CAPITOLO IV.

Un posto simile a quello che teneva nell'insegnamento grammaticale

occupava Virgilio anche nello studio retorico che faceva seguito

immediatamente allo studio della grammatica e con esso strettamente

si connetteva, tanto che alcuni precetti o esercizi di carattere

retorico, già eran fatti dal grammatico[93], ed anche molti insegnanti,

singolarmente in una più antica epoca, si erano occupati di ambedue

gl'insegnamenti[94]. Ma mentre la grammatica nel primo secolo ha uno

sviluppo nobile, la retorica si distingue in esso per una notevole

decadenza. È una pianta parassita che ha perduto ogni alimento proprio

col cadere della libertà, e si regge artificialmente invadendo tutto

il campo letterario, dandogli il proprio colorito, paralizzandone o

imbastardendone i prodotti. In quella frenesia di declamazione che

tanto era generale da proporzionare ad essa gli intenti e le dottrine

e i metodi dell'insegnamento e della generale educazione, vario era

l'uso del poeta. Naturalmente nella teoria retorica, in tutto quanto si

riferiva ai precetti, molto per la esemplificazione si traeva da esso,

che era già noto ed usato assai nell'insegnamento antecedente, ed in

cui già il grammatico aveva avvezzato i giovani e cercare le figure

e i tropi. Nella parte prattica, che era propriamente la principale

nelle scuole comuni, oltre ai temi per le declamazioni, ne traevano

sentenze, immagini, idee, ed espedienti oratorii, ne imitavano le

descrizioni, copiavano talune espressioni felici; e di quest'uso nella

scuola e fuori, si ha già esempio fin dai primissimi tempi della sua

rinomanza, fra i più distinti retori dell'evo augusteo contemporanei

del poeta, fra i quali principalmente, per farsi amico Mecenate,

distinguevasi nel prendere molto da Virgilio, Arellio Fusco, uno dei

numerosi amici di Seneca il vecchio[95]. A questo aveva servito già,

e serviva tuttavia anche Omero, nel quale gli antichi trovavano il

più vetusto monumento dello studio retorico, ponendo che i discorsi

degli eroi omerici da questo studio fossero guidati. Lo stesso sobrio

Quintiliano si entusiasma parlando delle virtù della eloquenza omerica,

grande in ogni genere[96]. Qualità retoriche era tanto più facile

trovarle in Virgilio, che realmente egli non meno che tutti i poeti

dell'evo augusteo, era uscito dalla solita scuola del grammatico

e del retore. Ovidio porge colle Eroidi (Suasariae) il più chiaro

esempio dello studio retorico di quei poeti. Può essere poi un fatto

fortuito, ma forse non lo è tanto quanto pare, che le più antiche

citazioni oggi note di versi Virgiliani ricorrano appunto in bocca di

retori contemporanei del poeta, i quali o se ne servono per le loro

composizioni, o ne parlano da un aspetto retorico[97].

Se i poeti augustei avevan saputo difendersi dalla retorica tanto

da non connaturare con essa la loro poesia, ciò non accadde ai poeti

posteriori, i quali subirono l'influsso di quell'essenziale efficiente

delle lettere latine, in tanto alto grado che spesso, come Lucano,

Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, non sono in realtà che retori

i quali declamano in versi. Questo livellarsi della poesia e della

retorica, portava naturalmente seco che dall'un campo all'altro ci

fosse scambio di mezzi. La poesia guidata dal mal gusto generale che

domandava ai poeti quanto ai declamatori, aveva bisogno di ricorrere

al retore per tutta la suppellettile a ciò necessaria. L'eloquenza

poi vuota com'era, non curante affatto dei mezzi logici che inducono

la persuasione col raziocinio, ma solo limitata a mezzi puramente

letterari o formali, spoglia inoltre di ogni fondamento subbiettivo e

ridotta a temi sprovvisti di ogni realtà e di ogni interesse, poneva

l'oratore nella condizione del poeta, dando tortamente ad un genere

di arte che ha la sua ragione di essere unicamente nel fatto prattico

e reale, il carattere astrattamente artistico e ideale della poesia.

