Sotto gl'imperatori del 3.º e del 4.º secolo quali vicende patissero le
lettere latine, è noto a tutti. Fra le preoccupazioni di una corte e di
un pubblico in cui dominava l'elemento militare, quando ogni villano
o barbaro autorevole sulle soldatesche ignoranti, poteva assidersi
sul trono dei Cesari, certo il vento non poteva spirare favorevole
alle lettere. In tali condizioni, meno profondi divenivano i rapporti
della produzione letteraria collo spirito pubblico, e questa veniva già
confinata presso una classe di persone che aveva il primo suo impulso
come il principale suo ambiente nella scuola. Per questo indebolimento
di legami fra le lettere e il pensiero in generale, avveniva pure che
il divario fra la lingua parlata e la scritta si facesse sempre più
sensibile, e il latino volgare, plebeo o rustico che si voglia dire,
prendesse incremento e anche ardire; talchè l'ufficio del grammatico
diveniva cosa meno elevata, e già doveva parere assai se s'insegnava
a scrivere correttamente. Proporzionata al bisogno e alla qualità
di questo è la produttività dei grammatici di questi secoli della
decadenza, produttività ricca per numero di opere ma estremamente
misera quanto a originalità di vedute. In questo campo degli studi
grammaticali, come in ogni altro vedesi uno straordinario impoverimento
d'idee: niuno sa muovere un passo di forza propria, senza appoggiarsi
ai più antichi. Come nell'arte tutto è poco intelligente imitazione,
nell'opera dotta o scientifica tutto è poco intelligente riassunto o
compilazione. Ormai la letteratura, disposta a vivere artificialmente
e ristrettamente, riduce il suo armamentario, eliminando quanto
appariva utensile superfluo, cercando scorciatoie e manifestando un
gran desiderio di tutto compendiare. Di tali compendi o compilazioni,
coi quali si voleva liberarsi dal leggere un gran numero di scrittori,
è ricca l'età della decadenza, e a questa appunto appartengono la
maggior parte delle opere grammaticali che ci rimangono. Grande è la
iattura delle tante opere antiche che così scomparvero dinanzi alle
infelici lucubrazioni di queste larve di dotti. L'impero seguitava
a mantener grammatici, e qualche imperatore anche a proteggerli
insieme ai filosofi e ai retori, ma più per lusso o per capriccio,
che per altro, o anche per vigliaccheria, temendo le ingiurie della
loro penna, come vien detto di Alessandro Severo[144]. Del resto il
gusto imperiale, finchè favorì le lettere, aveva una predilezione
per gli studi greci, nè era di tempra tale da esercitare una benefica
influenza; al contrario, sempre più spingeva verso il futile e il vano.
Geta che amava mostrarsi amico dell'alfabeto, ordinando pietanze i nomi
delle quali cominciassero tutti con una certa lettera, si divertiva pur
talvolta a far venire a sè grammatici per chieder loro, fra le altre
cose, liste di verbi esprimenti le voci dei vari animali[145].
Da Alessandro Severo in poi, che pure fra le sue predilezioni greche
venerava Virgilio (forse piuttosto considerandolo come filosofo che
come poeta), il culto delle lettere divenne quasi affatto estraneo
alla corte. La vecchia tradizione dell'impero è ormai rotta, e
fra coloro che hanno o si disputano il supremo potere, uomini come
Gordiano il vecchio[146] sono eccezioni rare ed anche di poco momento.
Contrariamente a ciò che era avvenuto in altro tempo, la qualità
di militare era ormai opposta a quella di letterato, e distraeva
dall'amore per gli studi anche gli uomini che avevano ricevuto una
certa cultura letteraria. Gli scrittori della Storia augusta, gente che
si presenta a noi tal qual è, senza maschera o belletto di sorta, ci
danno una idea assai chiara del livello intellettuale di quel tempo,
singolarmente per tutta la regione politica e militare. Vopisco si
maraviglia che suo nonno, narrandogli il fatto dell'uccisione di Apro,
attribuisse all'uccisore Diocleziano le parole «gloriare Aper Aeneae
magni dextra cadis»: «ciò, dic'egli, in un soldato mi reca meraviglia;
benchè io sappia che moltissimi sogliono rammentare i detti dei
comici e degli altri poeti sia in greco, sia in latino»[147]. Sulla
fine del secondo secolo Clodio Albino, che non fu punto amoroso delle
lettere, avea studiato anch'egli da fanciullo Virgilio nelle scuole;
ma lo studio del poeta non gli avea servito che a manifestare i suoi
istinti militari[148]. Ad onta di tutto ciò le reminiscenze virgiliane
sono frequenti anche fra questa gente, chè una quantità grande di
versi virgiliani avea un uso quasi proverbiale, e la conoscenza
del poeta era, per effetto delle scuole ed anche del teatro, cosa
volgare. Quindi non solo si trovano versi virgiliani, a proposito di
faccende politiche, sulla bocca di Gordiano il vecchio, ch'era un uomo
colto[149], ma ne troviamo pure in una lettera di Diadumeno a Macrino
suo padre[150], ed in una di Tetrico il vecchio ad Aureliano[151].
Sotto Alessandro Severo, Giulio Crispo tribuno dei pretoriani,
esprimeva il suo malumore con versi di Virgilio che gli furono
fatali[152]. Con due emistichi virgiliani è composto un motto del circo
in favor di Diadumeno contro Macrino[153], e parimenti un emistichio
virgiliano ritrovasi fra le acclamazioni colle quali il senato chiamava
Tacito, già vecchio, all'impero[154].
