non averne più di
quello si vergogni di non essere chierico; la differenza netta e recisa
finisce col riflettersi nei nomi, e chierico acquista il significato
di uomo di studio, laico il contrario; il primo è distinto, ma non
per questo l'altro è sprezzato; ognuno fa il suo mestiere. Così la
cultura e la vita intellettuale resa privativa di una casta religiosa,
si concentrava nella religione; tutti gli ordini sociali sentivano
l'influenza di quella casta invaditrice per natura, per missione, e
per tradizione, che aveva in mano il cuore e la mente di tutti, dal
principe più potente fino all'ultimo dei villani.
Tutto ciò definisce la natura propria di quella continuazione che
la poesia latina di forma classica potè trovare nel medio evo.
Figlia della scuola e prodotto artificiale essa è opera del clero;
il campo suo è principalmente religioso; a sentimenti ed affetti
d'altra natura essa non viene applicata, ed anche quando il suo tema
è profano, come p. e. nelle narrazioni versificate di fatti storici,
le idee, le moralizzazioni mostrano sempre la tendenza ed il punto
di vista schiettamente clericale e religioso. Nelle formole, nel
metro, nell'applicazione dei mezzi poetici antichi si scorge sempre
quella stessa barbarie e quella stessa ignoranza che abbiamo veduto
dominare nelle scuole grammaticali e retoriche di quest'epoca, alle
quali essa unicamente deve la propria esistenza. Non si cercava con
essa nè lo sfogo di una passione o di un sentimento, nè la imitazione
fina ed intelligente di un determinato tipo di arte, ma unicamente un
esercizio di versificazione, un passatempo e nulla più; era un riposo,
una distrazione alla quale si consecrava qualche ora, sempre però «ad
maiorem Dei gloriam». Un poeta, o compositore di versi di professione,
il quale non avesse altro carattere che questo ripugnerebbe troppo
a quella gente, e mal potrebbe trovare chi lo stimasse. Ciò si
scorge in modo evidente quando si osservano uomini come Lattanzio,
Aldelmo, Alcuino, Beda, Rabano, Mauro ed altri dei più gravi far versi
latini per trastullo come oggi si farebbe una partita di bigliardo,
e divertirsi a scrivere in versi centinaia di enimmi, logogrifi,
anagrammi, acrostichi ed altre simili puerilità. Il carattere proprio
della poesia latina della decadenza si ritrova in queste composizioni
metriche latine dei monaci del medio evo, salvo che le antiche forme
sono assai più rozzamente trattate e ben si vede che, pel radicale
cambiamento avvenuto, esse hanno anche meno di prima una ragione di
esistere fuori della scuola[462]. E del resto è cosa chiarissima che
nella letteratura chiesastica le forme letterarie si sono fissate,
con quella stereotopia che in ogni cosa è propria della chiesa, sotto
l'influenza di quel gusto e di quella condizione delle lettere che
esistevano quando la società ecclesiastica si organizzò nel mondo
romano. La retorica e la declamazione, la ripetizione eterna, illogica
ed inconcludente di frasi e luoghi comuni, l'epitetare convenzionale
esagerato e falso, le lumeggiature tolte da questo o da quell'altro
scritto autorevole e venerato, e altre simili qualità rimasero nella
letteratura ecclesiastica latina tanto invariabilmente quanto la
liturgia e il rituale; le troviamo in Agostino, in Cassiodoro, in
Gregorio, in Tommaso, come le riconosciamo in qualunque più recente
allocuzione o circolare pontificia e nei moderni scrittori religiosi
di fede cattolica, i quali appunto perchè medievali nella cultura, nel
sentimento e nella dialettica, invano tentano di misurarsi col sapere
odierno che non può badare ad essi.
Gravi incompatibilità rendevano grande il disagio in cui trovavasi
l'idea cristiana e la poesia del cristianesimo nelle forme classiche.
