CAPITOLO VIII.

Se da questo lato c'era un merito che raccomandava i classici e

principalmente Virgilio ai cristiani, da un altro lato c'era anche

una via che serviva a diminuire quella ripugnanza che i cristiani

dovevano provare per la immoralità e gli assurdi dell'antica favola;

la qual ripugnanza era cosa tanto più naturale, che già assai prima

dei cristiani l'aveano provata gli stessi antichi filosofi pagani.

Taluni di questi, come Senofane, Eraclito ed altri aveano condannato,

senza troppi riguardi, quelle favole e i poeti che n'erano i depositari

e i propagatori; ma quelle e i poeti aveano troppo stretti legami

con l'animo della nazione, perchè siffatte condanne potessero avere

altro valore che quello di una eccentricità qualsivoglia. Altri

più concilianti e più delicati apprezzatori dei prodotti, in altro

rispetto sì maravigliosi, del genio nazionale, aveano cercato una

via per mettere d'accordo miti, leggende e autorità di grandi poeti

coi risultati della speculazione filosofica, e l'avean trovata,

com'essa si offre in questi casi spontanea, nell'allegoria[310]. Molti

usarono di questa, ma gli stoici principalmente le diedero quasi una

consecrazione scientifica, come quelli che più di altri ad usarne erano

spinti dal largo posto che nel loro sistema teneva l'idea religiosa,

e dal nesso che ponevano fra questa e la morale prattica, per cui non

potevano escludere affatto la credenza popolare esistente, ma doveano

tenerne conto, come di elemento importante, e non trascurarla, ma

anzi, riducendone il significato, conservarle autorità[311]. Ben più

grande però doveva esser l'uso che di quel mezzo si fece allorchè

l'antica religione non si trovò più alle prese con una classe di freddi

pensatori, ma dovette combattere corpo a corpo con una religione

novella più omogenea ai progressi del pensiero e del sentimento, e

coll'ardore fanatico di chi a tutto si esponeva e tutto tentava per

farla trionfare nel mondo. Fu allora, in quelle lunghe ed accanite

lotte, l'allegoria un'arma difensiva delle più adoperate, e non meno

in un campo che nell'altro, come cosa già familiare ad ambedue. I

pagani erano spinti a ciò dall'ultima fase della loro religione che,

sopraffatta dalla ormai vecchia maturità del pensiero, era naturalmente

attratta a conciliarsi con questo, trovando un mezzo nell'allegoria.

Quella idea religiosa si disfaceva nel misticismo, aprendo l'adito per

una via sincretistica alle religioni d'oriente, positive, dogmatiche,

più veramente teologiche, e più pregne di significato astratto di

quello fosse il vecchio mito naturalistico; e preparava così il trionfo

del cristianesimo. Una filosofia se non rigorosamente critica, certo

caritatevole, gittava il suo manto sulle troppo crude nudità di quegli

antichi Dei ed eroi, che pure erano mantenuti sempre dinanzi agli occhi

di tutti dalle antiche e ancor vivaci fonti della universale cultura.

Quel manto non difese certamente a lungo l'antica religione che dovette

soccombere, ma pur protesse non poco le lettere antiche in grembo alla

società cristiana o ancora pugnante, o ancor calda delle lotte, o già

tranquillamente satollantesi dei suoi trionfi. Esso ebbe tanto maggiore

efficacia rimpetto a questa che l'allegoria, l'anagoge, il simbolo

eran cose tradizionali nel cristianesimo stesso, religione mistica di

sua natura, e di lunga mano abituata dagli enimmi dei profeti e dalle

parabole dei sapienti d'Israello e di Cristo stesso, a cercare nella

parola un senso alto e riposto sotto il velo del significato materiale

ed apparente. Nè poi, quantunque tanto diverso d'origine e di natura

dagli scritti dei poeti classici, l'antico libro considerato come base

divina del giudaismo e cristianesimo, aveva men bisogno di conciliarsi

in molte parti, coi progressi dell'esperienza e della riflessione.