Declamando a freddo sopra soggetti puerili, fittizi, privi d'interesse

e spesso dati anche all'improvviso, il calore e la vita e l'enfasi

mancanti affatto all'animo dovevano essere simulati artificialmente

ricorrendo al prestigio del linguaggio poetico, tanto più abusando di

esso quanto più grande era il vuoto che doveva coprire, quanto più il

gusto del pubblico era portato ad ammirare il gran risuono e il gonfio

e l'affettato[98]. Quello fra i vari generi di poesia che meglio si

adattava agli intenti di questa gente era naturalmente l'epico, tanto

perchè il meno subbiettivo di tutti, quanto perchè il più ricco di ogni

varietà di stili e di situazioni oratorie. Come nelle qualità poetiche

così nelle qualità oratorie, Virgilio fra i poeti, nella stima comune,

non era secondo che ad Omero; ed in ciò con gli altri si accorda anche

Quintiliano, che pur non approva l'uso smodato dei poeti per parte

dell'oratore, e definisce così anche la povertà poetica di Lucano,

dicendo essere egli più opportuno per gli oratori che per i poeti[99].

Certo Virgilio fu grandemente adoperato dai retori d'allora, e ne

vediamo un segno evidente nel retore-poeta Annio Floro, che, come più

tardi Macrobio, sul principio del 2.º secolo trattava la questione «se

Virgilio sia piuttosto oratore o poeta» in uno scritto speciale[100].

L'autorità di Cicerone era naturalmente grande nelle scuole dei retori,

ma quella di Virgilio lo era al segno che, come osserva l'autore del

dialogo _De Oratoribus_, era più facile trovare chi dicesse male di

Cicerone che di Virgilio[101].

Questo poeta ebbe in sorte di rimanere sempre a galla, sia che limpida

o torbida fosse la corrente che lo tramandava alle generazioni future.

Seneca, spirito che sorprende ad onta dei molti difetti e che marita la

declamazione e più eccessi retorici alla filosofia, niun altro autore

cita così spesso come Virgilio, che venera altamente[102], e che suo

padre aveva conosciuto di persona. Piacque ai retori di cattiva lega,

e piacque anche a quanti si opponevano all'andazzo dei tempi; piacque

a Quintiliano[103], che inutilmente cercò di ricondurre gli studi di

stile sulla buona via; piacque all'autore del dialogo _De Oratoribus_,

e, se non è tutt'uno, piacque a Tacito, uomo che fu grande a dispetto

delle scuole e del gusto volgare, e che ne' suoi scritti non di

rado mostra d'avere assai letto e studiato il Mantovano[104]. Ma la

universalità di tanta ammirazione acquista una speciale caratteristica

da questo, che ormai si appalesano nel campo letterario taluni elementi

di reazione sfavorevoli ai poeti della scuola augustea; de' quali

dobbiamo segnar la misura, spiegando come la voga di Virgilio e degli

altri suoi compagni in poesia non ne patisse danno.

Fra i molti artifici con cui i retori di varie scuole cercavano di

soddisfare al desiderio di novità in tanta voga di declamazioni, c'era

il cercar di dare un carattere severo e solenne al dettato, rendendolo

contorto ed oscuro. Scrivere in modo semplice, chiaro e disinvolto,

sarebbe stato per molti, come per certuni anche oggidì, un delitto

di lesa arte retorica. Un retore diceva ad un discepolo: Abbuja!

abbuja!, e lo scolare abbujava; e il maestro contento diceva: bravo!

