CAPITOLO II.

A quei risultati però non si poteva arrivare per semplice genialità

naturale, chè questa sola non bastava nelle condizioni d'allora,

come non basta mai a produrre grandi opere d'arte in epoche di grande

cultura. Tanto la natura sua stessa e delle sue cause, quanto anche

l'influenza dei greci contemporanei, davano alla poesia augustea, come

in generale alla più gran parte della poesia romana, un carattere

essenzialmente dotto. Molti studi filologici ed eruditi erano

indispensabili al poeta per raggiungere una forma d'arte che stesse

in armonia colle condizioni della cultura generale. L'indirizzo della

poesia greca di quel tempo, dominata dagli alessandrini, era talmente

dotto, che nè la lingua della poesia era cosa vivente, nè la poesia

stessa era destinata ad esser patrimonio d'altri che di dotti. Se

v'ha fatto che metta in rilievo quel tanto di genialità poetica che

ebbero pure i romani, tale è senza dubbio il confronto fra essi e

i greci nell'uso degli esemplari antichi. Da Alessandro in poi la

decadenza della poesia greca è tale, che chi ne studia la storia,

se vuol riempire la vasta lacuna che gli si fa dinanzi, conviene si

rivolga ai latini, presso i quali soltanto trova una continuazione di

quell'indirizzo e di quella produttività.

La dottrina e lo studio, non solo dei prodotti greci, ma anche degli

antecedenti prodotti romani, non impedisce ai più eletti poeti latini

di trasfondere nell'opera loro quella vera poesia e quel carattere

nazionale di cui gli alessandrini sono affatto privi. Non iscrivono

per una stretta cerchia di dotti, ma per un pubblico vastissimo di cui

l'educazione è tale che nel poeta richiede ed apprezza anche il retore,

il grammatico e l'erudito. In queste doti, essenzialissime in un poeta

romano, niuno raggiunse Virgilio, il quale oltre ai molti delicati

studi di arte, molto studiò pure la lingua nella sua natura presente,

e nei suoi antecedenti letterari, per piegarla alla maggior possibile

perfezione e farla organo adequato dei suoi concetti artistici; molto

pure studiò, in libri e con viaggi, e località e miti e antichi usi

e quante simili cose di fatto si connettevano col suo poema[45]. Egli

ebbe il segreto di adoperare soltanto come mezzo, senza mai ostentarla,

questa molta dottrina, e di non subordinare ad essa la poesia. Gli

antichi di questo ben si avvidero[46], talchè egli riuscì a due intenti

non sempre identici, quello di piacere ai dotti di professione ed a

tutti gli altri ad un tempo. Le doti mirabili della poesia virgiliana

nell'uso e nella creazione del linguaggio poetico, e nella struttura

del metro, la minutezza delle ricerche erudite da lui fatte per dare

al suo poema il colorito più fedele, sono cose tanto vere, che la più

severa e maldisposta critica odierna ha pur dovuto in questo confermare

gli elogi prodigati al poeta dagli antichi[47].

I bisogni e il carattere del pensiero romano erano tali, che

l'impressione prodotta dalle caratteristiche più estrinseche e

meccaniche del poema fu profondissima. Essa sopravvisse e dominò in

tutte le variazioni che subì il concetto del poeta, e rimase, comunque

contorta e deturpata, pur vivissima per tutta la tradizione letteraria

del medio evo latino. La perfezione della lingua era pei romani di

tanta importanza in un'opera d'arte, che si può dire fosse la principal

cosa a cui si guardava nel giudicarne, ed essa sola tenesse luogo di

molti altri meriti. Ed invero le condizioni degli scrittori romani

erano per questo lato assai diverse da quelle dei greci, presso i

quali le forme dell'arte, svoltesi per un moto naturale e spontaneo

del pensiero nazionale, furono assecondate da un corrispondente

svolgimento del linguaggio spontaneo e naturale, talchè i poeti questo

piegavano e traevano facilmente ai loro intenti, senza bisogno di uno

studio grammaticale e filologico. Il processo per cui si è svolta la

letteratura romana è ben lontano da tanta naturalezza. Ridurre una

lingua rozza aspra ed incolta a servire di organo a forme letterarie

d'origine non nazionale e quasi repentinamente accettate dal di fuori,

era cosa di grandissima difficoltà, colla quale ebbero a lottare

i più antichi autori latini; ed essa costituisce la più forte loro

preoccupazione[48]. Da questo aspetto può dirsi che da Livio Andronico

a Cicerone e a Virgilio, la letteratura romana non sia che una serie

di tentativi coi quali si cerca continuamente di piegare la lingua

alle esigenze estetiche imposte al pensiero ed al gusto dalla influenza

greca[49]. Così presso i latini, contrariamente a quanto avvenne fra i

greci, per questa condizione di cose ed anche pel contenuto materiale

della influente cultura greca, la ricerca grammaticale esiste già e

domina, presso a poco, in ogni scrittore, assai prima che lo sviluppo

completo della letteratura abbia avuto luogo, ed il pensiero nazionale

siasi acquetato nel trovamento di forme che lo esprimano adequatamente.