Già i giudei alessandrini usavano largamente dell'allegoria per porre

(dicevano essi, mentre in realtà facevano l'inverso) d'accordo la

filosofia colla Bibbia. È noto quanto poi ne usasse l'esegèsi cristiana

in ogni tempo[312]. Guardiamoci dal pensare a male, sia per l'una sia

per l'altra religione, come spesso leggermente si suole, dinanzi a

questo espediente, considerandolo come frutto di un freddo calcolo,

come una pia impostura suggerita da uno scopo religioso. È una via

nella quale quasi istintivamente e di buona fede sono condotti uomini

la cui mente è dominata e contrastata da due autorità ad un tempo,

opposte fra loro, eppur tali che niuna di esse puossi onninamente

rifiutare. È una specie di allucinazione dialettica figlia di quei

caldi convincimenti che hanno la loro prima base in un sentimento

vivace e gagliardo.

L'allegoria fu applicata dagli antichi all'assieme dei fatti

mitologici, e singolarmente alla parola dei poeti che, in mancanza

di un codice religioso, erano le sole autorità scritte delle comuni

credenze. I soli poeti antichi però che abbiano subìto una intiera

interpretazione allegorica sono stati Omero e Virgilio, benchè per

vie e per cause molto diverse. Per gli antichi che cercavano autorità

scritte delle credenze popolari, niuna ve n'era naturalmente che avesse

il peso di quella di Omero, sia per la sua antichità preistorica,

sia per la miracolosa possa di genio che si rivela in quella poesia,

sia pel carattere, l'importanza e l'uso nazionale di essa. Esiodo non

veniva che in seconda linea. In una religione figlia della natura e

sorella quindi della poesia, anzi tutta poesia essa stessa, il primo

e il sommo dei poeti è la più alta autorità concreta, a cui, oltre al

_si dice_ degli uomini, si possono riferire le credenze religiose, ed

è perciò pensiero naturale, quantunque in altro senso non accettabile,

quello di Erodoto, il quale considera Omero come padre della religione

e della morale greca. Quindi le numerose esposizioni allegoriche

di Omero che partendo dai filosofi per le ragioni sopra dette,

si divulgano poi anche all'infuori delle scuole filosofiche[313].

Virgilio, poeta essenzialmente moderno rispetto ad Omero, era ben

lungi dall'avere questa sorta di autorità per la quale, oltre al

resto, l'essere molto antico e l'avere valore di monumento era cosa

indispensabile. Finchè dunque durò quella sua modernità, quantunque

assai massime si traessero con grande rispetto da lui, pure niuno

poteva pensare a considerare come composizione allegorica un poema che

tutti sapevano non esser tale nè per l'indole del poeta nè per la nota

natura del suo scopo. Un'autorità così universalmente nota e venerata

era naturalmente da ciascuno contemplata in ordine alla propria sfera;

Seneca ci dice come Virgilio fosse considerato dal grammatico, come dal

filosofo[314]; questo non cercava ancora allegorie nel poeta (Seneca

che era nemico di queste, com'è noto, l'avrebbe detto) e limitavasi

a notare e a svolgere quelle fra le idee espresse da lui che erano di

natura filosofica. Quando però l'ambiente intellettuale cambiò natura,

ed in quello il nome del poeta ingrossò in forme ed in proporzioni

irrazionali, subì anche Virgilio la tortura dell'interpretazione

allegorica. Ma ciò ebbe luogo unicamente perchè, per le cause che

abbiam veduto, l'allegoria era allora in voga, e perchè il pensiero,

avido di fantastica speculazione, non poteva capacitarsi che un uomo

tanto eccezionalmente sapiente, come si figurava Virgilio, non avesse

nascosto sotto le ingenue favole dell'Eneide qualche cosa di più

profondo e più importante. Virgilio adunque non subì l'allegoria come

difesa dell'antica religione, e neppure come un mezzo apologetico di

cui i pagani si volessero servire in favor suo contro i cristiani;

