CAPITOLO VII.

Il soggetto del capitolo antecedente ha invero un carattere assai

generale, e forse a prima giunta potrebbe parere che ci siamo diffusi

intorno ad esso più largamente di quello comporti il tema speciale

del nostro scritto. Ma è facile riconoscere quanto strettamente

connetta quel soggetto al nostro tema il nome di Virgilio, che abbiamo

incontrato frequentissimo in mezzo alle varie opinioni e sentimenti che

siamo venuti esponendo ed esaminando. È tale infatti l'uso che abbiamo

veduto farsi di quel nome nelle espressioni d'odio o di disprezzo, di

amore o di stima per gli antichi scrittori pagani, che evidentemente

ne risulta essere, per tutti gli scrittori del medio evo, Virgilio il

sommo rappresentante dell'antica tradizione classica. Così otteniamo

una prima idea più generale della nominanza virgiliana in quella lunga

epoca, e delle condizioni nelle quali potè esistere e mantenersi; ora

è d'uopo procedere a studiare più da vicino e ne' suoi particolari,

quella nominanza e le sue condizioni.

Quando le autorità ecclesiastiche e secolari volean promuovere gli

studi delle sette arti, la principale ragione che adducevano in pro

di questi era, oltre all'esempio dei grandi luminari della chiesa, il

bisogno che se ne aveva per gli studi sacri. Così fanno Cassiodoro,

Beda, Alcuino ed altri. Giovi rammentare, quale esempio principale, la

circolare da Carlomagno diretta ai vescovi ed agli abati nel 787. In

essa quel monarca dice aver notato negli scritti ufficiosi inviatigli

da più monasteri, una rozzezza di dettato che certamente procedeva

dal trasandare lo studio delle lettere. «Perciò, egli soggiunge,

abbiamo cominciato a temere, che se nello scrivere il sapere venga

a mancare, possa anche venir meno l'intelligenza che si richiede

nell'interpretare le Sante Scritture. Quantunque gli errori di parole

siano dannosi, tutti sappiamo che molto più dannosi sono gli errori

di senso. Vi esortiamo adunque non solo a non trasandare lo studio

delle lettere, ma eziandio a rivaleggiare nello zelo per imparare,

affinchè possiate con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle

Sante Scritture. Ora, siccome nei libri sacri trovansi figure tropi

ed altri simili ornamenti, è cosa indubitabile che ognuno, leggendo,

debba cogliere tanto più presto il senso spirituale quanto meglio a

ciò ei sia preparato dall'insegnamento delle lettere»[282]. E questo

fu certamente il migliore baluardo che salvò le lettere classiche

dalla totale rovina. Perciò Carlomagno, mentre stabiliva che le sacre

scritture dovessero essere il primo fondamento dell'educazione[283], in

pari tempo procacciava maestri di grammatica da ogni parte, ravvivando

così potentemente, come a tutti è noto, anche la parte profana

della comune istruzione[284]. Ma gli scrittori ecclesiastici non

considerarono soltanto gli antichi autori pagani come grandi maestri

di tropi e figure; quando trovarono nei loro scritti qualche luogo

che poteva confermare i principi della fede, se ne valsero volontieri,

talvolta anche a costo di contorcerne il senso ed anche di falsificare.

