Ma ormai possiamo inoltrarci a seguitare le vicende di Virgilio lungo
il medio evo. I barbari ed il cristianesimo hanno fatto cambiar
totalmente d'aspetto l'antico mondo latino. Da un lato le lettere
minacciano di perire sotto i colpi del fanatismo religioso o d'affogare
nel vasto pelago della letteratura teologica; da un altro gli invasori,
gente ruvida ed incolta, per tutt'altra ragione mostrano di aver
occupato i paesi civili che per amore della civiltà stessa o per
gran voglia che abbiano di studi classici. Oppressi ed oppressori,
laici ed ecclesiastici hanno troppe preoccupazioni materiali o troppo
han da pensare per la salute dell'anima, perchè il gusto del bello
classico possa fiorire fra loro. Nondimeno c'è un'àncora di salvezza
per le lettere latine. Il latino è tuttavia la lingua degli scrittori
e della chiesa singolarmente, ed è già un tempo in cui per iscrivere
passabilmente in latino bisogna averlo studiato. Mentre esso è quasi
affatto ridotto allo stato di lingua morta, i volgari dell'Europa
latina, quantunque in istato di formazione più che incipiente, pure
non sono ancora giunti a quell'organismo determinato e definitivo a cui
mostrano di tendere, ed in cui soltanto potranno arrivare all'onore di
lingue letterarie. Quindi le scuole, e principalmente le scuole dei
grammatici, devono seguitare ad esistere, ed attorno alla grammatica
dovranno seguitare ad aggrupparsi le altre discipline che sono pure o
si credono necessarie anche al nuovo avviamento, sopratutto religioso,
che han preso gli scrittori. Se i testi raccolti da vari dotti per
provare l'esistenza delle scuole in tutte le epoche del medio evo
non si avessero, a provar ciò basterebbe questo fatto dell'uso non
interrotto di scrivere in una lingua di esistenza puramente letteraria,
e differente dalla lingua parlata. Devesi però badar bene a non
prendere queste scuole per qualcosa di più serio e importante di quel
ch'esse erano in fatto. In esse s'insegnò per l'appunto quanto era
necessario, o per meglio dire, quanto pareva necessario; poichè in
fondo gli studi profani non erano più uno scopo, ma doveano servire
materialmente come propedeutica a studi superiori di tutt'altro genere.
Quindi le sette arti nelle quali già da tempo anteriore ad Augusto
si era diviso il materiale della istruzione[222], e che poi si erano
venute sensibilmente assottigliando, nel medio evo son ridotte ai
minimi termini. Un tempo il compendiare in un riassunto ordinato gli
elementi delle principali discipline, come fecero Catone e Varrone,
era opera che, quantunque utilizzata, teneva un posto modesto fra le
produzioni letterarie, a causa della vita reale e propria che animava
ciascuno dei rami di sapere in quelle opere riuniti. Ora che quella
vita era spenta e ciascun ramo del sapere laico, non più produttivo,
veniva ridotto e ristretto nei più angusti limiti dell'indispensabile,
i riassunti generali erano un risultato di quelle stesse cause
che spingevano ai compendi di ciascuno studio speciale, e, come
prodotti richiesti da un bisogno del tempo, doveano esser numerosi
e ottenere nella letteratura un posto e una notorietà che prima non
avrebbero potuto avere. Ciò spiega le enciclopedie delle sette arti di
Cassiodoro, Capella, Isidoro, Beda e di altri che, con vario artificio,
tutto il sapere profano racchiusero in picciol volume, e spiega pure la
buona accoglienza che ad esse fu fatta e la celebrità di cui godettero
per tutto il medio evo. Propriamente in queste enciclopedie si scorge
che delle varie discipline in esse trattate, la più prossima e la più
affine all'autore è in generale la grammatica, della quale le altre
costituiscono come il corteo e il complemento; la natura dell'assieme
e della trattazione è tale che mal si potrebbe dare all'autore, per
l'indole della sua opera, altro titolo che quello di grammatico. E
veramente la grammatica è trattata e considerata sempre come la prima
fra le arti liberali, ed è bello udire un re barbaro che si ammanta
alla romana, Atalarico, tesserne l'elogio in una ordinanza diretta
al senato romano, perchè provvegga allo stipendio dei professori di
arti liberali. «La prima scuola dei grammatici, dic'egli, è il più
bel fondamento delle lettere, madre gloriosa di facondia che fa e ben
pensare e correttamente parlare... È la grammatica maestra del dire,
ornatrice del genere umano, che coll'esercizio di bellissima lettura sa
giovarci dei consigli degli antichi. Lei non conoscono i barbari... chè
le armi ogni altro popolo le possiede anch'esso, ma l'eloquenza solo
accompagna i dominatori romani»[223].