ora sta bene; neppure a me riesce capirne nulla[105]. Questa specie

di affettazione che voleva imporre con una apparenza di profondità e

di dottrina, conduceva anche all'uso delle parole insolite e viete,

e così ad una reazione contro gli scrittori della ultima più grande

scuola, richiamando in vita lo studio dei più antichi. La serie di

tentativi per cui la lingua letteraria si venne formando presso

i latini portava naturalmente con sè che, anche dopo trovata una

forma definitiva di prosa e di poesia, una certa autorità rimanesse

a quelli scrittori che, se non toccarono la meta, pur contribuirono

ad arrivarvi. Singolarmente, oltre ad un merito intrinseco che

faceva venerare in certi limiti questi antichi poeti e prosatori,

c'era una tradizione teoretica che ne teneva in vita l'autorità,

in tutta quella disciplina di grammatica e di erudizione filologica

che serviva indispensabilmente allo scrittore anche nella migliore

epoca, e che in fondo da principio era basata su di essi. Così c'era

propriamente fra i grammatici (in quella sfera cioè da cui emergeva

l'educazione intellettuale di ogni scrittore) una continua occasione

di rivolger lo sguardo alla letteratura antica. Il nuovo indirizzo

letterario poi, risultante dall'influenza e dall'autorità di Cicerone

e Virgilio, offriva bensì nei modelli che proponeva un largo tesoro

di linguaggio eletto, ma non tanto facilmente maneggevole, per chi

alle guide e alle norme puramente meccaniche della grammatica e della

retorica non riunisse una finezza di gusto naturale. In un tempo in

cui l'erudizione e la dottrina filologica era ammirata generalmente,

ed anzi richiesta dal pubblico negli scrittori, in cui una parte

cospicua del tesoro letterario della nazione era costituita da un gran

numero di antichi scrittori, imperfetti bensì, ma pure non del tutto

da gittarsi via, il gusto di chi scriveva era facilmente esposto ad

essere fuorviato nella scelta e nell'uso degli esemplari da imitare. La

parola antiquata ha invero una certa sua efficacia speciale[106], ed è

facile pensare a servirsene come di mezzo retorico; ma il farlo senza

cadere in gravi difetti è cosa che richiede squisitezza di criterio

artistico quale a pochi è accordata[107]. Invero dei grammatici e

degli scrittori che si mostrassero propensi per lo stile e i vocaboli

antiquati non mancarono neppure nei più bei tempi della prosa e della

poesia romana. Già Cesare[108] biasimava questa affettazione e così

Orazio e Virgilio stesso[109], come più tardi Seneca, Quintiliano ed

altri. Ma l'apice che toccò la prosa e la poesia ai tempi augustei,

ed il gusto generalmente più fino e corretto che allora regnava,

impedirono a quel movimento di prendere proporzioni considerevoli, e

rimase assai oscuro. Esso però, col prevaler della forma nell'opera

letteraria, e coll'accrescersi del vuoto che sotto quella si copriva,

rendesi più visibile e notorio al tempo degli Antonini. Le tendenze

greche di taluni imperatori, l'amore (singolarmente di Adriano) per

certi prodotti degli alessandrini, l'ammirazione pel pomposo, pel

misterioso, pel peregrino che domina in quell'epoca favorevolissima a

cerretani d'ogni specie, il bisogno di supplire con mezzi artificiali

alla mancanza di creazione artistica, consigliavano di ricorrere

all'arcaismo, alla parola insolita, per dare prestigio ed apparente

autorità e gravità a frasi vuote e pompose.

