[812] Cap. iij di questo libro, pag. 441, nota 1.

[813] Cap. citato, pag. 453.

[814] _Arrighetto, ovvero Trattato contro all’avversità della Fortuna_,

Firenze, 1730. Quivi (lib. IV, pag. 38) è posto in bocca della

filosofia questo distico:

_Et mihi sicaneos, ubi nostra palatia, muros,_

_Sic stat propositum mentis, adire libet._

Ma gli antichi traduttori italiani pensaron bene di scrivere Parigi in

luogo di Sicilia; come si vede nella edizione citata, pag. 76 e nella

variante di un codice della Riccardiana, che ha data il Milanesi nella

edizione del 1864 (_Il Boezio e l’Arrighetto_), pag. 341.

Il Mebus, nella vita di Ambrogio Traversali, _Epistolæ_ etc., Firenze,

1759, in foglio, sostiene con ottime ragioni che il carme di Arrigo da

Settimello fu scritto nel 1193.

[815] Ibn-el-Giuzi, da noi citato nel capitolo precedente, pag. 615.

[816] Si vegga la cronica del Salimbeni, il quale lo chiama (pag.

3) “pestifer et maledictus, schismaticus, haereticus et epicureus,

corrumpens universam terram”; e altrove (p. 168) gli attribuisce

come bestemmia lo scherzo: che Dio non avrebbe lodata tanto la Terra

Promessa, s’egli avesse vista Terra Di Lavoro, Calabria, Sicilia e

Puglia. Il tedesco frate Alberico (_Chronicon_, Hannover 1868), gli

appone il detto che “Tres _Baratores_ seu _guittatores_ fuerunt in

mundo”, cioè Moisè, Cristo e Maometto. Racconta poi che Federico,

vedendo un Sacerdote portare l’eucaristia, sclamò “Heu me, quamdiu

durabit _truffa_ ista!” La sentenza dei tre “trufatores” è citata anco

nella vita di Gregorio IX, presso Muratori, _Rerum Italic._, tomo III,

parte I, 585. E questa frase ha dato origine al supposto che Federigo

abbia scritto il famoso e incertissimo libro “De tribus impostoribus.”

[817] Ms. della Bodlejana, Hunt, 534, n. cccclxvj del Catalogo arabico,

dove è sbagliato il nome del principe, autore de’ quesiti. Io ho dato

un esteso ragguaglio di questo opuscolo, nel _Journal asiatique_ del

1853, février-mars, pag. 240, segg. ed ho ristampati alcuni brani

del testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 573, segg. Mi riferisco al

lavoro del _Journ. asiat._ per le prove e pe’ riscontri delle date e

de’ nomi.

Secondo gli autori citati, Ibn-Sab’în nacque a Murcia il 614 (1217-18)

e morì alla Mecca il 660 (1271). Il califo almohade Rascîd, regnò dal

1232 al 1242.

[818] La biografia di questo filosofo musulmano si ricava da

Ibn-Khaldûn, Makkari, ed Abu-l-Mehâsin, da me citati nel _Journ.

Asiat._ Ibn-el-Khatib, citato dal Makkari, fa menzione di cotesti

Quesiti Siciliani, che i dotti _Rûm_ aveano mandati per confondere i

Musulmani e che furono sì felicemente risoluti dal giovane Ibn-Sab’în.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’erudito M. Charbonneau,

professore ad Algeri, mandommi un’altra biografia d’Ibn-Sab’în,

estratta dal libro di Gabrini (si vegga qui innanzi a pag. 698, nota

2) suo contemporaneo, la quale non contiene nulla di nuovo per noi,

essendo stata copiata negli scritti degli autori più moderni che mi

eran prima venuti alle mani.

[819] Makkari, edizione di Leyda, I, 594; e nella _Bibl. arabo-sicula_,

testo, pag. 574 in nota. Si veggano gli Schiarimenti che io dètti a

questo proposito nel citato articolo del _Journal asiatique_.

[820] Il nostro professore Fausto Lasinio, notò questo passo in

un codice ebraico alla Laurenziana e ne mandò copia al dottore

Steinschneider; il quale l’ha pubblicato, con eruditi comenti, nella

_Hebräische Bibliographie_, n. 39 (maggio 1864), pag. 62, segg.; ed

ha aggiunto nel n. 42 (novembre 1864), pag. 136, un passo di altro ms.

ebraico, nel quale si fa parola di un abboccamento ch’ebbe Federigo con

Samuele-ibn-Tibbon, traduttore ebraico della “Guida.”

[821] Steinschneider, op. cit., n. 39, pag. 65.

[822] _Anonymi_, etc. (Niccolò de Jamsilla) presso Caruso, _Bibl.

Sicula_, pag. 678.

[823] Mi basti citare per l’unico testo delle due epistole, l’_Historia

Diplomatica_ etc. del Bréholles, IV, 383, segg. dove si leggono le

varianti delle edizioni fattene un tempo nelle Epistole di Pietro

della Vigna e nella collezione del Martène. La data della epistola di

Federigo torna a un dipresso al 1230. L’argomento degli opuscoli è

spiegato nel testo, con le parole _in sermonialibus et mathematicis

disciplinis_, delle quali ho resa la seconda _cosmografia_, poichè

trattasi, secondo l’opinione del Jourdain, de’ libri della Fisica e

delle Meteore d’Aristotile e fors’anco dell’Almagesto di Tolomeo. Si

confronti il Bréholles, op. cit., IV, 384, nota e Introduzione, pagina

DXXVI.

[824] Bréholles, l. c.

[825] Il codice del convento di Santa Croce di Firenze, passato alla

Laurenziana e segnato Plut., XXVII, dext. n. 9, contiene, tra gli

altri opuscoli, uno intitolato (fog. 476 o piuttosto 353) “Incipit

liber magnorum ethicorum aristotelis, translatus de greco in latinum

a magistro bartholomeo de Messini, in curia illustrissimi maynfridi,

serenissimi regis sicilie, scientie amatoris, de mandato suo.” Si vegga

anco il catalogo del Bandini, IV, 689, nel quale è notato che la stessa

versione, mutila però e senza nome, si trova nell’altro codice di

Santa Croce Plut. XIII, sin., cod. VI, n. 6, notato in catalogo a pag.

106, del medesimo volume. Il qual codice è composto tutto di opuscoli

d’Aristotile; ma non me n’è occorso alcuno che si riferisca al tempo e

al paese di cui trattiamo.

Il Tiraboschi, _Storia della Letteratura Italiana_, tomo IV, parte

II, lib. III, cap. 1, § 1, p. 341, oltre il primo de’ suddetti mss. di

Santa Croce, ne cita uno della Biblioteca di san Salvatore a Bologna.

[826] Renan, _Averroès_, partie II, chap. II, § 3.

[827] Carmoly, _Histoire des médecins Juifs_ etc., Bruxelles 1841, §

lx; Steinschneider, _Hebräische Bibliographie_, n. 39, (1864) pag.

63, 64; Renan, _Averroès_, partie II, chap. 4, § iv. Si confronti

Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI.

[828] Wolf, De Rossi, e Krafft, citati dal Bréholles, nella stessa

Introduzione, pag. DXXVII.

[829] Si confronti il Bréholles, op. cit. Introduz., pag. DXXXIX.

Sul testo greco delle Costituzioni di Federigo, si vegga la medesima

opera, IV, 1, 2.

[830] Bréholles, op. cit. Introd., p. DXLI, DXLII.

[831] Il Salimbeni, _Chronicon_, pag. 166, dice in generale ch’ei parlò

molte e varie lingue; Ricordano Malespini, cap. 170 scrive: “E seppe la

nostra lingua latina e il nostro volgare e tedesco, francesco, e greco

e saracinesco; e di tutte vertudi copioso, largo e cortese, ec.”

[832] Bréholles, op. cit. Introd., pag. DXL, DXLI.

[833] Salimbeni, op. cit., pag. 166.

[834] Salimbeni, loc. cit., fa vedere chiaramente quanta ammirazione ei

sentì conversando con quest’empio. Si confronti ciò ch’ei dice a pag.

170.

[835] Su i monumenti, si vegga il Bréholles, op. cit. Introd., pag.

CXLVI, segg.

[836] Non occorre citazione pe’ fatti di Giovanni il Moro. Le

concessioni papali a suo favore, si veggano nel Registro d’Innocenzo

IV, lib. XII, n. 284, 327, citato da M. De Cherrier, _Histoire de la

lutte des papes_, etc., vol. III, 19, della seconda edizione.

[837] Squarcio d’una epistola del 1229, dato da Matteo Paris, presso

Bréholles, op. cit., III, 140, in nota.

[838] Matteo Paris, citato da Bréholles, op. cit. Introduct., pag.

CXCII, CXCIII. A pag. DXLV, si cita un diploma, nel quale l’imperatore

ordina di scritturare per la corte un valente ballerino saraceno, a

quel ch’e’ pare, di Spagna.

[839] Epistole del 17 luglio 1245 e 23 maggio 1246, presso Bréholles,

op. cit., VI, 325, 427. Si veggano le memorie contemporanee, citate

dallo stesso autore. Introd., pag. CLXXXIX.

[840] Le citazioni son date dal Bréholles, op. cit. Introd., pag. CXC,

CXCI. La prima, ch’è cavata dalla _Historia Diplomatica_, V, 486, prova

che quelle donne vestivano alla musulmana.

[841] Si vegga la citazione nel Capitolo precedente a pag. 641 di

questo volume, nota 8.

[842] Diploma del 28 novembre 1239, presso Bréholles, op. cit., V, 535.

[843] Presso Gregorio, _Rerum Arabicar_., pag. 178.

Si vegga intorno a cotesta iscrizione il cap. vij del presente libro,

pag. 589, nota 1.

[844] ’Imâd-ed-dîn, nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 603;

Ibn-Khallikân, op. cit., pag. 630 e nella edizione del baron De Slane,

I, 724 e III, 106 della versione inglese; Abulfeda, _Annali_, op. cit.,

pag. 418 e III, 628 della edizione di Reiske; Taki-ed-dîn-el-Fasi, op.

cit., pag. 659; Makrizi, op. cit., 665; Soiuti, op. cit., 671.

Si confrontino coi testi le notizie ch’io, prima di stamparli, avea

date nella versione italiana del _Solwân-el-Motâ’_, Firenze, 1851,

Introduzione, pag. XVIII segg. e nella versione inglese, Londra, 1852,

vol. I, 20 segg.

[845] Imâd-ed-dîn lo chiama Abu-Abd-Allah, e il Soiuti, Abu-Gia’far.

Non giova notare le varianti de’ titoli onorifici, che son molte.

Io non ho argomenti da credere che il disparere su la patria sia nato

dalla diversità di coteste appellazioni secondarie, anzi tengo fuor di

dubbio che l’autore di tutte le opere sia stato un solo. E ciò si vedrà

chiaramente nel seguito del presente capitolo.

[846] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 665 di questo volume.

[847] Codice arabico, n. MDXXX, del British Museum, nel catalogo di

M. Riew, pag. 695. II Ms. porta la data del 759 dell’egira (1358),

appartiene alla prima edizione e contiene il catalogo delle opere

dell’autore.

[848] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 660, 661.

[849] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 692. Lascio in dubbio la

città, perchè non ho trovato il nome di questo Sefi-ed-dîn nelle

biografie degli uomini notevoli di Aleppo, il _Kheir-el-biscer_ è stato

autografato al Cairo dal Castelli, con la data del primo dell’anno 1280

(18 giugno 1863). Il testo, comunicato dall’autore il 566 ad un primo

_rawi_, comparisce trasmesso da questi il 588. Vi manca affatto la

dedica a Sefi-ed-dîn.