Ma se in mezzo alle orgie e ai delitti dell'aula imperiale talvolta
seguitava ad udirsi un qualche eco della musa virgiliana, ciò era
allora un fatto che non dava prova di alcuna finezza di sentire
poetico; solo mostrava come la popolarità del poeta affrontasse i
tempi e i luoghi meno propizi. Principale suo ufficio era divenuto
l'insegnare ai fanciulli nelle scuole per poi servir di zimbello
alle fanciullaggini degli adulti. Lo studiavano tanto a scuola che
saperlo a mente da un capo all'altro era divenuto cosa comune. Da
questa grande familiarità che si aveva con quel poeta in un tempo
di tanta povertà di creazione artistica, traeva origine e occasione
il passatempo de' _Centoni_. Combinando i versi e gli emistichi
virgiliani in varie maniere si divertivano a far cantare a Virgilio
ogni sorta di soggetti. L'idea di questi _Centoni_[155] poteva nascere
soltanto fra gente, che avendo meccanicamente appreso Virgilio, non
sapeva qual migliore utilità ricavare da tutti quei versi di cui si
era ingombrata la mente. E del resto l'uso che da tanti poeti erasi
fatto e facevasi di Virgilio in ogni maniera di composizioni, già si
assomigliava assai all'opera di questi centonari e dovea condurre
naturalmente a questa[156]. Nè trattasi del capriccio di uno o di
due, ma di un uso che cominciò presto e finì tardi. Già ai tempi di
Tertulliano un Osidio Geta avea con versi virgiliani composta una
tragedia intitolata _Medea_, che possediamo tuttora; un altro avea
nella stessa guisa composta una traduzione del _Quadro_ di Cebete. Poi
vi furono cristiani che ebber voglia di far parlare Virgilio della loro
fede; così Proba Faltonia[157] compose con versi virgiliani una storia
dell'antico testamento, Pomponio un carme intitolato _Tityrus_ in onore
di Cristo[158], Mario Vittorino (IV sec.) un inno sulla pasqua, Sedulio
(V sec.) un carme sull'incarnazione, altri altro[159]. Valentiniano
imperatore, quasi invidiasse a Virgilio la lode di scrittore pudico,
coi versi di lui pose assieme un carme osceno, ed obbligò Ausonio a
misurarsi con lui in questo esercizio; così nacque il celebre _Centone
nuziale_ che possediamo, e che è senza dubbio il migliore fra i
centoni. Oggi tutto ciò si chiamerebbe ludibrio; allora non pareva
generalmente che avesse nulla di men che rispettoso verso il poeta, e
si ammirava la memoria e l'abilità di chi così componeva[160]. Virgilio
doveva essere trattato in tutto come Omero; come vi furono centoni
omerici, dovevano esservi centoni virgiliani. Per l'uno e per l'altro
poeta v'erano uomini che si distinguevano come specialmente abili nel
ricucirne i versi a quella maniera, e prendevano quindi il nome di
poeti omerici o virgiliani[161]. Il massimo grado di questo giuoco
ridicolo lo abbiamo in un Mavorzio, autore di un centone sul giudizio
di Paride, il quale arrivava fino ad «improvvisare» centoni virgiliani,
ed una di queste sue improvvisazioni colla quale ricusa modestamente il
titolo di «Virgilio moderno» la possediamo ancora[162].
Sul modo di considerare quel poeta che era la pietra fondamentale
dell'insegnamento letterario, molto dovevano influire i commenti coi
quali era spiegato ed illustrato nelle scuole. Una storia critica dei
numerosi commentatori di Virgilio, benchè tentata dal Suringar[163], è
tuttavia un desiderio che non sarà soddisfatto prima che molte ricerche
e studi speciali abbiano rischiarato questo campo intralciatissimo.
I commenti virgiliani, moltiplicatisi fino all'ultimo medio evo, per
l'uso continuo fattone nell'insegnamento, erano tutti soggetti ad una
grande mobilità, ad incessanti e svariate peripezie. Niun maestro
si faceva scrupolo di ridurre, modificare, postillare a suo modo.
Chi compilava da più antichi dando alla compilazione il suo nome,
chi postillava prendendo di qua e di là e serbando l'anonimo, chi
raffazzonava o interpolava a suo modo i commenti già in uso ponendo
tutto sul conto dell'autore primitivo. La massa dei commenti che
oggi possediamo è giunta a noi come un torrente tutto intorbidato, ed
ingrossato da confluenti diversi per natura e per provenienza. Tutti
sono o compendi, o rifacimenti, o compilazioni; niuno ne possediamo
nella sua forma originaria. Quelli che ci rimangono ancora col nome
di Probo e di Aspro possono provare quanto l'attrito scolastico
rimpiccolisse o corrompesse l'opera dei migliori grammatici. Come le
principali compilazioni grammaticali, così le principali compilazioni
di commenti virgiliani che ci rimangono, appartengono a quest'epoca di
decadenza, nella quale per questo lato principalmente si distinguono
due autori rimasti celebri nell'insegnamento grammaticale posteriore,
Donato e Servio.