E dove regnò la grammatica ivi regnò anche Virgilio, compagno
inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica
si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte
e divengano quasi sinonimi. Così quando Gregorio di Tours (VI sec.)
ci dice che Andarchio fu in sua giovinezza istruito «nelle opere di
Virgilio, nel codice teodosiano, e nel far di conti»[224], per questa
istruzione «nelle opere di Virgilio» non si può intendere altro che
l'insegnamento grammaticale; come infatti nella vita di S. Bonito è
detto che questi fu istruito «negli elementi della grammatica e nelle
leggi di Teodosio»[225]. Perciò a Virgilio si paragonava chi molto
fosse creduto valere in grammatica[226]. Un altro curioso esempio di
questo ch'io noto è quel grammatico di Tolosa, a quanto pare del VI
o VII secolo, che insegnando un latino di stranissimo conio di cui
parlerem poi, non crede poter trovare altro nome che meglio a lui si
addica di quello di P. Virgilio Marone, che è appunto l'unico nome
sotto il quale noi lo conosciamo.
Questa condizione di cose durò per quasi tutto il medio evo, fino al
sorgere delle letterature moderne, allorchè il laicato ridestavasi
all'attività intellettuale e gli studi secolari ritornavano ad esso.
Le ragioni indirette che raccomandavano al clero medievale lo studio
delle sette arti, non erano tali da produrre quel calore che infonde
negli studi il moto e la vita e rende le lettere e il sapere capaci
d'incremento; la tradizione antica, già stagnante e incadaverita negli
ultimi tempi dell'impero e del paganesimo, attraversa quei secoli, nei
quali il fervore cristiano domina esclusivamente nel sentimento e nel
pensiero, come una sostanza che sospesa in un mezzo troppo eterogeneo e
incapace di scioglierla, si coagula e separata dal resto precipita al
fondo. Quanto ad essa tutti i secoli di quella età si rassomigliano;
è materia morta che passa di mano in mano, senz'altra modificazione
tranne quella che le fanno patire i ruvidi e strani contatti che
deve sostenere. Se in qualche luogo quello studio decade tanto da
cessare quasi affatto, gl'inconvenienti prattici che porta seco quella
mancanza spingono qualche autorità a farlo risorgere; ma risorto, è
quel di prima. Se innovazione si cerca, questa non riguarda che il
modo di pigiare sempre più nello strettoio quella massa già tanto
ridotta. Inventar nuove vie di compendiare quello studio e renderlo più
sbrigativo, è la sola cosa che si cerchi e da molti in varie guise si
tenti[227]. Carlo Magno potè bene rialzare gli studi classici caduti
a terra e quasi smessi, ma innovarli no. La grammatica, che fu fra le
sette arti la più beneficata da questo principe, salvo la puerilità
e l'ignoranza di cui danno prova i compilatori e i rifacitori, nel
suo essere rimane qual era negli ultimi tempi del paganesimo durante
tutto il medio evo, fino al XII secolo, in cui la teorica grammaticale
subisce anch'essa l'influenza della scolastica[228]. Erano già sorte
le letterature moderne e il pensiero muovevasi già in una via novella
quando la grammatica seguitava ancora, nell'idea comune, a tenere quel
primo posto che le assegnava nel sesto secolo il re ostrogoto[229].
Quel che diciamo della grammatica va inteso anche di Virgilio, che
con essa attraversò il medio evo, dominando negli studi profani, e
serbando nello studio grammaticale l'antico suo posto. Insieme al
materiale dell'insegnamento profano il medio evo prese dalla decadenza
bell'e formate le nominanze degli antichi autori; nè fu più oculato e
libero scrutatore degli antichi nomi di quello fosse delle dottrine.