[850] Chiamano gli Arabi così la più oscura stella dell’Orsa Maggiore.

[851] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 688.

[852] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 671. Il Soiuti dice

positivamente che Ibn-Zafer compose il contento in quella medresa.

L’autore lo chiama: “Il primo e più eccellente de’ suoi libri.”

[853] Op. cit., pag. 686, segg. Si confronti la versione italiana del

Solwân, pag. 216, 217 e l’inglese, I, 115, segg.

[854] Valga per tutte le autorità Ibn-el-Athîr, anno 549, ediz.

Tornberg, XI, 130, segg.

[855] Si vegga il testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 681, segg.

e nella edizione di Tunisi, pag. 1, segg. Si riscontri la versione

italiana, pag. 1, segg.

L’anno della dedica ad Abu-l-Kâsim è notato da Ibn-Khallikân.

[856] Testo di Tunis, pag. 2, linea 7.

[857] Nelle biblioteche d’Europa, per quanto io ne abbia ritratto,

abbiamo cinque codici della prima e circa diciassette della seconda

edizione, ed anco in uno di quei cinque, il principio, supplito d’altra

mano, appartiene alla seconda edizione.

Il Makrizi, _Bibl_., pag. 667, fa menzione d’una copia del Solwân

legata dall’autore stesso al ribât del califo alla Mecca, la quale,

dalla descrizione che se ne fa, apparteneva alla prima edizione. Par

che v’accenni anco Hagi-Khalfa, là dove ei dice che l’autore aggiunse

poi due quaderni al Solwân. Io credo, al contrario, ch’ei ne tolse

nella seconda edizione, la cui prefazione è molto più breve; talchè il

bibliografo ha scambiato il posto delle due edizioni.

[858] Nel testo d’Ibn-Khallikân seguito dal Wüstenfeld, e in Makrizi,

in vece di “nè bello in viso,” si legge “se non che era bello in viso.”

[859] Così l’autore, _Bibl. arabo-sicula_, pag. 688.

[860] Soiuti, pag. 671, lo chiama Gran Comento, senza il titolo

speciale di Sorgente. Così anco Hagi-Khalfa, pag. 701, della _Bibl.

arabo-sicula_.

[861] Questo codice è serbato nella Biblioteca di Parigi, _Ancien

Fonds_, 248. È il secondo volume dell’opera, e corre dalla sura III,

v. 86, alla fine della sura VI. Il comento non è fatto a verso a verso,

ma prende un tratto del testo e indica le varianti; spiega poi le voci

o modi di dire che lo richieggano. Seguono le osservazioni filologiche

e grammaticali; indi la erudizione storica, tolta dalle tradizioni del

Profeta e dalle leggende degli antichi Arabi, e infine i corollarii

legali, ove occorrono.

[862] _Bibl_., pag. 688 e più correttamente secondo il Makrizi, nella

pag. 668, linea 3.

[863] _Bibl_., pag. 684, 666, 671.

[864] _Bibl_., pag. 666, 671.

[865] _Bibl_., pag. 666.

[866] Taki-ed-dîn, _Bibl_., pag. 659, 660 e Makrizi, pag. 667.

[867] Così nel catalogo autentico, _Bibl_., pag. 689, 666. Si confronti

coll’altro _Mosanni_, notato nella prefazione alla seconda edizione del

Solwân, _Bibl_., pag. 684. Ma avvertasi che i primi due vocaboli del

titolo son diversi in alcuni Mss. ed anco nella edizione tunisina del

Solwân, pag. 3, ultima linea.

Il titolo confronta in entrambe al par che il subbietto. Si vegga

la mia versione italiana, _Introduzione_, pag. XXXIV, XXXVI e 3, 4.

Correggendo gli or citati luoghi della Introduzione, io ritengo unica

Opera le due quivi notate ai n^i 3 e 21 del catalogo. La _Ma’ona_,

citata a pag. 684 del testo e 3, 4, della versione, è senza dubbio la

compilazione di dritto malekita del celebre dottore, il cadi ’Jiâdh,

notata nella continuazione di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, tomo VI,

pag. 651, n. 149, e più correttamente nell’abbozzo di catalogo de’

Mss. arabi della Lucchesiana di Girgenti, ch’io detti in litografia

nel 1869, n. XV. Circa l’_Iscraf_, io credo che tra le varie opere

designate con questo titolo da Hagi-Khalfa, Ibn-Zafer volle dir di

quella d’Ibn-Mondsir-en-Nisaburi, edizione Fluegel, I, 318, n. 783.

[868] _Bibl_., pag. 690, 671.

[869] Questa notizia è riferita da Katifi, pag. 660. Il Fasi a pag. 661

dice parergli verosimile che sia accaduto qualche scambio di nome.

[870] _Bibl_., pag 689, dove si vegga una variante ed a pag. 666, dov’è

l’altra che ho preferita.

[871] _Bibl_., pag. 689.

[872] _Bibl_., pag. 689, 671, 705 e soprattutto a pag. 666, dov’è il

testo di Makrizi.

[873] _Bibl._, pag. 690 e 666, dove è da trasporre nella linea 17 i

cinque vocaboli intermedii della linea 15.

[874] _Bibl._, pag. 666.

[875] _Bibl._, pag. 690, 666.

[876] _Bibl._, pag. 690, 666.

[877] _Bibl._, pag. 690, 666.

[878] _Bibl._, pag. 690, e meglio a pag. 666. Quest’opera manca nel

catalogo autentico del Ms. 1530 del British Museum, come si legge nel

catalogo di M. Riew, pag. 695.

[879] _Bibl._, pag. 689, 630, 666, 671, 701; ed a pag. 692 il principio

del testo, secondo il Ms. di Parigi, _Suppl. arab._, 586, del codice

del 724 dell’egira. Si vegga anco la nota del baron De Slane, nella

versione inglese d’Ibn-Khallikân, tomo III, pag. 107, nota 2.

[880] Mi sovviene, tra le altre, una citazione d’Ibn-Abi-Dinâr.

[881] Citata qui innanzi a pag. 718, nota 1.

[882] _Bibl._, pag. 700.

[883] _Bibl._, pag. 630, 666, 671, 700, 706; ed a pag. 690, il

principio del libro secondo i due Mss. di Parigi. _Suppl. Arabe_, n^i

678, 679.

Si vegga anco la citata versione inglese d’Ibn-Khallikân, pel baron De

Slane, tomo III, pag. 107, nota 3.

[884] _Bibl._, pag. 680, 605. Si vegga anche Casiri, _Bibl.

arabo-hisp._, II, pag. 156, n. 1697. La biblioteca di Gotha ha un

esemplare del _Dorer-el-Karer_, come ha letto il dott. Moeller, nel

catalogo, pag. 14, n. 72, traducendo il titolo: _Margaritæ Frigidæ_.

[885] _Bibl._, pag. 690, 666, 671.

[886] Ibn-Khallikân e Makrizi, ne’ luoghi citati.

[887] _Bibl._, pag. 667.

[888] _Bibl._, pag. 666. Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, I, 307, n. 760,

attribuisce ad altri un libro che porta il medesimo titolo.

[889] Libro IV, cap. xiv, a pag. 495 del secondo volume.

[890] _Bibl._, pag. 689.

[891] Ibid. ed a pag. 666. Il Soiuti, pag. 671, scrive il titolo

_Et-tankib_, che vale lo stesso e dà col titolo di _El-Mitwal_ (Le

redini) un altro comento che tornerebbe al precedente. Si legge anche

_Et-tankib_ in Hagi-Khalfa, pag. 706. Ibn-Khallikân fa menzione di un

“Comento delle Tornate” e di glose marginali della _Dorret-el-Ghawwâs_,

i quali due libri, al suo dire, compongono due Comenti, grande e

piccolo. Accenna anco a due comenti il Makrizi. Qual che sia la forma,

il comento d’Ibn-Zafer fu adoperato dallo Scerisci, come si legge nella

prefazione di M. De Sacy, Hariri, seconda edizione, Parigi, 1847, tomo

I, pag. 5.

[892] _Bibl._, pag. 689, 630, 666, 671, 702. Il testo della _Dorret_ è

stato pubblicato dal sig. Thorbecke, Lipsia, 1871.

[893] _Bibl._, pag. 689, 666, 671.

[894] _Bibl._, pag. 666, 671, 699.

[895] Freytag, _Proverbia Arabum_, vol. III, parte 2ª, pag. 188, n. 26,

dove si corregga il nome dell’autore.

[896] Nel cap. IV, § ix, del Solwân. È la novella del Mugnaio e

l’Asino, Notti 387, 388, nella edizione di Bulak, I, 569, 570, e nella

versione inglese del Lane, 1ª edizione, II, 582.

[897] Si veggano le due prefazioni nella _Bibl. arabo-sicula_, a pag.

681, segg., e 686, segg. e nelle versioni italiana ed inglese, II ec.

[898] _Kitâb-el-Fihrist_, testo, Lipsia, 1871, pag. 304.

[899] Hagi-Khalfa, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 703, e nella

edizione di Fluegel, III, 611, n. 7227, cita la parafrasi in versi che

ne compilò nel XIV secolo Tag-ed-dîn-Abu-Abd-Allah-es-Singiâri; e dice

esserne state fatte varie traduzioni, delle quali poi cita soltanto una

molto libera in persiano, intitolata “Giardini dei re” ec. Nella copia

stampata dal Fluegel si aggiugne una traduzione turca di Khalil-Zadeh,

scritta nella prima metà del XVIII secolo.

La bibliografia de’ Mss. che abbiamo in Europa, si vegga nella versione

italiana, Introduzione, pag. LXV, segg. e nell’inglese, I, 93, segg.

Si aggiungano: il Ms. parigino, _Ancien Fonds_, 374, che parmi del XVI

o XVII secolo ed appartiene alla prima edizione; il Ms. di Monaco, n.

608, del catalogo del sig. Aumer, pag. 266; e i due Mss. del British

Museum, n^i 1444 e 1330, del catalogo di M. Riew, che son l’uno della

seconda e l’altro della prima edizione.

[900] Si vegga la raccolta di Mohammed-ibn-Ali, Ms. MC del British

Museum, nel catalogo di M. Riew, pag. 302.

[901] Tra gli altri, l’autore del _Giâmi’-el-Fonûn_, compilazione

enciclopedica, Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, pag. 377.

[902] _Bibl._, pag. 605.

[903] Ossia “figliuolo di quel da Begia.” Si ricordano cinque luoghi di

tal nome, due de’ quali in Affrica ed un altro in Portogallo (Beja).

[904] Dsehebi, Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, 753, fog. 100 verso.

[905] Soiuti, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 623.

[906] Si confronti Dsehebi, op. cit., fog. 171 recto, con Hagi-Khalfa,

nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 702 e nella edizione di Fluegel, III,

498, n. 6633, dove il nome è intervertito: Abu-Iehia-Zakaria.

[907] Biografia di tradizionisti, per

Iehia-ibn-Ahmed-en-Nefzi-el-Himiari, detto Es-serrâg, Ms. della

Biblioteca di Parigi, _Ancien Fonds_, 382, fog. 77 verso, nella vita

di Omar-el-’Abderi, che nacque il 694. Stanno due tradizionisti tra

lui e il siciliano, e però par che questi sia vivuto al principio del

decimoterzo secolo.

[908] Makrizi, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 663.

[909] Makrizi, op. cit., pag. 668.

[910] Makrizi, loc. cit.