chè realmente di fare una simile cosa per Virgilio i pagani non si

occuparono mai; ei la subì unicamente da un aspetto filosofico e per

effetto della idea stranamente esagerata che si avea di lui come

filosofo; come una maniera d'interpretazione allora assai comune,

non solo fra i filosofanti, ma anche fra i grammatici. Perciò essa

gli fu applicata con eguali convincimenti e senza polemica, tanto da

pagani quanto da cristiani, ed i sensi riposti che gli uni e gli altri

trovarono in esso furono di un ordine puramente etico e filosofico,

anzichè religioso; generalmente si riferiscono alle vicende della vita

umana nelle sue aspirazioni verso il perfezionamento.

La perdita di molti monumenti fa che nella letteratura pagana oggi

non ci rimangono che scarse tracce di quella interpretazione, e le

abbiamo notate già parlando di Donato, di Servio, di Macrobio. Il più

cospicuo saggio che ne possediamo è opera di un cristiano, di Fabio

Planciade Fulgenzio, scrittore di cui l'età precisa non si è finora

potuto stabilire[315], ma che di certo non può esser posteriore al

sesto secolo. Il _De Continentia Virgiliana_, in cui Fulgenzio dichiara

_ciò che si contiene_, o meglio ciò che _trovasi riposto_ nel libro di

Virgilio, è uno dei più strani e curiosi scritti del medio evo latino,

e ad un tempo è il più caratteristico monumento della nominanza del

poeta in mezzo alla barbarie cristiana[316]. In un preambolo l'autore

si affretta a dichiarare ch'ei restringerà il suo lavoro alla sola

Eneide, poichè le Bucoliche e le Georgiche contengono sensi mistici

tanto profondi che non v'ha quasi arte capace di penetrarli appieno;

il perchè egli a ciò rinunzia[317] non essendo cosa dalle sue spalle,

chè troppa scienza ci vorrebbe, essendo il primo delle Georgiche

tutto astrologico, il secondo fisionomico e medico, il terzo tutto

relativo alla aruspicina, il quarto musicale, non senza essere in

fine anche apotelesmatico; curiosa enumerazione che ha luogo anche

per le Bucoliche. Il dabben uomo vuol essere propriamente filosofo;

ma, dic'egli «lasciando in disparte l'acredine alquanto rancidetta

dell'elleboro Crisippesco, parlerò alla buona colle muse»; e qui

esce in cinque esametri nei quali, per tanta opera che intraprende,

invoca l'aiuto delle muse «ma di tutte le muse, che una sola non gli

basterebbe»[318]. Grazie a questa concessione propiziatoria fatta alle

muse, ottiene di avere dinanzi a sè lo spettro di Virgilio stesso.