L'eco dell'antica nominanza virgiliana e di quella idea che al nome di
Virgilio annettevano gli uomini della decadenza, si ripercote lungo
tutto il medio evo, nelle forme ingenue che doveva produrre un grado
di cultura così basso, ed un nuovo mondo d'idee talmente estraneo
all'antichità pagana.
L'antichità classica adunque non sopravvisse al medio evo che
afferrandosi alle panche delle scuole elementari, e quanti autori
antichi godettero di qualche rinomanza in quell'epoca, ne andarono
debitori ai maestri di scuola. Principali insieme con Virgilio, e
quasi come pianeti del grande astro, troneggiarono in quelle scuole
Ovidio e Lucano, Orazio, Giovenale, Stazio e poi altri a seconda delle
preferenze dei maestri. Erano i primi nomi di antichi autori che, con
quelli dei grammatici, l'istruzione elementare scolpiva nella mente dei
fanciulli. Fatti adulti e anche divenuti scrittori, pur volendo, non
riuscivano ad estinguere quelle reminiscenze della scuola che serbava
sempre vive la lingua che adoperavano scrivendo. Quindi avveniva loro
di citarli frequentemente, e quindi l'immenso numero delle citazioni
di Virgilio e di scrittori pagani, che ricorrono presso gli scrittori
cristiani, prima e dopo la totale estinzione del paganesimo e durante
tutto il medio evo. Ma il sentimento e l'ascetismo cristiano doveva
pur suscitare gravi ripugnanze contro questi rappresentanti dell'idea
pagana, e noi dobbiamo qui studiare da vicino la posizione di Virgilio
e degli altri antichi scrittori in mezzo ai fieri attacchi che subì il
paganesimo per parte degli scrittori cristiani, e particolarmente dopo
la vittoria completa riportata su di esso dalla nuova religione.
Gli scrittori ecclesiastici[230] potevano conservare una forte
avversione contro gli scrittori pagani, slanciarsi contro di loro,
come Arnobio e Tertulliano ed altri apologeti, gridando «adversus
gentes» con una violenza che appena le persecuzioni e l'entusiasmo
possono giustificare, ma dovevano anche leggerli e studiarli, sia
per confutarli, sia per la ragione non meno potente, che essi erano
il fondamento della generale cultura ed in essi soltanto s'imparava
a scrivere nella lingua e secondo i gusti di quel mondo civile
che si voleva convertire. Perciò parve odiosissimo il decreto di
Giuliano imperatore col quale vietava ai cristiani l'insegnamento, e
quindi lo studio, della grammatica e della retorica; quantunque con
questo ei non facesse che richiamarli alla osservanza prattica di
ciò che risultava dalle loro idee stesse. Ei diceva non esser bene
che coloro i quali tanto si adiravano contro le dottrine morali e
religiose degli scrittori pagani, prendessero poi questi scrittori
per base della loro educazione[231], come appunto dissero molti dei
più caldi e più intolleranti asceti cristiani. Ma quanti erano fra i
cristiani illuminati e meglio forniti di talento prattico capivano
che, quantunque tardo, pure il decreto di Giuliano era pieno di
fina malizia; poichè in realtà separare il cristianesimo totalmente
dall'antica cultura, imporgli una logica rigorosa che lo legasse nei
limiti della sua natura antimondana e gl'impedisse di piegarsi a certe
esigenze, era il miglior modo di combatterne o trattenerne i progressi
in una società di cultura greco- romana. Ma le dighe più potenti erano
rotte da un pezzo, e il decreto di Giuliano come ogni altro riparo
imaginato da lui andò travolto dall'impeto della già irresistibile
fiumana. Quando poi il paganesimo cessò affatto di esistere, e
confutare i pagani divenne una cosa oziosa, la tradizione delle scuole
cristiane era ormai formata e resa tale quale doveva rimanere per
tutto il medio evo, e sarebbe stato impossibile farle cambiar natura.
Ben vi fu chi disse che agli scrittori profani si potevano sostituire
nelle scuole scrittori cristiani; ma come pretendere che i grammatici
li trovassero equivalenti? Nelle nuove compilazioni grammaticali
gli esempi tolti dalla vulgata e da taluni scrittori cristiani[232]
si aggiunsero invero talvolta a quelli degli antichi, ma la massima
autorità rimase sempre, come doveva, a questi ultimi.