Il più noto rappresentante di questo indirizzo è il Cicerone di

quell'epoca, il maestro di M. Aurelio e L. Vero, M. Cornelio Frontone,

gran padre di ogni pedanteria, che insegnava ad andar pescando

«insperata atque inopinata verba,» e a dare al dettato un certo

coloretto di vetustà (colorem vetusculum appingere). Giudicando da

quel che ci rimane di lui, egli dei poeti della scuola augustea fece

pochissimo uso nei suoi studi di stile e di lingua. Qua e là nei

suoi scritti qualche rara reminiscenza di Virgilio e d'Orazio si

ritrova[110], ma da attribuirsi alla influenza delle comuni scuole

da cui egli stesso era uscito. Virgilio è appena da lui citato

una volta[111] e di Orazio egli parla come di poeta semplicemente

«memorabilis»[112]. Frontone fu invero un caposcuola che ebbe non

pochi seguaci, e lasciò dopo di sè una certa tradizione retorica

che singolarmente dominò nella Gallia[113]. Ma propriamente la sua

influenza si ristrinse al campo più limitato della prosa puramente

retorica, e non se ne scorge molto evidente traccia negli scrittori

che ci rimangono. Del resto mi pare che da certi indizi si possa

conchiudere che non tutti i Frontoniani seguissero rigorosamente il

maestro nei giudizi e nell'uso degli scrittori dell'evo augusteo. Nello

stesso circolo degli amici ed ammiratori di Frontone troviamo uomini

che, non solo fanno grande uso di Virgilio nelle loro lucubrazioni

grammaticali ed erudite, ma anche ne fanno soggetto di lavori

speciali, come p. es. Sulpicio Apollinare, maestro di Pertinace,

il quale ad una sua edizione dell'Eneide premetteva i tre enfatici

distici, che rimasero celebri, relativi all'ordine dato da Virgilio

morente di bruciare quell'opera, e componeva le perioche in versi dei

singoli libri, che pure possediamo[114]. Certo è che questo movimento

Frontoniano occupa una regione limitata del campo letterario, e non

si estende propriamente a quelle comuni scuole che nell'impero erano

il fondamento della educazione generale. In queste l'uso e l'autorità

di Virgilio e degli altri poeti rimasero intatti e non patirono danno

dall'influenza di Frontone, nè corsero nè potevano correre rischio di

essere scavalcati da Ennio, o da Lucilio, o da Lucrezio, che taluni ad

essi preferivano.

Questa recrudescenza di venerazione per gli antichi e questo moto

reazionario in favore di essi non era invero rappresentato dal solo

Frontone e dai Frontoniani. Ma Frontone eccedeva, più invero nel metodo

dello studio e nella scelta degli esemplari, che nella sua maniera

di scrivere; chè altri, rimasti più oscuri, spinsero l'affettazione

dell'antico a proporzioni ben più strane. Eccedeva però anche rimpetto

agli uomini che aveano gusto simile al suo; poichè fra i tanti che

veneravano la letteratura antica pochissimi spingevano la cosa al punto

da trasandare lo studio di Virgilio.

Un libro importante per la conoscenza delle idee letterarie e

dell'indirizzo degli studi di questo tempo è il libro di Gellio.

Gellio non è un Frontoniano; neppure come grammatico può dirsi ch'egli

appartenga ad una scuola piuttosto che ad un'altra[115]. Ei non è

altro che un erudito dilettante il quale raccoglie appunti sopra

soggetti svariati, tanto dai libri quanto dai vari circoli letterari

che frequenta; predilige però principalmente le ricerche sulla storia

della lingua; e tutto quanto concerne la proprietà e l'uso dei vocaboli

ha per lui un incentivo particolare[116]. È antiquario in filologia,

o amatore di curiosità filologiche, perciò venera i vecchioni della

repubblica dinanzi ai quali si rimpiccolisce tutto, mentre tratta

assai leggermente alcuni grammatici dell'impero[117], senza eccettuare

l'autorevole Verrio Fiacco[118]. Non dice una parola nè di Tacito nè

di Quintiliano e maltratta Seneca[119], come lo maltratta Frontone,

perchè non solo trasandato nello stile e nella lingua, ma derisore dei

cercatori di arcaismi e degli studiosi dei vecchi poeti. Così Gellio

si muove in quella stessa atmosfera in cui si muove Frontone, del

quale parla quindi con elogio, ed ha con questo comunanza di gusti.

Quantunque però nel suo stile e nella sua lingua si riconoscano le sue

predilezioni antiquarie, il suo campo è troppo distinto da quello di

Frontone perchè ei si possa chiamare Frontoniano[120]. È degno di nota

a tal riguardo un capitolo in cui Gellio riferisce e non disapprova

certe parole di Favorino contro l'uso degli arcaismi[121]. Ma in

questo libro, che tanto è prezioso documento della vita letteraria di

quell'epoca a Roma e fuori, importantissimo per noi è il molto uso che

si fa di Virgilio.