L'autorità somma di cui godeva Virgilio come scrittore di un sapere

straordinario, come primo fra gli antichi poeti ed anche come il

migliore sotto il rapporto del buon costume, fece impressione su molti

teologi cristiani, i quali trattarono a fidanza con lui meglio che

con altri poeti pagani, e non isdegnarono citar la sua parola, sia in

appoggio di taluni grandi principi del cristianesimo, sia a dimostrare

che egli era fra i pagani colui che meglio a queste verità si era

avvicinato. I numerosi centoni virgiliani di soggetto cristiano non

mostrano soltanto come fra' cristiani Virgilio serbasse, nello studio

letterario, quello stesso posto che teneva fra i pagani e soggiacesse

quindi a quell'uso messo già in voga da questi, ma mostrano altresì

un vivo desiderio di assimilare questa principale pastura della mente

ai sentimenti che infiammavano il cuore, di accomodare la ammirata

ed autorevole parola del poeta alle idee imposte dalla fede novella,

di emendarla moralmente e purificarla dal solo errore che i cristiani

trovassero in essa, lo spirito pagano[285]. Era egli il principale fra

quei gentili a cui pareva si potessero applicare le parole del vangelo

«si accorsero che Gesù passava»[286]. Parve cosa degna di compassione

il vedere nato «al tempo degli Dei falsi e bugiardi» questo grande

uomo, che le sue opere e le tradizioni sulla sua vita presentavano come

un'anima candida e bella e tale che pareva eminentemente disposta ad

accogliere la parola di Cristo. Quindi egli è il primo fra coloro che

Dante, fedele e profondo interprete del sentimento religioso del medio

evo, non osò riporre fra i dannati, ma collocò nel luogo destinato

a chi avea la sola colpa involontaria di non essere nato alla fede

di Cristo. Il sentimento di compassione trovasi meglio che altrove

espresso in quei versi, spesso citati, che si cantavano a Mantova fino

alla fine del XV secolo, nella messa di S. Paolo, nei quali si narrava

che l'apostolo recossi a Napoli a visitare il sepolcro di Virgilio,

ed ivi pianse a calde lagrime esclamando: oh quale t'avre'io reso,

se ti avessi trovato in vita, o sommo poeta![287]. Da un altro lato

dimostrare nei pagani stessi un certo spirito antipagano e dentro

certi limiti tanto meno discosto dallo spirito cristiano quanto più

essi erano stati grandi, era cosa resa tradizionale fin dai primi

apologeti, tanto che a' tempi d'Arnobio pare fosse fatta dai pagani

una petizione al senato perchè venissero distrutti certi libri, come

il _De natura deorum_ di Cicerone, nei quali il paganesimo troppo bene

presentava il suo lato debole agli attacchi dei cristiani[288]. Da

questo avviamento delle idee relative ai grandi pagani rimpetto alla

fede cristiana, nascevano certe leggende, come quelle della conversione

di Seneca, di Plinio e simili, che furono prese sul serio da uomini

illuminati, e durarono a lungo. Io stesso da fanciullo in una scuola di

Roma ho inteso ripetere che Cicerone morendo esclamasse «causa causarum

miserere mei!»