La necessità di una radicale riforma non si faceva sentire, poichè
ormai il paganesimo era morto per bene, ed ogni uomo che avesse
un poco di senno intendeva che non potevano essere le scuole dei
grammatici quelle che lo farebbero risuscitare. Perciò se cerchiamo
atti ufficiali dell'autorità ecclesiastica che impongano di rinunziare
a questi scrittori, noi non ne troviamo[233]. Troviamo invece questi
fatti costanti, benchè in apparenza contradittori, che gli antichi
sono sempre odiati e maledetti come pagani, ma sono letti e studiati
assiduamente; e dagli uomini più illuminati della cristianità sono
sempre stimati come scrittori, come dotti e come uomini d'ingegno.
Il medio evo trovò già formato un uso tradizionale che seguì
scrupolosamente. Gli antichi padri avean detto e scritto molto contro
questi autori, ma ciò non li avea distolti dal servirsene. Si seguitava
dunque a far lo stesso; si studiavano nelle scuole, si citavano
all'uopo anche negli scritti e fin nelle controversie teologiche e
nell'esegesi sacra; alla circostanza poi si maltrattavano come «cani
idolatri». Alcuni fra i padri più autorevoli avean detto invero
che leggerli non era cosa buona; ma come dar peso a questo ch'essi
dicevano in un momento di fervore, se poi essi si contraddicevano colle
parole e col fatto? Girolamo, già ben noto per l'amore che portò a
Cicerone che gli valse quel famoso «Ciceronianus es, non Christianus»
e le angeliche battiture nel sogno che tutti sanno, stimava Virgilio
oltremodo e lo chiamava «non già il secondo Omero, ma il primo Omero
dei latini»[234]. Egli però, nella epistola a Damaso sul Figliuol
prodigo, biasima altamente quei sacerdoti «che posti da parte gli
Evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono le parole amorose
delle Bucoliche, hanno Virgilio per le mani e fanno un peccato di
voluttà di quello studio che pei fanciulli è una cosa necessaria».
Con queste parole non si accordano punto quelle di Agostino il quale
osserva e non disapprova, che «i fanciulli leggono Virgilio affinchè
fin dai primi anni imbevutisi di esso, questo grande poeta sovra
ogni altro illustre ed eccellente non così di leggieri possa uscir
loro di memoria»[235]. Queste reminiscenze di studi profani e pagani
subìti per necessità, importunavano invero molte anime scrupolose,
tanto che Cassiano eremita giunge fino ad escogitare e consigliare
altrui un rimedio per liberarsene[236]. Quanto però fosse difficile
cancellarle dalla mente, Girolamo stesso lo prova, non volendo, assai
di sovente coi luoghi di scrittori classici che gli corrono giù dalla
penna. Parlando[237] delle cripte che rinserrano a Roma le tombe degli
apostoli e de' martiri, e dell'oscurità che regna in quei sotterranei:
«Ivi si cammina, dic'egli, a passo a passo, e quando si è circondati
da quell'oscura notte si possono rammentare quelle parole di Virgilio:
«Horror ubique animos simul ipsa silentia terrent.» Una delle colonne
della chiesa chiede ad un pagano le parole per esprimere i sentimenti
che ispirano i più venerandi recessi del santuario! Chi direbbe che
sia lo stesso Girolamo il quale, infervorato da tutto l'ardore della
fede, esclama altrove: «Che ha che fare col saltero Orazio, coi
vangeli Virgilio, coll'apostolo Cicerone?»[238] E ben molti luoghi si
potrebbero citare dalle sue opere in cui lo si coglie a questa maniera
sul fatto. Nè i suoi avversari gli risparmiarono disturbi per questo
suo culto delle lettere classiche. Allorchè a Bethlem ei pose scuola di
grammatica, spiegando ai giovanetti Virgilio ed altri scrittori profani
greci e latini, Rufino gli scagliava per ciò accuse che lo ferivano
profondamente[239].