[911] Makrizi, op. cit., pag. 665. Nel Dizionario di Hagi-Khalfa,

edizione Fluegel, II, 440, n. 3655, e conseguentemente nella

_Bibl. arabo-sicula_, pag. 701, la parte del nome che si legge

Ibn-Mohammed-es-Sikilli va corretta, Ibn-es-Sikilli, secondo il Ms. di

Parigi, _Ancien Fonds_, 875.

[912] Dsehebi, _Anbâ-en-nohat_, nell’op. cit., pag 645.

[913] Non voglio tradurre “in quinta rima,” perchè il confronto di

cotesti nuovi metri degli Arabi occidentali con que’ delle lingue

neo-latine e soprattutto della nostra, va fatto con lungo studio e

sopra moltissimi esempii dell’una e dell’altra parte. Avverto intanto

che la voce _wazn_, “peso, modo,” trattandosi di versificazione,

è usata col significato di “misura;” il quale credo relativamente

moderno, e forse nato in Spagna insieme con cotesti novelli metri.

Le cinque “misure” invero non si trovano, per diritto nè per rovescio,

in questo componimento, dove le rime son tre; i versi di otto sillabe

ciascuno, a modo nostro di scandere, e a modo dei grammatici arabi, di

due piedi o di sei, se vogliasi considerare come verso l’intera stanza;

e le stanze, infine, son sei. Potrebbero forse contarsi in ciascun

verso cinque di quelle misure elementari che gli Arabi chiamarono

“corde, piuoli e tramezzi” (si vegga Sacy, _Grammaire arabe_, 2ª ediz.,

II, pag. 619) come parti del verso, il quale appellano _beit_, ossia

“tenda, casa” e in generale _stanza_. Ma coteste misure elementari

non so che siano state mai dette _wazn_. Ho ragione piuttosto di

credere che nelle nuove poesie il metro più comune sia stato di

stanze da cinque versi e che perciò Imâd-ed-dîn, facendo un fascio

di tutti i metri occidentali, li abbia battezzati “Quinte rime.” Si

badi bene ch’ei non dice che questo componimento abbia cinque _wazn_,

ma “che sia di que’ che recitansi con cinque _wazn_.” Mi conferma,

nel mio supposto, il codice della Riccardiana di Firenze segnato

col n. 194 e intitolato _Megmû’-Kâmil_, ossia “Raccolta compiuta”

di Abu-l-Abbâs-el-Bekri. Tra le poesie della nuova maniera che il

raccoglitore trascrive, scompartite per generi e specie, occorrono

non pochi componimenti in cui le stanze, distinte sempre col titolo

di _beit_ ad inchiostro rosso e caratteri grandi, si compongono di

cinque versi ciascuna. Lo stesso codice Riccardiano ha varii esempii

di _tekhmis_ o diremmo noi “quintuplicazione” di poesie altrui, che

facevasi aggiugnendo quattro altri versi a ciascuno del testo; ma

questo uso notissimo non ha che fare nel caso nostro.

Debbo avvertire infine che lo squarcio di poesia trascritto nella

_Kharida_, mi sembra mutilato e mutatovi l’ordine de’ versi. In fatti

il primo verso della terza stanza esce di rima, e la metafora obbligata

della luna piena che spunti sopra un sottile tralcio di _ben_, vuol

che segua immediatamente a quello il primo verso della quarta stanza.

Similmente il senso richiederebbe che l’ultimo verso della seconda

stanza seguisse immediatamente all’ultimo della prima. Si capisce bene

che i copisti orientali del XII e XIII secolo si doveano imbrogliare

spesso, avendo dinanzi agli occhi quell’insolito intreccio di rime e

di versi, scritti con altre divisioni che non son quelle degli antichi

emistichii.

Aggiungo che, anche in Ponente, i letterati teneano in non cale le

_mowascehe_. Abd-el-Wahid da Marocco (testo del Dozy, pag. 63) che

scrivea nel 1224 dell’èra cristiana, si vergogna di far parola delle

eccellenti poesie dettate in tal metro da Abu-Bekr-ibn-Zohr.

[914] Dopo il Freytag, _Darstellung_, ec. (1831) il barone De Hammer

chiamò l’attenzione de’ dotti, su questa nuova maniera di poesia, nel

_Journal Asiatique_ di agosto 1839 (pag. 153 segg.) e di agosto 1849

(pag. 249 segg.); ma, al solito suo, trattò il subietto con leggerezza.

Or l’hanno rischiarato orientalisti di vaglia, come il baron De Slane,

il professore Dozy e il barone De Schack. Si vegga, dello Slane, la

versione francese de’ Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, parte III, pag. 422 e

segg.; del Dozy, le osservazioni critiche su questo lavoro dello Slane,

nel _Journal Asiatique_ di agosto 1869, pag. 186 segg., e dello Schack

la _Poesie und Kunst_, ec. vol. II, § xiij, pag. 47 segg.

Ibn-Khaldûn, nella parte or or citata de’ Prolegomeni, dà ampii

ragguagli sul nuovo genere di poesia, ch’ei non spregiava come

Imâd-ed-dîn, e ne aggiugne moltissimi squarci ed anco interi

componimenti.

Tocca un poco la _mowascehe_ e i _zegel_ Averroes, nel Contento medio

su la poetica di Aristotile, a pag. 3 del testo arabico, che si stampa

per le cure del dotto professore Fausto Lasinio, sul codice unico della

Laurenziana, insieme con l’antica versione ebraica e con versione

italiana e note. I luoghi d’Ibn-Bassâm ai quali accenna il Dozy,

op cit., pag. 186, 187, rischiarano anco il subietto; e chi volesse

studiarlo profondamente, troverebbe una vasta e sistematica raccolta

nel codice della Riccardiana, del quale ho fatta menzione nella nota

precedente.

[915] Questo dubbio, che ognuno avrebbe _a priori_, è degno di ricerche

positive. Il citato codice 191 della Riccardiana ci dà due serie di

“Cantilene (_neghm_) dell’Irâk,” con versi brevi e mutazione di rime.

Nell’Irâk si può supporre, al par che l’araba, l’influenza persiana.

[916] Dozy, op. cit., pag. 187, 188; De Schack, vol. cit., pag. 52.

Quantunque i versi di alcune _mowascehe_ e _zegel_, ammettendo molte

licenze poetiche, si possano ridurre a’ metri ordinarii degli Arabi,

pure la misura per sillabe e accenti mi par che torni più costantemente

esatta.

[917] Prolegomènes, III, 441. Si confronti lo Schack, vol. cit., pag.

52.

[918] Per evitare quattro consonanti di fila, scrivo _mowasceha_ e

non _mowascsceha_, come si dovrebbe. Il _Vocabulista in Arabico_,

pubblicato non è guari a Firenze, dà, invece di quel vocabolo, il

maschile _mowascsceh_, col riscontro latino “versus” e _zegel_, col

riscontro “Cantilena vel versus,” pag. 111, 199, 279, 624.

[919] Il barone De Hammer (_Journal Asiatique_, agosto 1839, pag. 153)

non esitò a definire le ottave rime, invenzione degli Arabi, e dopo

dieci anni, rincalzando (op. cit., agosto 1849, pag. 249) identificò il

sonetto col _zegel_. Ma questo articolo è quello appunto in cui egli fa

derivare dall’arabo la voce _cancan_!

[920] Si legge il testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 580, dove si

intendan fatte le correzioni che furon proposte dall’illustre prof.

Feischer.

Eccone la traduzione verso per verso:

1.

“Cotesta gazzella adorna d’orecchini

Mi canta le nenie quand’io son lungi

E quando vede ciò che m’è avvenuto.

2.

Come (s’io fossi in un) giardino variopinto,

Quand’ella è meco, non mi cale (d’altro)

Poichè per l’amor suo mi consumo.

3.

Il suo volto è luna che spunta:

Superbisce quand’ha occupati tutti gli affetti miei,

Dond’io mi travaglio.

4.

Sur un tralcio sottile,

Si sollazza nel mio lungo dolore,

Allontanasi ed io sto per morire.

5.

Sdegnosa, inaccessa a pietà,

Non rifugge dal romper la fede,

Non ha (per me) che il silenzio.

6.

Tiranna, ingiusta,

Mutata da quella che fu una volta;

Sì ch’è felicità rarissima a trovarsi con lei!”

Trascrivo tre stanze del testo per dare un’idea del metro:

1.

Wa ghazalin musciannefi

Kad retha li ba’da bu’di

Lamma rea ma lakeitu.

2.

Mithlu raudhin mufawwefl

La obâli wahwa ’indi

Fi hubbibi ids dhâneitu.

3.

Waghuhu l-bedru tâli’an.

Taha lemma haza wuddi

Fainnani kad sciakeitu

Fi kadhlbin mohfahefi, ec.

Si ricordino le osservazioni che abbiam fatte nella nota 2 della pag.

738, intorno la scorrezione del testo.

[921] Stesso Ms, fog. 3 recto, 6 verso.

“Scritto è nel Codice degli innamorati: morire o fuggir pria (che si

sentano) le ripulse e i tormenti.

Se mi è parsa lunga una notte, ecco che l’aurora spunta con la dolorosa

(rimembranza) di colei ch’è nascosa agli occhi miei.

Chi me ne dà contezza? Per la sua assenza i solchi delle lagrime mi

rigan le guance.

S’io penso a lei, le palpebre degli occhi miei sembran ramo di

tamarisco molle di pioggia, quando il vento lo scuote.”

[922] Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, 1375, fog. 3 recto.

“M’incresce di rimanere in vita finchè non ritorni certa persona

assente, che non lascia prender sonno agli occhi miei.

Come bramar la vita lungi da costei, tanto amata, che avrei data tutta

la eternità per un sol giorno goduto con lei!

Io mi querelava quando non la vedeva, e pur l’era presso; ed ora

conosco che cosa sia la lontananza!

Io bramo di potere svelare il tuo nome a tutto il mondo: ed ecco i

malevoli a dir che non mi curi di te!”

[923] Stesso Ms., fog. 2 recto.

“Dal tramonto del Sole infino all’aurora, bevemmo temperato un (vino

biondo come il) Sole,

Quando i raggi del Sole battean sul Nilo, come punte di lance su le

corazze.”

[924] Ibid.

“Una smilza che quando balla dinanzi la brigata, fa ballare il cuore a

chi guarda: tanto eccelle nell’arte!

Sì leggiera al passo, che quand’ella gira e atteggiasi dinanzi a chi ha

gli occhi infiammati, questi non si duole del mal di capo.”

Stesso Ms., fog. 4 recto.

“O gazzella che il Creatore plasmò tutta di bellezza e leggiadria,

Ch’io mi sollazzi in questi giardini, senza trascorrere, nè cogliervi

frutto:

Io non vengo mica a far male; ma soltanto a rallegrare lo sguardo.”

[925] Ms. citato, fog. 2 recto.

“Ne’ contrattempi e ne’ frangenti, noi tenghìamo consiglio coi segreti

degli animi nostri;

Ciascun fa sue querele, e così comprendiamo a che siam giunti, senza

timor di spie, nè di scolte.”

Si riscontri il cap. xiv del libro IV, vol. 2º, pag. 520, 524, dove si

fa menzione d’un Abu-l-Hasan, che ha gli stessi nomi di costui, fuorchè

l’ultimo “ibn-abi-l-Biscir,” invece del quale si legge “ibn-el-Biscir:”

e potrebbe essere errore di copia ed anche variante d’uso. Anche l’età

coinciderebbe. Ma da un lato mi farebbe maraviglia che fossero sfuggiti

a Imâd-ed-dîn i versi a lode de’ ministri egiziani; e dall’altro

è da notare che nella _Kharîda_ il nome è anche scritto una volta

ibn-abi-l-Besciâir.

[926] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 581.

