Virgilio è del piccolo numero dei poeti fortunati sott'ogni aspetto.
Ammirato per le rare doti del suo ingegno non solo, ma per quelle
dell'animo eziandio che rendevanlo uno degli uomini più simpatici
del suo tempo[63], quanti furono buoni poeti suoi contemporanei non
dubitarono di riconoscere la sua superiorità, e tutti a gara e con
parole di entusiasmo gli fecero onore, come scorgiamo da quei che ci
rimangono. Non mancarono a lui nemici, chè al genio non mancano mai: ma
glieli fece facilmente dimenticare la stima dei grandi d'ogni specie
e del popolo romano che, udendo i suoi versi in teatro, unanime sorse
in piedi, ed al poeta a caso presente fece segno di rispetto, come
solea fare collo stesso Augusto[64]. Egli certamente da quanto ottenne
coll'opera sua in vita, dovette argomentare della durevolezza e della
immortalità del suo nome.
I segni della popolarità del poeta si ritrovano in ogni sfera.
Nell'alta società, che per moda amava darsi l'aria di letterata, la
donna saccente, descritta da Giovenale, (secondo lo scoliasta sarebbe
Statilia Messalina moglie di Nerone), in mezzo ad un circolo di
grammatici e di retori, trattava con molto sussiego e gran profluvio
di parole le questioni letterarie più in voga; parlava di Didone;
pesava e confrontava il valore di Virgilio e di Omero[65]. Polibio
liberto di Claudio, cortigiano molto influente, e dilettante di
lettere, assai probabilmente del calibro del suo padrone, intraprendeva
una parafrasi latina di Omero ed una greca di Virgilio, ed a lui
Seneca, nello scritto che gli ha dedicato, profondeva per tale suo
lavoro[66] elogi tanto sinceri quanto gl'incensi che nello stesso
scritto profonde al di lui signore, futuro eroe dell'Apokolokyntosis.
Anche il teatro era un campo di ogni grande popolarità, nel quale
trionfava il poeta. Non solo ivi già mentr'egli era vivo e per più
secoli dopo la sua morte furono recitati i suoi versi[67], ma anche da
questi si trassero speciali rappresentazioni. Nerone, minacciato da
ogni parte, vedendo approssimare la fine, fece voto, se scampava, di
rappresentare egli stesso una composizione pantomimica intitolata il
_Turno_, desunta dall'Eneide[68]. Era poi una finezza di moda avere
nei ricchi banchetti, fra gli altri divertimenti, anche recitazioni
di versi omerici e virgiliani. Così anche alla mensa goffamente lauta
di Trimalcione vediamo figurare gli Omeristi, e recitato con istrazio
crudele da un servo il quinto dell'Eneide[69]. Fra i donativi (Xenia)
che l'uso richiedeva si facessero in certe circostanze, erano anche
taluni dei libri più in voga; fra questi qualcuna delle poesie minori,
od anche tutte le opere di Omero e di Virgilio, scritte elegantemente
in piccolo volume, e talvolta anche ornate del ritratto del poeta[70].
Nè il nome di Virgilio e dei poeti della nuova scuola rimase limitato
alla sola Roma, ma corse in un attimo per le provincie. Fra le
numerose iscrizioni che si veggono tuttora graffite sui muri in Pompei,
alcune ci presentano versi di Ovidio e di Properzio, ma più assai di
Virgilio[71]. Una di queste ci offre il verso 70 dell'8.ª egloga:
CARMINIBUS CIRCE SOCIOS MUTAVIT ULYXIS;
un'altra: