legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte:
la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la
seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti,
al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà;
la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata egli _fuit
captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses_;
ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, et _Saraceni
etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie_, etc. Un altro
testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni,
diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val
di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì che _non audebant homines de
contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores_ (i
seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia) _vel vineas eorum_,
per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe
stato liberato in Guastanella, _nisi se ipsum per pecuniam redimisset_.
Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato
cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte
Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito,
col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la
detta contessa.
Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del
quale il Gregorio pubblicò un estratto, _Considerazioni_, lib. III,
cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche
altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era
stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.
La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad
una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.
[526] Diplomi di dicembre 1224 e 28 ottobre 1238. presso Bréholles, op.
cit., II. 918 segg. e V, 251; nel primo de’ quali si tratta soltanto
de’ richiami della corte di Roma per torti fatti al vescovo di Cefalù,
e il secondo risguarda Cefalù, Morreale, Catania.
Per Morreale si ritrasse che i Saraceni aveano fatte prede fino alle
mura della Chiesa e cacciati tutti i Cristiani da’ luoghi vicini. Ma
alle lagnanze l’imperatore rispondea che que’ Saraceni non ubbidivano
lui nè il papa, e ch’egli avea durati tanti travagli e tante spese per
costringerli, e gli era venuto fatto.
[527] Alla metà del XII secolo, il vescovo di Cefalù possedea molti
villani musulmani, come si scorge dalla platea che noi abbiam citata
nel libro V, cap. viij, pag 205, 211 del presente volume.
[528] Si vegga il lib. V, pag. 546 di questo volume.
[529] Giovanni Villani, lib. VI, cap. 14.
[530] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 613.
[531] L’inquisizione riferita nel diploma del 28 ottobre 1238, presso
Bréholles, op. cit., V, 251, ci fa sapere che “al tempo della guerra”
molti uomini del demanio s’erano rifuggiti ne’ possedimenti del vescovo
di Catania, allettati dal “luogo sicuro e fertile,” e che il demanio,
secondo il diritto de’ tempi, li avea richiamati alle loro sedi. In
vero non si dice che fossero stati musulmani.
[532] Le citazioni si vedranno nel seguito del racconto.
[533] Appunto è l’Appendice al cronista Malaterra, il quale raccontava
tanti fatti di Benavert, presso Caruso, op. cit., pagina 250.
[534] Si vegga il cap. primo del presente libro, pag. 374 del volume.
[535] Nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 491 segg. e nella
_Histoire des Berbères_, traduzione del baron De Slane, II, 335; il
quale, avendo seguita una lezione che lasciava in bianco il nome del
luogo, e non ricordandosi di Lucera, ha supplito tra parentesi Melfi.
L’errore del nome proprio sarebbe stato facilissimo, se Riccardo da
San Germano avesse scritto “Mirabs”, ed il copista avesse supposta
un’abbreviatura nelle ultime sillabe.
L’anacronismo d’Ibn-Khaldûn non dee far maraviglia. Oltre ch’egli
scrivea di memoria, la tendenza sistematica del suo ingegno lo portava
ad accomodare almeno le date alle cagioni da lui supposte. Fors’anco
furono estese per errore alla Sicilia, da lui o dagli autori de’
ricordi ch’egli usava, quelle condizioni che il governo hafsita avea
pattuite con Federigo per l’isola di Pantellaria, delle quali noi
tratteremo nel capitolo seguente.
[536] Bekri, _Description de l’Afrique_, testo arabico pag. 45
e versione di Quatremère, nelle _Notices et Extraits_, tomo XII,
pag. 499-500, afferma che la penisola di Scerîk prese il nome da
Scerîk-Ibn-’Abs, che fu uno dei governatori musulmani. Chiunque sappia
l’importanza del legame di tribù nei primi secoli dell’islamismo, terrà
molto verosimile il soggiorno della tribù in que’ luoghi. Non è meno
probabile il passaggio loro in Sicilia, poichè questa famiglia era
stata una delle ribelli a Ibrahim-ibn-Aghleb; e dopo quel tempo occorse
più volte di prendere da quel territorio le milizie che si mandavano in
Sicilia. Di questa penisola abbiamo trattato più distesamente nel cap.
iv, di questo libro, pag. 474.
[537] Il testo d’Ibn-Khaldûn ha _thâir_, che vuol dir vendicatore e
può significar anco sollevatore, demagogo, capo-banda, ec. Il baron de
Slane, con felice infedeltà, ha tradotto “aventurier.”