L'atteggiamento di quella larva veneranda è imponente, serio, come di

poeta assorto nella meditazione di novelle creazioni. Con una umiltà

che contrasta in modo singolare colla presunzione cerretanesca che

domina in questo libro, come in tutti gli altri scritti suoi, Fulgenzio

gli chiede di scendere dalle altezze sue e di rivelare a lui i misteri

delle sue poesie, non i più profondi, ma i più accessibili ad una

povera e barbara mente[319]; al che il poeta annuisce, quantunque gli

parli con un sussiego ed un cipiglio da far paura[320] e lo chiami

costantemente _omicciattolo_ (homuncule). Dichiara adunque ch'egli nei

dodici libri dell'Eneide ha voluto porgere una immagine della vita

umana. Facendosi a svolgere e mostrare questo filosofico senso nei

particolari, si ferma assai lungamente sul primo verso in cui vien

dichiarato il soggetto del poema, e con una farragine di stramberie

incoerenti, arriva al riposto significato delle tre parole _arma_,

_virum_, _primus_ che quel verso contiene. «Tre gradi, dic'egli, sono

nella vita umana: il primo è _avere_; il secondo è _reggere ciò che

si ha_; terzo _adornare ciò che si regge_. Questi tre gradi tu li

ritrovi in quel mio verso. _Arma_, cioè la virtù, si riferisce alla

_sostanza corporea_; _Virum_, cioè la sapienza, si riferisce alla

_sostanza intelligente_; _Primus_, cioè principe, si riferisce alla

_sostanza adornante_; talchè tu hai qui per ordine _avere_, _reggere_,

_ornare_. Così nel simbolo di un racconto abbiamo effigiato la normale

condizione della vita umana; la natura in prima, poi la dottrina, terza

la felicità». Dichiarato così il preambolo (antilogium), si accinge

il poeta alla esposizione della materia contenuta nei singoli libri

dell'Eneide; se non che ei fa poco caso del suo interlocutore, nè esita

a dirgli, senza ambagi, che prima d'andare innanzi vuole assicurarsi di

non parlare ad «orecchie arcadiche» e, quasi dubiti che colui abbia mai

letto l'Eneide, gli chiede un sunto dei fatti narrati nel primo libro

del poema[321]. Fulgenzio, senza punto mostrarsi offeso, condiscende

al desiderio del poeta. Così rassicurato, intraprende Virgilio la

esposizione del primo libro e dei seguenti. Noi qui non riferiremo

che un sunto dell'assieme e le parti più spiccanti, chè riferir tutte

dettagliatamente queste pazze cose sarebbe troppo pesante per noi e pei

lettori.

Virgilio adunque dichiara che il naufragio d'Enea significa la

nascita dell'uomo, il quale dolente e lagrimoso entra nelle procelle

della vita; Giunone che muove il naufragio è Dea del parto, ed

Eolo che la serve è la perdizione[322]; Acate significa i dolori

dell'infanzia[323]; il canto di Iopa, è il canto delle nutrici. I

fatti del II e del III libro si riferiscono tutti all'infanzia, avida

di maraviglie e di racconti favolosi, come pure ad essa infine del

III si riferisce il Ciclope, che ne simboleggia, coll'occhio unico

sulla fronte, il poco intelletto e l'animo prono ad alterigia, il

quale è domato da Ulisse, che è il senno. Il periodo dell'infanzia

chiudesi colla morte ed i funerali del padre Anchise, cioè coll'uscire

dalla tutela paterna. E allora (IV lib.) libero di sè stesso l'uomo

si dà ai piaceri della caccia e dell'amore; e la vertigine della

mente (bufera) lo conduce alle tresche illecite (Didone), finchè

ammonito dall'intelletto (Mercurio) ritorna in sè e lascia quelle;

l'amore abbandonato muore incenerito (fine di Didone). Tornato al

senno, l'animo (V lib.) richiama gli esempî della memoria paterna

e si dà a nobili esercizi (giuochi funebri in onore di Anchise), e

l'intelletto trionfante annienta gl'istrumenti dell'aberrazione (le

navi bruciate). Così corroborato (VI lib.) si rivolge alla sapienza

(tempio di Apollo) non senza prima essere stato liberato dalle

allucinazioni (Palinuro)[324], ed aver deposta la vanagloria (sepoltura

di Miseno)[325]. Munito del ramo d'oro, cioè del sapere che apre

l'adito alle riposte verità, intraprende il viaggio della filosofica

investigazione (discesa all'inferno); e prima di ogni cosa a lui si

rivelano nel triste essere loro i mali della vita umana, e passa,

guidato dal tempo (Caronte)[326], l'onda agitata e torbida degli atti

giovanili (Acheronte)[327], ode le querele e i litigi che dividono gli

uomini (Cerbero latrante), e che il miele della sapienza sa acquetare.