A giudicare del commento, oggi perduto, di Donato[164], che Girolamo
discepolo dell'autore, rammenta fra gli altri commenti adoperati
nelle scuole dei fanciulli[165], può servire quanto da esso riferisce
Servio[166]. Donato voleva farla da critico e giudicava con molta
libertà il poeta, in molti luoghi trovando da ridire; e non solo
giudicava tortamente, ma spesso dava prova di tale oscitanza, da
errare fino nelle più volgari leggi della prosodia. Le sue critiche non
gl'impedivano invero di ammirare il poeta; ma la sua ammirazione era
di natura tale che gli faceva presentare ai suoi allievi il poeta in
una luce del tutto falsa, attribuendogli, come già da antiche scuole
filosofiche erasi fatto per Omero, un sapere straordinario, e cercando
nei suoi versi dottrine riposte e scopi filosofici ai quali certamente
non aveva pensato mai. Egli spiegava l'ordine delle poesie virgiliane
in questa maniera: «È a sapersi, diceva, che Virgilio, nel comporre le
sue opere, seguì un ordine simile a quello della vita degli uomini. La
prima condizione dell'uomo fu pastorale, e così Virgilio scrisse prima
di tutto le Bucoliche; poscia essa fu agricola, e così Virgilio compose
poi le Georgiche. Crescendo poi la moltitudine della gente crebbe
insieme l'amor della guerra; quindi terza opera sua fu l'Eneide, che è
tutta piena di guerre[167].» Vedremo più tardi quale sviluppo e quali
proporzioni prendesse quest'uso di cercare allegorie in Virgilio.
Ma il più adoperato dei commentatori di Virgilio ed il solo che oggi
ci rimanga completo, benchè tutt'altro che intatto, è Servio che
fu usatissimo nelle scuole del medio evo, e riesce molto importante
anche oggi, non tanto per la illustrazione di Virgilio, quanto per
ogni sorta di preziose notizie che ci ha conservate. Giudicare del
valore di questo lavoro di Servio da quello ch'esso è oggi, è cosa
assai difficile[168]; poichè da un lato è evidente che Servio compilò
da commenti e da opere grammaticali anteriori, dall'altro è pure
evidente che, nel grande uso fattone, ha subìto alterazioni diverse,
ed è stato interpolato lungo il medio evo, talvolta stupidamente
al punto di fargli citare Servio stesso[169]. Certo però Servio era
un grammatico distinto pe' suoi tempi e superiore a Donato, di cui
spesso con molto senno e giusto sapere riprende gli errori. Ma non
per questo egli ha potuto schivare molti difetti della dottrina del
secol suo. Una certa stereotopia si ravvisa in tutta la tradizione
grammaticale in quest'epoca, ormai irrigidita, quale durerà per tutto
il medio evo, e si riconosce chiarissima anche in questa parte prattica
dell'insegnamento dei grammatici, che era costituita dalla esposizione
degli scrittori. Fra le molte cristallizzazioni di prodotti anteriori
che si ritrovano in Servio, assai ve ne ha che provengono da un cattivo
indirizzo già esistente in quello studio anche nell'epoca migliore.
Quelle questioni futili che furono tanto in voga fra gli Alessandrini
circa Omero[170], e delle quali tanto si dilettò Tiberio[171], ebbero
luogo anche per Virgilio, e dalla formola uniforme molte si riconoscono
ancora in Servio[172]. Una critica coscienziosa ed una solida dottrina
non erano punto indispensabili per ciò che la moda domandava in questo
esercizio, nel quale troppo spesso i grammatici si trovavano o erano
spinti sul terreno della ciarlataneria[173], guardandosi, così ne'
quesiti come nelle risposte, piuttosto al sottile, all'imprevisto
e allo specioso, che all'utile, al giusto ed al vero. Un curioso
esempio di ciò offrono quei 12 o 13 luoghi virgiliani che si credeva
presentassero difficoltà insuperabili[174]. La loro insuperabilità
era quasi un articolo di fede, e dinanzi ad essi il grammatico tirava
di lungo, dicendo: è uno dei dodici. Eppure alcuni di quei luoghi
che Servio pone in quel novero, non presentano davvero difficoltà ben
reali.
Per quanto debba ammettersi che molto nel commento di Servio è opera
di interpolatori, talune interpretazioni allegoriche, come p. es.
quella relativa al ramo d'oro con cui Enea scende all'Inferno[175] e
simili, sono troppo d'accordo colle idee di quel tempo perchè si possa
credere non appartengano a Servio. Però se qua e là ad alcuni versi o a
qualche parte del racconto virgiliano Servio attribuisce un significato
filosofico, non c'è traccia in tutto il commento di una interpretazione
allegorica sistematica e generale, che faccia convergere tutto
l'insieme di un'opera virgiliana verso un solo concetto riposto. Di una
interpretazione cosiffatta avremo a parlare diffusamente in appresso;
allora potremo trattenerci a studiare più da vicino quest'ordine di
fatti nella sua indole e nelle sue cause.