[927] _Kharîda_, op. cit., pag. 586.

“O Beni-l-Asfar (gente bionda) voi dovete il prezzo del mio sangue: de’

vostri è il mio uccisore, il ladrone che m’ha spogliato.

È bello dunque il fuggir chi t’ama? È lecito ciò nella religione del

Messia?

O tu dall’occhio languente senza malattia, quando tu alluci un (ferito

in) cuore, eccol già sano!

Ogni sorta di bellezza, dacchè io vi ho visti (o gente bionda), par

brutta agli occhi miei.”

Si ricordi che gli Arabi chiamavan Beni-l-Asfar i Romani e i Bizantini.

[928] Ms. di Parigi, fog. 11 verso.

“Le mie lagrime già scopron l’amore: non reggo più alla passione che

m’ispira questa verginella, guardandomi con due occhi d’antelope. La

bionda che ama il vestito bianco e tinge il velo nel rosso del cartamo.

Oh quel camiciotto e quel velo riflettono il colore su chi la guarda;

ond’egli (a vicenda) si fa bianco e arrossisce!

Crisolito ella è, legato in lamina d’argento e coronato di vermiglia

corniola.”

[929] “Una fanciulla mi ha rapito il cuore di mezzo il costato:

l’adesca assiduamente co’ suoi vezzi!

Donzella dalla guancia (porporina) come il suo camiciotto; dal velo

bruno come le sue ciocche:

Le pietre preziose del suo monile tondeggiano come il suo seno; le

minuterie ond’ella s’adorna, hanno il colore dell’afflitto mio viso.

Ella, col suo _wisciâh_, col velo e con gli ornamenti, sembra a chi

la affisi, un Sole vestito di splendore, coronato di fitte tenebre e

circondato di stelle.”

[930] _Kharîda_, op. cit., pag. 601. I versi ai quali s’accenna,

leggonsi nel citato Ms. di Parigi, fog. 116 recto e verso. Il poeta

siciliano ne scrisse tre, per chiedere il libro: ed Abu-s-Salt gliene

mandò con sette versi su la stessa rima.

[931] Ms. di Parigi, fog. 11 verso, 12 recto.

[932] Fog. 12 recto.

[933] Fog. 12 recto a 13 recto.

[934] Fog. 13 recto.

[935] Fog. 13 recto e verso.

[936] Si confronti la notizia di Imâd-ed-dîn, _Bibl. arabo-sicula_,

pag. 587, con quella di Zuzêni, op. cit., pag. 619. Questa seconda

notizia fu già pubblicata, non senza errori, dal Casiri, _Bibl.

arabo-hisp._, I, 434, e quindi dal Gregorio, _Rer. Arab._, pag. 237, e

citata dal Wenric, _Rerum ab Arabibus_, ec. pag. 305.

[937] Anonimo, presso Imâd-ed-dîn, loco citato.

[938] Imâd-ed-dîn, nel Ms. parigino della _Kharîda_, fog. 16 recto.

[939] Ms. citato, fog. 16 recto segg. L’elegia principia:

“Difficile è il conforto; immensa la separazione e la perdita; e ne

piomba nell’anima più dolore ch’ella non cape.

Piangete, occhi, lagrime schiette e sangue; poichè a questo colpo non

v’ha schermo!

. . . . . . .

Non bastava la Terra a’ suoi benefizii, ed or basta al suo corpo la

fossa che gli hanno scavata.

Chi rimane agli orfani ed a’ viandanti, che le sue mani soleano

dissetare e saziare?

. . . . . . .

Vengono gli Angeli della Grazia ad annunziare ch’egli è asceso agli

eterni giardini.

Chè già le sue azioni gli aveano apparecchiato l’albergo ne’ luoghi

dove posano le anime generose.

Che è questo che gli uomini sanno bene ch’e’ s’ha a morire, e poi,

mettendosi in viaggio, non pensano a provvedersi del vitto?”

[940] Ms. citato, fog. 17 recto.

“Lo piangono i destrieri di battaglia e spezzano il morso, non sentendo

più i suoi sproni.

Vanno di passo, ancorch’e’ siano purissimi di sangue tra tutti i

cavalli, valentissimi al corso e smilzi sopra ogni altro.

Per poco le spade indiane non si torcono dal dolore, sì che i foderi si

spezzino allo sguainarle.”

[941] Ms. citato, fog. 16 recto.

“Guancia lussureggiante di gelsomino e di rosa; bocca rivale della

camomilla e del vino,

Per Dio, io t’amo, sì che lungi da te non reggo alla passione

dell’animo:

La mia vita sta nella (speranza di) trovarmi un giorno con te; la mia

morte nel (timor) che duri questa nostra lontananza.”

I poeti arabi usano spesso cotesto paragone della camomilla per

significare la bianchezza dei denti.

Nel ms. citato, fog. 14 recto, si legge una kasida nella quale il poeta

si lagna della:

“Smilza, che l’antelope del deserto le invidia tanto il collo; e

l’aurora al par che il tramonto, desidera il (colorito del) suo volto.”

E conchiude con questi versi:

“Messi tutto l’animo mio nell’amore e inghiottii (anche) il disprezzo.

Ed or mi son rivolto alle bellezze dello stile; mi son gettato a

briglia sciolta nell’ippodromo loro.

Accortomi del buon sentiero e del tempo perduto dietro gli errori,

Ho abbandonato l’amore, ho cacciate via le (male) usanze, mi sono

scostato dall’amor volgare ed egli s’è scostato da me.”

[942] Ms. citato, fog. 15 recto. Questa poesia sembra fatta per

cantarsi da qualche donna di un harem.

“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori,

Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso);

Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito?

E tu sempre mi respingi, senza mia colpa!

Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla:

Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di

senno!

Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico,

Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo.

O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia!

Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto:

Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”

[943] Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi

tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.

“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio,

di legno d’aloe e d’ambra.

L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il

mirto e la rosa:

Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi

di tenebre nerissimi;

E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre

preziose e con perle;

(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi

desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “

[944] Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.

“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore;

l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.

Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato)

s’allontana ogni prospetto di gioia!

Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio,

se questo faro di laude e di gloria è demolito?

(Soprattutto) ci accora che, mentr’egli pur alberga in uno degli

elementi, la scellerata (morte) toglie alla sua mano di strignere (la

spada) e d’allargarsi (donando).

Come colomba alle colombe, così ei s’accomuna con le anime de’ generosi

che va incontrando.

O trafittura crudele! O rammarico che (strappa) le lagrime (dagli

occhi)! O sorte nemica! O morte fiera!”

Pazienza, pazienza! La morte pria d’oggi ha cancellati tanti re, come

si cancella la scrittura ne’ libri!

[945] Questa bella iscrizione è stata pubblicata tante volte e l’ultima

da M. Fresnel, con la versione inglese di Farès Schidiâk, nel _Journal

Asiatique_ di novembre 1847, pag. 439. La scrittura, e, con certezza

non minore, l’uso della lingua, vogliono che il passo, reso dal sig.

Schidiâk “an attendant of Ibn-es-Soosee” si legga, “ch’era chiamato

Ibn-es-Susi.” L’epitaffio è dato il 569 (1174). Si vegga il Cap. viij

del libro V, a pag. 213 di questo volume, nota 3.

[946] La frase comunissima che traduco così, suona letteralmente “il

luogo dove cadde la sua testa (nascendo).”

[947] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 588, 589.

[948] Op. cit., pag. 600 segg.

[949] Diploma arabico di settembre 1161, appartenente alla Commenda

della Magione, serbato oggidì nell’Archivio regio di Palermo. Il

cadì si chiamava Abu-l-Fadhl-Regiâ, figlio di Abu-l-Hasan-Ali, figlio

d’Abu-l-Kasim-Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ. Tra i testimonii si legge anco

Mohammed-ibn-Ali-ibn Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ.

[950] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 600 segg., del qual testo il baron

De Schack ha data nella sua Poesie und Kunst, ec. II, 44 segg., una

traduzione in versi tedeschi, talvolta libera, ma sempre elegante.

Ecco gli squarci dell’elegia.

“Si piange! Oh come scorrono le lagrime dagli occhi e dalle palpebre

stanche! Oh come struggonsi i cuori e i petti!

La luna più splendida s’è occultata e s’è oscurato il mondo; crollan le

pietre angolari della magnanimità e della gloria.

Ahi, quand’egli fu perfetto in sua bellezza e maestà, onde superbivano

di lui tutte le regioni della possanza,

Lo rapì allora di furto il crudel fato: la morte traditora, infesta

alla sua gloria.

Così anche accade alle lune nel meglio: quando le son piene, la vicenda

del tempo vuol ch’esse manchino!

Ben è ragion che si pianga per lui, con lagrime sparse sopra guance di

perle e di coralli;

Che petti ardano, animi ammalino, affanni aggravinsi, cordogli

ingrossino,

Sgorghino doglienze, occhi abbondino di pianto: sì che il flusso delle

onde vada a incontrarsi co’ fuochi!

Lo piangono le sue tende e i suoi palagi; le lance e le spade gli

recitan l’elogio funebre;

Il nitrito si fa gemito nelle gole de’ cavalli, quantunque costretti

dai morsi e dalle testiere.

E per chi piangono, se non per lui, le bigie de’ boschetti? Se

comprendessero, anche i rami piangerebbero insieme con le colombe.

Oh gran perdita! Oh sventura, maggior d’ogni costanza, rifuggente da

ogni conforto!

Oh giorno d’orribile spavento, di terrore che fe’ incanutire i

fanciulli!

Come se l’(angiolo) banditor del Giudizio fosse venuto a convocare le

creature, e tutte lì lì fossero surte;

Così bastava appena il terreno alla gente (uscita di casa all’annunzio)

e trassero a stuoli in un prato, uomini e donne.

E cuori si squarciarono, non che i vestiti, e usignuoli ripeteano il

verso, e animi (forti) sbigottirono ed (alti) intelletti.

Eran vestiti a festa come candide colombe, e ritornarono che parean

corbi, con le gramaglie del dolore.”

Ho tradotto “bigie” il plurale _wurk_, che ha in origine tal

significato, e indi vuol dir “colombe:” ma non si può rendere in

italiano il bisticcio che fa questo vocabolo con _werek_ “fronde,”

in guisa che permette al poeta di ripigliare la figura nell’altro

verso, dicendo che piangerebbero anche i rami, ec. Nel penultimo verso

il verbo che ho tradotto “ripetere,” nasconde un’altra malizietta

del poeta, significando al tempo stesso “gorgheggiare” e “recitare

il motto: Noi appartenghiamo a Dio ed a lui ritorneremo.” Cotesta

sentenza, tolta dalla sura II, v. 151, del Corano, sogliono borbottare

i Musulmani ne’ maggiori pericoli o calamità. Come si fa a riportare in

italiano gioielli di tal pasta?

[951] _Bibl._, pag. 582. Questo e i due squarci di Abd-er-Rahman da

Trapani e d’Ibn Bescrûn, che daremo or ora a pag. 756 e 759, furono

pubblicati per la prima volta, con traduzione francese, dal baron De

Slane nell’articolo del _Journal Asiatique_, II serie, tomo XI, pag.

362 segg. (1841), nel quale ei die’ ragguaglio della traduzione della

Geografia di Edrîsi, per M. Jaubert.

Io ho confrontato il testo col Ms. del British Museum e l’ho ristampato

nella _Bibl. arabo-sicula_, con le varianti e con le lezioni ch’io

presceglieva e quelle anco che m’erano gentilmente proposte dal dotto

professore Fleischer. Il barone De Schack, op. cit., II, 41, 42, 261,

ha data di questi squarci una buona traduzione tedesca, in versi,

fondata sul testo della _Biblioteca_.