Così procede alla conoscenza della vita futura, delle sanzioni del bene

e del male, e dinanzi a quelle ripensa alle passioni (Didone) ed agli

affetti (Anchise) della sua gioventù. E l'animo fatto così sapiente

(VII lib.) si libera dalla ferula precettrice (funerali della nutrice

Caieta), e giunto alla desiderata Ausonia, cioè agl'incrementi[328]

del bene, sceglie a consorte la fatica e la lotta (Lavinia)[329] e fa

suo alleato (lib. VIII) l'uomo dabbene (Evandro); nella qual società

impara i trionfi della virtù sul male (Ercole e Caco). Fattosi usbergo

dell'ardente anima sua (armi fabbricate da Vulcano) si slancia nella

lotta e combatte (IX, X, XI, XII) contro il furore (Turno)[330], il

quale guidato dalla ebbrezza prima (Metisco), e poi dalla pervicacia

(Juturna = diuturna) ha seco l'empietà (Mezentius, contemtor deorum)

e l'irragionevolezza (Messapo)[331]. Tutto finalmente conquide la

sapienza trionfatrice.

Per quanto possa parere strana cosa questa interpretazione nel

sunto assai ristretto che ne abbiamo dato, difficile rimane sempre

immaginare il grado di stranezza che raggiunge qual'è svolta e

sostenuta nell'originale. È chiaro che sarebbe vano chiedere a simili

fantasticherie una solida base; ma pure sono anch'esse suscettibili

di una qualche finezza di congegno, e possono raggiungere una certa

speciosità che le rende capaci talvolta di recar diletto ed anche,

date certe disposizioni, di allucinare, come si è visto in assai

esempi antichi e moderni. Ma il procedere di Fulgenzio è così violento

ed incoerente, egli calpesta ogni regola di buon senso in modo così

aperto, grossolano e quasi brutale, che mal s'intende come un cervello

sano abbia potuto concepire sul serio un così pazzo lavoro e meno

ancora come cervelli sani abbiano potuto accettarlo e prenderlo in

seria considerazione. Egli è tanto lontano dal badare ad una legge

qualunque, che neppure alla finzione da lui stesso immaginata si

attiene costantemente, e in qualche luogo Virgilio, dimenticando

di esser Virgilio, parla come fosse Fulgenzio[332]. E l'ignoranza

accoppiandosi alla spensieratezza, in bocca al poeta è posta una

citazione di Petronio ed anche una del più tardo Tiberiano! A questa

grossa ed inescusabile oscitanza va pure attribuito che il libro,

qual'è, non ha chiusa, poichè l'autore dimentica in fine che avendo

fatto parlare Virgilio fin lì, deve riporsi in iscena egli stesso

per congedarsi dal lettore[333]. Proporzionalità di parti nel lavoro

non ce n'è alcuna; mentre sul primo verso dell'Eneide si dilunga per

più pagine, passa poi a piè pari e con poche righe intieri libri. Il

solo su di cui si trattenga con minor fretta è il sesto che, come

vedemmo, parlando di Servio, fu considerato come il più ripieno di

sensi profondi. Non parlo del linguaggio, strano aborto di una barbarie

tanto deficiente di cognizioni quanto priva di gusto, che pur vuole

affettare con molto sussiego grande ricercatezza, con frasi stranamente

lambiccate e contorte e con vocaboli peregrini pescati d'ogni dove

e usati anche impropriamente[334]; nè delle etimologie arbitrarie

e tagliate coll'ascia assai peggio di quanto solessero farlo altri

antichi.

