Queste iscrizioni probabilmente sono dovute a scolari, come ad essi
probabilmente si debbono gli alfabeti o le parti di alfabeto che
trovansi segnate sul muro in parecchi luoghi di Pompei[73]. Quando
accadde la catastrofe di Pompei, nel 79 dell'era volgare, Virgilio
era morto da 98 anni, ma quantunque senza dubbio la maggior parte
delle iscrizioni graffite pompeiane debba collocarsi nell'intervallo
fra l'ultima catastrofe e quella che la precedette sedici anni prima,
molte sono certamente assai più antiche; una ve n'è che appartiene di
sicuro al 79 prima di Cristo, ed anche uno degli alfabeti pare debba
ascriversi al tempo della repubblica[74]. Il nome di Virgilio nella
Campania, suo soggiorno prediletto, fu grande già mentre visse, e
la sua sepoltura a Napoli lo localizzò in quella regione in un modo
tutto particolare. Niente impedisce adunque di credere che sui muri
di Pompei possano essere stati graffiti questi versi virgiliani che
vi si leggono tuttora, in epoca molto vicina alla vita del poeta e
forse anche mentr'egli ancora viveva. E quel «Rusticus est Corydon»
ed il «Conticuere omnes» non sono tuttora due dei luoghi virgiliani
più volgarmente conosciuti e rammentati da quanti hanno frequentato
le scuole? Nè soltanto i graffiti pompeiani offrono prova della
popolarità di Virgilio; anche fra le epigrafi propriamente dette
s'incontrano, colla più singolar varietà di oggetti, versi del poeta;
se ne son trovati su di un cucchiaio di argento, su di un tegolo, in
un bassorilievo che rappresenta una venditrice di selvaggina, ed in
iscrizioni funebri[75].
Ma il più notevole trionfo di Virgilio e degli altri poeti augustei
fu propriamente quello che ottennero nell'insegnamento. Riempito
per opera loro il vuoto che già da tempo si faceva sentire nelle
lettere latine, sarebbe stata cosa pazza seguitare nelle scuole la
vecchia tradizione, e non profittare del nuovo e vitale alimento che
si offriva agli studi. Assai più che certe riforme augustee, dava
occasione ad un incremento degli studi grammaticali come professione
speciale, lo sviluppo a cui la lingua letteraria era arrivata, e il
grado di perfezione che avea raggiunto con Cicerone e Virgilio. Appena
poste in luce le nuove poesie, furonvi grammatici che se ne giovarono
nell'insegnamento, e primo tra questi si crede fosse un Q. Cecilio
Epirota, liberto di Attico, il quale, secondo dice Svetonio, per
primo nelle sue lezioni elementari fece esercitare i giovanetti nella
lettura di Virgilio e degli altri poeti nuovi[76]. È difficile oggi
per chi non abbia fatto uno studio speciale sulle condizioni della
coltura e degli studi in quell'epoca, figurarsi esattamente quanto
grande fosse la potenza e l'influenza dei grammatici nel formare e
promuovere le rinomanze letterarie. In quella febbre di produzione
letteraria, non soltanto provocata dai gusti di un principe, ma resa
di moda anche dalla eleganza dei tempi, per cui fin Trimalcione si
atteggiava a letterato, i mezzi d'ottenere pubblicità e favore erano
cercati avidamente; come nelle _recitationes_ molti pagavano chi li
applaudisse[77], altri ricorrevano ad ogni basso mezzo per ottenere
l'accesso nelle scuole dei grammatici, e vedere così i poveri prodotti
della loro musa quasi consecrati dall'insegnamento. Il disprezzo con
cui Orazio parla di queste arti mostra quanto fossero adoperate[78].