Chi volesse raccogliere da tutti gli scrittori ecclesiastici i luoghi
nei quali essi inveiscono contro la lettura degli scrittori pagani
ed anche in modo generale contro ogni studio profano, troverebbe da
fare una raccolta assai ricca; ma molto più ricca sarebbe quella dei
luoghi che provano come tutto ciò non impedisse di occuparsi di studi
profani e di leggere autori pagani. C'erano invero i poeti e gli
autori cristiani, ma tutti quelli di essi che aveano un qualche merito
letterario lo dovevano all'arte degli antichi dei quali si mostravano
discepoli e imitatori e spesso copiatori servili; talchè non solo non
distoglievano dallo studio di questi, ma anzi lo raccomandavano e lo
incoraggiavano. Una lettera di Sidonio Apollinare (V sec.) c'introduce
in un'amena casa di campagna della Gallia, nella quale il padrone
avea riunito ogni sorta di diletti del corpo e dello spirito. Fra i
libri ivi raccolti troviamo una assai disinvolta mescolanza di sacro
e di profano, di cristiano e di pagano, che ci prova quanto poca
corrispondenza nella vita reale avessero le declamazioni di certi
burberi fanatici[240]. Quindi quando Cassiodoro inculca ai suoi monaci
lo studio delle sette arti, egli è al caso di dire[241] che a ciò
conforta l'esempio, non solo di Mosè il quale fu istruito di tutta
la sapienza degli Egizi, ma quello eziandio «dei padri santissimi
i quali non decretarono che dovessero rigettarsi gli studi delle
lettere profane, ma anzi essi stessi diedero l'esempio del contrario,
mostrandosi peritissimi di tali studi, conforme vedesi in Cipriano,
Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri innumerevoli. E chi
ardirebbe più dubitare là dove esiste molteplice esempio per parte di
uomini tali? E questo è il luogo comune al quale più spesso ricorrono
quanti ecclesiastici scrivono di materie profane e credono doversene
scusare[242]. Nei monasteri dove era di regola il silenzio si faceva
uso di segni convenzionali per talune cose di cui si potesse aver
bisogno; quando si voleva chiedere un libro di scrittore pagano, al
segno che esprimeva _libro_ si faceva succedere un gesto imitante il
cane che sì gratta le orecchie «perchè non a torto un infedele vien
paragonato a questo animale»[243]. Si disprezzavano, ma si leggevano.
La regola di taluni ordini monastici meno antichi, come quello
d'Isidoro, di Francesco, di Domenico, vietava la lettura di scrittori
pagani o almeno non l'accordava che dietro speciale permesso[244]; ma
altre regole di ordini più antichi e più autorevoli, non solo non la
vietavano, ma l'ammettevano nelle scuole dell'ordine, ed imponevano
senza distinzione di autori il copiar manoscritti[245], i quali, come
ognun sa, ci sono giunti appunto per questa via. Che se veramente
si fosse voluto stare al rigore prescritto dall'indole stessa del
Cristianesimo, non soltanto qualsivoglia scrittore pagano si sarebbe
dovuto vietare, ma principalmente quelli fra gli scrittori pagani si
sarebber dovuti distruggere, gli scritti dei quali erano immorali
rimpetto a qualsiasi religione, quali fra gli altri sono Ovidio e
Marziale. Eppure l'_Arte amatoria_ di Ovidio e gli osceni epigrammi
di Marziale figurano nelle biblioteche monastiche in mezzo agli altri
scritti profani non solo, ma accanto alla Bibbia e alle opere dei
padri, e i manoscritti numerosi che ne possediamo furono copiati in
gran parte da monaci e provengono da monasteri. Non sempre invero chi
copiava aveva il coraggio di trascrivere per intero certi passi, che
talvolta trovansi soppressi, talvolta anche arbitrariamente cambiati in
ossequio alla morale[246]. Altri però più fedelmente copiavano tutto
tal quale, salvo a sfogarsi in qualche appunto marginale, dando del
birbante all'autore[247]. Ma la generalità era di manica larga assai
più che oggi non si crederebbe. Orazio, di cui già anche fra i pagani
Quintiliano non voleva che certe poesie licenziose fossero interpretate
nelle scuole[248], non solo fu letto e copiato per intero, e glossato
da monaci, ma anche qualche ode delle più amorose fu cantata da essi
colle melodie di alcuni inni sacri, che trovansi ancora notate in più
d'un manoscritto[249].
Ad alcuni arrabbiati si contrapponevano moltissimi moderati.
