A quei risultati però non si poteva arrivare per semplice genialità
naturale, chè questa sola non bastava nelle condizioni d'allora,
come non basta mai a produrre grandi opere d'arte in epoche di grande
cultura. Tanto la natura sua stessa e delle sue cause, quanto anche
l'influenza dei greci contemporanei, davano alla poesia augustea, come
in generale alla più gran parte della poesia romana, un carattere
essenzialmente dotto. Molti studi filologici ed eruditi erano
indispensabili al poeta per raggiungere una forma d'arte che stesse
in armonia colle condizioni della cultura generale. L'indirizzo della
poesia greca di quel tempo, dominata dagli alessandrini, era talmente
dotto, che nè la lingua della poesia era cosa vivente, nè la poesia
stessa era destinata ad esser patrimonio d'altri che di dotti. Se
v'ha fatto che metta in rilievo quel tanto di genialità poetica che
ebbero pure i romani, tale è senza dubbio il confronto fra essi e
i greci nell'uso degli esemplari antichi. Da Alessandro in poi la
decadenza della poesia greca è tale, che chi ne studia la storia,
se vuol riempire la vasta lacuna che gli si fa dinanzi, conviene si
rivolga ai latini, presso i quali soltanto trova una continuazione di
quell'indirizzo e di quella produttività.
La dottrina e lo studio, non solo dei prodotti greci, ma anche degli
antecedenti prodotti romani, non impedisce ai più eletti poeti latini
di trasfondere nell'opera loro quella vera poesia e quel carattere
nazionale di cui gli alessandrini sono affatto privi. Non iscrivono
per una stretta cerchia di dotti, ma per un pubblico vastissimo di cui
l'educazione è tale che nel poeta richiede ed apprezza anche il retore,
il grammatico e l'erudito. In queste doti, essenzialissime in un poeta
romano, niuno raggiunse Virgilio, il quale oltre ai molti delicati
studi di arte, molto studiò pure la lingua nella sua natura presente,
e nei suoi antecedenti letterari, per piegarla alla maggior possibile
perfezione e farla organo adequato dei suoi concetti artistici; molto
pure studiò, in libri e con viaggi, e località e miti e antichi usi
e quante simili cose di fatto si connettevano col suo poema[45]. Egli
ebbe il segreto di adoperare soltanto come mezzo, senza mai ostentarla,
questa molta dottrina, e di non subordinare ad essa la poesia. Gli
antichi di questo ben si avvidero[46], talchè egli riuscì a due intenti
non sempre identici, quello di piacere ai dotti di professione ed a
tutti gli altri ad un tempo. Le doti mirabili della poesia virgiliana
nell'uso e nella creazione del linguaggio poetico, e nella struttura
del metro, la minutezza delle ricerche erudite da lui fatte per dare
al suo poema il colorito più fedele, sono cose tanto vere, che la più
severa e maldisposta critica odierna ha pur dovuto in questo confermare
gli elogi prodigati al poeta dagli antichi[47].
I bisogni e il carattere del pensiero romano erano tali, che
l'impressione prodotta dalle caratteristiche più estrinseche e
meccaniche del poema fu profondissima. Essa sopravvisse e dominò in
tutte le variazioni che subì il concetto del poeta, e rimase, comunque
contorta e deturpata, pur vivissima per tutta la tradizione letteraria
del medio evo latino. La perfezione della lingua era pei romani di
tanta importanza in un'opera d'arte, che si può dire fosse la principal
cosa a cui si guardava nel giudicarne, ed essa sola tenesse luogo di
molti altri meriti. Ed invero le condizioni degli scrittori romani
erano per questo lato assai diverse da quelle dei greci, presso i
quali le forme dell'arte, svoltesi per un moto naturale e spontaneo
del pensiero nazionale, furono assecondate da un corrispondente
svolgimento del linguaggio spontaneo e naturale, talchè i poeti questo
piegavano e traevano facilmente ai loro intenti, senza bisogno di uno
studio grammaticale e filologico. Il processo per cui si è svolta la
letteratura romana è ben lontano da tanta naturalezza. Ridurre una
lingua rozza aspra ed incolta a servire di organo a forme letterarie
d'origine non nazionale e quasi repentinamente accettate dal di fuori,
era cosa di grandissima difficoltà, colla quale ebbero a lottare
i più antichi autori latini; ed essa costituisce la più forte loro
preoccupazione[48]. Da questo aspetto può dirsi che da Livio Andronico
a Cicerone e a Virgilio, la letteratura romana non sia che una serie
di tentativi coi quali si cerca continuamente di piegare la lingua
alle esigenze estetiche imposte al pensiero ed al gusto dalla influenza
greca[49]. Così presso i latini, contrariamente a quanto avvenne fra i
greci, per questa condizione di cose ed anche pel contenuto materiale
della influente cultura greca, la ricerca grammaticale esiste già e
domina, presso a poco, in ogni scrittore, assai prima che lo sviluppo
completo della letteratura abbia avuto luogo, ed il pensiero nazionale
siasi acquetato nel trovamento di forme che lo esprimano adequatamente.