Degno di nota è il tipo di Virgilio. Qui il poeta è un barbassoro

accigliato, tenebroso, brusco e superbo, vale a dire precisamente

il contrario di quella mite, dolce e modesta anima che spira nella

sua poesia, che tutte le notizie biografiche gli attribuiscono, e

che Dante ha così fedelmente ritratto. Per quelle menti barbare tale

doveva essere il tipo ideale del sapiente, circondato di caligine come

il sapere d'allora, che tornava quasi alle condizioni delle prime sue

origini, nelle quali si copre di un poetico mistero. Fra questa gente,

come vedesi non solo in Fulgenzio, ma già in Macrobio (singolarmente

nello scritto sul Sogno di Scipione), e poi in Marziano Capella,

in Boezio e in tanti altri, esso perdendo la sua base razionale e

sottrattosi a quelle necessità dialettiche che spingono alla calma

l'animo, quand'anche ispirato e divinante, del dotto, tradisce la

sua debole natura accompagnandosi e reggendosi sempre nelle sue

produzioni con una specie di orgasmo poetico più o meno intenso e

pronunziato; come cosa che imponendosi dal di fuori all'animo rozzo

e mal preparato, lo rende attonito e lo fanatizza stranamente. Quindi

quel mescolare di verso e di prosa che distingue Capella, e Boezio ed

anche Fulgenzio. In quell'orgasmo, che alle menti colte e addestrate

alla critica scientifica par quasi morboso, niuno penserebbe mai a

riconoscere quelle scintille di poesia che nascono nell'animo dalle

sospirate e felici intuizioni del vero. In tal condizione di spirito

il più alto sapiente apparisce come una natura mistica, divinamente

ispirata e quasi estramondana. Tale è Virgilio per Fulgenzio. Chi

ben consideri, questo tipo non è altro che uno sviluppo ulteriore

di quello che già abbiamo trovato in Macrobio ed in generale fra

i pagani della decadenza. Fulgenzio ha seguìto lo stesso indirizzo

mettendoci di suo quanto poteva suggerirgli la barbarie e la rozzezza

propria e del suo tempo, il quale benchè producesse taluni uomini

a lui assai superiori, pure, singolarmente nell'ordine del sapere

laico, è da lui assai adequatamente rappresentato, così nei gusti e

nelle idee come nella misura delle cognizioni. Certo, il concetto

fondamentale della sua interpretazione non può dirsi originale;

chè l'idea di cercare in Virgilio un pensiero riposto relativo

alla vita umana ed alle sue vicende, trovasi già, come vedemmo,

presso altri anteriori. Nella stessa guisa, anzi anche molto meno,

potrebbe dirsi originale l'idea dell'altra e maggiore sua opera il

_Mythologicon_. Quanto abbia in queste messo di suo, quanto preso da

altri, non sarebbe facile precisare, nè qui il luogo d'intraprenderne

la ricerca. Quel che qui è necessario pel nostro tema notare molto

attentamente è questo, che quantunque Fulgenzio sia cristiano e

si mostri anche ferventemente tale, nè il _Mythologicon_ nè il _De

Continentia_ sono scritti, come forse taluno potrebbe pensare, con un

intendimento apologetico, onde conciliare la tradizione classica col

cristianesimo. Non v'ha parola che alluda alla guerra dei cristiani

contro di quella, non una che accenni ad una difesa di essa contro

un attacco qualsivoglia. Il principio fondamentale, vero movente

dell'opera, è puramente filosofico; la conciliazione delle favole

antiche, non già col cristianesimo, ma colla filosofia. Evidentemente

il _De Continentia_ si connette direttamente col _Mythologicon_,

di cui costituisce come un'appendice ed a cui infatti è anche di

data posteriore[335]. Pel posto che occupava Virgilio nella cultura

d'allora, colui che avea applicato l'allegoria ad interpretare

filosoficamente la farragine delle antiche favole, era, per lo stesso

momento, indotto ad una simile interpretazione della notissima favola

dell'Eneide, che quasi costituiva un piccolo ciclo separato da non

confondere col resto, che era principalmente greco. Come poi alla

prima era criterio fondamentale l'idea generale dell'altezza del

pensiero antico, così a questa lo era il concetto di uno straordinario

sapere e di una maravigliosa profondità di mente del poeta. Perciò

nel _Mythologicon_ sono introdotte a parlare Urania e la Filosofia,

nel _De Continentia_ Virgilio stesso. Fulgenzio adunque trovasi sul

piede degli stoici, come dei filosofi e dei grammatici della decadenza;

