CAPITOLO IX.

Quantunque in libri di uso scolastico trovinsi alcuni miti interpretati

allegoricamente secondo il _Mythologicon_ di Fulgenzio, non è da

credere che l'interpretazione allegorica dell'Eneide, quale trovasi

nel _De Continentia_ fosse svolta in quelle scuole elementari di

grammatica alle quali propriamente apparteneva Virgilio come testo

scolastico. Quella ricerca di sensi arcani nel libro del grande

poeta, quello scrutare nelle profondità del sapere maraviglioso che

a lui si attribuisce, è opera, come già vedemmo in Macrobio e vedesi

anche in Fulgenzio, di gente che vuol essere affatto estranea alla

scuola e tenersi molto al di sopra di essa[350]. Il maestro che

avesse voluto esporre quella allegoria sarebbe stato obbligato ad un

corso speciale su Virgilio, nel quale tutta l'Eneide fosse commentata

in modo continuo, con uno scopo diverso da quello del materiale

insegnamento della grammatica latina, a cui principalmente doveva

servire l'esposizione di Virgilio nelle scuole medievali. Curioso e

interessante sarebbe conoscere dappresso queste scuole e i maestri e

il loro insegnamento, studiare l'uso di Virgilio in quelle e l'idea

che ne riportavano gli scolari. Ma un'ombra fitta ricopre, nel medio

evo, questo importante ramo di attività, allora più che mai modesto

ed oscuro. A farci però un'idea assai sufficiente della natura e del

livello di quell'insegnamento servono quelli che possiamo considerare

come i monumenti scolastici dell'epoca, e che possediamo in buon

numero, cioè le grammatiche, e i commenti a Virgilio e ad altri autori.

Il numero degli scritti grammaticali composti dopo la caduta

dell'impero lungo tutto il medio evo, è assai considerevole. Taluni

sono opera di uomini che ebbero in un'altra sfera di attività, per

quei tempi più importante, la ragione di molta nominanza; altri sono

opera di grammatici di professione che limitarono a questo genere di

sapere laico la loro produttività. Il valore degli uni e degli altri

è nullo; più oscuri, quantunque alcuni assai adoperati e citati,

sono naturalmente i secondi. Quell'opera ha così poca pretensione

di originalità, è ridotta ad un uso talmente materiale e quasi di

mestiere, ed è considerata come di un ordine talmente secondario

rimpetto alla meta della vita intellettuale del tempo, che molto

facilmente essa diviene impersonale. Come per tante cose d'uso triviale

che servono ai bisogni della vita giornaliera, il nome dell'autore

poco importa. Perciò gli autori meglio conosciuti sono quelli che

si distinsero nel campo ecclesiastico ed in questo campo istesso

trovarono la ragione di scendere al più modesto ufficio di grammatici.

Degli altri molto spesso non si conosce neppure il nome, e di rado

qualche cosa più di questo; di non pochi in mancanza di dati esterni

e d'ogni speciale caratteristica interna, oggi è impossibile segnare

l'età precisa. Molti scritti grammaticali, che certamente non furono

pubblicati anonimi, sono giunti a noi senza nome d'autore attraverso

alle copie fattene pel volgare uso della scuola. Quelli scritti

sono in generale considerati e trattati come proprietà comune; si

aggiunge, si toglie, si modifica a capriccio e senza riguardo veruno;

e quest'uso dura come cosa ammessa fino alle ultime epoche del medio

evo. Alessandro da Villedieu (sec. XIII), nel prologo al suo glossario

in versi, prega di fare aggiunte o modificazioni al suo lavoro con

moderazione ed in margine; e deplora l'inconveniente che deriva

dall'usare in questo troppa libertà[351]. Scopo propriamente filologico

non c'è; tutti compongono per una ragione prattica. Così Cassiodoro,

Isidoro, e i dotti, distinti per quel tempo, delle scuole irlandesi

ed anglo-sassoni, Beda, Aldelmo, Clemente e gli altri; nè altrimenti

i numerosi autori di scritti grammaticali che provocò il movimento di

resurrezione impresso da Carlomagno a questi studi; Smaragdo, Alcuino,

Rabano Mauro non iscrivono di grammatica che in vista delle scuole

riaperte per cura di quel principe. Nè filologico è il nuovo carattere

che presentano gli scritti grammaticali, influenzati nella parte

teorica dalla scolastica, dal XII secolo al XV. In tanta decadenza

degli studi laici il solo fare qualcosa in questo genere basta a dare

un merito all'autore; non si chiede se fa bene o male, nè la critica

si trattiene in queste materie. Dinanzi alla povertà d'idee e di

cognizioni che è patente nei più distinti, spaventa il pensare al grado

che la barbarie e l'ignoranza dovea raggiungere fra il gregge più basso

e più triviale degli insegnanti di mestiere.