Presso Gellio, Virgilio figura come scrittore di grandissima

autorità in fatto di lingua, di proprietà e di eleganza[122]. In

questo campo, che è il proprio di Gellio, Virgilio non solo è citato

come autorità, ma è anche difeso contro gli appunti dei grammatici

dell'epoca antecedente[123], quali principalmente Igino ed Anneo

Cornuto, censurati con parole anche aspre[124]. Di rado si concede

che qualche parola sia stata usata impropriamente o inopportunamente

da Virgilio[125]. Taluni appunti relativi a cose di fatto, a certe

inconseguenze o contradizioni, sono riferiti, discusse le varie

spiegazioni, ma non tolti di mezzo. Tutta questa critica di minuzie

non va molto in là, nè si estolle in regioni più larghe e più alte

quando tocca più da vicino l'arte virgiliana. In ciò essa è unicamente

limitata a paralleli fra alcuni poeti greci e Virgilio, ma solo per

tale o tal altro luogo. Virgilio in taluni casi è felice in altri

infelice imitatore, qua e là egli è riconosciuto inferiore ad Omero.

Favorino confronta la descrizione dell'Etna che è nell'Eneide, con

la celebre di Pindaro (Pyth. I), e la trova inferiore assai[126]);

il che è vero senza dubbio. Ma le ragioni che adduce sono di poco

o nessun momento; egli non sa far altro che confrontare espressione

con espressione, nè sa addentrarsi nelle proprie ragioni dell'arte,

distinguere fra ciò che la essenza stessa delle cose impone o accorda

a due generi di poesia così opposti come sono la epopea e la lirica,

singolarmente quando quest'ultima ha tutto quel miracoloso slancio

che sa imprimerle la mente del poeta tebano. La scuola d'allora non

andava fin là; se essa si mostra assai indipendente ancora e non esita

a riconoscere i difetti di uno scrittore di grande autorità, i suoi

giudizi (non sempre retti) si tengono all'esterno, a quella parte

formale che era l'esclusivo soggetto della prammatica letteraria del

tempo.

I grammatici erano gente alla moda che dava spettacolo del proprio

sapere; c'era da per tutto un pubblico ghiotto di quel trattenimento.

Era stato chiamato a Brindisi uno di costoro; quando Gellio giunse

in quella città trovò che dava saggio di sè leggendo il settimo

dell'Eneide e invitando il pubblico a muovergli questioni e difficoltà.

Leggeva barbaramente, e ad una questione che Gellio gli mosse rispose

in modo ridicolo[127]. Di simili cerretani parla Gellio assai spesso.

Intanto vediamo quanto e quale uso si facesse di Virgilio in quella

sfera, dai più alti agli infimi. V'erano invero degli uomini che

preferivano Lucilio ad Orazio, Ennio o Lucrezio a Virgilio, ma erano

eccezioni[128]. Uno dei più celebri fu l'imperatore Adriano[129]; ma

pure la sua ammirazione per Ennio non gli impediva di consultare le

sorti virgiliane anch'egli, e di avere spesso per la bocca i versi di

Virgilio[130]. Le parole che Gellio adopera parlando di un tale che si

voleva chiamare Ennianista e leggeva Ennio nell'anfiteatro di Pozzuoli,

evidentemente mostrano che questa lettura pubblica di Ennio era allora

cosa insolita. Marziale che per l'indole sua come poeta e come uomo non

appartiene ad alcun gruppo letterario, e rappresenta il sentimento più

generale in fatto di letteratura, era sicuro di trovare l'approvazione

dei più quando notava come un torto dei romani l'aver seguitato a

legger Ennio mentre viveva un Virgilio, e quando con un pungente

epigramma derideva un di questi tenebrosi che a Virgilio preferiva

l'inintelligibile Elvio Cinna[131]. Generalmente i dotti deplorano il

poco studio che suoleva farsi degli antichi[132].