la sua qualità di cristiano, quantunque incidentemente si manifesti,

non contribuisce per nulla alla natura dell'opera. Ben si riconosce

però nel _De Continentia_ quella specie di condizione privilegiata

che fra gli scrittori pagani ebbe Virgilio dinanzi ai cristiani. C'è

l'idea che la miracolosa potenza del suo ingegno lo abbia avvicinato

assai ai principî, singolarmente etici e filosofici, della nostra

religione, tanto che quando ei pronunzia cosa che questa non potrebbe

ammettere, Fulgenzio lo interrompe esprimendo la sua maraviglia che

in quell'errore abbia potuto cadere colui che seppe dire «Iam redit et

virgo etc.»[336]. Virgilio risponde: «Se fra tante verità stoiche non

avessi errato con qualche principio epicureo, non sarei pagano. Poichè

conoscere tutti i veri non è dato ad altri che a voi, pei quali brillò

il sole della verità. Ma non sono qui venuto a parlare di queste cose».

Lo stesso consenso e la stessa impazienza si manifesta in altri due

luoghi nei quali Fulgenzio rammenta parole del testo sacro o principî

cristiani che si trovan d'accordo con quanto dice il poeta; in altri

due il poeta non risponde affatto[337]. Ed invero quelle interruzioni

sono estranee allo scopo dell'opera, e come tali le considera l'autore

stesso; ma erano naturalmente suggerite dal tipo ideale di Virgilio che

viveva allora nelle menti dei cristiani. Così, senza nulla di violento,

ma per una via naturale e continua che aveva il suo principio nella

stessa tradizione classica, il Virgilio di Fulgenzio, ossia il Virgilio

della barbarie cristiana, viene ad avere in sè delle cause di simpatia,

che diminuiscono notevolmente le incompatibilità fra lo scrittore

pagano e i seguaci di Cristo. Questo tipo nel quale domina già l'idea

medievale che, in mezzo alle cause d'errore, la ragione umana fosse

arrivata, per quanto poteva senza miracolo e senza rivelazione,

a principî omogenei anche ad anime cristiane, non è che un rozzo

precursore di quello che troveremo raffinato e sublimato nella poesia

dantesca.

Fulgenzio è tutt'altro che un dotto od un pensatore, ma fa ogni

sforzo per parer tale non esitando neppure ad inventar nomi di autori

e di opere che mai non esisterono[338], affine di dare un carattere

più peregrino al suo sapere; vecchia arte già adoperata, non senza

successo, anche in tempi ben più illuminati[339], e di cui la decadenza

e il medio evo offrono parecchi esempi[340]. Egli può considerarsi

come la caricatura di quelli che lo precedettero e lo seguirono nello

stesso arringo di queste interpretazioni allegoriche, fra i quali pur

troviamo uomini di un valore incontestabile. Qual ch'ei fosse, egli era

troppo naturale prodotto dell'epoca sua perchè questa non gli facesse

buon viso. Il medio evo, colla ingenuità che lo distingue, credette

davvero scorgere in lui un uomo di molta dottrina e di mente profonda

e fece gran caso delle sue opere. L'uso che ne fece è attestato dai

manoscritti superstiti che non sono pochi. Sigeberto di Gembloux (XI

sec.) è quasi spaventato da tanto acume[341], ed ammira quest'uomo

che ha saputo «cercar l'oro nel fango di Virgilio»[342]. Lo scoliasta

di Germanico è interpolato con luoghi del _Mythologicon_, e qualche

simile interpolazione trovasi anche nelle favole d'Igino. Il secondo

e terzo mitografo vaticano ed in parte anche il primo hanno attinto,

più o meno, da Fulgenzio; fatti questi di non lieve importanza

quando si consideri che tanto le favole d'Igino quanto taluni dei

mitiografi vaticani (singolarmente il primo) furono certamente libri di

scuola[343].