Egli è da ricordare che l’Affrica propria, negli ultimi venticinque
anni del XII secolo e ne’ primi del XIII, era stata agitata dalla
reazione degli Arabi e de’ Berberi almoravidi contro la dominazione
almohade; onde l’assalto dell’almoravide Ibn-Ghania, una lunga guerra
guerreggiata e infine la fondazione del principato Hafsita di Tunis.
[538] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 169. Le
leggi promulgate, al dir del cronista, in questo parlamento, son di
quelle che or chiamiamo regolamenti di polizia municipale.
[539] I diplomi pubblicati dal Bréholles, op. cit., II. 181 a
224, provano che Federigo in questo tempo fu a Messina, Catania,
Caltagirone, Palermo, Trapani, Palermo di nuovo, Girgenti e Catania.
La data di Girgenti non mi par tanto certa: e le parole del Bréholles,
op. cit., II, 223, nota 1, mi fanno credere che ne abbia dubitato egli
stesso.
[540] De’ diplomi di questo periodo risguardanti la Sicilia, un solo
è notevole, cioè la conferma de’ privilegi singolari che erano stati
conceduti alla città di Palermo il 1200 e 1210, nella infanzia di
Federigo, o piuttosto, durante l’anarchia.
[541] Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 571.
[542] Si veggano i diplomi dati “in castris in obsidione Jati,” dal 17
luglio al 18 agosto 1222, presso Bréholles, op. cit., II, 255 a 265.
[543] Si confrontino Riccardo da San Germano, loc. cit. e l’Appendice
al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 250. Del quali il primo dà
soltanto il nome di Mirabetto; la seconda lo sbaglia, ma il nome del
luogo che vi si aggiugne (erroneamente stampato _Jacis_), non lascia
dubbio su l’identità della persona.
L’Anonimo pubblicato dal Bréholles, op, cit., I, 895, nota in questo
tempo che Federigo vinse tutti i ribelli, fuorchè qualche castello dei
Saraceni, posto in _arridis montibus_.
Dicono brevemente l’esito di tutte le guerre di Federigo contro i
Saraceni di Sicilia l’Anonimo Vaticano (Niccolò de Jamsilla), il
Monaco Padovano, e l’Abate di Usperga, ossia Corrado de Liechtenaw,
presso Caruso, op. cit., pag. 677, 939, 971, e l’Anonimo Sassone, negli
_Scriptores Rer. Germ._ Lipsia, 1730, tomo III, 121.
L’episodio de’ rubati fanciulli è riferito nella cronica d’Alberico
Trium fontium, Hannover 1698, pag. 459, 460, nella quale quel
tradimento è apposto “come diceasi” ad Ugo Fer e Guglielmo Porco,
mercatanti marsigliesi. Tolto il caso di una coincidenza di nome che
sembra assai poco verosimile, noi possiamo correggere ciò che la voce
pubblica, ripetuta dal cronista tedesco, dicea di Guglielmo Porco.
Questo valente uom di mare, di nobile famiglia genovese, nel 1205 vinse
prima i Pisani in un combattimento navale; e poi insieme con Arrigo
conte di Malta, liberò Siracusa, stretta dall’armata pisana. Nel 1211
ei prese e menò in Sicilia due navi marsigliesi. (_Annali Genovesi_,
presso Muratori, _Rer. Italic._, VI, 391, 401.)
Nel 1216 egli accompagnò di Sicilia in Germania la imperatrice
Costanza col figliuolo Arrigo, come si argomenta da due diplomi presso
Bréholles, op. cit., I, 485, 489; nel primo dei quali si accenna
a lui con le parole “ammiraglio di Messina”, e nel secondo egli è
soscritto da testimonio, tra i grandi della corte imperiale, col titolo
d’ammiraglio del regno. Ma nel 1221, voltosi Federigo contro i Genovesi
che teneano Siracusa e godeano possessioni e privilegi in tutto il
reame, comandò, tra le altre cose, di catturare costui, ond’ei salvossi
con la fuga. (_Annali Genovesi_, presso Muratori, vol. cit., pag.
423.) Or egli è molto verosimile che Guglielmo Porco, il quale, come
tutti gli uomini di mare in quel tempo, doveva essere un po’ corsaro
se non pirata, abbia cercato di favorire i ribelli di Sicilia e siasi
unito senza scrupolo con quel ribaldo venditore dei fanciulli. Bastava
ciò perchè i Ghibellini lo spacciassero complice di quel misfatto,
come riferisce il cronista Alberico; nel qual caso non sappiam se lo
calunniasse o s’apponesse al vero. Del resto io credo che Guglielmo
Porco sia stato in Sicilia ammiraglio, ma non grande ammiraglio, la
quale dignità sembra tenuta in quel tempo da Arrigo conte di Malta. Si
confrontino il Bréholles, op. cit. _Introduction_, pag. cxliij, e il
sig. Ed. Winkelman, _De Regni Siculi administratione_, etc. Berlino,
1859, pag. 40 e 41, i quali non si accordan tra loro.
[544] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572.
Gli Annali Di San Rudberto di Saltzburg, presso Pertz, _Scriptores_,
IX, pag. 782, attestano che l’imperatore, trattenuto da affari in
Sicilia, non potè andare alla mostra di baroni tedeschi e italiani,
bandita in Verona pel dì di San Martino del 1222.
[545] Ancorchè il Muratori, negli _Annali_, porti la emigrazione a
Lucera il 1224, parmi sia da riferire all’anno precedente.
Si confrontino a questo proposito: Riccardo di San Germano, presso
Caruso, op. cit., pag. 572, dove si aggiunga la data del 1223; e i
cronisti citati nell’ultimo paragrafo della nota 3 della pag. 600.
L’Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 251 (sotto la indizione
XIII, e l’anno che si legge per errore di stampa 1232 e che il
Muratori corresse 1224) nota che l’imperatore mandò grande esercito
contro i Musulmani di Sicilia; che essi rimasero nelle montagne; che
l’imperatore _ogni anno_ facea gran guasto sopra di loro, e che infine
“scesero con gran vergogna, ed ei li fece dimorare nelle pianure di
Sicilia, ne’ casali.” Nella edizione del Pertz, _Scriptores_, XIX, 495,
è aggiunta la data del 1224.
Ognun vede che qui non si fa parola del tramutamento di là dallo
Stretto, e che le operazioni dell’esercito regio si fanno durare
parecchi anni. Parmi che a questo paragrafo si debba assegnare la data
del 1225, che risponde appunto alla XIII indizione, notata nel testo
della cronica, e s’accorda con la testimonianza di due altri scrittori
che citeremo più innanzi.
[546] Ciò si ritrae da un diploma del 1254, presso Pirro, op. cit.,
pag. 704. Un diploma di Federigo, dato il 17 novembre 1239, pubblicato
prima dal Carcani e poi dal Bréholles, op. cit., V, 504, contiene, tra
gli altri, il provvedimento di far un casale nelle terre del demanio
a Burgimilluso (Menfi), un altro tra Girgenti e Sciacca, ed un terzo
tra Girgenti e Licata: il che dà a credere che i luoghi fossero rimasti
senza abitatori.
[547] Presso Bréholles, op. cit.; II, 393. La data che manca si
supplisce con poco divario, perchè Federigo fa menzione della cattura
di Wadelmaro re di Danimarca, la quale si sa essere avvenuta il 9
maggio 1223.
[548] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 573, 574.
[549] Op. cit., pag. 572.
[550] Presso Bréholles, op. cit., II, 409, seg.
[551] _Annales Colonienses Maximi_, presso Pertz, _Scriptores_, XVII,
837. Il Bréholles avea già dato, in calce al diploma di cui nella nota
precedente, lo stesso squarcio col nome di Goffredo di Colonia, secondo
la citazione del Boehmer, _Fontes_, II, 355.
[552] Secondo Edrîsi, la grossa terra di Platano, forte di sito e
fertile di territorio, giacea su la riva sinistra del fiume dello
stesso nome a sette miglia dalla foce (_Bibl. ar. Sicula_, pag. 48,
51). Il Fazzello, similmente, pon su la destra riva del Platani il
monte chiamato allora Platanello, ingombro di ruine d’antica città
(Deca I, libro X, cap. 3). Per tal modo il sito risponderebbe a quello
che or s’addimanda il monte Sara, tra gli odierni comuni di Cattolica
e Ribera, fondati entrambi nel XVII secolo (Amico, _Dizion. topogr._).
Ma i ragguagli che ho richiesti, non avendo mai visitati que’ luoghi e
non bastandomi le carte topografiche, mi portano a dubitare. Il signor
barone Spoto, sindaco di Cattolica (1870), al quale io mi rivolsi, mi
ha mandata con molta cortesia una pianta del perito agrimensore sig.
Dionisio Miceli, corredata di note topografiche; dalla quale veggo
che il monte Sara, accessibile da tutti i lati, è privo di antiche
ruine; e che all’incontro, su la riva sinistra del fiume, a poca
distanza da Cattolica, v’ha altri colli scoscesi, pieni degli avanzi
di muraglie, di cisterne, di sepolcri e di tutti i segni di vetusta
e grossa abitazione. Avverte anco il signor Miceli che il Platani ha
mutato alveo più volte e inghiottiti di molti ponti. E da un’altra
mano la carta del nostro Stato maggiore, mi mostra un poco più su
verso Cianciana, il monte Millaga (_Melga_ ossia Rifugio?) con un
“Castellazzo” quello forse che nella carta del 1826 è nominato “La
Calata.” Convien dunque differire il giudizio su la identità del luogo.