Anselmo non solo approva, ma anche consiglia altrui la lettura
di Virgilio[250], e così pure fa Lupo di Ferrières il quale, come
apparisce dalle sue lettere, raccomandava a Regimberto lo studio di
Virgilio[251], cercava dovunque manoscritti di classici, e fino a Papa
Benedetto III si rivolgeva perchè gli mandasse in presto un Cicerone,
un Quintiliano ed un commento a Terenzio[252]. Spesso certe invettive
contro gli studi profani sono mere declamazioni, luoghi retorici che
non hanno nulla di serio. Quando la retorica invade la letteratura
è sempre difficile definire fino a qual punto certe frasi si hanno
da prendere sul serio, cercando in esse la vera e reale opinione di
chi se ne serve. Gregorio di Tours alza la voce contro le favole e
la esiziale dottrina dei «filosofi» ossia degli antichi scrittori, e
mentre scorrendo i principali fatti dell'Eneide e dell'antica favola
poetica li esecra uno ad uno, non mostra di accorgersi ch'ei fa pompa
della sua dottrina, e fa vedere col fatto di avere studiato e di tenere
a mente assai bene questi scrittori che tanto riprova[253]. Ben più
giusta e più seria apparisce la sua parola quando ei deplora, con tanti
altri, la miseria dei tempi suoi, per la grande decadenza degli studi
letterari[254].
Contro gli studi profani principalmente declamano gli scrittori di vite
di santi, i quali, com'è naturalissimo, sostengono che è meglio leggere
la vita di un santo qualsivoglia che i fatti di Enea[255]. Taluni di
essi sono provvisti di qualche dottrina, ma moltissimi sono rozzi ed
ignoranti. Scaturiti per lo più dal fondo del monachismo, disprezzano
ogni cosa mondana anche in ciò che spetta alla cultura intellettuale,
e si vantano cinicamente della loro ignoranza[256]. «Non badi il
lettore, scrive uno dei molti, al brutto mucchio di barbarismi che è
in questo libretto, piuttosto porga l'orecchio della fede alla verità
che si contiene nel volgare dettato; legga semplicemente quanto qui
troverà, e faccia come se in cerca di una gemma frugasse un letamaio».
Altri non solo confessano di commettere solecismi e barbarismi, ma se
ne vantano. All'occasione poi a questa bassa retorica degl'ignoranti
ricorrevano anche persone alto locate[257], ed alle accuse d'ignoranza
contro di sè o contro il clero rispondevano sdegnosamente col luogo
retorico comunissimo che «il regno di Dio non consiste nelle parole,
ma nelle virtù» e più spesso che «il vangelo fu confidato a pescatori
rozzi ed incolti e non a faceti oratori»[258]. Così quando i vescovi
della Gallia riuniti a Reims inveivano contro l'ignoranza del clero
romano, il legato apostolico Leone, abate di San Bonifacio, nella sua
epistola ai re Ugo e Roberto, rispondeva che «i vicari e i discepoli
di Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio e
gli altri del _filosofico bestiame_, i quali superbamente volano come
uccelli nell'aria, o come pesci si affondano nell'abisso del mare,
o come pecore van camminando sulla terra; e fin dal principio del
mondo gli eletti di Dio non furono oratori o filosofi, ma incolti ed
illetterati»[259]. Frasi e nulla più, poichè era impossibile dir tali
cose sul serio, mentre, per tacere, del resto, si spiegava un lusso ed
un fasto dagli accusati e dagli accusatori tutt'altro che apostolico.
Il fatto deplorato dai vescovi di Reims, non si poteva negare, ma la
retorica ecclesiastica forniva un luogo per giustificarlo.
Conviene anche notare che talvolta in queste declamazioni contro gli
studi profani si tradisce anche un poco di gelosia verso coloro che,
probabilmente fra i correligionari di chi scriveva, erano stimati per
un qualche valore che avessero in quelli studi. Però, prescindendo dai
casi in cui avean luogo questi secondi fini, è d'uopo rammentarsi che
gli scrittori ecclesiastici, anche i più illuminati, scrivevano sotto
l'influenza di un sentimento religioso forte e profondo, il quale a
seconda delle circostanze diveniva fervore, ardore ed entusiasmo.