Certo è che l'onore d'essere letti nelle scuole meritava la pena di
occuparsene, ed era cosa di conseguenza, anche per noi tardi posteri;
poichè i grammatici fecero la scelta di quel tal canone di poeti che
per la via delle scuole, e non per altra, è giunto fino a noi. Molti
scritti che sono andati perduti nol sarebbero se avessero avuto la
fortuna di essere adoperati dai maestri come libri di testo; così
pure molti altri furono conservati che non avrebbero meritato un tale
onore. Finchè un certo buon gusto dominò fra coloro, principalissimo
regnò nelle scuole Virgilio, ed insieme con esso Terenzio ed Orazio,
nè mancò chi esponesse Ovidio, Catullo e gli altri che ci rimangono
del buon tempo. Più tardi, quando la retorica ebbe più profondamente
invaso il campo della poesia, si credettero degni di servir come
testi Lucano, Giovenale, Stazio ed altri, ai quali il confronto coi
primi riesce invero assai svantaggioso. Questi primi seguitarono però
sempre ad essere letti e studiati insieme coi nuovi; e sopra tutti ed
invariabilmente Virgilio, col quale e con Omero (finchè gli studi greci
seguitarono a fiorire) soleva aprirsi il corso[79].
Durante tutto il primo secolo dell'impero e parte del secondo lo
studio grammaticale prende un forte sviluppo e domina tutto il campo
letterario, dando luogo per parte di uomini speciali ad opere dotte
ed importanti, che saranno poi espilate dai grammatici dei tempi
posteriori. Il procedere di coloro era modellato fino ad un certo
punto sugli studi grammaticali dei greci. Però, benchè per illustrare
Virgilio da essi molto si facesse di quanto si era fatto per illustrare
Omero, l'uso ch'essi fecero di Virgilio come autorità grammaticale
doveva essere naturalmente ben diverso dall'uso che i greci fecero
in ciò di Omero. Anche in questo, come nelle cause fondamentali, la
nominanza di Virgilio differisce profondamente da quella di Omero,
colla quale pure esternamente ha tanti punti di contatto. Omero era
stato molto studiato ed illustrato dagli alessandrini, ma la sua lingua
e le sue forme non aveano allora che un valore storico, e quantunque
potessero ancora essere e fossero adoperate in certe poesie di ragione
intieramente artificiale ed academica, non avrebbero certamente potuto
servire di base ad una teoria grammaticale destinata a governare l'uso
generale degli scrittori. Virgilio invece, il più alto e definitivo
portato dello sviluppo letterario latino, era e doveva essere la
base e l'autorità più solenne[80] di ogni dottrina e di ogni studio
grammaticale. Esso è infatti come la stella polare di ogni grammatico
e nello studio di esso si approfonda chiunque si destina a quella
professione[81]. Indubitatamente non vi fu altro scrittore latino sul
quale tanti grammatici scrivessero quanto su Virgilio, non uno che
servisse alla composizione di opere grammaticali tanto quant'egli.
Il suo valore letterario e la sua autorità grammaticale richiedevano
molta sicurezza circa la genuina lezione del suo testo, e più critici
se ne occuparono, non soltanto emendandolo secondo congetture, ma anche
con l'uso di MSS. autorevoli provenienti dalla sua famiglia, ed anche
dei suoi stessi autografi che si conoscevano ancora ai tempi di Plinio,
di Quintiliano e di Gellio[82]. Oltre poi alla critica del testo, la
illustrazione di luoghi difficili, di vocaboli, di fatti mitologici,
geografici e simili, le osservazioni di stile sul tale o tal altro
luogo considerato in sè o in confronto con qualche luogo simile di
poeta greco, erano i soggetti di dotti trattati d'Igino, amico d'Ovidio
e della nuova scuola[83], di Probo che può dirsi l'Aristarco latino, di
Anneo Cornuto e di altri assai che sarebbe lungo annoverare, e che non
sono poi neppure tutti conosciuti. Altri, come Aspro, facevano commenti
che accompagnavano, illustrandole, le opere del poeta[84].
Oltre poi a quanto si scriveva direttamente intorno a Virgilio,
moltissime opere grammaticali si dettavano nelle quali gli esempi
erano tratti a larga mano da Virgilio assai più che da altri scrittori.
Quindi quello scambio, che anche oggi si nota nella antica letteratura
superstite, fra i commenti virgiliani e le opere grammaticali, per
cui tale osservazione che fa parte di un commento trovasi riprodotta
in un'opera grammaticale, e viceversa[85]. Direttamente queste opere
non le conosciamo, ma i grammatici posteriori, che se ne servono nelle
loro compilazioni, ci possono dare un'idea dell'uso che in esse era
fatto del poeta. La primissima dote per cui Virgilio appariva in quelle
come re degli scrittori, era la proprietà della lingua[86]. Un esempio
luculento dell'autorità del poeta in questo presso i grammatici, lo
abbiamo nell'opera di Nonio composta verso la fine del III secolo,
nella quale l'autore mise poco o nulla di suo, limitandosi a compilare
da opere anteriori, il che costituisce il suo pregio per noi. In
quest'opera, che pur non è di gran mole, e che ci dà, per così dire,
la somma delle varie autorità usate dai grammatici antecedenti[87],
gli esempi desunti da Virgilio sono ben 1500. Nessun altro dei numerosi
scrittori citati in essa, sia della repubblica sia dell'impero (il più
recente è Marziale), raggiunge questa cifra neppur da lontano; neppur
Cicerone che dopo Virgilio è l'autorità principale, nè Varrone che
pure è dei più citati. Ed in tutto il campo degli studi grammaticali
la stessa prevalenza ha luogo come può facilmente vedere chiunque
dia un'occhiata agl'indici degli autori nella edizione del Keil. Per
dire tutto in poco, l'uso che fecero di Virgilio i grammatici è cosa
tanto sterminata che se tutti i codici di Virgilio fossero perduti,
colle notizie che gli antichi ci danno sulle poesie virgiliane e i
passi di queste che ricorrono citati, anche dai soli grammatici, si
potrebbero ricostruire nella massima parte le Bucoliche le Georgiche
e l'Eneide[88]. La maggior parte di quelli esempi avrebbe potuto
essere scelta senza dubbio anche altrove; ma l'autorità dell'esempio
virgiliano era massima, ed inoltre Virgilio era come la Bibbia di
quella gente; era il primo dei libri scolastici, e tutti l'avean sempre
per le mani.
La scuola e l'insegnamento orale era il centro dell'attività di tutti
quei grammatici; però quel che indirettamente conosciamo dei loro
scritti non appartiene certamente alle regioni basse ed elementari
dell'insegnamento. Valerio Probo, il più distinto fra tutti gli
illustratori di Virgilio, non tenne scuola propriamente detta, ma
parlava di cose dotte confabulando in un circolo di pochi e scelti
uditori. Nondimeno alcuni scritti anche assai dotti e importanti, come
p. es. quello di Aspro, furono fatti appunto per l'insegnamento, ed
in generale molte osservazioni e schiarimenti contenuti in trattati
critici e dotti furono adoperati dagli autori di commenti fatti per
l'uso scolastico. Attraverso alla letteratura dotta di quell'epoca
oggi superstite, si può presso a poco indovinare ciò che avveniva
nell'insegnamento più elementare. Virgilio era il primo libro latino
che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e
scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno all'insegnamento
elementare che al superiore. Di esso si serviva dapprima il maestro per
avvezzare lo scolaro a leggere a senso, distribuendo opportunamente
le pause e le inflessioni della voce[89]. Questa scelta, come quella
di Omero per lo stesso scopo, è lodata da Quintiliano, non solo
per la bellezza di quella poesia, ma anche per gli onesti e nobili
sentimenti che ispirano i carmi dei due poeti; «quantunque, soggiunge,
ad intendere le loro belle qualità sia necessario un giudizio più
maturo; ma per questo resta tempo, chè non saran poi letti una volta
soltanto»[90]. Poi di quella lettura il grammatico deve approfittare
per far esercitare i giovani a sciogliere in prosa il periodo poetico,
a notare la quantità, a rilevare anche ciò che è irregolare, barbaro
o improprio, «non però per biasimare i poeti, ai quali, per le leggi
metriche che li stringono, molto si concede»[91]. E così su quel testo
giungeva il giovane a fare ogni altro esercizio di interpretazione e
di illustrazione. Ma tutto questo era più o meno ben fatto secondo il
sapere dei grammatici, che nella generalità non era grandissimo. Assai
ve n'erano rozzi e dappoco, per tacere dei molti cerretani. Ai più
incolti Quintiliano raccomanda l'osservanza di quanto era scritto nei
manualetti usati più generalmente nell'insegnamento elementare[92].