Del resto Virgilio fra tutti i poeti augustei fu quello che andò più

a versi anche di coloro che aveano delle preferenze pei più antichi

scrittori. Nelle _Notti Attiche_ gli autori più frequentemente citati

sono Ennio, Laberio, Plauto, Cesare, Cicerone, Lucilio, Nigidio Figulo,

Catone, Sallustio, Varrone, Virgilio[133]. L'autorità grammaticale

ed erudita di Virgilio è così equiparata a quella degli scrittori

della repubblica. Degli altri poeti augustei il solo Orazio è citato

nelle _Notti Attiche_ due o tre volte. Lo stesso in proporzioni

molto maggiori si nota nell'opera, già citata, di Nonio. La massima

autorità è Virgilio, dopo di lui con grande intervallo vien Cicerone,

poi Plauto, poi Varrone, e quindi in ordine di diminuzione, Lucilio,

Terenzio, Accio, Afranio, Ennio e Lucrezio, Sallustio, Pacuvio,

Pomponio, Cecilio, Nevio, Novio, Turpilio, Titinio, Laberio, Livio

Andronico ecc. Le citazioni di qualche altro poeta augusteo, come

in generale di scrittori dell'impero, sono in Nonio le più scarse di

tutte. Oltre alle altre ragioni per cui Virgilio era considerato come

suprema autorità grammaticale, questo mescolarlo cogli scrittori di

un'epoca dalla quale l'arte sua è affatto divisa, aveva una ragione sua

speciale. Virgilio è l'unico dei poeti augustei che ha saputo servirsi

della parola antiquata senza cadere nell'affettazione; senza scapito di

sorta, la sua poesia lascia riconoscere uno studio intenso e diligente

degli antichi scrittori latini. Egli soddisfaceva così a tendenze

diverse ed opposte, talchè non solo conservava la sua autorità fra gli

uomini di gusto più moderno, come Seneca che è agli antipodi di Gellio

e Frontone, ma i filologi antiquari volentieri davano a lui un alto

posto anche in mezzo a quegli _hircosi_ dai quali egli, come artista

era tanto lontano. Quintiliano nel rilevare le difficoltà di servirsi

con successo della parola antiquata, nota la maestria in ciò di

Virgilio che, com'ei dice, è stato il solo che abbia saputo farlo[134].

Seneca crede che egli introducesse nella sua poesia quell'elemento

arcaizzante per piacere al _populus Ennianus_[135]: ma questo giudizio,

trattandosi di un uomo di così delicato sentire, è formulato troppo

rozzamente ed è un risultato dell'ammirazione pel poeta combinata

col poco rispetto per la vecchia letteratura, che distingue Seneca.

Virgilio era anch'egli di quell'_Ennianus populus_, ma era tanto

artista da sapere in quali limiti e come servirsi di Ennio e degli

altri antichi; lo sapeva meglio di Orazio, più accorto nel formulare

su ciò la equa massima da seguire[136] che studioso di applicarla,

misurandosi nel difficile arringo.

La nominanza del poeta non soffrì adunque pur menomamente da quel moto

reazionario manifestatosi in un certo campo degli studi, quantunque non

sembri aver goduto le simpatie di Frontone. Ma la vitalità di quel nome

era troppo potente perchè un traviamento qualunque potesse nuocerle.

Al secolo che ammirò Apuleio, uomo di molto ingegno, ma scrittore

ridicolo ed insopportabile per la gonfiezza più esagerata e per la

dicitura più stranamente peregrina, al secolo che a lui innalzò una

statua e udì con ammirazione parlata e scritta da africani una lingua

latina di nuovo conio, a quel secolo certamente Virgilio avrebbe dovuto

parere scolorato, snervato, molle ed insipido. Eppure tanto grande era

questo nome, e tanta autorità aveano accumulato su di lui quanti erano

stati uomini illustri e dotti insegnanti delle antecedenti generazioni,

che in mezzo a quel nuovo trionfare del cattivo gusto, un prestigio

irresistibile, ed il suo rapporto colla educazione generale, lo posero

in salvo. Nelle scuole dei grammatici e dei retori, in ogni classe

più o meno colta rimase venerato sempre, e lo vedremo grandeggiare

costantemente in mezzo alle peripezie delle lettere latine che ancor

più precipitosamente rovinavano da Marco Aurelio in poi.