Continuamente preoccupati del sommo bene e della vita futura essi
soggiacevano, come tutte le anime che si concentrano affatto nella
religione, ad accessi di scrupoli, pei quali avveniva loro di dire
e disdire. Agostino, che un tempo trovava una innocente ricreazione
nella lettura giornaliera di un mezzo libro dell'Eneide, a quarantatre
anni deplora quei giorni in cui si lasciava intenerire dalle lagrime
di Didone, dimenticando che intanto ciò lo faceva morire dinanzi
a Cristo[260]. Ma queste fervide parole, dettate in uno slancio
dell'anima verso Dio, non gl'impedirono di fare poi gran conto del
poeta, e nel _De Civitate Dei_, ch'egli condusse a termine nel 72 anno
di sua vita, ne usa largamente. A 74 anni si pente di avere adoperato
scrivendo il vocabolo _fortuna_ troppo spesso, e di avere, benchè non
sul serio rammentato le Muse a guisa di Dee. Alcuino che nella sua
gioventù, come dice un suo biografo anonimo, avea letto «i libri degli
antichi filosofi e le menzogne di Virgilio» e all'età di undici anni
preferiva la lettura di Virgilio a quella dei Salmi[261], fatto vecchio
non ne voleva più sentir parola, nè soffriva che i discepoli leggessero
quel poeta, dicendo loro: «possono bastarvi i poeti divini, nè è
necessario che siate contaminati dalla lussuriosa facondia del dire
virgiliano»[262]. Nondimeno egli non riusciva ad imporre agli altri i
suoi scrupoli, ed ebbe a rimprocciare severamente Sigulfo che, ad onta
del divieto, seguitava a spiegare di nascosto Virgilio ai discepoli.
A taluno[263] par duro credere a questo che racconta l'anonimo, perchè
nelle lettere di Alcuino trovasi talvolta citato Virgilio. Credo però
che da quanto son venuto dicendo risulti chiaramente che questo fatto
non esclude l'altro[264]. Lo stesso vediamo accadere a Teodulfo,
che si scusa nei suoi versi di aver letto Virgilio, Ovidio, Pompeo
e Donato[265] e così pure a tanti altri che taccio per brevità. Nè
Alcuino era il solo che credesse dover impedire o moderare il soverchio
ardore altrui per questi studi[266].
E gli scrupoli di tal genere talvolta arrivavano fino a turbare i sonni
di qualcuno. Erberto vescovo di Norwich racconta che una notte Cristo
gli apparve in sogno e gli disse: Io sapeva che dalla tua gioventù fino
alla canuta vecchiezza hai militato negli offici sacerdotali; ma perchè
hai tu per le mani le menzogne di Ovidio, le invenzioni di Virgilio?
non è convenevole che da quella stessa bocca che predica Cristo si
reciti Ovidio. — Allora io rammentandomi quelle tali battiture di prete
Girolamo: peccai, lo confesso, e non solo nella lettura degli scrittori
gentili, ma sì pure nella imitazione di essi»[267]. L'autore della
vita di S. Odone riferisce che costui, avendo voluto leggere Virgilio,
ebbe un sogno di un vaso che al di fuori era bellissimo, ma dentro
era tutto pieno di serpenti, i quali tosto lo attorniarono; e quando
fu sveglio capì che il vaso era Virgilio e i serpenti che in esso si
nascondevano, erano le dottrine degli antichi poeti[268]. Uno scrittore
anonimo dell'XI secolo racconta pure di uno scolaro, che colto da grave
malattia, in un accesso di delirio si pose a gridare ch'ei vedeva una
falange di diavoli che prendevano la forma di Enea, di Turno e di altri
personaggi dell'Eneide[269].
Mentre poi alcuni eran colti da tali scrupoli, altri spingevano
l'ammirazione per Virgilio fino al fanatismo. Ratperto dava il suo
parere in capitolo con versi di Virgilio. Per Virgilio e Cicerone il
monaco Probo mostravasi tanto entusiasta, che i suoi confratelli,
motteggiando, dicevano ch'ei voleva collocarli fra i santi[270].