Il livello generale delle menti è bassissimo nè i maestri sono meno

imbarazzati nello scegliere e nel porgere le dottrine, di quello siano

gli allievi nell'intenderle e nel profittarne. Da questo imbarazzo

e da questa preoccupazione nasce il continuo sminuzzare, abbreviare

e rimpastare in mille maniere del vecchio materiale, «pro fratrum

mediocritate» come dice umilmente il titolo di un compendio di Donato

attribuito a torto ad Agostino[352]. Per molti altri esempi possono

servire le seguenti caratteristiche parole che trovansi premesse ad

un rimpasto di Donato che porta il nome di Beda[353]: «Il libro delle

arti di Donato è stato da molti talmente guasto e corrotto, ciascuno

aggiungendo liberamente ciò che gli piace o che prende da altri autori,

oppure inserendovi declinazioni, coniugazioni e simili cose, che

soltanto ne' più antichi manoscritti si ritrova puro ed intatto quale

l'autore l'ha pubblicato. Il che onde non si creda che anche da noi

si faccia, abbiamo voluto dire qui perchè sia stato posto assieme il

presente scritto. Tutti coloro che di quest'arte sanno anche più di

noi, ben conoscono che il prefato grammatico ha scritto la sua _Ars

prior_ per istruzione de' fanciulli, a domande e risposte, secondo

ch'egli giudicò potesse bastare agli ingegni ed agli studi del suo

tempo. Siccome però noi, ed altri come noi, siamo tanto ebeti ed

ottusi d'ingegno, che per lo più non sappiamo nè come interrogare nè

come rispondere, abbiam compilato, conforme alla pochezza del nostro

intendimento, questo libricciuolo non necessario per le menti più acute

e più destre, utile però, a nostro credere, alle più semplici e meno

pronte.»

Allorchè Carlomagno rinfocolava e richiamava a vita i vecchi studi

latini, già di mezzo al latino, tuttavia dominante nelle scritture,

si facevano strada i volgari neolatini, come già prima avean fatto

i volgari di popoli non latini o non latinizzati, di stirpe celtica

o germanica: ed insieme, nel grande abbassamento della cultura e di

mezzo alle gigantesche lotte di popoli, eransi anche pronunziate e

distinte le varie nazionalità, prima confuse nell'unità romana. Il che

naturalmente rendeva più ardua l'opera dei grammatici, che dovevano

ricondurre al latino menti già divenute troppo estranee ad esso; e la

massima parte di costoro essendo di stirpe non latina, ed avendo già la

coscienza della propria nazionalità, nel maneggiare l'antico materiale

latino, sentivano e spesso anche confessavano schiettamente la propria

barbarie[354], e malamente lottavano colle difficoltà da quella

procedenti. Così nella farragine di quegli scritti grammaticali regna

una ignoranza ed una confusione d'idee da sorprendere spesso anche i

meglio preparati. Il concetto della latinità è sempre vago e rozzo e

profondamente turbato dalla influenza dell'_uso_[355], ossia di quel

latino basso ed imbarbarito che viene generalmente usato come lingua

che pur vive benchè di vita artificiale, e trovasi esemplato nella

letteratura ecclesiastica, a cui non possono negare autorità, anche

grammaticale, uomini che la forma comune del pensare rende affatto

incapaci di porsi su piede esclusivamente profano[356]. Mancando

quindi un criterio ben solido ed applicabile con rigorosa coerenza,

tutto vacilla, e mentre tutto riposa sull'autorità, di questa stessa

autorità non si ha alcuna giusta idea che ne determini e circoscriva

la natura ed i limiti[357]. È un continuo andar tentoni, senza lume,

senza direzione, senza guida, fermandosi alla parola di qualsivoglia

libro capita dinanzi, senza badare a contradizioni, incompatibilità o

controsensi.