A questo ultimo risultato giungono Cicerone nella prosa e Virgilio

nella poesia. L'uno e l'altro hanno tanto bene e tanto giustamente

soddisfatto a quell'ideale di perfetto linguaggio, a quel bisogno di

proprietà di finezza e d'armonia, che con essi la meta è raggiunta,

ed ogni ulteriore tentativo non riesce che a male. Questo merito loro,

certamente altissimo, fu il principale ad essere veduto dagli antichi,

e fu senza dubbio in tanta intensità e universalità delle esigenze

a cui soddisfaceva, una principalissima causa della loro rinomanza.

L'efficacia così dell'oratore come del poeta era tanto dipendente da

un merito di questa natura, che raggiungendosi per esso lo scopo, esso

poteva servire anche a misurare l'oratore come oratore, il poeta come

poeta.

Invero questo prevalere dell'importanza di una qualità formale sopra le

altre nella pubblica estimazione, al punto da esagerare anche queste

in grazia sua, od anche da tenerne luogo, non è certamente ciò che ci

vuole per giudicare giustamente il valore artistico di uno scrittore.

Senza soscrivere al giudizio troppo aspro di Mommsen sul merito di

Cicerone come oratore, è indubitato che la grande rinomanza, anche

oratoria, di questo scrittore è in grandissima parte un effetto del

suo alto valore come scrittore latino, piuttostochè del vero suo merito

oratorio[50]. Per questa maniera di giudizio Terenzio fino all'ultimo

medio evo ebbe più voga di Plauto, quantunque inferiore ad esso in

qualità di comico[51]. Se però il giudizio degli antichi su Cicerone

fu fuorviato dalla loro predilezione per le qualità della lingua,

talchè gli assegnassero un posto diverso da quello che in realtà

gli compete nella storia dell'eloquenza, certo il giudizio loro su

Cicerone si teneva in una sfera più prossima alla vera e più di loro

competenza, che non quello su Virgilio; chè realmente gli usi prattici

dell'arte oratoria, e la vita repubblicana, avean reso i Romani più

competenti giudici d'oratori che di poeti; i quali meno che i primi

avevano nella vita e nell'indole nazionale romana la prima causa

dell'esser loro. Perciò è da notarsi che dei giudizi su Cicerone di un

carattere generale, nei quali egli è, comunque, giudicato in qualità

d'oratore, è definita la sua arte tanto in sè quanto in rapporto

cogli altri oratori greci e latini, se ne trovano; su Virgilio invece

un giudizio che lo definisca, non dico giustamente, ma completamente

nella sua qualità di _poeta_, non lo troviamo. Molti scrissero su di

lui, quanti su niun altro scrittore latino. Lo stesso entusiasmo che

destò la sua opera, non solo appena fu pubblicata, ma anche mentre il

poeta la componeva e non se ne conosceva che qualche libro o qualche

saggio, provocò degli scritti e delle critiche assai[52]. Contro le

buffonerie e le smodatezze di alcuni, piuttosto nemici che critici,

stanno le numerose espressioni di ammirazione entusiastica, che senza

dubbio fedelmente rappresentano il grado e la natura dell'impressione

generale. Ma l'entusiasmo e il sarcasmo non sono la critica. Fino a

qual punto gli scritti relativi a Virgilio di molti grammatici suoi

contemporanei o del primo secolo dell'impero fossero di carattere

estetico, e si occupassero di ciò che oggi dicesi l'alta critica, è

difficile giudicare dalle notizie che ci rimangono; ma è chiaro che, se

l'arte virgiliana avesse in quelle trovato una notevole e sufficiente

definizione generale, la tradizione grammaticale a noi nota, che

è tutta piena del nome del poeta, l'avrebbe pur conservata. Invece

il meglio che questa ci conserva si riduce ad una osservazione di

Domizio Afro, insufficiente quantunque giusta, la quale segna affatto

esternamente il posto che compete a Virgilio in quella gerarchia di

poeti di cui Omero è sovrano[53]. E del resto, come abbiamo veduto,

solo esternamente potevano giudicare gli antichi con giustizia il

rapporto fra la poesia omerica e la virgiliana. Dei giudizi dei

contemporanei, uno solo ne vien riferito[54] che, quantunque espresso

con parole maligne, definisce con qualche verità una caratteristica

generale dell'arte virgiliana; ma esso considera il poeta unicamente

dall'aspetto retorico, e potrebbe essere applicato anche ad un

oratore[55]. Coloro poi che facevano un rimprovero a Virgilio del

grande uso ch'egli ha fatto d'Omero, evidentemente erano animati da

un sentimento d'inimicizia, poichè dimenticavano l'uso simile di tanti

altri illustri poeti anteriori[56], così romani come greci, ed inoltre

(come lo stesso Virgilio a ciò soleva rispondere)[57], non pensavano

alla grande difficoltà di farlo convenientemente. L'uso assai libero

che Virgilio ha fatto dei poeti anteriori, così greci come romani,

aveva la sua giustificazione, o meglio la sua naturale ragione di

essere in un modo di vedere ed in una tradizione fra gli antichi comune

e regolare; il fargliene un addebito era cosa assai più evidentemente

ingiusta ed odiosa allora, di quello possa parere oggi a noi che

abbiamo su tali fatti idee molto diverse[58].