Virgilio invero fece uso dell'allegoria, ma piuttosto per cose di
fatto che per idee, e ciò fece, come tutti sanno, singolarmente nelle
Bucoliche. Un'antica tradizione che risale fino ad Asconio Pediano
ed ai tempi stessi del poeta, sull'autenticità della quale non può
cader dubbio, portava che il poeta nelle Bucoliche copertamente
alludesse a casi della sua vita o ad avvenimenti del suo tempo. Ma
questa notizia vaga e generica, lasciava poi indeterminato fino a
qual punto egli avesse spinto quell'allegoria, talchè, come pare,
fin dai primi tempi, gl'interpreti eran divisi sulla interpretazione
di molti luoghi che taluni intendevano nel loro senso letterale o,
come Servio si esprime, _simpliciter_, altri invece fantasticavano
interpretandoli _per allegoriam_ e credendosi obbligati a pescare fatti
ai quali in quelli il poeta volesse alludere. Servio nel giudicare
le varie opinioni mostra di tendere ad una ragionevole limitazione
del senso allegorico[176] e spesso si pronunzia pel _simpliciter_
escludendo l'allegoria come «non necessaria». Però non è sempre
conseguente in ciò, e talvolta anch'egli ammette o lascia passare come
possibili interpretazioni allegoriche affatto strane e prive di ogni
fondamento[177]. Sarebbe un esagerare i meriti di questo grammatico
e farlo troppo disuguale ai tempi suoi, l'attribuir tutto ciò agli
interpolatori e credere che di tali peccati egli non porti alcuna
colpa. Fino a qual punto giungesse la manìa di così interpretare vedesi
subito sul principio del commento alla prima ecloga. Appena detto che
sotto la persona di Titiro deve intendersi Virgilio «non però sempre,
ma solo dove ciò ragionevolmente si richiede» viene interpretato _sub
tegmine fagi_ come una _bellissima_ allegoria, poichè _fagus_ viene
dal greco φαγεῖν che vuol dir mangiare, e quindi col nome di quella
pianta il poeta allude a quelle possessioni che erano il sostentamento
della sua vita e che gli furono restituite per la benevola protezione
di Augusto. Più sotto nelle parole «... ipsae te, Tityre, pinus, Ipsi
te fontes, ipsa haec arbusta vocabant» si trova che Titiro è Virgilio,
i pini Roma, i fonti i poeti o i senatori, e gli arbusti la gente di
scuola. Forse non ha torto chi crede[178] che questa interpretazione
non sia di Servio, ma a noi basta il fatto caratteristico che, come si
rileva chiaramente dall'assieme del commento, interpretazioni siffatte
si dessero, non solo al tempo di Servio, ma anche prima.
A Servio anche senza dubbio appartiene, come al suo tempo, la idea
esagerata che si manifesta in più luoghi del commento, circa la
dottrina immensa e non a tutti palese che trovasi in Virgilio.
Con visibile compiacenza ei cita l'opinione di Metrodoro il quale
scrisse che a torto Virgilio era accusato da taluni di non sapere di
astrologia[179] ed al principio del 6.º dell'Eneide, che si credeva
contenere la dottrina più riposta, pone questa nota: «Tutto Virgilio è
pieno di scienza, nella quale tiene il primo luogo questo libro, di cui
la parte principale è tolta da Omero. Alcune cose sono semplicemente
dette, molte sono prese dalla storia, molte provengono dall'alta
sapienza de' filosofi e teologi egizi; talchè parecchi hanno scritto
interi trattati su ciascuna di tali cose che trovansi in questo libro.»
Il commento di Servio è più essenzialmente lavoro di grammatico e fatto
per servire alla esposizione del poeta nelle scuole di grammatica;
non mancano in esso osservazioni di natura retorica, poichè punti di
contatto c'erano fra l'uno e l'altro insegnamento, ma la esposizione
retorica delle poesie virgiliane non è lo scopo proprio di quel
lavoro. Retorico invece è propriamente il commento all'Eneide di
Tiberio Claudio Donato, di poco posteriore all'altro Donato di cui
già parlammo. L'autore lo ha scritto, senza risparmio di parole,
per riparare all'insufficienza ch'ei notava nei commenti allora in
uso[180]. Egli crede che la prima qualità di Virgilio sia quella di
retore, e che questo autore anzichè essere esposto dai grammatici
dovrebb'esserlo dai retori[181]; perciò le sue osservazioni non sono
di natura grammaticale o erudita, ma si limitano a dare il senso e
la ragione retorica di ciascun luogo dell'Eneide. Per tal sua natura
questo commento poco offre a noi di utile per la intelligenza del
poeta e per la conoscenza dell'antichità; s'intende come i dotti così
poco se ne siano curati, e non sia stato ristampato dal XVI secolo in
poi[182]. A differenza di tanti suoi contemporanei, l'autore si è così
poco curato di dare certa apparenza di dottrina all'opera sua, che
ha eliminato di proposito ogni illustrazione erudita rimandandola ad
altro lavoro, e neppure della tecnologia e dello schematismo retorico
fa quell'uso che potrebbe aspettarsi in opera di tal natura. Per questa
sua scolorata disinvoltura egli ha in qualche modo potuto esser più
giusto di altri nel definire lo scopo reale dell'Eneide, non cercandovi
altro che le gesta di Enea e la glorificazione di Roma e di Augusto,
ed escludendo ricisamente l'idea che nell'Eneide debba riconoscersi
un'opera scientifica e filosofica[183]. Con questo ei rispondeva ai
critici che aveano ripreso certe inconseguenze o contradizioni nelle
quali il poeta cade in fatto di principi filosofici: non si mostra però
meno di altri convinto della vastità e varietà del sapere virgiliano,
tale, a suo credere, che ogni ramo dell'attività umana può trovare nei
versi del poeta utili ammaestramenti[184]. Ciò si accorda coll'idea
del sommo e perfetto retore o oratore, il quale, come già diceva anche
Cicerone, dev'essere uomo di sapere universale[185].
Veramente Donato non avea ragione di lamentarsi, quanto all'uso
di Virgilio fra i retori. La prima esposizione ed illustrazione
del poeta apparteneva naturalmente ai grammatici; ma l'uso che i
retori facevano di Virgilio nelle loro scuole e nelle loro opere
in quest'epoca, non lasciava nulla da desiderare. Negli scritti di
retorica molto se ne servivano per l'esemplificazione dei precetti,
singolarmente nel trattato sulle figure, il che poi si riconosce
anche in più commenti, ed in certi brevi trattatelli sulle figure
che accompagnano taluni manoscritti virgiliani[186]. Nel trattato
sulle figure di Giulio Rufiniano gli esempi sono quasi esclusivamente
desunti da Virgilio[187]. Da quattro principali autori scolastici,
Virgilio, Sallustio, Terenzio, Cicerone, traeva Arusiano sulla fine
del IV secolo i suoi «_Exempla locutionum_» ad uso delle scuole di
retorica[188]. Nello stesso secolo i retori Tiziano e Calvo riunivano
in un'opera speciale i temi desunti da Virgilio e ridotti ad esempi
oratori per esercizio retorico[189]. Declamazioni in versi e in prosa
su temi virgiliani tramandateci da quest'epoca, possediamo ancora[190].
Un esercizio retorico-erudito può dirsi il lavoro, oggi perduto, di
Avieno che prendeva a trattare in versi diffusamente favole e fatti più
brevemente toccati nelle poesie virgiliane[191]. In mezzo adunque alle
morbose esagerazioni a cui arrivava allora la retorica divenuta regina
delle menti[192] Virgilio seguitava a splendere di grandissima luce,
mutandosi però, in ordine al gusto dei tempi, il colorito di questa, ed
aumentando la irrazionalità di sua natura.
Così chi usciva da queste scuole di grammatica e di retorica aveva
imparato a considerar Virgilio come il tipo del grammatico e del
retore, e come l'autore principale che riassumeva in sè tutti quegli
ideali di scienza e di cultura che erano propri di quel tempo. Quale
fosse poi il frutto di questo seme nell'uomo adulto e nel dotto di
professione, lo vediamo nei _Saturnali_ di Macrobio, nei quali Virgilio
viene glorificato come maraviglioso autore enciclopedico.
Macrobio (IV-V sec.) è autore della sola opera fra le superstiti
(all'infuori dei commenti) che tratti di Virgilio in certo modo _ex
professo_. Egli ha voluto riunire, per uso di suo figlio, gli appunti
e le notizie di ogni sorta ricavate da molta e varia lettura. Per
mettere assieme tutto quel materiale slegato e vario, non solo si
è servito del dialogo convivale, come già tanti altri, ma riducendo
la massima parte di quello ad una discussione sui meriti e il sapere
di Virgilio, ha fatto servire il nome del poeta alla esposizione di
conoscenze di varie categorie, mostrandoci così quanto larga parte
esso occupasse nel sapere di quel tempo. Quantunque egli abbia voluto
dare al suo lavoro l'apparenza di una discussione critica sui meriti
delle poesie virgiliane, questo non è in realtà che una glorificazione
di esse. Tale lo definisce il tono di ammirazione entusiastica che vi
domina costantemente, tale il programma della parte dell'opera che si
riferisce a Virgilio, quale viene stabilito nel primo libro. Distinto
assai egli stesso e dotto, come e quanto lo comportavano i suoi tempi,
Macrobio introduce a parlare nel suo libro uomini dei più dotti e
distinti dell'epoca, sollevandosi con essi, nella contemplazione
del grande poeta, in una sfera molto superiore alla volgare. Egli
ha dinanzi alla mente il concetto scolastico di Virgilio[193] e
giustamente lo trova piccolo, basso, inadequato; ei sente che nel
poeta c'è molto di più di quello i grammatici del tempo fossero soliti
a vedervi dentro. Vuole dunque addentrarsi ad esporre le doti più
squisite del poeta, che altri poco o punto avvertivano. Nel fare però
questo lavoro, che pur parrebbe dover essere come una reazione contro
le false e piccole idee di quel tempo, il tempo stesso colle sue idee
gli s'impone e travia stranamente il suo giudizio, senza ch'ei se ne
accorga.
Per Macrobio Virgilio, non solo è dotto in ogni genere di sapere[194],
ma è decisamente infallibile. Ei non ammette, come molti grammatici
anteriori, che nelle poesie virgiliane si trovi qualche difetto od
errore; ma fa dipendere unicamente dall'ingegno di chi le legge e le
studia il trovare o non trovare la soluzione di talune difficoltà[195].
Tutta l'opera è diretta a mettere in chiaro l'immensa dottrina d'ogni
sorta contenuta in quelle poesie, in gran parte occulta pei comuni
lettori d'allora: «la gran copia di cose che è nelle sue opere e che
la maggior parte degli spositori suol passare a piedi asciutti, quasi
che ad un grammatico non sia lecito intendersi d'altro che di parole;
... noi ai quali sì crassa Minerva non si addice, non vorremo soffrire
che recondito rimanga l'accesso al sacro poema, ma investigando la via
di penetrare nei sensi arcani di esso, offriamone aperti i recessi alla
venerazione dei dotti[196].» Nel dialogo, un tale Evangelo sostiene la
parte contraria al poeta; ma questo personaggio non ha nulla di serio
nè di reale; non può dirsi certamente che esso rappresenti l'opinione
dei giudici spregiudicati di un'epoca più antica, molto meno dei tempi
d'allora, nei quali senza dubbio un personaggio siffatto non esisteva.