Oggi cercare la via di quelle menti in questi lavori, tentare di

seguirla, è impresa disperata, è uno strazio spietato del senso

comune. Chi però si è abbastanza internato in quella Babele, ed è

riuscito a ben concepire la natura ed il grado di quella confusione,

non si maraviglia vedendo sorgere di mezzo ad essa quella enimmatica

mostruosità, ridicola e trista ad un tempo, che è il Virgilio

Tolosano[358], il quale considerato rispetto a ciò che lo attornia,

e sul fondo da cui si distacca, fa l'impressione di una grottesca

ironia. È questo il solo grammatico del medio evo che possa realmente

dirsi affatto nuovo ed originale; ma quale originalità! Idee, fatti,

nomi d'autori, parole, regole, teorie tutto inventa la feconda sua

fantasia, fino a distinguere dodici specie diverse di latinità ed

a riferire Virgilio ai tempi del diluvio. Questo strano scrittore

che pretende ad una grandissima autorità grammaticale, e perciò vuol

chiamarsi Virgilio Marone, nello squallore dei tempi a cui appartiene

(VI-VII sec.), rammenta quei vegetali fetidi e di brutto aspetto che

nascono dallo imputridire delle foglie cadute in autunno. Dinanzi a

quel fatuo, incessante fantasticare si rimane perplessi ed attoniti, e

mal se ne intende lo scopo e la ragione; niuno fino ad oggi ha saputo

spiegarsi questo Virgilio intieramente. Dirlo un cerretano è poco,

vista la estensione del suo lavoro e il distacco completo dalle idee

e dalla tradizione comune; pensare ad una satira, non lo permette la

natura e il tono dei suoi scritti; è facile chiamarlo un eccentrico

o un mentecatto, scompiglia però non solo il non trovare in tutto il

medio evo una voce che si levi contro di lui, ma il vedere anzi che più

manoscritti hanno conservato i suoi lavori insieme a quelli di altri

grammatici, che Beda, Clemente irlandese ed altri uomini stimati citano

seriamente la sua autorità, ed il trovare nello scritto di un anonimo

intitolato _Hisperica famina_[359], nel _Polyptychum_ di Attone di

Vercelli[360] e in più altri scritti medievali[361] una strana latinità

convenzionale e misteriosa che fa ripensare a questo Virgilio, il quale

senza dubbio apparisce come un caposcuola autorevole e rispettato. Son

fatti questi che mostrano, in prodotti anormali e meramente patologici,

il marcido stato degli studi classici del medio evo. C'è in quanto

li concerne un'assenza di attenzione razionatrice, una sonnolenza

morbosa, per la quale il sapere, perduti i legami logici e la tessitura

teoretica che lo rendono vitale e compatto, rimane inerte nelle menti,

mescolato e confuso con sogni e fantasmi d'ogni maniera.

I sommi autori della grammatica sono sempre Donato e Prisciano, e

dopo di essi Carisio, Diomede e gli altri compilatori della decadenza;

intorno a questi però si accumulano un numero di autorità nuove, che

in fondo tutto desumono da essi e di nuovo non aggiungono che errori;

il numero sopratutto degli abbreviatori, rifacitori e commentatori di

Donato è veramente sorprendente. La confusione in più compilazioni

grammaticali arriva al punto che, con una cecità inaudita, le

fantasticherie del Virgilio grammatico sono citate di piè pari con

Donato e con Prisciano[362]. La stessa irrazionale mescolanza e strana

confusione si rivela nelle esemplificazioni delle dottrine grammaticali

e negli autori spiegati nelle scuole. Virgilio domina sempre come

prima autorità negli scritti grammaticali e come principale autore

scolastico; la sua vecchia e meritata fama di gran maestro nella

proprietà del dire non si perde mai[363]; ma agli antichi autori che

in quest'uso venivano un tempo dopo di lui si sono aggiunti poeti e

scrittori di picciol valore e anche d'infima lega, che pure sono citati

quasi fossero buoni modelli dello scriver latino e grandi autorità

di lingua. Prudenzio, Giuvenco, Sedulio, Avito, Prospero, Paolino,

Lattanzio figurano accanto a Virgilio, Lucano, Stazio, Giovenale.

