Il soggetto del capitolo antecedente ha invero un carattere assai
generale, e forse a prima giunta potrebbe parere che ci siamo diffusi
intorno ad esso più largamente di quello comporti il tema speciale
del nostro scritto. Ma è facile riconoscere quanto strettamente
connetta quel soggetto al nostro tema il nome di Virgilio, che abbiamo
incontrato frequentissimo in mezzo alle varie opinioni e sentimenti che
siamo venuti esponendo ed esaminando. È tale infatti l'uso che abbiamo
veduto farsi di quel nome nelle espressioni d'odio o di disprezzo, di
amore o di stima per gli antichi scrittori pagani, che evidentemente
ne risulta essere, per tutti gli scrittori del medio evo, Virgilio il
sommo rappresentante dell'antica tradizione classica. Così otteniamo
una prima idea più generale della nominanza virgiliana in quella lunga
epoca, e delle condizioni nelle quali potè esistere e mantenersi; ora
è d'uopo procedere a studiare più da vicino e ne' suoi particolari,
quella nominanza e le sue condizioni.
Quando le autorità ecclesiastiche e secolari volean promuovere gli
studi delle sette arti, la principale ragione che adducevano in pro
di questi era, oltre all'esempio dei grandi luminari della chiesa, il
bisogno che se ne aveva per gli studi sacri. Così fanno Cassiodoro,
Beda, Alcuino ed altri. Giovi rammentare, quale esempio principale, la
circolare da Carlomagno diretta ai vescovi ed agli abati nel 787. In
essa quel monarca dice aver notato negli scritti ufficiosi inviatigli
da più monasteri, una rozzezza di dettato che certamente procedeva
dal trasandare lo studio delle lettere. «Perciò, egli soggiunge,
abbiamo cominciato a temere, che se nello scrivere il sapere venga
a mancare, possa anche venir meno l'intelligenza che si richiede
nell'interpretare le Sante Scritture. Quantunque gli errori di parole
siano dannosi, tutti sappiamo che molto più dannosi sono gli errori
di senso. Vi esortiamo adunque non solo a non trasandare lo studio
delle lettere, ma eziandio a rivaleggiare nello zelo per imparare,
affinchè possiate con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle
Sante Scritture. Ora, siccome nei libri sacri trovansi figure tropi
ed altri simili ornamenti, è cosa indubitabile che ognuno, leggendo,
debba cogliere tanto più presto il senso spirituale quanto meglio a
ciò ei sia preparato dall'insegnamento delle lettere»[282]. E questo
fu certamente il migliore baluardo che salvò le lettere classiche
dalla totale rovina. Perciò Carlomagno, mentre stabiliva che le sacre
scritture dovessero essere il primo fondamento dell'educazione[283], in
pari tempo procacciava maestri di grammatica da ogni parte, ravvivando
così potentemente, come a tutti è noto, anche la parte profana
della comune istruzione[284]. Ma gli scrittori ecclesiastici non
considerarono soltanto gli antichi autori pagani come grandi maestri
di tropi e figure; quando trovarono nei loro scritti qualche luogo
che poteva confermare i principi della fede, se ne valsero volontieri,
talvolta anche a costo di contorcerne il senso ed anche di falsificare.
L'autorità somma di cui godeva Virgilio come scrittore di un sapere
straordinario, come primo fra gli antichi poeti ed anche come il
migliore sotto il rapporto del buon costume, fece impressione su molti
teologi cristiani, i quali trattarono a fidanza con lui meglio che
con altri poeti pagani, e non isdegnarono citar la sua parola, sia in
appoggio di taluni grandi principi del cristianesimo, sia a dimostrare
che egli era fra i pagani colui che meglio a queste verità si era
avvicinato. I numerosi centoni virgiliani di soggetto cristiano non
mostrano soltanto come fra' cristiani Virgilio serbasse, nello studio
letterario, quello stesso posto che teneva fra i pagani e soggiacesse
quindi a quell'uso messo già in voga da questi, ma mostrano altresì
un vivo desiderio di assimilare questa principale pastura della mente
ai sentimenti che infiammavano il cuore, di accomodare la ammirata
ed autorevole parola del poeta alle idee imposte dalla fede novella,
di emendarla moralmente e purificarla dal solo errore che i cristiani
trovassero in essa, lo spirito pagano[285]. Era egli il principale fra
quei gentili a cui pareva si potessero applicare le parole del vangelo
«si accorsero che Gesù passava»[286]. Parve cosa degna di compassione
il vedere nato «al tempo degli Dei falsi e bugiardi» questo grande
uomo, che le sue opere e le tradizioni sulla sua vita presentavano come
un'anima candida e bella e tale che pareva eminentemente disposta ad
accogliere la parola di Cristo. Quindi egli è il primo fra coloro che
Dante, fedele e profondo interprete del sentimento religioso del medio
evo, non osò riporre fra i dannati, ma collocò nel luogo destinato
a chi avea la sola colpa involontaria di non essere nato alla fede
di Cristo. Il sentimento di compassione trovasi meglio che altrove
espresso in quei versi, spesso citati, che si cantavano a Mantova fino
alla fine del XV secolo, nella messa di S. Paolo, nei quali si narrava