Egli è lì unicamente per servire coi suoi appunti d'occasione alle lodi
di Virgilio, e quasi l'autore tema che le parole di lui, qualunque esse
siano, possono essere prese sul serio, si dà ogni cura, nell'introdurlo
in scena, di dipingerlo coi colori i più sfavorevoli, come un maledico,
di carattere pessimo e di pessima compagnia. Appena è annunziato tutti
danno segni di fastidio[197]; ogni volta che apre bocca, dicendo male
di Virgilio, tutti inorridiscono[198]. Qualcuna delle osservazioni
ch'ei fa l'aveva già fatta qualche antico critico; ma in generale egli
s'oppone eccentricamente alle idee le meno contrastabili, ed arriva
al punto di negare che Virgilio, nato in un villaggio veneto, potesse
sapere qualche cosa di greco e di scrittori greci[199]. Una simile
scempiaggine a cui non avrebbe neppur pensato il più crudele detrattore
di Virgilio dei tempi augustei, serve di pretesto per esporre,
rispondendo ad Evangelo, la profondità di Virgilio nella conoscenza
e nell'uso dei greci, che è il tema di quasi tutto il quinto libro.
E con una osservazione dello stesso Evangelo si apre la discussione
intiera sui meriti di Virgilio, che è la parte più cospicua di tutta
l'opera. Evangelo nega ricisamente di vedere in Virgilio qualcosa di
più che un semplice poeta, ed anche tale che lasciò la sua opera piena
di strafalcioni, e giustamente la riconobbe degna delle fiamme[200].
Simmaco invece sostiene che Virgilio non è soltanto atto ad istruire
fanciulli, ma contiene qualche cosa di ben più alto. «Mi par che tu
consideri i versi virgiliani come quando fanciulli li recitavamo alle
lezioni dei maestri» dic'egli ad Evangelo; «ma la gloria di Virgilio è
tale che non può crescere per elogi, nè per biasimi diminuire». E qui
i vari interlocutori, collegati contro Evangelo, si pongono d'accordo,
prendendo ciascuno ad esporre una parte della sapienza virgiliana
e ponendo così il programma dei libri seguenti, oggi incompleti e
lacunosi. In questi si vuol dimostrare partitamente, da Eustazio quale
fosse la perizia di Virgilio nell'astrologia ed in tutta la filosofia,
da Flaviano e Vettio, quanto profonda la sua conoscenza del diritto
augurale e pontificio, da Simmaco quanto abile ei fosse in fatto di
retorica, da Eusebio quanto grande nell'arte oratoria, da Eustazio
quanto e come adoperasse gli scrittori greci; Furio Albino porrà in
chiaro quanto Virgilio abbia preso dagli antichi latini nei versi,
Cecina Albino quanto nelle parole; Servio, il principe degli espositori
virgiliani, dovrà parlare intorno ad alcuni luoghi difficili del poeta.
Tutta la parte dell'opera che concerneva l'astrologia e la filosofia
è andata perduta, ma sappiamo quel che in questo può aspettarsi da un
neoplatonico, ed anche un saggio ne abbiamo nello scritto sul _Sogno
di Scipione_ là dove Macrobio riconosce nel «terque quaterque beati»
di Virgilio la dottrina pitagorica sui numeri[201]. Miglior fondamento
ha, ad onta delle esagerazioni che qui non mancano mai, tutto quanto si
riferisce al diritto augurale ed in genere alla erudizione virgiliana,
come anche ai confronti coi greci e coi latini[202], che sono le
parti dell'opera più importanti per noi, benchè da un tutt'altro
aspetto. Tanto la molta conoscenza di un grande numero d'autori
antichi latini e greci allora fuori d'uso, quanto una certa finezza
di osservazione che trovasi in qualcuno dei confronti fra Virgilio
ed altri poeti, sorprendono a prima giunta in uno scrittore, anche
distinto, di quest'epoca. Ma il fatto è che Macrobio si è limitato in
gran parte a compilare, non soltanto da Servio[203], che compilava egli
stesso, ma anche da più opere anteriori di grammatica e d'erudizione
ch'egli spesso, senza citarle, copia a parola[204], come è fra le
altre quella di Gellio di cui, fra i tanti altri luoghi, ritroviamo
copiato per intiero anche il parallelo fra Virgilio e Pindaro, nella
descrizione dell'Etna. Nel riunire però tutti quei paralleli, desunti
senza dubbio da studi virgiliani più antichi, Macrobio ha messo di
suo una intenzione encomiastica ben manifesta. Prima egli riferisce
i luoghi nei quali Virgilio è superiore ad Omero, poi quelli nei
quali è uguale; di quelli nei quali è inferiore parla per ultimo, non
senza premettere parole attenuanti[205]. Similmente, prima di parlare
dell'uso che Virgilio ha fatto degli antichi poeti latini, egli ha
creduto necessario provare che in ciò non è nulla di male, ma anzi si
deve esser grati al poeta di aver conservato ed immortalato nell'opera
sua qualche buona cosa contenuta in autori ormai negletti ed anche
derisi; del resto, soggiunge, quei passi suonan molto meglio e fan più
figura nella sua poesia, che negli originali da cui sono tratti[206].
Le due trattazioni relative a Virgilio come oratore e come retore non
ci sono arrivate intiere. In quel che ci rimane della prima troviamo
mossa la questione, che non può sorprenderci dopo quanto abbiamo già
trovato nelle epoche anteriori, se per divenire buon oratore si possa
imparare più da Virgilio o da Cicerone. Con tutti i riguardi verso
Cicerone e con tutte le proteste di non volersi fare arbitro fra due
tanto sommi, in fondo la risposta è favorevole a Virgilio. Cicerone,
dice Eusebio, non ha che un solo carattere di stile (copiosum),
Virgilio li offre tutti e quattro (copiosum, breve, siccum, pingue);
egli è come la natura che è ricca d'aspetti svariati ed opposti; si
potrebbe dire ch'ei riunisce in sè tutte le qualità dei dieci oratori
attici, e neppur si direbbe tutto[207]. Questo entusiasmo di Macrobio
per l'eloquenza virgiliana rammenta quello, che abbiamo già notato, di
Quintiliano per le perfezioni e l'universalità dell'eloquenza omerica.
