Il supremo ideale dell'epopea era per gli antichi, com'è anche per
noi, l'epopea Omerica: ad essa guardava il poeta epico nel comporre,
ad essa il pubblico nel giudicare di lui. Quell'ideale era tanto alto
che, mentre escludeva la possibilità di raggiungerlo, anche restando
inferiori si poteva pur toccare un'altezza imponente e prodigiosa. Nel
giudicare Virgilio i romani corsero subito all'inevitabile confronto;
distinguendo fra la potenza divina di chi creò e l'ardua e faticosa
opera di chi imitava, riconobbero invero l'inferiorità del poeta loro
rimpetto all'antico greco (chè le esagerazioni di certi entusiasti
non si possono prendere per la regola[16]), ma videro altresì che di
quanti tentativi in quel genere erano stati fatti in lingua greca e
romana il più felice era il virgiliano. Questo giudizio, limitato ad
un confronto assoluto ed esterno delle due poesie, era giusto senza
dubbio. Ma quante volte il confronto si estendesse alla natura ed
alle cause di quelle composizioni epiche, gli antichi, non conoscendo
l'essere vero dell'epopea omerica come oggi noi lo conosciamo da Vico
in poi, consideravano erroneamente Omero e Virgilio come due individui
solo distinti per lontananza di tempi e grado di genio; talchè essi
a rigore avrebbero dovuto giudicare Virgilio meno favorevolmente di
quello che noi siamo oggi in grado di fare. Difatti, noi distinguiamo
fra l'epopea primitiva, spontanea, d'origine non individuale ma
nazionale, e la epopea imitativa e di studio, tutta opera individuale,
nata in tempi di riflessione e di storia nei quali la prima diviene
impossibile; come nell'una troviamo che l'epopea greca ha il primato
sulla epopea di simile natura di tutti gli altri popoli, così
nell'altra riconosciamo che fra i vari tentativi sia di greci, sia
di latini come anche di noi stessi italiani, e di tutti gli altri
popoli moderni, niun altro ha mai raggiunto quel grado di perfezione
relativa che toccò l'epopea virgiliana. Nel fare questa distinzione noi
collochiamo Virgilio nel suo vero posto, e se lo paragoniamo con Omero,
teniamo conto dell'immenso divario che corre fra i due nella natura e
nelle cause genetiche della loro poesia; noi abbiamo quindi della sua
inferiorità spiegazioni o scuse che mancavano affatto ai romani. Ma se
da questo lato le condizioni del sapere di quell'epoca sarebbero state
sfavorevoli al poeta, o certamente men favorevoli che le presenti,
gli effetti di ciò erano affatto cancellati e compensati con larga
usura dall'accordo fra quella poesia e i sentimenti e i bisogni
del popolo per cui era creata. Molti hanno detto già che l'epopea
virgiliana solleticava la boria nazionale ed era quindi destinata a
molto successo; ma questa idea ovvia e volgare, se in certo senso ha
del vero, non va intesa com'essa volgarmente suona. Il popolo romano,
o meglio il mondo romano, costituisce una individualità per natura,
per vita, per composizione talmente eccezionale, che giudicarla colle
stesse norme con cui si giudica qualunque altro popolo, è un errore.
Esso è un ente storico per eccellenza; la sua vita è una espansione
continua dalle minime alle più gigantesche proporzioni, nella quale
egli obbedisce ad un impulso fatale, irresistibile, che comincia
fin dal primo momento della sua esistenza, dal fatto politico della
fondazione di Roma. Questo estremo limite dei suoi ricordi nazionali
è il nucleo di un ingrandimento tanto costante, è tanto strettamente
connesso colla natura della vita nazionale susseguente, che anche la
favola delle origini come quella di altri fatti successivi ne acquista
un carattere politico e prattico[17]. Il ricordo di un'età eroica
estranea affatto all'attività politica, nella quale gli elementi
nazionali rimanessero sparpagliati e non centralizzati con una mira
che riguardasse tutto l'avvenire della nazione, non esiste presso i
romani. La piccola gente latina, dal cui seno venne quell'embrione di
grandezza, non fu certamente dimenticata; ma fra essa e Roma rimanevano
ben visibili tutte le differenze che distinguono in due individualità,
affini ma diverse, la madre e la sua prole.