L'antica religione e l'antica poesia erano sorelle, e tanto aveano
di comune nelle cause, nelle origini e nello sviluppo loro, che in
grandissima parte s'identificavano. La mitologia, creazione poetica
essa stessa, avea tanta parte nelle espressioni, nelle imagini, nei
concetti e nel frasario poetico, per non parlare della parte ancor più
essenziale che avea negli ideali poetici, che era impossibile ridurre
le forme antiche a cantare Cristo e i santi senza che c'entrassero
Apollo, le Muse e tutto l'Olimpo pagano. Ben è vero che, appunto per
la natura schiettamente poetica di tutti quei fantasmi, potè avvenire
che, dinanzi alla nuova idea religiosa, questi si spogliassero affatto
del loro valore religioso e serbando, come nomi e fatti fantastici, il
loro valore poetico, s'infiltrassero nella poesia e nell'arte cristiana
e sopravvivessero anche nel pensiero moderno europeo fino ad un punto
che può alla prima parer sorprendente[463]. Questo però potè avvenire,
come fatto naturale e senza scapito, in tutta l'arte di forma nuova,
nella quale quanto era superstite dell'antica idea era giustamente
rappresentato, secondo il posto e la natura che le assegnava lo
spirito modificato grandemente; nell'arte imitatrice e di forma antica
non poteva avvenire senza che ci scapitasse l'arte stessa, o, come
vediamo nel risorgimento, la nuova idea a cui si voleva adattarla. Tali
incompatibilità, tanto più gravi quanto più intieramente il sentimento
cristiano assorbisse l'anima, erano vivamente sentite da ben molti
asceti, i quali vedevano l'inconveniente[464] e volevano evitarlo;
ma, se salvarono il loro sentimento, l'arte rimase offesa e vulnerata
dai comici ripieghi a cui ricorsero spesso, come quando invece
delle antiche invocazioni poetiche sostituivano il «Domine labia mea
aperies», o peggio ancora invocavano: «Colui che fe' parlare l'asina di
Balaam»[465].
Però quel sentimento che era vivo e reale ed abbastanza intenso per far
provare il bisogno di una libera espansione, non tardò ad emanciparsi.
Rompendo le barriere che lo inceppavano nelle forme classiche, esso
cercò e trovò uno sfogo nella latinità triviale e senza presunzione,
figlia dell'epoca e nata sotto la sua influenza, come stabile organo
della liturgia e della fede cristiana; seguì l'orecchio che udiva
l'accento e più non udiva la quantità, avvivandosi alle fonti della
poesia popolare che per fatto naturale si svolgeva con ritmi novelli
risultanti dalla speciale indole melodica ch'era propria dei volgari
viventi e parlati. Così nascevano molte poesie ritmiche latine nelle
quali, confrontate colle altre, è facile riconoscere che il medio
evo si adagia assai più liberamente e comodamente, rivelando l'animo
suo e la sua fede con più schietta e men preoccupata maniera. Per
quanto Prudenzio ed altri poeti cristiani di scuola abbiano talvolta
potuto essere felici nelle loro versificazioni, mai niuno di essi non
riuscì a riporre nei suoi versi tanta dose di vera, sentita e vivida
poesia quanta se ne trova nel _Dies irae_ ed in simili composizioni,
per lingua e per verso affatto lontane dai classici della scuola. Ivi
sentiamo l'anima ingenua che palpita e che trema, che si atterrisce e
che spera, ne vediamo gli slanci e gli entusiasmi e non abbiamo bisogno
di essere anche noi credenti per riconoscere e rispettare quella
poesia bella e sensibile, perchè figlia genuina dell'animo e collegata
psicologicamente con sentimenti di ragione universale. Dinanzi ai
retorizzanti e forzati compositori di odi e di esametri troppo spesso
siamo tentati di chiedere se parlino davvero sul serio.
Quella nuova poesia di cui i più notevoli antichi monumenti spettano al
latino delle chiese e dei chiostri, e al sentimento religioso, pullula
da quella stessa fresca e vivida sorgente da cui dovrà scaturire per
altri sentimenti e altre lingue la nuova poesia dei laici e delle
lettere volgari. Essa e le forme sue erano tanto omogenee all'indole
del tempo, che coesistendo per lunga epoca allato alla poesia di
scuola, a questa faceva sentire assai fortemente la sua influenza;
mentre da essa, o meglio dal materiale della cultura che la scuola
conservava, la poesia popolare traeva qualche idea, qualche nome o
qualche fatto, ad essa dava assai spesso i suoi ritmi, o ne guastava
gli antichi stampi metrici spingendo alla noncuranza della quantità,
all'uso dell'accento e della rima.
Queste poche osservazioni sulla poesia latina del medio evo hanno per
iscopo di mostrare come l'idea classica fosse in realtà poco presente
alle menti di quella casta che allora dominò la cultura; e ciò non
soltanto nell'opera dello studio, conforme risulta dai precedenti
capitoli, ma anche nell'opera attiva e produttiva della imitazione
dei modelli antichi. Dal che riman confermata e meglio dichiarata
la poca attitudine di quella classe alla intelligenza estetica della
poesia virgiliana. È quindi questo capitolo quasi la controprova di
ciò che risulta dagli antecedenti, rimanendo per esso dimostrato come
alle deficienze nello studio passivo corrispondano simili deficienze
nella produzione da questo governata. Per questa via siamo arrivati
anche a toccare delle letterature volgari e della nuova poesia, e
tutto ci chiama a considerare ormai il nome del poeta nostro in mezzo
a questo nuovo elemento. Prima però di farci a seguirlo attraverso ad
una atmosfera tanto diversa da quella in cui l'abbiamo contemplato fin
qui, crediamo necessario fare una sosta per segnare i principali tratti
caratteristici di quell'ideale dell'antichità che fu proprio del medio
evo.