Ma se il nome non diminuiva di grandezza e conservava il suo pristino

posto fra i nomi dell'antichità classica, le mutate condizioni

dell'ambiente intellettuale per cui passava gli faceano necessariamente

cambiar natura. Creazione poetica vera e propria manca affatto a

quest'epoca, come mancherà sempre d'ora innanzi nelle lettere latine.

La retorica si è sostituita alla poesia, che vive d'imitazione,

attenendosi a Virgilio come a supremo modello. E qui si scorge un'altra

essenziale differenza fra le nominanze di Omero e di Virgilio. Omero

esercita una influenza su quello sviluppo vitale della poesia e

dell'arte greca di cui esso non rappresenta che un primo momento, col

quale i prodotti successivi sono naturalmente collegati per legami

intimi ed organici; Virgilio invece sulla successiva poesia latina,

morente o già morta, poesia di forma più che di sostanza, esercita

una influenza puramente formale. Lo studio intenso del poeta, l'uso e

l'imitazione spesso servile del suo linguaggio poetico, non coprono

in alcuna guisa l'immenso divario che è fra questi poeti posteriori

e i poeti augustei nel modo d'intendere la poesia. Il pubblico però

accordava a molti di essi grande favore e li trovava di suo gusto.

Come credere che quella gente che si entusiasmava per le declamazioni

poetiche di Stazio[137] avesse un giusto sentimento della poesia

virgiliana, e nell'ammirazione pel grande Mantovano non portasse

quello stesso falso e storto sentire che le faceva ammirare il gonfio e

pomposo suo imitatore?

Senza dubbio il nome del poeta era superiore alle vedute del tempo;

la malcompresa sua grandezza tradizionale imponendosi alle menti avea

per effetto una venerazione quasi superstiziosa. Già troviamo sotto

gli Antonini il costume, praticato anche da imperatori, di interrogare

la sorte aprendo a caso il libro di Virgilio; le così dette _sorti

Virgiliane_ che interrogò Adriano, delle quali molti esempi ci offrono

gli scrittori della Storia augusta, e che seguitarono poi per tutto il

medio evo. Questa prattica non solo attesta della immensa popolarità

del testo di Virgilio, ma anche di un carattere sommamente venerando

che gli si attribuiva. Infatti Virgilio ebbe ciò in comune con altri

libri venerati per la grande santità loro o la straordinaria sapienza

che in essi si credette contenuta, Omero cioè e i libri sibillini, e

poi anche la Bibbia[138]. Se un tempo quel pazzo di Caligola, quasi

per far dispetto a tutti, poco mancò non facesse togliere dalle

biblioteche le opere e le immagini di Virgilio[139], due secoli più

tardi Alessandro Severo chiamava Virgilio il Platone dei poeti, e

poneva la immagine di lui in un larario speciale, con quella di Achille

e di altri eroi e scrittori[140]. Ma già prima l'entusiasmo di più

poeti, in quei tempi di apoteosi, avea quasi deificato il Mantovano.

Silio Italico celebrava la ricorrenza della nascita del poeta,

visitando religiosamente il sepolcro di lui, come un tempio[141]; e

come un tempio lo considerava anche il napoletano Stazio[142]. Marziale

parla degli Idi di Ottobre come di una festa sacra a Virgilio, siccome

lo erano ad Ecate quei di Agosto, a Mercurio quei di Maggio[143].

Virgilio era dunque il santo dei poeti. Delle tante apoteosi della

Roma imperiale, questa senza dubbio era la sola che fosse ispirata da

un sentimento veramente nobile, quantunque mal definito nelle cause e

traviato negli effetti.

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 20 / 46 题