Questa interpretazione allegorica vegetò assai bene sotto il freddo

sole della scolastica. Bernardo di Chartres scrisse un commento

ai primi sei libri dell'Eneide, nel quale sostiene che Virgilio in

questi libri «come filosofo descrive la natura della vita umana....

e quel che faccia o soffra lo spirito umano mentre temporaneamente

rimane posto nel corpo»[344]. Questa idea di Bernardo di Chartres è

pure accolta da un altro uomo dei più ragguardevoli del secolo XII,

Giovanni di Salisbury. Egli nota che Virgilio «sotto il velo delle

favole esprime le verità della filosofia intiera»[345] e trova che il

successivo svolgimento dell'anima umana è pur seguìto nei sei primi

libri dell'Eneide. Enea, secondo lui, non è altro che l'animo, cioè

l'abitatore del corpo «poichè ennaios vuol dire appunto abitatore».

Così seguitando trova nel primo libro dell'Eneide, sotto l'imagine

del naufragio, espresse le vicissitudini dell'infanzia che ha pur

le sue procelle, nel secondo le espansioni e le curiosità ingenue

dell'adolescenza che molto apprende di vero e di falso, nel terzo la

gioventù coi suoi errori, nel quarto gli amori illeciti, nel quinto

la maturità virile e prossima alla vecchiezza, nel sesto infine, col

raffreddarsi delle passioni e col mancar delle forze, la vecchiaia e

la imminente decrepitezza[346]. E come un tempo Donato nell'ordine in

cui Virgilio venne componendo le tre opere sue, credette riconoscere

un rapporto con tre grandi fasi della storia dell'umanità, così nel

più avanzato medio evo non mancò chi in quelle volesse scoprire le

tre categorie psicologiche della vita umana, distinte comunemente

dalla filosofia d'allora, e riconoscere la vita contemplativa nelle

Bucoliche, la sensuale nelle Georgiche, l'attiva nell'Eneide[347]. Non

v'era libro, non fatto o racconto, che a quel tempo non si credesse

capace di una interpretazione morale o filosofica, ed era comune la

dottrina dei quattro sensi che possono trovarsi in una scrittura,

il letterale, l'allegorico, il morale, l'anagogico. Una categoria

d'idee preoccupava le menti e infervorava l'anima; in ogni cosa si

cercava imagini di quella e rapporti palesi o nascosti con quella.

Dopo di essere stata un mezzo di conciliazione fra la filosofia e i

fantasmi poetico-religiosi dell'antichità, dopo di aver servito di

arme difensiva a due religioni in conflitto, l'allegoria era rimasta,

come ordigno di grande e comune uso, nell'armamentario teologico,

attagliandosi perfettamente, ed assai meglio che alla filosofia

antica, alle esigenze dialettiche della fede cristiana. Così essa

ebbe parte notevole nella curiosa intelaiatura di quel fragile ma pur

non inutile ponte, posto fra la teologia monastica e la speculazione

laicale, che fu la scolastica, ed in epoca in cui que' due elementi

influenzavano profondamente il pensiero, questo divenne tanto docile a

quella palestra, oggi non più tollerabile, che non solo sostenne senza

recalcitrare l'allegoria nell'esegesi e si avvezzò a darle peso nel

raziocinio, ma anche nei suoi prodotti si sentì naturalmente condotto

ad esprimersi per quella via indiretta e ad allegorizzare, come vediamo

anche nella Divina Commedia, che è il più alto e significativo portato

di quella età. Di questa dottrina parla Dante esplicitamente anche

nel Convito, dove pure non lascia di farne applicazione a Virgilio

rammentando «il figurato che del diverso processo delle etadi tiene

Virgilio nell'Eneide» e spiegando poi nello stesso libro questo senso

figurato dell'Eneide in modo poco diverso da quello di Giovanni di

Salisbury[348]. Neppure il risorgimento rinunziò intieramente a questa

esegesi allegorica di Virgilio, ammessa anche allora da uomini illustri

quali Leon Battista Alberti, e Cristoforo Landino[349].

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 24 / 46 题