Ma la parte più insulsa è quella che riguarda la retorica di Virgilio.
Ciò che ne rimane concerne principalmente il movimento degli affetti,
e si riduce ad una pura e semplice verifica dell'osservanza, per parte
di Virgilio, delle leggi retoriche relative al _pathos_; esse sono
passate in rivista, e grado grado sono citati i luoghi virgiliani che
con esse si trovano d'accordo. I retori nello stabilire quelle leggi
spesso citavano Virgilio come autorità, e taluni anche come principale
autorità; Macrobio invece loda Virgilio perchè ha obbedito ai retori.
Così quella parte del suo libro apparisce come un capitolo di retorica
invertito, e tale credo sia in fatto.
Macrobio ha trovato il terreno preparato di lunga mano per la sua
opera, non soltanto pel materiale di cui si è servito, ma anche per lo
spirito in cui è scritta. La decadenza che in essa, quantunque l'autore
si sforzi di sollevarsi al disopra dei suoi tempi, si mostra sì
avanzata, avea già cominciato da un pezzo; noi abbiam veduto e notato
i primi segni e il successivo ingrandire di quel tralignamento della
nominanza virgiliana di cui essa segna una fase già inoltrata. Nata
in sul disfarsi dell'antico mondo pagano, e figlia di un uomo notevole
tuttavia appartenente a quello, quest'opera formula e caratterizza in
modo luminoso l'indole di quella più alta idea che si avea del poeta
negli ultimi momenti del paganesimo, allorchè il suo nome entrava nella
nuova e trasformatrice atmosfera del medio evo cristiano, di cui siamo
ormai sul limitare.
A quest'epoca di decadenza e ancora aderenti alla tradizione
pagana[208] appartengono due autori che non furono senza influenza
nel propagare la rinomanza di Virgilio lungo i secoli della barbarie;
parlo dei due grandi luminari della grammatica, Donato e Prisciano.
Questi due compilatori, sorti a circa due secoli di distanza l'uno
dall'altro, dominarono con tanta forza nelle scuole dei grammatici,
durante tutto il medio evo, che il loro dominio sopravvisse anche a
questo, e sia direttamente, sia indirettamente, per l'uso che se ne
fece nel fabbricare nuovi libri scolastici, si protrasse fino a' tempi
nostri[209]. Il commento a Virgilio di cui già abbiamo fatto cenno,
oscurato da quello di Servio, non procacciò a Donato la rinomanza
ch'egli ebbe in grazia della sua grammatica, tanto adoperata nelle
scuole e tanto familiare a quanti le avean frequentate, che il nome
di Donato finì col significare quell'arte in generale. Prisciano,
con lavori di compilazione più estesi e più dotti che quei di Donato,
acquistò un'autorità tanto grande che la venerazione per lui spesso
negli scrittori del medio evo si traduce colle più entusiastiche
espressioni[210]. Non deviando dalla tradizione dei grammatici
anteriori, dai quali compilavano, Donato e Prisciano da Virgilio assai
più che da qualsivoglia altro scrittore attingono esempi, al punto
che se fino allora Virgilio fosse stato poco letto e trasandato, essi
soli, coll'autorità di cui godettero, sarebbero bastati a metterlo in
voga[211]. Prisciano, in uno scritto speciale che fu molto in uso,
ci dà un curioso saggio del modo col quale nelle scuole si faceva
servire Virgilio all'insegnamento prattico della grammatica. Prendendo
il primo verso di ciascun libro dell'Eneide, su quei dodici versi
ei fa esercitare lo scolaro, chiedendogli ragione di ogni parola e
l'analisi grammaticale e metrica; e così passando di domanda in domanda
ei trova in quei versi tanto da far ripetere al discepolo le regole
o le definizioni principali della grammatica e della metrica[212]. È
notevole che Lucano, il quale fu di moda nel medio evo, vien citato da
Prisciano quasi tanto sovente quanto Orazio. Ma il poeta ch'ei cita più
sovente dopo Virgilio è Terenzio.
Anche all'infuori della sfera scolastica e dotta, il poeta non cessava
di essere popolare, come prima lo era stato. Le rappresentazioni
teatrali desunte dalle sue poesie continuavano tuttora, ed uno
dei soggetti preferiti erano le infelici avventure di Didone, che
commovevano le genti fino alle lagrime, ed erano tanto in moda che
sulle tappezzerie, nelle pitture ed in ogni opera d'arte figurata erano
rappresentate di preferenza[213]. Nè mancavano le letture pubbliche
ed ancora nel sesto secolo il popolo affollato udiva leggere l'Eneide
nel fôro Traiano[214]. Non conviene dimenticare però che nello stesso
tempo destava entusiasmo la meschina poesia di Aratore sugli Atti degli
Apostoli, e per ben sette volte era costui chiamato a farne pubblica
lettura[215]. E già il nome di Virgilio si applicava ad uomini di così
poco valore che Ennodio mostravasene grandemente irritato[216]. Una
mano consolare trascriveva ed emendava il testo di Virgilio nel codice
prezioso che ci rimane[217]; ma distinzioni di tal natura toccavano a
quei tempi anche ad altri scrittori, poveri figli di povera epoca.