che l'apostolo recossi a Napoli a visitare il sepolcro di Virgilio,
ed ivi pianse a calde lagrime esclamando: oh quale t'avre'io reso,
se ti avessi trovato in vita, o sommo poeta![287]. Da un altro lato
dimostrare nei pagani stessi un certo spirito antipagano e dentro
certi limiti tanto meno discosto dallo spirito cristiano quanto più
essi erano stati grandi, era cosa resa tradizionale fin dai primi
apologeti, tanto che a' tempi d'Arnobio pare fosse fatta dai pagani
una petizione al senato perchè venissero distrutti certi libri, come
il _De natura deorum_ di Cicerone, nei quali il paganesimo troppo bene
presentava il suo lato debole agli attacchi dei cristiani[288]. Da
questo avviamento delle idee relative ai grandi pagani rimpetto alla
fede cristiana, nascevano certe leggende, come quelle della conversione
di Seneca, di Plinio e simili, che furono prese sul serio da uomini
illuminati, e durarono a lungo. Io stesso da fanciullo in una scuola di
Roma ho inteso ripetere che Cicerone morendo esclamasse «causa causarum
miserere mei!»
Agostino, Girolamo, Lattanzio, Minucio Felice ed altri padri e
scrittori ecclesiastici citano talvolta versi di Virgilio nei quali
riconoscono principi filosofici o teologici che hanno qualche
somiglianza con principi cristiani, quali p. es. l'unità, la
spiritualità, l'onnipotenza di Dio e simili[289]. Ma su di ciò noi
non ci tratterremo, non essendovi in fondo gran che di caratteristico
da notare per la storia del nome del poeta, che la stessa cosa ha
luogo per molti altri scrittori antichi[290]. Ben più degna di nota
è la rinomanza che il poeta si acquistò fra i cristiani colla sua
quarta ecloga, per la quale fu sollevato alla dignità dei profeti
che predissero la venuta di Cristo[291]. Il presentimento che ispira
tutta quell'ecloga, di un prossimo rinnovarsi del mondo in una era di
felicità, di giustizia, d'amore e di pace, il rannodare che ivi si fa
di questa aspettazione colla nascita di un bambino, l'antica autorità
della sibilla su di cui tutta quella previsione si fa riposare,
erano cose, conviene dirlo, troppo seducenti pei cristiani, perchè,
leggendo quell'ecloga non dovessero rammentare la nascita di Cristo,
e il rinnovarsi del mondo da lui promesso nella pura e mite dottrina
che porgeva all'umanità. Lungo sarebbe qui rammentare le vicende e le
cause del messianesimo presso i giudei e nel mondo greco-romano, e le
curiose e lunghe lucubrazioni dei sibillisti, così in senso giudaico
come in senso cristiano. Ci basti accennare che a questa storia
complicata, e difficilissima a trattare senza prevenzioni o impressioni
perturbatrici, appartiene la interpretazione cristiana della quarta
ecloga, che già si manifesta assai in voga presso gli scrittori
cristiani del quarto secolo. La più diffusa interpretazione di tal
natura trovasi in un'allocuzione tenuta dall'imperatore Costantino
dinanzi ad una assemblea ecclesiastica[292]. Stando a quanto dice
Eusebio che riferisce quel discorso, l'imperatore lo avrebbe composto
in latino e poi gl'interpreti lo avrebbero messo in greco[293]. Fatto è
che la traduzione dell'ecloga in versi greci[294], quale oggi si legge
in quel discorso, lascia scorgere l'antico guaio dei sibillisti; essa
in più luoghi si scosta arbitrariamente dall'originale, alterandone
il senso, collo scopo evidente di adattarlo alla interpretazione
cristiana che è svolta nel discorso[295]. L'imperatore esaminando
nelle varie parti quella composizione virgiliana, trova in essa la
predizione della venuta di Cristo, designata con più circostanze; la
vergine che riede è Maria; la progenie novella mandata dal cielo è
Gesù; e il serpente che non sarà più è l'antico tentatore dei nostri
padri; l'amomo che nascerà in ogni dove è la numerosa gente cristiana,
monda dal peccato (ἄμωμος, irreprensibile); e di questa guisa procede
interpretando altri particolari dell'ecloga. Egli ritiene che il poeta
abbia scritto colla chiara coscienza di predire il Cristo, ma siasi
espresso copertamente, mescolando al suo dire anche nomi di divinità
pagane, onde non urtare troppo di fronte le credenze d'allora e non
attirarsi la collera dell'autorità. Ma gli scrittori ecclesiastici che
accolsero questo argomento in favore della fede non tutti si persuasero
che Virgilio avesse inteso il senso da loro attribuito a quel vaticinio
sibillino; più generalmente credettero che il poeta, non sapendo di
che veramente si trattava, volesse applicarlo alla nascita del figlio
di Pollione o di altro fanciullo d'illustre prosapia. Nello stesso
secolo di Costantino, Lattanzio intende anch'egli quell'ecloga nel
senso cristiano, ma essendo egli seguace della dottrina del millenario,
la riferisce, non alla venuta di Cristo, ma al promesso ritorno
di lui trionfante nel regno dei giusti[296]. Agostino, ammettendo
l'esistenza fra i pagani di profeti che predissero la venuta di Cristo,
cita anch'egli la quarta ecloga, singolarmente servendosi dei versi
13, 14 ch'ei riferisce alla remissione de' peccati pei meriti del
Salvatore[297].