[952] Il baron De Slane ha letto _’Akîk_ “corniola.” Ma _’Atîk_

“vecchio” significa specialmente vino; e mi conferma in questa lezione

la desinenza femminile dell’aggettivo che segue.

[953] Ma’bed fu celebre cantatore della corte omeiade in Damasco.

[954] Ho seguite in questo verso due lezioni diverse da quelle dello

Slane.

[955] Evidentemente allude a quella che un tempo fu chiamata “la Sala

verde;” su la quale si vegga una erudita dissertazione del barone

Raffaele Starrabba, nelle _Nuove Effemeridi Siciliane_ del 1870.

[956] Altrimenti detti della Favara. Una delle due sorgenti d’acqua

del parco regio che racchiudea la villa alla quale fu dato tal nome,

si chiamava della Rupe; come l’attesta Ibn-Haukal, nella _Bibl.

arabo-sicula_, pag. 9 e nel _Journal Asiatique_, serie IV, tomo

V (1845), pag. 99. Il nome veniva dalla rupe ora detta di Santo

Ciro, sotto la quale sgorga quell’acqua, che si addimanda ancora di

Maredolce, dal lago che faceva un tempo.

[957] _Bibl._, pag. 581 segg.

[958] Io veramente non son certo che la voce “_bahrein_” s’abbia qui

a tradurre due mari, più tosto che due laghi. Nel primo caso, l’un

de’ mari sarebbe il golfo di Palermo e l’altro il lago d’acqua dolce,

doppio o scempio che si voglia supporre. Nel secondo caso, il poeta

potrebbe alludere a’ due laghetti formati dalle sorgenti di Maredolce

e della Favara propriamente detta, le quali sono distanti quattro

chilometri l’una dall’altra. La prima alimentava certamente un lago; ma

che questo si estendesse fino alla seconda non è provato, per quanto io

sappia, da scritture, nè dalla topografia.

[959] Ancorchè il lago di Maredolce sia prosciugato fin dai principii

di questo secolo, il letto della parte superiore si scorge benissimo,

e non v’ha dubbio che il castello o villa regia sporgea dentro il lago,

ma rimanea congiunto alla riva.

[960] Seguo le lezioni proposte dal Fleischer, nella _Bibl.

arabo-sicula_, pag. 585.

[961] Leggo il secondo emistichio in modo da mutare affatto il

significato supposto dal baron De Slane.

[962] _Corano_, sura LXXXI, verso 12.

[963] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 587 seg. e 616, dove si legge una

breve notizia che ne dà il Dsehebi, nelle _Biografie de’ Grammatici_.

[964] Così anche il suo prototipo, Ka’b-ibn-Zoheir, nel celebre

poema che gli valse il perdono di Maometto, incomincia piangendo per

l’allontanamento della bella So’àd e passa d’un salto alle lodi del

Profeta.

[965] “Cercando sollievo, ei volea porre altra (bella) in vece di So’àd

nel nocciolo del suo cuore;

E sperava che, per principio, l’immagine di lei venisse a visitarlo (in

sogno): ma il gran dolore gli negò la dolcezza del sonno.

Oh se vi fosse stato il re Ruggiero, quel che fa conoscere agli amici

la magnificenza del suo affetto,

Non avrebbe (il poeta) ricusato di bere nella tazza preziosa, il giorno

che (So’âd) allontanossi; ma avrebbe visto nell’oroscopo del re la

faccia della gloria.

. . . . . . .

Pronto a’ doni, com’è pronta l’indica spada ch’ei brandisce a due mani

il giorno della mischia,

Rifulge nelle tenebre l’aurora della sua fronte, talchè diresti che la

luce del Sole invidia anch’essa questo (eroe).

Egli ha piantata la tenda là dove spuntano i Gemini: le Plejadi e i due

grandi luminari gli fan da piuoli;

E quando s’arruffano le cose, allora il suo brando affilato scrive

coll’inchiostro suo, in guisa da far tornare bianchi que’ che parean

più neri.

. . . . . . .

O monarca, roccia di granito su la quale la fierezza tien saldi i pie’;

Tu che, provocato dagli spiriti dei nemici, li disperdi scherzando,

percossi dai tagli delle tue spade.”

[966] Dozy, _Catalogus_ CC. OO., _Bibl. Acad. Lugduno Batavae_, tomo

II, pag. 263, tra i titoli de’ capitoli e i nomi de’ poeti che leggonsi

nella _Kharîda_ d’Imâd-ed-dîn. Si confronti la _Bibl. arabo-sicula_,

pag. 599, 601.

Il _Mokhtar_ è registrato da Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, IV, 146,

n. 7901 e V, 438, n. 11590 e nella _Bibl_. cit., pag. 704, 705. Notasi

inoltre in Hagi-Khalfa, III, 593, n. 7146, un _Sirr-el-Kimia_ (Segreti

dell’Alchimia) dello stesso Ibn-Bescrûn.

[967] _Bibl._, pag. 583. Si riscontrino le spiegazioni che abbiam date

per alcuni vocaboli, trattando di quell’altro componimento qui innanzi

a pag. 755 segg.

Anche qui ho preferita qualche lezione diversa da quella che seguì il

baron De Slane nella sua prima pubblicazione.

[968] La voce _ghoraf_, plurale di _ghorfah_, è stata dal baron De

Slane tradotta un po’ vagamente _étages_. Il significato di “loggia,

belvedere,” si scorge preciso ne’ passi di Makrizi, _Kitâb-el-Mowâ’iz_,

testo di Bulâk, tomo II, pag. 250, lin. 19, e di Ibn-Giobair,

ediz. Wright, pag. 271: e così lo dà anche il Cuche, nel Dizionario

Arabo-Francese, Beirut, 1862. Intorno gli altri significati, si vegga

la voce “Algorfa” nel _Glossaire des Mots espagnols_, etc. per Dozy ed

Engelmann.

[969] Ho amato meglio lasciar questo vocabolo indeterminato com’esso

è nel testo. Pur sembra che il poeta, più tosto che alla cacciagione

del parco reale, abbia voluto alludere a’ lioni di marmo notati dal

poeta di Butera, al quale ei risponde, seguendo non solamente il metro

e le rime, ma facendo anco la parafrasi di ciascuna idea, come in un

indirizzo parlamentare con cui l’uso vuol che si riscontri per filo e

per segno il discorso del trono.

[970] Il testo ha la voce _dibag_ e la mette al plurale. Di questa voce

abbiam già fatta menzione e la traduciamo _broccato_, perchè dinota

ricco e grave tessuto di seta.

[971] Mi par che in questo verso il verbo s’abbia a supporre

all’optativo, che in arabico è il passato. Mi discosto in ciò dal

baron De Slane che ha tradotto “Il est là” etc. Intendo poi in modo

affatto diverso gli ultimi due vocaboli, ch’egli ha resi “admirables

monuments.” _Mesched_, di cui abbiamo qui il plurale, significa

luogo di adunanza, luogo dove si fa testimonianza, e indi “martirio,

santuario;” ma non so che gli Arabi abbian mai chiamato così un

sontuoso edifizio in generale. Seguendo questo pensiero, che non

è arabo, nè del XII secolo, il dotto traduttore ha dovuto usare

forza all’ultimo vocabolo e farne uno degli aggettivi che oggidì si

accoppiano inevitabilmente con “monumento.”

[972] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 586. I versi leggonsi nel Ms. di

Parigi, fog. 10 verso. Ed ecco que’ della kasida:

“Quanti uomini eccelsi la fortuna ha messi giù, in condizione

inferiore, dopo aver sorriso ad essi!

Quanti uomini da nulla si sono rimpannucciati: han salito ogni monte,

arrampicandosi fino alla cima!

Maledetta la fortuna che ha depressa l’altezza del mio grado; m’ha

scemati i fratelli e moltiplicate le ingiurie!

Quand’ella oscura la riputazione d’un uomo, eccotelo stecchito: a chi

lo guardi, par ch’ei dorma (l’ultimo sonno).”

[973] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 581.

Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato

veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe della

_Biblioteca_, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale

lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta.

Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non

veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì

impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati

a Ruggiero.

[974] Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:

“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori,

mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.

Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della

Cina (per farmi onore).

La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo

(affronto).”

Ecco l’altro epigramma:

“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme

in mano.

Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti

ammazza luccicando.”

[975] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.

[976] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 582. Questi due versi portano a

credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo,

ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si

riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista

la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare

anche così.

[977] Nel Ms. di Parigi, fog. 8 verso e 9 recto.

Sono tre squarci, dei quali traduciamo quel che ci sembra il migliore.

“Mi lamentai, ed ella disse: Tutto questo mi dà noia! Che Dio sollevi

il tuo cuore dall’amor che senti per me!

Ma quand’io nascosi la passione, eccola a tentarmi: Troppo hai sofferto

(in silenzio). Non fa così chi è afflitto profondamente.

Dunque s’io mi appresso, ella mi respinge, e s’io mi allontano per

farle piacere, me l’ascrive a colpa.

Le querele divengon fallo; la pazienza la fa andare in collera;

s’affanna quand’io sto lungi, e fugge quando son presso.

Oh vicini, se sapete qualche artifizio (che mi tolga da quest’impaccio)

consigliatemelo e che Dio ve ne rimeriti!”

[978] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 599. Imâd-ed-dîn dice ch’egli “arrivò

al tempo di Nûr-ed-dîn e morì, ec.” Dunque era già in Damasco quando se

ne impadronì Norandino.

“Ve’ l’accinto, che tien la croce appesa al collo e s’avvolge

l’evangelo attorno il farsetto!

Ei spegne il fuoco a notte inoltrata e in vece di candela adopra la

fragranza del fiasco.

Il suo bicchiere comparisce al viaggiatore notturno come stella che lo

conduce infino all’aurora.”

Ho tradotto “accinto” l’aggettivo _mozanner_, ossia “cinto di zonar,”

cioè quella cintura che, secondo le leggi musulmane, dovean portare gli

“_dsimmi_” ossia Cristiani, Giudei e Sabii, per distinguersi dal popolo

dominante. Qui vuol dir meramente, cristiano. Non so se i Cristiani

di Palermo nel XII secolo usassero una fascia al cinto; ma dicerto non

v’erano obbligati.

Ho reso “farsetto” la voce _wisciâh_, della quale si è detto poc’anzi.

Il poeta, senza dubbio, adopera la voce vangelo per significare

qualche preghiera cristiana scritta su striscia di pergamena, qualche

“Postiglione di San Francesco di Paola” usato in quei tempi.

Il secondo verso allude evidentemente al notissimo statuto normanno del

coprifuoco.

[979] Si vegga la _Rivista sicula_ di novembre 1869, pag. 378 segg.

[980] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 581. I versi nel Ms. di Parigi, fog. 6

verso.

“Costei che t’ammalia con gli occhi e sembra una huri fuggita dal

Paradiso,

Sorridendo ti fa vedere perle e gragnuola, sparse in mezzo all’acceso

color della corniola.

La sua bellezza ecclissa la luna del Cielo; e quando tu affisi le sue

pupille, ti senti inebriare.

Il viso splende com’oro al par del Sole; il petto e il grembo sono un

mucchio di gioielli.

Io le dissi, fuor di me pel dolore, accecato ch’io era da’ raggi della

sua luce,

O superba, tu mi respingi perchè ne gioisca il mio detrattore!

Ed ella a me: Io ho un cuor duro, da far malo augurio allo spasimante

che prende a gioco l’amore.

E andò via, come la luna nella sua altezza, con superbo incesso, senza

voltarsi.”

[981] Ms. citato, fog. 7 recto.