Questo essere storico che fin dal primo momento della sua vita ebbe
la coscienza di sè e della sua missione, che visse di attività storica
mirando sempre ad una meta reale e determinata, che a sè stesso ed alla
propria energia dovette il successo e la grandezza, doveva naturalmente
trovare nella contemplazione della propria entità e della miracolosa
sua vita una potente ispirazione poetica. C'era un sentimento di natura
tutto speciale, che potremo chiamare storico, come quello che risultava
dall'idea di una grandiosa attività storica, il quale, non ristretto
nei limiti segnati dalla cerchia di una sola nazione, ma comune a genti
le più diverse che Roma avea saputo, non solo sottomettersi, ma anche
assimilarsi, si distingueva dal sentimento nazionale che è proprio
di ogni popolo, pel suo carattere astratto ed universale, tanto che
sopravvisse allo stesso dominio romano. Questo entusiasmava i dominati
e i dominatori egualmente, e fra le tante espressioni di esso, che dal
principio alla fine distinguono ed in gran parte anche compongono la
letteratura latina, è impossibile trovare una differenza qualsivoglia
fra tanti scrittori di nazione diversa, romani, greci, etruschi, galli,
iberi, africani o altri[18].
Tornando dunque all'epopea, è chiaro che i romani dovevano avere una
naturale tendenza all'epopea storica, ed il fatto stesso lo prova colla
quantità di epopee storiche che essi ebbero da Nevio a Claudiano[19],
fatto che non ha riscontro presso i greci, e per buone ragioni.
Ma quel sentimento, che animava tutto il mondo romano e tanto avea
bisogno di espansione, era di natura e di origine tale, che riusciva
sommamente difficile trovarne l'espressione epica. Considerato nella
sua causa ed astrattamente, esso è tale che s'intende come dovesse
naturalmente spingere all'epopea; ma quando si cercasse per questa un
subbietto in cui concretarlo e dargli una formola adeguata, subito si
presentava la base storica su di cui esso riposava, e ciò a scapito;
poichè il fatto storico, finchè sia presente alla mente come tale,
non può in alcuna guisa servire all'epopea. Per tale scopo conviene
che prima esso diventi fatto epico, è necessaria cioè una elaborazione
della fantasia, non di un individuo ma della nazione, che lo tramuti
in ideale poetico; opera giovanile di cui l'animo nazionale non è
più capace in epoche di maturità storica. A sciogliere il difficile
problema i greci non aveano fatto nulla, perchè un problema tale ad
essi, popolo di natura affatto diversa, non si era mai presentato.