Rigbodo, vescovo di Trèves sapeva, dicevasi, meglio l'Eneide che
i vangeli[271]. Questo fanatismo, spinto all'ultimo eccesso, ci si
presenta anche con certe caratteristiche della leggenda. Uno scrittore
dell'XI secolo ci narra che: «A Ravenna Vilgardo coltivava con troppa
assiduità lo studio della grammatica, conforme gl'Italiani, ebbero
sempre costume di fare, trasandando il resto. Avea egli cominciato ad
inorgoglire come uno stolto a causa del suo sapere, quando una notte
i demoni, presa la forma dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale, gli
apparvero e si misero con fallaci parole a ringraziarlo dello studio
ch'egli poneva nei loro scritti e gli promisero di farlo partecipare
alla loro gloria. Così depravato da queste male arti de' diavoli,
incominciò ad insegnar molte cose contrarie alla santa fede e ad
asserire che le parole dei poeti dovevano essere in tutto credute.
Finalmente fu convinto d'eresia e condannato dall'arcivescovo Pietro.
In Italia, soggiunge lo storico, si trovò che molti spiriti erano
infetti delle stesse opinioni»[272]. Un'altra leggenda[273] narra di
due scolari che andarono a visitare il sepolcro di Ovidio per averne
qualche insegnamento; uno chiese di sapere qual fosse il miglior verso
di quel poeta, e una voce dal sepolcro gridò:
«Virtus est licitis abstinuisse bonis»
L'altro volle sapere qual fosse il peggiore, e la voce rispose:
«Omne iuvans statuit Iupiter esse bonum.»
Pensando far bene a quella grande anima perduta, si posero i due
studenti a pregare per lei, recitando dei Pater Noster e degli Ave: ma
la voce, ignara della virtù di quella preghiera, gridò impazientita:
«Nolo Pater Noster: carpe, viator, iter»
Gli scrupoli e le ripugnanze durarono a lungo; neppure all'epoca
del risorgimento parve superfluo a Boccaccio[274] il combatterli,
e tutti sanno ch'essi, non senza molto rumore, si sono riprodotti
anche ai nostri giorni. Ma nel medio evo come oggi la palma rimase
sempre fortunatamente alla tradizione antica[275]. Nel secolo XII
certo partito capitanato da un eccentrico individuo che, anche
indipendentemente dalla religione, dichiarava infami gli storici e i
poeti e scherniva i maestri di retorica, di grammatica e di dialettica,
trovava un vigoroso oppugnatore nel dotto ed illuminato Giovanni
di Salisbury[276]. Iacopo da Vitry, Arnoldo da Humblières toccavano
anch'essi la questione, e non esitavano a riconoscere l'utilità dello
studio degli antichi, quantunque raccomandassero molte cautele[277].
Uno dei più notevoli segni del classicismo trionfante ai tempi del
risorgimento si può ravvisare nel catalogo della biblioteca privata di
papa Niccolò V, tutta composta di antichi scrittori profani[278].
Le declamazioni adunque e le intolleranze di alcuni individui ebbero
poca efficacia contro le necessità pratiche, che non permettevano studi
sacri senza qualche preparazione di studi profani. Questi seguitarono
quindi sempre a vivere, quantunque assai poveramente. Le scuole di
grammatica seguitavano sempre, benchè in certi momenti più burrascosi
venisser meno o diminuissero in qualche luogo, per mancanza di maestri
o per altre ragioni; i monaci seguitavano a copiar manoscritti. Nei
cataloghi che tuttora ci rimangono di parecchie biblioteche monastiche
del medio evo scrittori ecclesiastici e profani figurano alla
rinfusa[279], spesso designati come _libri scholares_; e fra questi
ultimi primeggiano in numero Virgilio, e Donato maggiore e minore,
e Prisciano ed una moltitudine di altre opere grammaticali[280]. Il
numero straordinario dei manoscritti che ora possediamo di Virgilio è
un'altra prova dell'uso che se ne faceva nelle scuole, e moltissimi
di questi si vede evidentemente non esser fatti per altro che per
servirsene in scuola, tanto son tirati via e poco, anzi punto servono
alla critica del testo. Alcuni codici di Virgilio esistono tuttora
portanti una dedica a qualche santo, come p. es. San Martino, Santo
Stefano, il santo insomma della chiesa o del convento a cui un
benefattore li avea regalati[281]. Questi codici che talvolta erano
preziosi assai per miniature o legature o come opere calligrafiche,
colle bibbie, i messali, i breviari, i candelieri, i calici, gli
ostensori figurano stranamente negli inventari delle cose preziose dei
conventi, delle abbazie e delle chiese.