“Io ti racconto, o signor mio, cose che uomo non ha mai patite;

Calamità che m’erano scritte su la divisa dei capelli, con le quali or

compio il mio destino.

Fui preso, ahimè, e (lo giuro) per la tua vita, io non me ne accorsi:

La vidi che stava sopra un _talmik_ (?) come se il ramo avesse portata

(per frutto) la luna.

Ed avventommisi addosso fieramente. Che opera così l’uom generoso

quand’ei può?”

[982] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 582. I versi leggonsi nel Ms. di

Parigi, fog. 7 verso, seg. Lasciando la proposta e risposta, alla quale

ho accennato, tradurrò alcuni altri di simile argomento.

“Smettono le ingiurie e scansano la collera. Capisco e lor concedo

favori,

E perdono il mal che mi han fatto; (perdono) di tutto cuore, pienamente.

Volentieri sentirei, e valuterei molto, una parola di rincrescimento:

essa porterebbe via, tondo, ogni mal fatto.

Mi seppe salmastra l’acqua del vostro affetto e pure la bevvi, e volli

mescere (in cambio) dell’acqua dolce!”

[983] Come Aghlabita egli apparteneva alla tribù di Sa’d. Tuttavia

questo nome etnico si potrebbe riferire al Kasr-Sa’d presso Palermo,

di cui Ibn-Giobair, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 88 e nel _Journal

Asiatique_ di gennaio 1864, pag. 75, 76.

[984] I versi e il cenno biografico si leggono nel Fewât-el-Wafiâl,

di Mohammed-ibn-Sciakir-el-Kotobi, stampato al Cairo il 1283 (1866),

pagina 354 segg.

Troviamo a pag. 355:

“Bianche (donzelle) con uno sguardo sfoderano spade affilate, le (cui)

guaine sono le palpebre.

E (indi nelle nostre) gote le lagrime scavano solchi e gli occhi

abbondano come fonti.”

[985] “Hai neglette le faccende tutte quante, senza adoprarti perchè

andasser bene, nè affliggerti (del contrario).

Pur l’uno e l’altro, ancorchè contrarii, tornano allo stesso effetto,

cioè far andare a male ogni cosa.

Ecco che noi si scrive questo, si ordina quest’altro, e poi si ritorna

com’eravam prima.”

[986] “Ed io con ogni aura gli mandava un saluto, per tutto il tempo

che soffiavan l’aure, mattina e sera!”

[987] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 599. Si vegga il capitolo iv di questo

libro, pag. 485 del volume.

[988] Cap. v di questo libro, pag. 541.

[989] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 107, 109, 111, 112, 124, 126,

con le varianti date nella mia Prefazione, pag. 42.

[990] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 152, 153. La tribù dei Beni-Rowaha

stanziava ne’ dintorni di Barka.

[991] Secondo alcuni Panaria è l’Evonymos degli antichi e secondo

altri l’Hicesia; ed altri dà il primo o il secondo di cotesti antichi

nomi ad altra delle isole Eolie. Non è facile decidere simili dubbii,

essendo le Eolie vicinissime tra loro, ed alcune sì piccole, che nella

descrizione talvolta si trascurano come scogli. Pure le latitudini e

longitudini delle varie isole Eolie, secondo Tolomeo, aggiungon fede

alla opinione che identifica Hicesia con Panaria.

[992] _Bibl_., testo, pag. 22, 23.

[993] Op. cit., pag. 24. M. Jaubert ha tradotto poco esattamente questo

luogo nel vol. II, pag. 73, lin. 2, 3.

[994] Op. cit., pag. 24. Traduco “antilope” il vocabolo _zabia, tzabia,

dhabia, thabia_, ec., che gli Arabi forse apposer vagamente a novella

specie del genere _cervus_, o del genere _capra_, forse il camoscio o

il capriolo, quando la videro per la prima volta ne’ paesi occidentali.

Il _Vocabulista in arabico_ dà i due significati diversissimi di

“capra” e “damma.”

[995] Amico, _Dizionario topografico della Sicilia_, nel capitolo di

Favignana.

[996] Lib. IV, cap. xiij, pag. 443 del II volume.

[997] _Bibl._, pag. 36. Il testo ha precisamente _merkeb_; voce

generica, usata per le navi con ponte.

[998] Op. cit., pag. 38.

[999] Op. cit., pag. 40, 41. L’autore si serve dei vocabolo _merkeb_

nel primo caso, e di _kârib_ nel secondo. Credo che i _merkeb_ siano

stati, in generale, più grandi che i “lautelli” e altri legnetti ai

quali or dà ricovero quel porto.

[1000] Op. cit., pag. 35, 39.

[1001] Op. cit., pag. 41.

[1002] Op. cit., pag. 36.

[1003] Op. cit., pag. 38. Il nome arabico, or corrotto in quella strana

forma, è _’Ain-el-aukât_. “La fonte (che sgorga) a momenti.”

[1004] _Bibl._, pag. 35.

[1005] Op. cit., capitolo VII, sotto i nomi citati.

[1006] Ho toccato quest’argomento nel libro II, cap, vj, xij; lib. IV,

cap. iv; lib. V, cap. x: vol. 1, pag. 326 segg., 465 segg.; vol. II,

pag. 275 segg.; vol. III, pag. 309 segg. Tre volte par di afferrare il

bandolo nella descrizione d’Edrîsi, e subito lo si perde. L’_iklim_

di Demona non può rispondere al _valle_, perchè ve n’ha tanti e

tanti altri nell’isola; e non può significar territorio di comune,

perchè Edrîsi non descrive Demona, nè la nomina in altro luogo che

questo. Sembra poco appresso di trovare il riscontro in _’aml_, che

vuol dir governo e territorio sul quale si estende; tanto più che

questo vocabolo occorre in Noto (pag. 37 dei testo), la quale ha “un

_’aml_ di larga superficie ed un _iklim_ di eccellente condizione:”

e il dubbio par divenga certezza in Castrogiovanni, col suo “_’aml_

di larga superficie e i suoi _iklîm_ di larghe condizioni;” il qual

bisticcio mostrerebbe almeno che un _’aml_ potea contenere parecchi

_iklîm_. Ma ecco l’_’aml_ e lo _iklîm_, al singolare, anche in Marsala;

i vasti _iklîm_ di Mazara e di Trapani, alle quali non si dà _’aml_

(pag. 40); e gli _iklîm_ di Cefalù, Calatamauro, Calatubo e Licata, e

Sciacca, ch’era «come la città capitale degli _iklîm_ e degli _’aml_

dei dintorni.» Da ciò si potrebbe conchiudere che que’ due vocaboli non

avessero significato tecnico in Sicilia, come l’avevano in Egitto (cf.

vol. II, 275, nota 4), o che Edrîsi li adoperasse a capriccio, o infine

che gli _iklîm_ fossero due soli nella Sicilia orientale, e assai

numerosi nella regione a ponente di Castrogiovanni.

A quest’ultimo supposto mi par che conduca l’ordine seguìto da Edrîsi

nella descrizione de’ paesi posti dentro terra. Ciò ch’io dico, si

capirà meglio quando si legga la descrizione di Edrîsi con una carta

alle mani, e si pongano su i paesi de’ segni di colore diverso,

cambiandolo ogni volta che l’autore torna addietro. Così il Valdemone,

ch’è l’ultimo nella descrizione, si vedrebbe ben distinto dal Val

di Noto, ch’è il penultimo. Ma a ponente del Salso e di Fiume Torto

i colori si moltiplicherebbero. Quivi l’autore si va aggirando con

uno scopo, che non mi par quello di seguire le vie di comunicazione.

Perocchè movendo da Palermo, com’ei dice, alla volta di Castrogiovanni,

cioè dell’E.S.E., s’arresta quivi ad un terzo del cammino su la sponda

sinistra del fiume Torto, donde salta a Giato, una cinquantina di

chilometri a ponente, nè ripiglia la via di Castrogiovanni pria d’avere

percorso in varie direzioni la più parte del Val di Mazara. Ma nemmeno

ei compie la descrizione di tutti i paesi e de’ fiumi che appartennero

a quello nella nota tripartizione dell’isola. Dico sempre dei paesi

dentro terra; poichè quei della marina sono descritti in fila, movendo

da Palermo per levante e ritornando dal lato opposto, senz’altro

cenno d’_iklîm_ che quel di Demona, il quale d’altronde si dice dove

principii, ma non dove finisca.

Ora l’ordine de’ paesi dentro terra dà indizio che la descrizione

sia stata fatta su carte parziali, ovvero relazioni parziali, le

quali non sappiamo con quale ragione fossero state distese. L’antica

divisione de’ due Imera, rinnovata dall’imperator Federigo, non fu

osservata di certo al tempo di re Ruggiero; poichè l’autore si ferma

la prima volta al fiume Torto, non già al fiume Grande, ossia Imera

settentrionale. Egli poi passa e ripassa l’Imera meridionale, ossia

fiume Salso, in guisa da far credere che pria del Val di Noto voglia

descrivere quel che veggiamo al principio del secolo XV col titolo Val

di Girgenti e di Castrogiovanni, o piuttosto che percorra l’una dopo

l’altra le due province riunite sotto tale denominazione nel XV secolo.

La circoscrizione in quattro valli, cioè i tre notissimi e quello di

Girgenti e Castrogiovanni, si scorge dal censo del 1408, pubblicato dal

Gregorio nella Biblioteca aragonese, II, pag. 490 segg.

[1007] Ritraggo dal mio dotto amico Isidoro La Lumìa, direttore

dell’Archivio Regio di Sicilia, che, tra i documenti trovati infino al

settembre 1871, il primo che portasse la circoscrizione dei tre valli

torna al 1477.

[1008] Palermo, Termini, Cefalù, San Marco, Oliveri, Catania, Siracusa,

Mazara, Marsala, Carini, Adernò.

[1009] Il testo ha qui il plurale della voce _hanût_, ma la spiega

meglio con quel che segue. Ho tradotto _magazzini_ per avvicinarmi

al significato nostro attuale, ancorchè questa voce, araba anch’essa,

abbia in origine un significato diverso.

[1010] Si ha ad intendere i magazzini e alberghi de’ mercatanti

stranieri, grandi stabilimenti come que’ de’ Pisani, Genovesi e

Veneziani ne’ paesi musulmani. Ognun sa che la voce italiana _fondaco_

viene da quella, ma non ha lo stesso significato. All’incontro in

Sicilia, come in Tunis, denota adesso gli alberghi d’infima classe per

gli uomini e per le bestie da soma.

[1011] Sono questi in Oriente gli alberghi pei viaggiatori di carovana.

Mi par che Edrîsi adoperi un po’ a capriccio le denominazioni delle

varie specie di alberghi e botteghe.

[1012] Edrîsi nella descrizione di quelle città.

[1013] _Bibl._, pag. 23.

[1014] Op. cit., pag. 22 a 25.

[1015] Op. cit., pag. 42.

[1016] Op. cit., pag. 93.

[1017] Op. cit., pag. 45. Il testo ha “prigione _motabbak_,” cioè

coperta. Coperta senza dubbio di vòlta e probabilmente sotterranea.

[1018] Op. cit., pag. 40.

[1019] Op. cit., pag. 63.