Il più noto tentativo di epopea storica presso i greci fu, nell'epoca
classica, il poema di Cherilo di Samo sulla guerra persiana, il quale,
fondato su di un avvenimento che, quantunque glorioso, non figurava
che come un incidente nella vita della nazione, nè rappresentava in
alcuna guisa l'essenza stessa di quella, non ebbe che un successo
politico momentaneo e passeggiero. L'idea nazionale greca si era già
manifestata nella poesia ben più luminosamente e con forme ben più
appropriate. Ma il sentimento dei romani era tanto gagliardo e potente,
e la natura loro di popolo storico era tanto fortemente pronunziata
che non solo le epopee storiche presso di loro furono più numerose
che presso di altri, ma ebbero anche maggior successo di quello si
sarebbe potuto aspettare dall'epopea storica anche la meglio concepita,
quando la freddezza sua naturale non fosse stata compensata dal calore
straordinariamente intenso e persistente del sentimento a cui era
rivolta, e che anche l'avea suggerita. Ed infatti, cessato quello
nell'epoca moderna, anche le migliori di esse sono affatto cadute a
terra. Se però un certo relativo successo era possibile per quelle
epopee storiche, ed anche per quelle di esse che riunivano (quelle di
Ennio e di Nevio, per esempio) in uno strano connubio la favola e la
storia, tanto per ragioni di forma quanto per la insufficienza poetica
del soggetto, il bisogno nazionale non ne era rimasto completamente
soddisfatto. Aver trovato una soluzione di questo problema difficile e
complicato è appunto il merito fondamentale del mantovano, ed una causa
principale di quell'entusiasmo che destò la sua epopea, e che durò in
grandi proporzioni finchè rimase vivo quel sentimento di cui era la
più nobile completa e fedele espressione poetica. Le mire nazionali di
Virgilio come di altri poeti augustei sono sempre evidentissime, nè
appariscono soltanto prodotte da impulsi istintivi e non avvertiti,
come in tanti altri scrittori romani, ma sono spesso calcolate
nell'intento artistico. Virgilio non volle comporre un'epopea che
avesse un carattere puramente letterario o dotto, alla maniera degli
alessandrini, e non iscelse quindi, come altri fece prima e dopo lui,
un tema dalla ricca saga greca, quale la Piccola Iliade, la Tebaide,
l'Achilleide od altro simile sprovvisto di ogni valor nazionale pei
romani. Guidato da un istinto artistico maraviglioso in un epico di
quel tempo, egli arrivò anche a scansare tutti quei temi storici che
tanto tentavano altri poeti, ed aveano tentato alla prima anche lui, e
si determinò pel solo che, fra le tradizioni allora in corso presso i
romani, offrisse quel carattere eroico ideale che è indispensabilmente
richiesto dall'epopea, ed insieme fosse nazionale, se non di origine,
certo di significato[20]. Com'egli a ciò arrivasse per semplice sforzo
di genio poetico, modificando gradatamente il concetto primordiale
dell'opera sua, è cosa che si rileva da parecchi indizi con certa
chiarezza, e che non può lasciare inosservata chi voglia equamente
giudicare di lui. Imperocchè, per le ragioni generali che abbiamo
dette, anche a lui, quando volle intraprendere la composizione di un
poema nazionale, si presentò per prima l'idea di un argomento storico
latino o romano. Già prima che scrivesse le Bucoliche avea pensato ad
un poema sui Re di Alba; ma presto abbandonò quell'idea, come dice il
biografo, «offensus materia»[21]. Più tardi, entrato già in rapporto
con Augusto, si decise seriamente alla composizione di un poema, e di
nuovo il soggetto che gli si affacciò primo alla mente fu di natura
storica. La grandezza degli avvenimenti contemporanei, e l'amicizia
del principe che tanto prevalse in quelli, lo condussero naturalmente
a scegliere per tema le Gesta di Ottaviano[22]. Tale egli stesso
dichiarava essere il lavoro da lui meditato, allorchè nel 29 leggeva in
Atella[23] le Georgiche ad Augusto tornato d'Asia[24]. Da questo primo
soggetto, a forza di modificare il piano primitivo secondo le esigenze
del suo sentimento artistico, egli giunse a comporre l'Eneide nel corso
di undici anni, cioè dal 29 fino alla sua morte. Nel 26 già Properzio
conosceva alcune parti del lavoro e ne parlava entusiasticamente come
di grande cosa che andavasi facendo, ma profondevasi più largamente
nelle lodi delle Bucoliche e delle Georgiche sulle quali fin lì
riposava la rinomanza del poeta. Dalle parole di Properzio, come anche
da quanto scriveva Virgilio stesso in quel torno ad Augusto[25],
si rileva[26] che le parti del poema allora composte appartenevano
già a ciò che poi rimase l'Eneide, ma il poeta manteneva ancora il
pensiero di arrivare col suo poema da Enea ad Augusto. Come oggi
si vede, inoltrandosi nel suo lavoro egli con tatto felicissimo
eliminò ogni idea di narrare fatti puramente storici, facendo così
un poema epico-storico, ed invece diede corpo al suo disegno solo
rammentando fatti e personaggi storici di volo e per via di occasioni
artisticamente colte o procurate, senza che ne rimanesse menomata la
natura propriamente eroica e poetica degli avvenimenti che formano il
soggetto fondamentale del poema[27]. Della opportunità artistica di
questo procedere si accorsero anche i critici antichi, i quali seppero
pur ben definire quanto per questo lato Lucano siasi mostrato inferiore
a Virgilio[28]. E così nacque l'Eneide, in un modo che agli occhi
nostri mostra patentemente quanto chi la scrisse fosse nel concetto
e nel sentimento della poesia superiore ai migliori poeti della sua
epoca, della più splendida epoca che s'incontri nella storia dell'arte,
dopo quella delle grandi creazioni greche.