Generalmente la critica di quei grammatici si attiene ai particolari;

giudica di parole, di forme, di struttura metrica, discute certe parti

dell'organismo della narrazione, notando qualche inconseguenza, qualche

contradizione, si trattiene in questioni di erudizione. Scarse, e

sempre relative a luoghi particolari, sono le osservazioni di stile;

per lo più si riducono a confronti; là è una immagine che Virgilio ha

trattato meglio o peggio di Omero, qua una descrizione in cui è stato

superato da Pindaro. Nell'assieme di tutte le osservazioni che ci

rimangono[59] si scorge una certa libertà e indipendenza di giudizio,

per la quale, quantunque considerato come altissima autorità nel campo

grammaticale retorico ed erudito, Virgilio non è in questa prima

epoca dai grammatici dotti ed assennati ammirato ciecamente; molti

nei sono riconosciuti in esso e messi in evidenza, e li ammetteva in

certa misura lo stesso Asconio Pediano nel libro che scrisse contro

i detrattori del poeta. Ma quei detrattori che erano animati, nel

criticare, da sentimenti nemici al poeta, durarono poco, e non si

trovano che fra i suoi contemporanei. Le osservazioni critiche di

Igino, di Probo, ed anche quelle più aspre e più numerose, ma meno

giuste, di Anneo Cornuto[60] non ledevano in alcuna maniera il nome

di Virgilio. Eran considerate come macchie inevitabili che si trovano

in ogni opera umana, e che si notavano anche nello stesso Omero;

generalmente si era convinti che il grande poeta le avrebbe tolte

via, se la morte non gli avesse impedito di compiere l'opera sua.

Taluno arrivava ad attribuirgli l'intenzione di mettere alla prova,

introducendo certe difficoltà nelle sue poesie, il sapere e l'acume dei

grammatici[61].

Così della poesia virgiliana già in questa prima epoca si sentiva

più di quello si definisse. Come organo il più fedele del sentimento

nazionale, come prodotto artistico in ogni parte finamente armonizzato

col gusto le tendenze la coltura i bisogni dello spirito pubblico,

essa esercita un prestigio immenso e ben giustificato, dinanzi a cui

il nome stesso del grande oratore romano impallidisce e diviene troppo

unilaterale. Ma allorchè da quella impressione vogliono risalire alle

cause e ad una analisi dell'opera virgiliana, si arrestano ad una

parte di essa puramente esterna e formale, tanto perchè l'indirizzo

generale dello studio d'allora a questa parte sopratutto rivolgeva le

menti, quanto perchè la teoria letteraria d'allora non poteva guidare

a veder bene addentro nella vera natura dell'epopea. Quest'abitudine

nella critica turbò non poco, come abbiamo notato, anche il concetto

dell'eloquenza ciceroniana, quantunque l'oratoria fosse assai di

competenza romana, e quantunque nel paragone fra Cicerone e Demostene

si stesse su di un terreno assai più solido che in quello fra Virgilio

ed Omero. Quanto a Virgilio, quella specie di critica ristringeva

il valore del poeta in un campo troppo angusto per tanto nome, e

per la qualità e la universalità dell'entusiasmo che avea destato.

Il valore poetico e nazionale di questo nome, quella parte cioè che

generalmente sentita pur non capiva in quel campo ristretto ed incapace

di farla vedere nella sua vera e complessa natura, serviva come di

lievito ad accrescere le proporzioni della parte che restava definita,

dei meriti dotti, spingendo ad esagerarla. La idea della sapienza

universale del poeta non si scorge ancora, ma c'è già quella di una sua

universalità letteraria per la quale esso regna nella poesia e nella

prosa, nella grammatica e nella retorica, ossia negli elementi primi

e caratteristici della cultura del tempo; ognuno è prono a trascendere

parlando di lui, esagerando più o meno il numero e la varietà dei suoi

meriti; nè certamente Marziale esprimeva una idea esclusivamente sua,

quando diceva che, se Virgilio avesse voluto provarsi nella lirica

e nel dramma, avrebbe superato di leggieri i più grandi lirici e

tragici[62]. Fin dal principio adunque si trovano nella nominanza del

poeta i segni e le cause di un traviamento di cui vedremo poi le fasi e

le proporzioni ulteriori.

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 16 / 46 题