[1020] Mancano oggidì in provincia di Palermo: Burkâd (Broccato

castello), Sakhrat-el-Harîr (Roccella, ossia Campofelice, presso

Cefalù), Khazân, Pitirrana, Giato, Calatrasi, Kala’t-et-Tarîk,

Raia, Margana, Khassu, Menzil-Sindi, Calatamauro, Harraka, Makara,

Rekka-Basili, che fan 15; in provincia di Trapani, El-Asnâm (ossia

gli Idoli, Selinunte), Kalatubi, Rahl-el-Mara, Miragia, Rahl-el-Kaid,

Rahl-el-Armel, Kasr-ibn-Menkud, che son 7; in provincia di Girgenti,

Platano, Gardsuta, Kerkudi, 3; in provincia di Caltanissetta, Tavi,

1; in provincia di Catania, Sceliata, Kala’t-el-Fâr e Melgia-Khallî,

3; in provincia di Siracusa, Cassibari, 1: e in provincia di Messina

Kaisi, Maniaci, Mengiaba e Mikosc, 4. Ma quest’ultimo torna forse a

Mandanici o Fiumedinisi, e Mengiaba a Floresta o Tortorici. Similmente

a Kerkudi sembra sostituita Sommatino; Partanna a Gardsuta; Castelbuono

o Santo Mauro a Rekka-Basili; e nel sito di Kassn, o non lungi, è sorta

Ciminna. Il numero dunque si può ridurre da 34 a 28, cioè 22 in val di

Mazara e 6 nella Sicilia orientale.

[1021] Si vegga la Introduzione alla mia _Carte comparée de la Sicile_,

Paris, 1859, pag. 21 segg., ed a pag. 27 segg., l’Indice topografico

cavato dagli scrittori e da’ diplomi. Mi son venuti poi alle mani

molti altri nomi di luoghi abitati nel medio evo; e un grandissimo

numero se ne dee tenere perduto o non ancora scoperto. Se ne può già

raccogliere buon numero ne’ pochi lavori usciti alla luce dopo quel

mio scritto; tra i quali citerò solo le _Mem. stor. Agrigentine_

del sig. avvocato Giuseppe Picone, 1866-1870, e la bellissima carta

della Sicilia, pubblicata non è guari dal nostro Stato Maggiore. In

questa, non ostante i molti errori che son corsi nella trascrizione

de’ nomi topografici, si riconoscono bene quei dell’età musulmana,

dati evidentemente a casali, villaggi o castella, essendo costruiti coi

vocaboli _rahl, menzil, kala’t_. Da un’altra mano, il numero de’ comuni

e villaggi moderni si cava da notizie officiali, nelle quali sarà forse

qualche errore; ma di unità, non già di diecine. Al principio di questo

secolo la Sicilia avea da 354 tra città, terre e casali, come si legge

nella Prefazione al _Nuovo dizionario geografico_, ec. della Sicilia,

per Giuseppe Emmanuele Ortolani, Palermo, 1819, in-8º. Lo _Stato

generale delle Poste_, Palermo, 1839, correttivi i raddoppiamenti di

nomi e gli errori di villaggi segnati come comuni, ha 357 comuni e

204 villaggi. Secondo il censimento del 1861, il numero de’ comuni era

di 361: ed ora se ne contano 359, per la solita vicenda della piccole

popolazioni che si uniscono a’ comuni maggiori o se ne spiccano.

[1022] I comuni odierni son questi: Borgetto, secolo XIV; Parco, XVI

(?), Santa Cristina, XVII; Godrano, XIV; Corleone; Campofiorito, XVII;

Contessa, XV; Roccamena, XIX; Camporeale, XVIII; San Giuseppe Jato (o

dei Mortilli), XVIII; Piana de’ Greci, XV; Valguarnera, XVI. I tempi

della istituzione in comuni o villaggi son tolti dal _Dizionario

topografico_ dell’Amico, con le aggiunte del traduttore signor Di

Marzo.

Su la misura del territorio si vegga, nell’errata, la correzione alla

pag. 536 del presente volume.

[1023] Si potrebbe dir per avventura che se 3 de’ 130 grossi paesi

del XII secolo suddivideansi in 50 luoghi minori abitati, questi

ultimi doveano tornare in tutta l’isola a 2166; e se il territorio

di 42 comuni odierni contenea nel XII secolo 50 di que’ luoghi

minori, il territorio de’ 361 comuni del 1861 doveva essere, nel XII

secolo, occupato da più di 1500 luoghi. Io non intendo già applicare

la regola del tre alla topografia comparata; ma ognun vede come le

proporzioni confermano il numero dedotto dalla lista dei nomi che ci è

venuto fatto di raccogliere. Aggiungo che il divario delle condizioni

etnografiche e topografiche, il quale esclude nel presente caso ogni

rigor di proporzione, porta anco de’ compensi. Per esempio, le terre,

la più parte frumentarie, dei tre paesi nominati, non ammetteano

tanti agricoltori quanto i giardini presso le grandi città; e da

un’altra mano, quelle colline coltivate da Musulmani erano suscettive

di maggiori spostamenti di popolazione, che le montagne boschive del

Valdemone, abitate sempre da Cristiani. Perciò gli elementi del calcolo

tornano meno fallaci, che non parrebbe a prima giunta.

[1024] _Bibl._, pag. 34.

[1025] Op. cit., pag. 41.

[1026] Op. cit., pag. 42. Edrîsi distingue due sorte di pietra molare;

l’una delle quali detta da acqua, e l’altra _fârisi_, ossia _persiana_.

Non trovo cotesta varietà nel Kazwini. Il mio dotto amico, il professor

G. G. Gemmellaro, benemerito per importanti ricerche geologiche su la

Sicilia, ha osservata nelle vicinanze di Calatubo, Alcamo e Calatafimi,

una estesa formazione di arenaria, che in certi punti diviene

eccellente pietra molare.

[1027] Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 442, 443, del II volume.

[1028] Nessuna memoria ci attesta che i Normanni di Sicilia abbiano

adoperato il fuoco greco. Tuttavia si potrebbe supporre senza tanta

inverosimiglianza, quando si sa che l’armata degli Ziriti di Mehdia

conosceva quel segreto, e v’ha ragion di credere che non lo avessero

ignorato i Musulmani di Siracusa. Si vegga il nostro libro V, cap. vj,

e il libro VI, cap. j, e pag. 165 e 367 del presente volume.

[1029] Si vegga il cap. x di questo libro, pag. 669 del volume, con la

correzione fatta nell’errata.

[1030] Questi ragguagli, dati largamente da Ibn-Scebbât e

in poche parole da Kazwini, sono attribuiti dal primo ad

Abu-l-Hokm-ibn-Ghalanda, e dal secondo ad Ahmed-ibn-Omar. Di questi

due autori noi non abbiamo opere nè notizie biografiche, se non che

Ibn-Scebbât annunzia il suo Abu-l-Hokm come continuatore del Bekri, e

dichiara darne estratti compendiati; e che Edrîsi novera il secondo

tra gli autori delle opere geografiche studiate da re Ruggiero.

All’incontro la notizia su la estrazione del petrolio è più compiuta

ed anche più corretta in Kazwini, il quale dà sempre i passi di

Ahmed, senza dir ch’ei li scorci. Dalla identità de’ fatti e di molte

parole argomento che il testo sia un solo. E poichè d’Ibn-Ghalanda non

sappiamo quante generazioni sia vissuto dopo il Bekri, ma di Ahmed egli

è certo che abbia scritto avanti il 1154, dobbiamo attribuire a lui

le due descrizioni, finchè non ci occorra prova in contrario. Così il

fatto narrato risale alla prima metà del duodecimo secolo.

[1031] Questo mese siriaco risponde al febbraio.

[1032] Si confrontino le due compilazioni nella _Bibl._, pag. 142 e

210. Secondo il Kazwini, che dà il testo di Ahmed-ibn-Omar, il petrolio

si separava in vasi chiamati _iggiana_ e si riponeva nelle _kârûra._

Ibn-Ghalanda, o il suo compendiatore, usa, per indicare i primi, un

vocabolo che par s’abbia a leggere, col Fleischer, _kasa’h_.

[1033] _Bibl._, pag. 210.

[1034] Op. cit., pag. 12. Sorgeva allora presso i bagni un castello

che prendeva da quelli il nome di _Kala’t-el-Hamma_, trascritto

Calathammeth in un diploma del 1100.

[1035] Op. cit., pag. 30.

[1036] _Bibl_., pag. 35. Parmi che, allora com’oggi, varii paesi delle

falde orientali dell’Etna portassero il nome di Aci, poichè il paese è

designato nel testo arabico con le lettere _Liâg_, che par bell’e buono

Aci, preceduto dal nostro articolo maschile plurale. Si confronti il

libro III, cap. iv, nel II vol., pag. 85, nota 4.

[1037] Op. cit., pag. 32, 49, 59, 62. Si confronti il lib. IV, cap.

xiij, a pag. 445, del II vol.

[1038] Op. cit., pag. 24. Certamente la Sicilia non producea molto olio

nel medio evo. Si vegga il cenno che abbiam fatto di questa vicenda

economica, nel libro II, cap. x, pag. 415, del I volume; si riscontri

il libro IV, capitolo xiij, pag. 443, del II volume, e si ricordi

particolarmente il diploma del 1134, presso Pirro, _Sicilia Sacra_,

pag. 975, nel quale è conceduto al Monastero del Salvatore in Messina

di esportare per l’Affrica 200 salme di frumento “ad emendum oleum et

reliqua necessaria eis, quae in Africa sunt.” In un diploma del 1249,

presso Mongitore, _Sacrae Domus Mansionis.... monumenta_, è nominato

l’uliveto di San Giovanni de’ Leprosi, presso Palermo, contiguo alla

piantagione delle palme.

[1039] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 408.

[1040] Presso Caruso, loc. cit.

[1041] Ibidem. Negli orti i cetriuoli, i cocomeri, i poponi; ne’

giardini melegrane, arance, cedrati, lime, noci, mandorle, fichi,

carrube.

[1042] _Bibl._, pag. 43.

[1043] Op. cit., pag. 32.

[1044] Op. cit., pag. 33.

[1045] Op. cit., pag. 65.

[1046] Diploma di Silvestro conte di Marsico, dato del 1140, presso De

Grossis, _Decacordum_, Catania, 1642, I, pag. 77.

[1047] _Bibl._, pag. 43. Gli Arabi chiamano _katniah_, al plurale

_katâni_, le piante leguminose; come si conferma con Lane, _Lexicon_,

lib. I, pag. 440, colonna 2ª, alla voce _giullugiân_, e col

_Vocabulista in arabico_, pag. 523, al vocabolo _vicia_. Il Ms. arabico

di Parigi, _Ancien Fonds_, 78, fog. 696 verso, chiama anche così i

legumi di che si cibavano ne’ giorni di magro i frati del monistero del

Monte Negro, presso Antiochia. Si vegga infine il _Riadh-en-Nofûs_, Ms.

di Parigi, _Ancien Fonds_, num. 752, fog. 50 recto.

[1048] Diploma del 1140, che abbiam citato nel libro IV, cap. xiij,

a pag. 448 del II volume, nota 2. Il cotone era coltivato in Puglia e

in Sicilia ne’ principii del XIV secolo, come attesta Marino Sanuto,

_Secreta Fidelium Crucis_, lib. I, parte I, cap. 2.

[1049] Diploma del 15 dicembre 1249, presso Bréholles, _Hist. Diplom.

Friderici II_, tom. V, pag. 571 segg.

[1050] Falcando, presso Caruso, op. cit., pag. 408.

[1051] Diploma del 1249, citato poc’anzi.

[1052] Niccolò Speciale, libro VII, cap. ix, ed _Anonymi Chronicon

Siculum_, cap. lxxxvj, nella Biblioteca aragonese del Gregorio, tomo

I, pag. 475, e tomo II, pag. 207. Del dattileto della Favara si fa

menzione in parecchi diplomi della Commenda della Magione dal 1258

al 1267, delle cui date ci informa il Mortillaro nell’_Elenco delle

pergamene della Magione_, pag. 37 segg., 41, 42 segg., 53, 54, 57. Si

noti che sono concessioni di terreno nel dattileto, fatte la più parte

a fine di piantar vigne. Un altro diploma del 1316, pubblicato nello

stesso volume, pag. 214, 216, fa menzione dello stesso dattileto che

arrivava al Ponte detto dell’Ammiraglio.