La critica moderna ha potuto ragionevolmente distruggere certe vecchie
idee sul valore storico della saga di Enea, e sulla provenienza di
essa[29]; le sue negazioni non potranno mai estendersi a questo fatto
indiscutibile, che questa saga già fin dal tempo della prima guerra
punica la troviamo in corso fra i romani, e che resa popolare dai
poeti, dagli storici, dal teatro, dalle arti plastiche, dal culto
e dagli atti stessi dello stato, ai tempi di Virgilio essa aveva
acquistato il valore di una saga nazionale estremamente simpatica
a tutti gli uomini di cultura romana e del tutto armonizzante colla
poesia propria del sentimento romano[30]. Certo se si fosse trattato
di comporre un'epopea che fosse in tutto dell'indole dell'epopea
omerica, a ciò si sarebbe prestata assai male anche quella saga per
gli elementi e caratteri eterogenei che racchiudeva; ma ciò che doveva
esprimere l'epopea virgiliana era ben diverso di natura da quanto avea
espresso l'epopea omerica, e rimpetto a questo scopo i difetti del
tema, pur rimanendo, erano assai meno sensibili. Omero si muove in
un'atmosfera tutta ideale; egli non può mai volgere lo sguardo alla
storia, che nascerà soltanto più secoli dopo di lui; i limiti e le
proporzioni reali dell'essere umano e della sua attività sono tanto
lontani dalla sua mente nell'opera poetica, che ben di rado, e solo
come termine di paragone, richiama la povera mole dell'uomo vero e
proprio (οἷοι νῦν βροτοί εἰσιν); figlio di una età senza storia, egli
è l'interprete di una idealità nazionale che è già esclusivamente
poetica di per sè stessa. Il poeta latino invece vivendo nella più
alta fase dello sviluppo storico della nazione, doveva, tenendosi
nell'ambiente ideale voluto dall'epopea, mirare pur costantemente alla
storia nella quale avea le sue radici quell'universale sentimento che
allora raggiungeva la sua massima intensità, più che mai bisognoso di
grandiose espansioni[31]. Conscio di questo suo ufficio ed assistito
nel compierlo da una genialità tutta sua propria[32], egli coordinò il
suo poema, nel soggetto e nella trattazione, così strettamente colla
storia romana, ch'esso può dirsi una preparazione a quella ed insieme
un riassunto poetico dell'impressione ch'essa lasciava nell'animo
di quanti la contemplavano[33]. Come accade sempre quando si trova
la formula lungamente desiderata che esprima intieramente ciò che è
nell'animo di tutti, il poema fu accolto con uno scoppio di generale
entusiasmo in tutto il mondo romano.
È mirabile vedere con quanto interesse tutti gli uomini colti
s'informassero dei progressi di quella grande composizione, e quanto
forti, visibili influenze essa esercitasse, fin dal suo nascere sulle
lettere latine. Mentre il poeta l'andava componendo, Augusto, Mecenate
e tutta la schiera di amici, cortigiani, dilettanti, poeti, retori che
li attorniava, erano più o meno al corrente del lavoro, di cui varie
parti venivano dall'autore grado grado recitate in quei circoli. Quando
Virgilio morì, non altra pubblicità che questa aveva avuto il poema,
di cui niuna parte era stata condotta a quel grado di perfezione che
meditava il poeta; ma un vasto pubblico ne conosceva l'esistenza e,
per l'incontro avuto dai saggi recitati agli amici, grandissima era
l'aspettazione. La pubblicazione ebbe luogo per opera dei due amici di
Virgilio, legatari dei suoi scritti, Tucca e Vario, ai quali Augusto
impose quell'incarico delicato. Quanto tempo impiegassero nel preparare
quella pubblicazione non sappiamo, ma certamente dovette essere assai
breve[34]. L'impressione fu profonda e universalmente vivissima. In
quel poema, che divenne il primo titolo della nominanza dell'autore,
tutti riconobbero la più grande opera della poesia latina[35], e per
esso divenne Virgilio pei romani, come poi lo chiamava Velleio, il
«principe dei carmi»[36]. Lo studio di Virgilio e della sua fraseologia
si riconosce già nel suo grande contemporaneo Tito Livio, nel quale
trovansi chiare reminiscenze anche di frasi dell'Eneide[37]. Ricco di
tali reminiscenze mostrasi poi singolarmente Ovidio[38] che avea 24
anni quando morì il grande poeta, da lui però conosciuto soltanto di
vista[39]. E deve notarsi che per Livio e per Ovidio ciò non si può
certamente ripetere dall'uso fatto di Virgilio nella scuola, come poi
accade per tanti altri poeti e prosatori latini. Dai ricordi di Seneca
il vecchio[40] rileviamo pur chiaramente che nel primo decennio dopo
la morte del poeta l'Eneide era conosciutissima e si citavano versi di
essa come volgarmente noti. Singolarmente attraente per una certa parte
del pubblico riusciva la patetica poesia delle avventure di Didone[41],
che più tardi strappava le lagrime ad Agostino[42], e che troveremo
sempre fra le parti del poema più ammirate nei secoli seguenti.
Una critica affettatamente severa, schifiltosa, paradossale e
pregiudicata può dir quel che vuole su questo grande poeta come su
tanti altri grandi scrittori latini. Se essa erra, il danno è tutto
suo. La scienza potrà difficilmente perdonare gli eccessi di certe
reazioni intellettuali, comunque queste possano essere feconde di
progresso. L'opera di Virgilio, considerata, com'è dovere, nell'ordine
suo e nelle sue ragioni storiche è e riman sempre un grande monumento
che non ebbe l'eguale nè prima nè poi; legittimo è il fascino che per
tanti secoli esercitò su tutti gli spiriti colti, dagl'infimi ai più
grandi. Imitatore è Virgilio solo negli accessori ed anche come tale è
grandissimo; lo è perchè doveva esserlo, nè v'era potenza di genio che
a tal condizione potesse allora sottrarsi; una emancipazione totale
dell'arte da quanto imponevano le ancor vivissime creazioni greche,
era cosa che niuno desiderava, niuno voleva, e sarebbe stata accolta
con indignazione come una anormalità mostruosa ed inintelligibile. Le
vie del genio non possono essere sempre libere in qualunque momento
e condizione dello spirito umano. Non per questo però esso si fa men
manifesto a chi non si veli gli occhi per non vederlo; nè è lecito
disconoscerlo e denigrarlo, dandogli sprezzantemente, come si è fatto
per Virgilio, il nome di _virtuosità_. Per la natura, gli elementi,
lo scopo affatto speciali dell'opera sua, Virgilio lavorò in un
ordine di produzione tanto diverso da quello della poesia omerica e
dell'epica greca in generale[43], che la sua opera, proporzionata com'è
all'intento, costituisce una vera creazione. Una dose di ellenismo
c'era nel pensiero romano, c'era quindi anche nel poeta, e sarebbe
stato infedele se non l'avesse rappresentata nel suo poema; ma il primo
più profondo carattere di Virgilio sta nell'esser egli, come con giusta
intelligenza lo chiama Petronio essenzialmente Romano[44].