E ciò comincia assai di buon'ora, come ognuno può vedere nel noto

libro di Isidoro. Nel libro _De dubiis nominibus_, di cui i MSS. più

antichi risalgono al IX secolo[364] l'autore più citato dopo Virgilio

è Prudenzio, poi Giuvenco e poi Varrone; quindi Paolino, Lattanzio,

Sidonio ecc. Talvolta uno stesso manoscritto riunisce glosse su poeti

diversissimi sott'ogni rapporto, quali per es. Virgilio e Sedulio[365].

Fra i poeti cristiani colui che godette di maggior voga e più fu letto

nelle scuole è Prudenzio, il «prudentissimus Prudentius» come lo chiama

Notker il Balbo[366]. Difatti, questo poeta, imitatore anch'egli di

Virgilio, è realmente il più notevole fra i poeti cristiani, e l'uso

che se ne fece è provato dai MSS. numerosi che ce ne rimangono, fra

i quali uno del VI secolo. Nè soltanto i poeti e i padri cristiani

sono citati nelle opere di grammatica e letti nelle scuole insieme

ai classici, ma anche al testo della vulgata la pia barbarie di quei

grammatici attribuisce autorità di lingua, perchè «ispirato dallo

Spirito Santo, più sapiente di Donato»[367].

E l'ignoranza è grandissima. Più d'uno e fra gli altri Smaragdo,

prende l'_Eunuchus comoedia_ e l'_Orestis tragoedia_ che cita Donato,

per due nomi di autori. Di greco non sanno neppur tanto da spiegare i

termini più comuni della scuola, ai quali talvolta assegnano etimologie

da sbalordire. _Poema_, secondo Remigio da Auxerre (IX sec.), vuol

dire _positio_; _emblema_ vuol dire _habundantia_[368]. Non parlo

delle questioni futili, delle difficoltà immaginarie, delle bizzarre

ed arbitrarie soluzioni. Nelle citazioni, spessissimo di seconda

mano, non di rado un autore è citato in luogo di un altro[369].

Quanto poi la mente di questi uomini fosse altrove si vede in taluni

casi, assai frequenti, nei quali applicando l'anagoge anche alla

grammatica, ripensano, come fa un anonimo (IX sec.), alle persone

della trinità divina a proposito delle tre persone del verbo[370], o,

come fa Smaragdo, ai numeri biblici a proposito delle otto parti del

discorso[371]. Nè più serio era lo studio dell'ortografia, ad onta dei

molti trattati che si scrivevano su tal materia; e ciò vedesi dai tanti

manoscritti nei quali si rivela evidente la pronunzia volgare e barbara

del paese in cui furono copiati[372].

Qual cosa potesse essere la esposizione degli autori possiamo

argomentarlo dai commenti che ci rimangono di quest'epoca. In essi la

confusione, l'arbitrio e l'ignoranza si accusano anche più fortemente

che nelle opere di grammatica. Anche qui lo stesso irrequieto

compendiare, rifare, interpolare. Come fra i grammatici Donato, e fra

i poeti Virgilio, così fra i commentatori Servio domina nelle scuole,

quale satellite del grande poeta; ma la massa di note che il medio

evo ha trasmesso a noi con quel nome, se in gran parte appartiene

a Servio, in buona parte appartiene anche al medio evo stesso che,

fino all'ultima sua fine nel XV secolo, non cessò di interpolare

e di guastare quel testo. Oltre poi a Servio così interpolato, a

Donato, Aspro ed agli altri commenti antichi che guasti ed interpolati

egualmente, sono giunti a noi attraverso al medio evo, giacciono,

in grandissima parte inediti, nelle biblioteche molti commenti di

origine medievale, per lo più anonimi, su Virgilio ed altri autori. La

indomabile pazienza degli odierni filologi non si è mostrata ancora

abbastanza robusta per affrontare il disgustoso lavoro di cercare

in questo enorme ammasso di chiose quello che potrebbe esservi di

proveniente da fonti antiche. Gli scolii bernensi del nono secolo,

già messi a luce dall'Hagen[373], proverebbero che qualche cosa da

raccogliere potrebbe pure trovarsi. Ma in tutte quelle parti che

sono opera propria del medio evo, quel che v'ha di più notevole è

un'ignoranza talmente spettacolosa, che talvolta si domanderebbe se

l'autore impazzi o vaneggi. Che cosa pensare di un commentatore che

spiega _efficiam_ per _effigiem, imaginem?_[374] o che in luogo di

_Quo te, Moeri, pedes_ legge _Quot Emori pedes_, e in questo trova

un'allusione alle quattro zampe di una specie di velocissimo cavallo

saracinesco detto _Emoris?_[375] Che dire di un altro che incomincia

il suo commento (in latino stranamente barbaro) alle Bucoliche con

queste parole: In quel tempo essendo Giulio Cesare a capo dell'impero,

regnò Bruto Cassio sulle dodici pievi dei Tusci, e nacque guerra fra

Cesare e Bruto Cassio, col qual trovavasi Virgilio, e Bruto fu vinto

da Giulio; dopo di che Giulio fu ucciso a colpi di sgabello?[376] In

un altro commento che lessi manoscritto a Venezia i tre generi di stile

dei quali tocca anche Servio in principio al suo commento, vengono così

distinti: «Stile sublime è quello che tratta di alti personaggi, re,

principi, baroni; ed è lo stile dell'Eneide; il mediocre stile tratta

di persone di ceto medio; ed è quel delle Georgiche; lo stile basso

tratta di persone d'infima condizione, quali sono appunto i pastori,

ed è perciò lo stile delle Bucoliche»[377]. V'ha un commentatore

di Giovenale che pullula di spropositi incredibili messi giù con

una disinvoltura maravigliosa[378]; _elenco_ secondo lui, significa

_titolo di libro_, e viene dal greco _elcos_ (sic) che vuol dire

_sole_ «perchè come il sole illumina il mondo così il titolo rischiara

tutto lo scritto»; _provincia_ ha significato avverbiale e vuol dire

_celeremente_, ed inoltre significa anche _provvidenza, regione e

patria_; _circenses_ deriva da _circum enses_, «perchè da una parte

correva il fiume, dall'altra piantavano delle spade e lì nel mezzo

facevan le corse»[379]. Non si finirebbe se si volesse riferire tutto

il vaniloquio ignorante di costui e di tanti e tanti altri[380].

Questo è duopo avvertire, che molti errori di questa gente si spiegano

dall'essere divenuto già, in molti paesi, il latino estraneo all'uso

comune e dall'aver prevalso i volgari. Certamente in paese dove

il latino fosse parlato e familiare, o si parlasse un linguaggio

neo-latino, non sarebbe stato possibile prendere, come fa quello

scoliasta, senza dubbio tedesco[381], di Giovenale, _umbella_ per una

specie di pietra verde, _asparagus_ per un _pesciolino_ od una _specie

di fungo_.

La difficoltà che nell'intendere il latino provavano già i popoli non

latini o non latinizzati, vedesi anche chiaramente nella sostituzione

che ha luogo fin dal settimo secolo, dei volgari celtici e teutonici

al latino nelle glosse. L'uso di spiegare in latino i vocaboli degli

scrittori studiati, era divenuto incomodo o meno opportuno; quindi le

numerose glosse celtiche, anglosassoni, o antico-alto-tedesche, oggi

tanto preziose per la conoscenza e la storia di quelle lingue, che

accompagnano i testi biblici, più scritti ecclesiastici, e i versi

dei poeti classici e cristiani[382]. Dei poeti cristiani Prudenzio ha

sempre la palma; Raumer annovera 21 MSS. di questo autore corredati

di glosse antico-alto-tedesche[383]. Fra i classici il più ricco di

tali glosse è naturalmente Virgilio; esistono anche antichi vocabolari

latino-germanici esclusivamente desunti da glosse virgiliane[384].

Questo movimento doveva avere per ultimo risultato le traduzioni in

quelle lingue. Non rammenteremo qui il più antico fatto di tal genere

che si presenta presso i Goti, come quello che si collega con cause e

condizioni più speciali. Re Alfredo, l'Augusto degli anglosassoni, nel

IX secolo traduceva in anglosassone Boezio ed il _De cura Pastorali_ di

papa Gregorio. Egli che per fare queste traduzioni aveva avuto bisogno

che altri ponesse quei testi in parole più semplici ed in forma più

chiara[385], non si attentava a tradurre Virgilio, che però anch'egli,

come tutti, considerava come il padre dei poeti latini e il discepolo

di Omero[386]. Non così il tedesco Notker, che nel X secolo traduceva

le Bucoliche, Marziano Capella, Boezio ed altri scrittori[387]. Questa

scelta degli autori in voga coi quali Virgilio divide l'onore di queste

prime traduzioni è piena di significato per la caratteristica del nome

di questo poeta nel medio evo.

Assai meno che la grammatica offre da dire la retorica del medio

evo, in quanto è continuazione della retorica classica. La retorica,

come seconda delle sette arti, è tenuta in onore, ma essa è lungi

dall'apparirci in realtà con quei colori splendidi di arte sovrana

con cui la presentavano nella decadenza Ennodio, Capella ed altri.

Commenti di opere antiche, rimpasti e compendi non mancano neppur qui;

ma non raggiungono quel gran numero che toccano le opere grammaticali.

Propriamente della retorica classica non sopravvive che lo schematismo,

la terminologia, certe definizioni e singolarmente quella parte

relativa ai tropi e alle figure che già da antico tempo la collegava

alla grammatica, della quale diviene così come un'appendice[388].

L'oratoria cristiana ed in generale lo stile cristiano aveano natura

e risorse del tutto proprie e particolari, e chi li consideri

nell'essenza loro non si maraviglierà se il trattato di Alcuino

sulla retorica[389] cominciando colle solite divisioni e definizioni

delle parti e dei generi dell'orazione, insensibilmente si fuorvia in

definizioni che spettano alla dialettica e finisce in morale con una

serie di definizioni relative alle virtù.

Dato il carattere dello stile cristiano, e le idee e i sentimenti e

gli scopi degli scrittori, qui assai più che per la grammatica era

ovvio e giustificabile l'uso dei libri sacri, per la esemplificazione.

Ed infatti anche per la retorica ha luogo quella stessa mescolanza

di autorità che abbiamo notato per la grammatica[390]; ma l'uso

degli esemplari sacri non giunge realmente mai alle proporzioni

che potrebbero aspettarsi e che anche qualche dottore più fervoroso

vorrebbe vedere raggiunte. La grande remora sta, più che in altro,

nello studio grammaticale che era connesso assai intimamente col

retorico, e fissava solidamente nella tradizione antica il primo

fondamento e la naturale autorità dello studio profano, ad essa

richiamando quindi anche per le altre discipline. Inoltre tutto il

vecchio apparato di termini, definizioni, divisioni ecc. imponeva in

modo inevitabile l'autorità antica, quando l'indifferenza per questi

studi non era tanta da farli dimenticare affatto, e mancava d'altro

lato per essi calore ed energia sufficiente a produrre un radicale

rinnovamento[391].

Come autorità in fatto di retorica, Virgilio seguitava ad averne quel

tanto che gli assegnavano gli antichi trattatisti ancora letti nelle

scuole e la voga sua come autore universale; però la prevalenza, fra

gli altri trattatisti, di Cicerone rendeva meno frequente l'occasione

di rammentare il Mantovano nelle scuole dei retori. Pur nondimeno

il posto suo nella grammatica e i rapporti fra questa e la retorica,

insegnate da uno stesso maestro, portavano naturalmente all'uso del

suo libro anche per quest'altro studio, com'era accaduto già in epoca

più antica. Gerberto, come già i retori della decadenza, credeva

indispensabile al retore lo studio dei poeti per la ricerca delle

locuzioni, e spiegando Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale, Persio,

Orazio e Lucano introduceva alla retorica i suoi alunni[392]. Quella

parte del libro di Macrobio che si riferisce alle virtù retoriche

di Virgilio trovasi in qualche MS. unita alla biografia del poeta

attribuita a Donato[393]. Certamente di quella parte, che, come

vedemmo, può considerarsi come un compendio di retorica, il medio evo

fece assai uso e ad essa vanno riferite certe curiose parole, che

trovansi nel _Fior di Retorica_ di Fra Guidotto, su Virgilio, come

colui che in piccol volume riunì la somma di quest'arte[394].

Negli scrittori di prosa del medio evo le reminiscenze virgiliane

sono frequentissime e s'incontrano in Orosio nel V secolo[395] come

in Liutprando nel X[396]. Ma la retorica ebbe speciale influenza sulla

poesia e, singolarmente nel primo medio evo, diede luogo a produzioni

che riguardano Virgilio da vicino, delle quali dobbiamo avviarci a

parlare, rivolgendoci per poco addietro sulla via che già abbiamo

percorsa.

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 25 / 46 题