[1053] La conghiettura ch’io già feci nel libro IV, cap. xiij, pag.

445 del secondo volume, nota 3, è confermata da un aneddoto che si

legge nel _Riadh-en-Nofûs_, Ms. di Parigi, _Ancien Fond_s, n. 752;

il qual luogo, sfuggitomi quand’io percorsi quel prezioso codice, mi

è stato non è guari trascritto dal dotto amico il professor Dozy.

Un Abu-l-Fadhl, celebre tra’ giuristi ortodossi del Kairewân che

aborrivano sì forte dalla novella dominazione fatemita, ricusò un pezzo

di torta mandatogli in dono da un amico, perch’egli supponea fatta la

torta con lo zucchero di Sicilia, il quale, cavandosi da poderi che

avea conceduti l’usurpatore, i più scrupolosi lo teneano derrata di

origine illegale, da non potersi comperare nè accettare in dono.

[1054] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 408.

[1055] Diploma dell’agosto 1176, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag.

453.

[1056] Diplomi del 28 novembre e 15 dicembre 1239, citati in questo

libro, cap. viij, pag. 618, del volume.

[1057] Il Gregorio trattò quest’argomento in un opuscolo ristampato

a pag. 753 segg. della edizione del 1853, dal quale si vede che la

coltivazione dello zucchero si mantenne importante in Sicilia fino allo

scorcio del XV secolo; decadde nel XVI, quando passava nel Nuovo Mondo

la cannamela, trapiantata, come si dice, dalla Sicilia nelle Canarie;

ed era al tutto mancata nei principii del nostro secolo. La produzione

dello zucchero in Sicilia ne’ principii del XVI secolo è attestata da

Marino Sanuto, _Secreta Fidelium Crucis_, lib. I, parte I, cap. 2. Più

ampii ragguagli si trovano in Bartolomeo De Pasi, _Tariffa de’ pesi

e misure_, ec., Venezia, 1540, fog. 60 verso, 152 verso, 187 recto et

passim, e nella _Pratica della Mercatura_ di Niccolò da Uzano (1442),

presso Pagnini, _Della Decima_, ec., volume IV, pag. 162, 195. Queste

due preziose opere sul commercio dell’Italia, le quali provano la parte

che vi prese la Sicilia, rimasero ignote, come parmi, al Gregorio.

[1058] _Bibl._, pag. 57.

[1059] Op. cit., pag. 35.

[1060] Op. cit., pag. 64.

[1061] Op. cit., pag. 32.

[1062] Zohri e Ibn-Said, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 159, 134. Il

primo di questi autori attesta che si esportavano dalla Sicilia per

l’Affrica noci e castagne, e inoltre per varii paesi molto cotone,

storace e corallo. Coteste notizie vanno riferite al XII secolo,

ritraendosi dal manoscritto di Zohri, fog. 45 verso e 46 recto, che

l’autore si trovava presso Granata il 532 dell’egira (1137). E pertanto

si corregga la notizia ch’io dètti su lo Zohri nella Introduzione, a

pag. LIV, del primo volume.

[1063] Si vegga il Capitolo precedente a pag. 757 di questo volume, e

il libro IV. cap. xiij, a pag. 445 del secondo volume.

[1064] _Bibl._, pag. 24.

[1065] Op. cit., pag. 46. Secondo le distanze che leggiamo in Edrîsi,

questa terra, or distrutta, giacea di mezzo a’ due moderni comuni di

Vita e Roccamena, nel centro del Val di Mazara.

[1066] Op. cit., pag. 57.

[1067] _Bibl_., pag. 63.

[1068] Op. cit., pag. 65. Si vegga la nota 1, a pag. 776 del presente

capitolo, su questa terra che forse non ha mutato se non che il nome.

[1069] Op. cit., pag. 65.

[1070] Diploma del 25 dicembre 1239, già citato nel cap. viij di questo

libro, a pag. 611 del volume, nota 2. Si vegga presso Bréholles,

_Historia Diplomatica_, ec., tomo V, 504, un’altra lettera del 17

novembre 1239, su le greggi del demanio date in fitto a’ Saraceni.

[1071] Si vegga la citazione di Pietro d’Eboli, nel cap. vj di questo

libro, pag. 552 del volume, nota 4.

[1072] Si vegga il libro IV, cap. 13, a pag. 446 del II volume, nota

1-2.

[1073] Diploma del 17 novembre 1239, presso Bréholles, Hist.

Diplomatica, ec., tomo V, 524. Questa lettera è indirizzata a un

Paolino da Malta, il quale, per ordine dell’imperatore, avea mandati

otto cameli in Capitanata e ne ritenea tre in Malta per continuare la

razza.

[1074] _Bibl_., pag. 24, 55, 65.

[1075] _Bibl._, pag. 44.

[1076] Op. cit., pag. 42.

[1077] Op. cit., pag. 33.

[1078] Loc. cit.

[1079] Op. cit., pag. 32, 65.

[1080] Op. cit., pag. 30. Il testo, dopo la descrizione di Trabìa,

ch’era _mehall_, o diremo noi “borgo,” conservandogli il genere

mascolino, nota che si pescava il tonno nel porto “di essa;” onde

si dovrebbe riferire a Termini, di cui ha trattato poco prima,

chiamandola, al femminile, _kala’t_, ossia “rocca”. Ma il tonno si

pesca in oggi a Trabìa e non a Termini, ond’è da supporre piuttosto

sbagliato nel testo il genere d’un pronome, che mutato il passaggio di

quei pesci.

[1081] Op. cit., pag. 30. M. De Sacy, nella traduzione d’Abdallatif,

pag. 285 segg., ha fatta una lunghissima nota sul rei d’Egitto,

dalla quale si può conchiudere che questo non somiglia ad alcun pesce

de’ fiumi d’Europa. E M. Geoffroi De Saint-Hilaire, nella _Histoire

naturelle des poissons de l’Egypte_ (Description de l’Egypte, Hist.

Naturelle, I, 50), non gli dà nè anco nome europeo. Se poi il signor

De Goeje, nella traduzione del capitolo di Edrîsi su l’Affrica, lo

traduce _saumon_, citando anche il passo qui dianzi notato della

_Bibl. arabo-sicula_, s’ha a intendere del genere e non della specie:

dico il genere _salmo_, ch’è sì vasto nel sistema di Linneo ed anco

in quel di Cuvier; non già la specie _salmo vulgaris_, ec. notissima

in Europa co’ nomi di salmone, o sermone, saumon, salmon, lachs, ec.

Qui si tratta forse di qualche specie di trota, non rara nei fiumi di

Sicilia. È da notar che il vocabolo _Salmûn_, col quale è designato il

salmone in Egitto (v. Bochtor alla voce “saumon” e il _Dizionario arabo

e italiano_, Bulâk, 1822, pag. 171 e 213), si trova per l’appunto in

Edrîsi, qual nome del fiume or chiamato Gavarrello, che scende da Menfi

di Sicilia e mette foce a levante di Porto Palo (_Bibl. arabo-sicula_,

pag. 51).

[1082] _Bibl._, pag. 35.

[1083] Op. cit., pag. 36. Edrîsi dice espressamente nel fiume e non fa

mai menzione del lago; il quale allora forse non esistea, e di certo

non fu ingrandito che in tempi più vicini a noi.

[1084] Op. cit., pag. 39.

[1085] Diploma del 12 marzo 1240, presso Bréholles, _Historia Diplom.

Federici II_, tomo V, 820.

[1086] In Palermo le paste lunghe e non bucate, dette vermicelli

_di tria_, sono assai sottili. Quel vocabolo è passato anche nello

spagnuolo _eletria_, che si vegga in Dozy ed Engelman, _Glossaire_,

etc. Il _Kamus_ spiega il vocabolo _itria_ “cibo di farina in forma di

fili.” La gabella su l’itria facea parte de’ diritti fiscali ne’ tempi

normanni. V. Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. 4, nota 21.

[1087] _Bibl._, pag. 30.

[1088] Si vegga qui sopra a pag. 774.

[1089] La radice di questo vocabolo è _sana’_, donde i vocaboli

“darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che

di lavoro materiale.

Edrîsi dice di que’ _sani’_, artefici o artisti, nella descrizione de’

citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.

[1090] Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles, _Hist.

Dipl. Frederici II_, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si legge _et

Tabaccorum_; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo,

fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i

quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana.

Mi sembra assai più naturale correggere: _et trabuccorum_. Abbiam detto

a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di

Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.

[1091] Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag.

905. I _tarrasiatores_ sono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah

servo. È nominato con loro un maestro Wiccardo _tappetarius_. Questo

tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè

l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabico

_ferrâsc_, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del

volume, nota 4.

[1092] Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina

di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali,

proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è

conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier

(_Revue archéologique_ del 1865, articolo intitolato: _Vase

arabo-sicilien de l’œuvre Salémon_), crede anche opera siciliana

lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie

d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione

arabica.

[1093] Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al

Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti

o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa

dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel

duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nella _Rivista Sicula_ di

agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.

[1094] Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario

della Cappella Palatina, dato il 1309 (_Tabularium_, etc. n. LXIII), si

legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam

in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota

20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.”

_Cannata_, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con

manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il

vino.

[1095] La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data

alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente

lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola

dalle goffe appendici dei tempi successivi.

Il motto arabico che si volle imitare parmi: _Lillahi-l-molk_, “La

possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso

che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.

[1096] Si vegga Marryat, _A history of pottery_, etc., London, 1857, 2ª

ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin, _Guide de l’amateur des faïences_,

etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore,

_Histoire de la céramique en planches phototypiques_, Paris, 1869, in

fol., in corso di pubblicazione.

In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin

(Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.”

Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo

l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)”

(sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut

dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta

iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro

che una seguenza di _elif_ e _lam_ e altre lettere arabiche sfigurate,

le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza

della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV

secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola

26.

[1097] Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del

nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini;

l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle

porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di

maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati

in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per

l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre

vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’

caratteri cufici, _lillahi-l-molk_; e intorno il collo del vaso Burgio

son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:”

solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia

e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con

piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri

neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati

e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi

di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel

bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.

[1098] Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie,

nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito

monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo

Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà

delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e

degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste

stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica

antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza

che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho

viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho

trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’

frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata _’aml

tin_ “opera di terra,” _tin mohtawa_ “terra ritenente” o diremmo noi

impermeabile, e _tin ’amali_ “terra plastica.” In altri è il nome

d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico.

Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia

scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi

non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle

stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal

dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto

vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti,

che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come

la _dorrak_ di Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato

uno di questi orcioletti nella citata _Histoire_, etc., tavola XII,

figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza

assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh

(Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo

dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè,

essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto

in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.

[1099] Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame

con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli

spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.

L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di

San Ranieri, _Acta Sanctorum_, III, 448 (17 giugno), si legge che una

Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,”

pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri

morì il 1160.

[1100] _Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon_, par M. A. De

Longpérier, nella _Revue Archéologique_ del 1865.

[1101] Chabouillet, _Catalogue général des Camées, etc., exposés

dans le Cabinet des médailles et antiques_, Paris, 1858, in-8º, n.

3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale

(1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.

[1102] Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II · 第 51 / 53 题