Girolamo insorge contro tali idee e si burla di coloro che credono
Virgilio cristiano senza Cristo, e tratta ciò di fanfaluca, di
baia degna di essere posta d'accanto ai centoni virgiliani e simili
puerilità[298]. È da notarsi però che una certa dottrina teologica e
qualche passo del vangelo spingeva a cercar profeti di Cristo anche fra
i gentili, e che se esistevano oracoli sibillini i quali evidentemente
parlassero di Cristo, come nel famoso acrostico, gl'increduli dicevano
che questi erano apocrifi e fattura di cristiani; e siccome ciò era
del tutto vero, difficile rimaneva dimostrare il contrario. Quindi
l'ecloga di Virgilio fondata sull'oracolo sibillino, non potendosi
in alcuna guisa tacciare di apocrifa, presentava il più alto valore,
ed infatti da questo aspetto essa è considerata così nel discorso di
Costantino, come anche da Agostino. Per tal guisa anche a coloro che
credevano non avere Virgilio inteso il senso ch'essi attribuivano a
quel'ecloga, questo poeta appariva come tale che, quantunque senza
saperlo, offriva una testimonianza, un argomento alla fede. Perciò
divulgatasi la cosa[299] e scesa anche fra il popolo, Virgilio divenne
il compagno della Sibilla ed insieme con David Isaia e gli altri
profeti, figurò fino ai tempi del risorgimento, nelle rappresentazioni
sacre o misteri; e tale idea assumendo forme leggendarie andò con
varia vicenda a mescolarsi all'idea popolare del Virgilio mago; di che
parleremo a suo luogo. La pretesa irresistibilità di quell'argomento
diede pure origine a leggende ecclesiastiche di conversioni prodotte
dai versi della quarta ecloga, come quella di Stazio[300] resa celebre
da Dante, e quella dei tre pagani Secundiano, Marcelliano e Veriano,
i quali subitamente illuminati dai versi «Ultima Cumaei etc.» di
persecutori dei cristiani divennero martiri di Cristo[301]. Un'altra
leggenda narra di Donato vescovo di Fiesole (IX sec.) che presso a
morire apparve in un'adunanza di confratelli e fece la sua professione
di fede dinanzi ad essi, introducendo fra le sue parole quelle del
poeta «Iam nova progenies etc.» dopo di che spirò[302]. Papa Innocenzo
III cita quei versi virgiliani in conferma della fede in una predica
del Natale[303], ed in senso cristiano essi furono intesi nel medio evo
e poi, da uomini di grande autorità, come Dante[304], Abelardo[305],
Marsilio Ficino[306], per tacere dei minori. E Virgilio entrato così
nel corteo del cristianesimo trionfante, fu spessissimo rappresentato
nelle chiese dall'arte cristiana, fra i profeti di Cristo. Negli stalli
della catedrale di Zamora (XII sec.) in Spagna, fra le numerose figure
di veggenti dell'antico testamento, si trova quella del poeta romano,
accompagnata dalla parola _progenies_ del noto verso[307]; così pure
figura Virgilio nelle pitture del Vasari in una chiesa di Rimini; nelle
pitture del Sanzio in S. Maria della Pace in Roma, le parole _Iam nova
progenies_ servono di distintivo alla Sibilla Cumea. Dal risorgimento
in poi i dotti disputarono pro e contro l'interpretazione cristiana di
quell'ecloga[308]; ed anche oggi che il medio evo è finito da un pezzo,
ma molti tendono a conservarne certe eredità, non manca chi seguiti a
prendere sul serio l'antica fola[309].