A questo ultimo risultato giungono Cicerone nella prosa e Virgilio
nella poesia. L'uno e l'altro hanno tanto bene e tanto giustamente
soddisfatto a quell'ideale di perfetto linguaggio, a quel bisogno di
proprietà di finezza e d'armonia, che con essi la meta è raggiunta,
ed ogni ulteriore tentativo non riesce che a male. Questo merito loro,
certamente altissimo, fu il principale ad essere veduto dagli antichi,
e fu senza dubbio in tanta intensità e universalità delle esigenze
a cui soddisfaceva, una principalissima causa della loro rinomanza.
L'efficacia così dell'oratore come del poeta era tanto dipendente da
un merito di questa natura, che raggiungendosi per esso lo scopo, esso
poteva servire anche a misurare l'oratore come oratore, il poeta come
poeta.
Invero questo prevalere dell'importanza di una qualità formale sopra le
altre nella pubblica estimazione, al punto da esagerare anche queste
in grazia sua, od anche da tenerne luogo, non è certamente ciò che ci
vuole per giudicare giustamente il valore artistico di uno scrittore.
Senza soscrivere al giudizio troppo aspro di Mommsen sul merito di
Cicerone come oratore, è indubitato che la grande rinomanza, anche
oratoria, di questo scrittore è in grandissima parte un effetto del
suo alto valore come scrittore latino, piuttostochè del vero suo merito
oratorio[50]. Per questa maniera di giudizio Terenzio fino all'ultimo
medio evo ebbe più voga di Plauto, quantunque inferiore ad esso in
qualità di comico[51]. Se però il giudizio degli antichi su Cicerone
fu fuorviato dalla loro predilezione per le qualità della lingua,
talchè gli assegnassero un posto diverso da quello che in realtà
gli compete nella storia dell'eloquenza, certo il giudizio loro su
Cicerone si teneva in una sfera più prossima alla vera e più di loro
competenza, che non quello su Virgilio; chè realmente gli usi prattici
dell'arte oratoria, e la vita repubblicana, avean reso i Romani più
competenti giudici d'oratori che di poeti; i quali meno che i primi
avevano nella vita e nell'indole nazionale romana la prima causa
dell'esser loro. Perciò è da notarsi che dei giudizi su Cicerone di un
carattere generale, nei quali egli è, comunque, giudicato in qualità
d'oratore, è definita la sua arte tanto in sè quanto in rapporto
cogli altri oratori greci e latini, se ne trovano; su Virgilio invece
un giudizio che lo definisca, non dico giustamente, ma completamente
nella sua qualità di _poeta_, non lo troviamo. Molti scrissero su di
lui, quanti su niun altro scrittore latino. Lo stesso entusiasmo che
destò la sua opera, non solo appena fu pubblicata, ma anche mentre il
poeta la componeva e non se ne conosceva che qualche libro o qualche
saggio, provocò degli scritti e delle critiche assai[52]. Contro le
buffonerie e le smodatezze di alcuni, piuttosto nemici che critici,
stanno le numerose espressioni di ammirazione entusiastica, che senza
dubbio fedelmente rappresentano il grado e la natura dell'impressione
generale. Ma l'entusiasmo e il sarcasmo non sono la critica. Fino a
qual punto gli scritti relativi a Virgilio di molti grammatici suoi
contemporanei o del primo secolo dell'impero fossero di carattere
estetico, e si occupassero di ciò che oggi dicesi l'alta critica, è
difficile giudicare dalle notizie che ci rimangono; ma è chiaro che, se
l'arte virgiliana avesse in quelle trovato una notevole e sufficiente
definizione generale, la tradizione grammaticale a noi nota, che
è tutta piena del nome del poeta, l'avrebbe pur conservata. Invece
il meglio che questa ci conserva si riduce ad una osservazione di
Domizio Afro, insufficiente quantunque giusta, la quale segna affatto
esternamente il posto che compete a Virgilio in quella gerarchia di
poeti di cui Omero è sovrano[53]. E del resto, come abbiamo veduto,
solo esternamente potevano giudicare gli antichi con giustizia il
rapporto fra la poesia omerica e la virgiliana. Dei giudizi dei
contemporanei, uno solo ne vien riferito[54] che, quantunque espresso
con parole maligne, definisce con qualche verità una caratteristica
generale dell'arte virgiliana; ma esso considera il poeta unicamente
dall'aspetto retorico, e potrebbe essere applicato anche ad un
oratore[55]. Coloro poi che facevano un rimprovero a Virgilio del
grande uso ch'egli ha fatto d'Omero, evidentemente erano animati da
un sentimento d'inimicizia, poichè dimenticavano l'uso simile di tanti
altri illustri poeti anteriori[56], così romani come greci, ed inoltre
(come lo stesso Virgilio a ciò soleva rispondere)[57], non pensavano
alla grande difficoltà di farlo convenientemente. L'uso assai libero
che Virgilio ha fatto dei poeti anteriori, così greci come romani,
aveva la sua giustificazione, o meglio la sua naturale ragione di
essere in un modo di vedere ed in una tradizione fra gli antichi comune
e regolare; il fargliene un addebito era cosa assai più evidentemente
ingiusta ed odiosa allora, di quello possa parere oggi a noi che
abbiamo su tali fatti idee molto diverse[58].
Generalmente la critica di quei grammatici si attiene ai particolari;
giudica di parole, di forme, di struttura metrica, discute certe parti
dell'organismo della narrazione, notando qualche inconseguenza, qualche
contradizione, si trattiene in questioni di erudizione. Scarse, e
sempre relative a luoghi particolari, sono le osservazioni di stile;
per lo più si riducono a confronti; là è una immagine che Virgilio ha
trattato meglio o peggio di Omero, qua una descrizione in cui è stato
superato da Pindaro. Nell'assieme di tutte le osservazioni che ci
rimangono[59] si scorge una certa libertà e indipendenza di giudizio,
per la quale, quantunque considerato come altissima autorità nel campo
grammaticale retorico ed erudito, Virgilio non è in questa prima
epoca dai grammatici dotti ed assennati ammirato ciecamente; molti
nei sono riconosciuti in esso e messi in evidenza, e li ammetteva in
certa misura lo stesso Asconio Pediano nel libro che scrisse contro
i detrattori del poeta. Ma quei detrattori che erano animati, nel
criticare, da sentimenti nemici al poeta, durarono poco, e non si
trovano che fra i suoi contemporanei. Le osservazioni critiche di
Igino, di Probo, ed anche quelle più aspre e più numerose, ma meno
giuste, di Anneo Cornuto[60] non ledevano in alcuna maniera il nome
di Virgilio. Eran considerate come macchie inevitabili che si trovano
in ogni opera umana, e che si notavano anche nello stesso Omero;
generalmente si era convinti che il grande poeta le avrebbe tolte
via, se la morte non gli avesse impedito di compiere l'opera sua.
Taluno arrivava ad attribuirgli l'intenzione di mettere alla prova,
introducendo certe difficoltà nelle sue poesie, il sapere e l'acume dei
grammatici[61].
Così della poesia virgiliana già in questa prima epoca si sentiva
più di quello si definisse. Come organo il più fedele del sentimento
nazionale, come prodotto artistico in ogni parte finamente armonizzato
col gusto le tendenze la coltura i bisogni dello spirito pubblico,
essa esercita un prestigio immenso e ben giustificato, dinanzi a cui
il nome stesso del grande oratore romano impallidisce e diviene troppo
unilaterale. Ma allorchè da quella impressione vogliono risalire alle
cause e ad una analisi dell'opera virgiliana, si arrestano ad una
parte di essa puramente esterna e formale, tanto perchè l'indirizzo
generale dello studio d'allora a questa parte sopratutto rivolgeva le
menti, quanto perchè la teoria letteraria d'allora non poteva guidare
a veder bene addentro nella vera natura dell'epopea. Quest'abitudine
nella critica turbò non poco, come abbiamo notato, anche il concetto
dell'eloquenza ciceroniana, quantunque l'oratoria fosse assai di
competenza romana, e quantunque nel paragone fra Cicerone e Demostene
si stesse su di un terreno assai più solido che in quello fra Virgilio
ed Omero. Quanto a Virgilio, quella specie di critica ristringeva
il valore del poeta in un campo troppo angusto per tanto nome, e
per la qualità e la universalità dell'entusiasmo che avea destato.
Il valore poetico e nazionale di questo nome, quella parte cioè che
generalmente sentita pur non capiva in quel campo ristretto ed incapace
di farla vedere nella sua vera e complessa natura, serviva come di
lievito ad accrescere le proporzioni della parte che restava definita,
dei meriti dotti, spingendo ad esagerarla. La idea della sapienza
universale del poeta non si scorge ancora, ma c'è già quella di una sua
universalità letteraria per la quale esso regna nella poesia e nella
prosa, nella grammatica e nella retorica, ossia negli elementi primi
e caratteristici della cultura del tempo; ognuno è prono a trascendere
parlando di lui, esagerando più o meno il numero e la varietà dei suoi
meriti; nè certamente Marziale esprimeva una idea esclusivamente sua,
quando diceva che, se Virgilio avesse voluto provarsi nella lirica
e nel dramma, avrebbe superato di leggieri i più grandi lirici e
tragici[62]. Fin dal principio adunque si trovano nella nominanza del
poeta i segni e le cause di un traviamento di cui vedremo poi le fasi e
le proporzioni ulteriori.