Agostino, Girolamo, Lattanzio, Minucio Felice ed altri padri e

scrittori ecclesiastici citano talvolta versi di Virgilio nei quali

riconoscono principi filosofici o teologici che hanno qualche

somiglianza con principi cristiani, quali p. es. l'unità, la

spiritualità, l'onnipotenza di Dio e simili[289]. Ma su di ciò noi

non ci tratterremo, non essendovi in fondo gran che di caratteristico

da notare per la storia del nome del poeta, che la stessa cosa ha

luogo per molti altri scrittori antichi[290]. Ben più degna di nota

è la rinomanza che il poeta si acquistò fra i cristiani colla sua

quarta ecloga, per la quale fu sollevato alla dignità dei profeti

che predissero la venuta di Cristo[291]. Il presentimento che ispira

tutta quell'ecloga, di un prossimo rinnovarsi del mondo in una era di

felicità, di giustizia, d'amore e di pace, il rannodare che ivi si fa

di questa aspettazione colla nascita di un bambino, l'antica autorità

della sibilla su di cui tutta quella previsione si fa riposare,

erano cose, conviene dirlo, troppo seducenti pei cristiani, perchè,

leggendo quell'ecloga non dovessero rammentare la nascita di Cristo,

e il rinnovarsi del mondo da lui promesso nella pura e mite dottrina

che porgeva all'umanità. Lungo sarebbe qui rammentare le vicende e le

cause del messianesimo presso i giudei e nel mondo greco-romano, e le

curiose e lunghe lucubrazioni dei sibillisti, così in senso giudaico

come in senso cristiano. Ci basti accennare che a questa storia

complicata, e difficilissima a trattare senza prevenzioni o impressioni

perturbatrici, appartiene la interpretazione cristiana della quarta

ecloga, che già si manifesta assai in voga presso gli scrittori

cristiani del quarto secolo. La più diffusa interpretazione di tal

natura trovasi in un'allocuzione tenuta dall'imperatore Costantino

dinanzi ad una assemblea ecclesiastica[292]. Stando a quanto dice

Eusebio che riferisce quel discorso, l'imperatore lo avrebbe composto

in latino e poi gl'interpreti lo avrebbero messo in greco[293]. Fatto è

che la traduzione dell'ecloga in versi greci[294], quale oggi si legge

in quel discorso, lascia scorgere l'antico guaio dei sibillisti; essa

in più luoghi si scosta arbitrariamente dall'originale, alterandone

il senso, collo scopo evidente di adattarlo alla interpretazione

cristiana che è svolta nel discorso[295]. L'imperatore esaminando

nelle varie parti quella composizione virgiliana, trova in essa la

predizione della venuta di Cristo, designata con più circostanze; la

vergine che riede è Maria; la progenie novella mandata dal cielo è

Gesù; e il serpente che non sarà più è l'antico tentatore dei nostri

padri; l'amomo che nascerà in ogni dove è la numerosa gente cristiana,

monda dal peccato (ἄμωμος, irreprensibile); e di questa guisa procede

interpretando altri particolari dell'ecloga. Egli ritiene che il poeta

abbia scritto colla chiara coscienza di predire il Cristo, ma siasi

espresso copertamente, mescolando al suo dire anche nomi di divinità

pagane, onde non urtare troppo di fronte le credenze d'allora e non

attirarsi la collera dell'autorità. Ma gli scrittori ecclesiastici che

accolsero questo argomento in favore della fede non tutti si persuasero

che Virgilio avesse inteso il senso da loro attribuito a quel vaticinio

sibillino; più generalmente credettero che il poeta, non sapendo di

che veramente si trattava, volesse applicarlo alla nascita del figlio

di Pollione o di altro fanciullo d'illustre prosapia. Nello stesso

secolo di Costantino, Lattanzio intende anch'egli quell'ecloga nel

senso cristiano, ma essendo egli seguace della dottrina del millenario,

la riferisce, non alla venuta di Cristo, ma al promesso ritorno

di lui trionfante nel regno dei giusti[296]. Agostino, ammettendo

l'esistenza fra i pagani di profeti che predissero la venuta di Cristo,

cita anch'egli la quarta ecloga, singolarmente servendosi dei versi

13, 14 ch'ei riferisce alla remissione de' peccati pei meriti del

Salvatore[297].

Girolamo insorge contro tali idee e si burla di coloro che credono

Virgilio cristiano senza Cristo, e tratta ciò di fanfaluca, di

baia degna di essere posta d'accanto ai centoni virgiliani e simili

puerilità[298]. È da notarsi però che una certa dottrina teologica e

qualche passo del vangelo spingeva a cercar profeti di Cristo anche fra

i gentili, e che se esistevano oracoli sibillini i quali evidentemente

parlassero di Cristo, come nel famoso acrostico, gl'increduli dicevano

che questi erano apocrifi e fattura di cristiani; e siccome ciò era

del tutto vero, difficile rimaneva dimostrare il contrario. Quindi

l'ecloga di Virgilio fondata sull'oracolo sibillino, non potendosi

in alcuna guisa tacciare di apocrifa, presentava il più alto valore,

ed infatti da questo aspetto essa è considerata così nel discorso di

Costantino, come anche da Agostino. Per tal guisa anche a coloro che

credevano non avere Virgilio inteso il senso ch'essi attribuivano a

quel'ecloga, questo poeta appariva come tale che, quantunque senza

saperlo, offriva una testimonianza, un argomento alla fede. Perciò

divulgatasi la cosa[299] e scesa anche fra il popolo, Virgilio divenne

il compagno della Sibilla ed insieme con David Isaia e gli altri

profeti, figurò fino ai tempi del risorgimento, nelle rappresentazioni

sacre o misteri; e tale idea assumendo forme leggendarie andò con

varia vicenda a mescolarsi all'idea popolare del Virgilio mago; di che

parleremo a suo luogo. La pretesa irresistibilità di quell'argomento

diede pure origine a leggende ecclesiastiche di conversioni prodotte

dai versi della quarta ecloga, come quella di Stazio[300] resa celebre

da Dante, e quella dei tre pagani Secundiano, Marcelliano e Veriano,

i quali subitamente illuminati dai versi «Ultima Cumaei etc.» di

persecutori dei cristiani divennero martiri di Cristo[301]. Un'altra

leggenda narra di Donato vescovo di Fiesole (IX sec.) che presso a

morire apparve in un'adunanza di confratelli e fece la sua professione

di fede dinanzi ad essi, introducendo fra le sue parole quelle del

poeta «Iam nova progenies etc.» dopo di che spirò[302]. Papa Innocenzo

III cita quei versi virgiliani in conferma della fede in una predica

del Natale[303], ed in senso cristiano essi furono intesi nel medio evo

e poi, da uomini di grande autorità, come Dante[304], Abelardo[305],

Marsilio Ficino[306], per tacere dei minori. E Virgilio entrato così

nel corteo del cristianesimo trionfante, fu spessissimo rappresentato

nelle chiese dall'arte cristiana, fra i profeti di Cristo. Negli stalli

della catedrale di Zamora (XII sec.) in Spagna, fra le numerose figure

di veggenti dell'antico testamento, si trova quella del poeta romano,

accompagnata dalla parola _progenies_ del noto verso[307]; così pure

figura Virgilio nelle pitture del Vasari in una chiesa di Rimini; nelle

pitture del Sanzio in S. Maria della Pace in Roma, le parole _Iam nova

progenies_ servono di distintivo alla Sibilla Cumea. Dal risorgimento

in poi i dotti disputarono pro e contro l'interpretazione cristiana di

quell'ecloga[308]; ed anche oggi che il medio evo è finito da un pezzo,

ma molti tendono a conservarne certe eredità, non manca chi seguiti a

prendere sul serio l'antica fola[309].

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 23 / 46 题