Quanto diversa da quella di un tempo era Roma allora, e quanto diverso
il popolo romano! La retorica pomposa e vuota dei panegiristi e di
Simmaco fra gli altri che giunge ad applicare al regno di Graziano i
felici e ridenti presagi della quarta ecloga[218], non fa che rendere
più lugubre lo spettacolo di tanta rovina. Ben più reale e giusto è
il sentimento di Girolamo che, udendo nella sua solitudine in oriente
come Roma fosse stata presa da Alarico, esprimeva con versi dell'Eneide
il profondo dolore cagionatogli dalla tremenda notizia, ed esclamava
col salmista: «Deus venerunt gentes in haereditatem tuam!»[219] Alle
memorie di un passato glorioso si contrapponevano i tristi fatti della
decadenza, il gelido ed umiliante contatto dei barbari ormai scatenati
ed il presentimento di un avvenire tetro e luttuoso. Quantunque però
Roma e il suo impero cadessero, quella unità civile di tanti popoli,
ch'era la grande opera sua e la vera sua missione, rimaneva. Nell'animo
di tutti Roma era sempre madre di ogni ricordo civile, simbolo di
miracolosa potenza, ideale altissimo e poetico di ogni umana grandezza;
quel forte ed universale sentimento romano a cui Virgilio avea così
bene proporzionato la sua epopea, anche dopo distrutto l'impero, era
troppo essenzialmente connesso colla cultura latina perchè potesse
spegnersi finchè quella vivesse. La vasta orma che lasciava il dominio
romano e i benefizi che l'umanità ne ereditava, danno alle infinite
espressioni di quel sentimento che universalmente sopravvisse ad esso
per lunghi secoli, una base reale e solida che non permette di vedere
in quelle una riproduzione fredda ed automatica dall'antico. Certo però
le condizioni del pensiero erano profondamente mutate, e per una grande
parte dell'antica cultura questo non poteva essere che passivo, nè
poteva, nella sua attività presente, armonizzare assai intimamente con
quella. Il gusto era deperito affatto, ed ogni giusta idealità estetica
ed artistica era del tutto spenta.
Quelle potenze psicologiche dalle quali l'arte risulta, dove non
giacessero paralizzate, erano impiegate e sfogate in un campo novello
a cui l'arte di vero nome era estranea. In queste epoche di grandi
lotte e di grandi trasformazioni morali e sociali, c'è sempre un
dispendio immenso di elatere poetico, il quale, piuttostochè una
espansione artistica, ha per prodotto il fatto stesso gravissimo
ed imponente del generale rinnovamento. Cristo non verseggiò, ma
quanta poesia non assorbì nella personalità e nell'attività sua e
in quella di tanti seguaci suoi! L'arte fra quel rimescolarsi ed
urtarsi di elementi eterogenei, fra quell'imperfetto pensare e sentire
di un mondo che si decomponeva e si rigenerava, avea difetto delle
condizioni più indispensabili alla sua esistenza; l'animo delle genti
era turbato, distratto vagamente, e come indurato alle impressioni
estetiche, il sentimento artistico tralignato o spento. Irrigidita e
come stereotipata seguitava intanto l'antica cultura: le menti aveano
sempre dinanzi i prodotti dell'arte antica, ma il livello di esse era
troppo abbassato, gli scopi e gl'ideali del pensiero erano troppo
nuovi e diversi perchè si possa credere che quelle antiche opere,
tuttavia studiate e ammirate, esercitassero realmente sugli animi un
prestigio più ragionevole di quello di una brillante fantasmagoria.
Come vediamo da Macrobio e dai grammatici e da ogni sorta di scrittori,
il posto centrale in quel corpo di dottrina, in quel complesso di
autorità tradizionali, scolastiche e dotte, era tenuto da Virgilio il
quale appariva come l'astro più luminoso intorno a cui tutti gli altri
gravitavano. Quelle qualità reali di dottrina che lo distinguevano
e che già fin dai primi tempi della sua rinomanza avean condotto a
giudizi inesatti, in quest'ultima epoca rimanevano sole in vista ed, in
tanto prestigio di quel nome, erano intese ed esagerate in ordine alle
tendenze ed alla natura del pensiero d'allora, spinto irresistibilmente
al simbolo, all'allegoria ed al misticismo da più cause ed influenze
diverse, che si riassumono nel predominio del neoplatonismo e più
ancora del cristianesimo ormai trionfante. I poeti del tempo non
riuscivano più che ad un verseggiare di rado mediocre, più spesso
cattivo, generato e governato unicamente dalla scuola grammaticale
e retorica. Tutta l'arte del massimo poeta latino appariva a quella
gente come un mistero, di cui la chiave dovea cercarsi in una sapienza
vastissima e recondita. Prova di fino ingegno e di sapere superiore
al volgare pareva il trovarvi dentro conoscenze e dettami scientifici
d'ogni maniera e sensi riposti di alta filosofia.
Centro e sommità del retaggio letterario lasciato dai latini,
rappresentante della sapienza antica, interprete di quel sentimento
romano universale che sopravviveva all'impero, il nome di Virgilio
acquistava un ampio e alto significato che nell'Europa latina lo
connaturava quasi colla civiltà stessa[220]. Con questa missione
lo tramandava ai secoli avvenire la morente società pagana che
nell'abbattimento e nell'agonia si adoperava a riassumere, con opera
frettolosa, i portati della splendida e gloriosa sua vita. Parecchi
secoli prima che Dante chiamasse Virgilio «virtù somma» Giustiniano,
sul più tetragono monumento della sapienza prattica de' romani, era
in grado di richiamarne il nome, ponendolo accanto a quello del divino
epico greco che, per lui, è il «padre di ogni virtù»[221].