Ma pur si dee ritrovare in un quadrilatero descritto tra Cattolica e
Cianciana al S. E. e il fiume Macasoli al N. O.
[553] Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 573, anno 1224.
[554] Appendice al Malaterra, sotto l’anno 1223, presso Caruso, op.
cit., pag. 251. Il fatto è replicato nella lettera di fra Corrado, op.
cit., pag. 49. Questi squarci si veggono senza varianti di importanza
nel Pertz, _Scriptores_, XIX, 495.
[555] Ibn-Khaldûn citato di sopra a pag. 598, nota 1 e l’_Anonimo
Sassone_, negli _Scriptores Rerum German._ Lipsia, 1730, III, 121.
[556] La prima di coteste opinioni è riferita da Riccardo da San
Germano, anno 1221, presso Caruso, op. cit., pag. 569; la seconda negli
Annali genovesi, anno 1223, presso Muratori, _Rer. ital. script._,
VI, 432. Tra due scrittori contemporanei tanto autorevoli, parmi
che il genovese abbia detta la cagione, e il regnicolo il pretesto
spacciato da Federigo per prender due colombi a un favo: liberarsi,
cioè, dall’ammiraglio e presentare un’altra nobile vittima al papa, il
quale aveva apposta a Federigo la perdita di Damiata e dell’esercito
crociato, innoltratosi pazzamente verso Mansura.
Ei par certo che l’armata siciliana, di quarantacinque galee, arrivò
a Damiata dopo la resa dell’esercito crociato e, saputala, ripartì
immediatamente. L’attesta la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, testo
nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 322. Da quella autorevole cronica ha
preso il fatto M^r. Reinaud, _Extraits.... relatifs aux Croisades_,
pag. 417. Ma un documento prova che i capi dell’armata siciliana
voleano anzi difendere Damiata. È lo squarcio d’una epistola del gran
maestro dei Templari, stampato da Bréholles, op. cit., II, pag. 201,
nota 1; col quale si confronti l’altro documento nello stesso volume,
pag. 355, nota 1.
[557] Veggasi nel _Liber Jurium reip. Januensis_ Nº. D. col. 553 segg.,
un trattato di questo conte di Malta con la repubblica di Genova (25
luglio 1210) per l’acquisto dell’Isola di Cipro. Il conte fa menzione
appena della fedeltà dovuta a Federigo per Malta; e del resto tratta
come s’ei fosse principe sovrano. Si confronti ciò che dice delli
ammiragli di Federigo, il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij
segg., e si vegga anco il Winkelmann, op. cit., pag. 40, seg. Il titolo
di conte di Malta usato in questo diploma, mi fa supporre che Arrigo
fosse stato fin d’allora grande ammiraglio; poichè quel feudo era
stato conceduto successivamente ai due grandi ammiragli Margaritone
da Brindisi e Guglielmo il Grosso, suocero di Arrigo. Arrigo, per
casato o per soprannome Pescatore, sembra genovese di nascita. Durante
la fanciullezza di Federigo, egli aiutò sempre con forze navali i
Genovesi, nelle frequenti baruffe ch’ebbero co’ Pisani nelle acque di
Sicilia. Si veggano coteste fazioni negli annali Genovesi, 1204, 1205,
ec., presso il Muratori, _Rerum Italic._, VI, 389, 391, etc.
Pertanto io non credo col Bréholles che Arrigo Pescatore sia stato
eletto grande ammiraglio di Sicilia dopo la persecuzione di Guglielmo
Porco, della quale si è detto nella nota 3, pag. 600, seg. Parmi
più tosto che Guglielmo, nel 1216, avesse il titolo di semplice
ammiraglio, come se n’era visti nel 1126, 1132, 1142 e 1157, sotto i
grandi ammiragli Giorgio d’Antiochia e Majone da Bari (libro V, cap.
1, pag. 355, 356 di questo volume). D’altronde la fuga di Guglielmo e
la disgrazia di Arrigo, imprigionato e spogliato del feudo di Malta,
successero quasi al medesimo tempo. Genovesi entrambi o partigiani
ardenti di Genova, andaron giù a corte di Federigo, insieme col credito
di quella repubblica: se non che Arrigo, chinato alquanto il capo, si
rialzò e Guglielmo venne all’aperta violenza e ci lasciò la pelle.
[558] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 574.
[559] Alberici Trium Fontium _Chronicon_, Hanovre 1698, pag. 518.
[560] Appendice al Malaterra, citata poc’anzi nella pag. 602, nota 2.
[561] Così penso, perchè nella ribellione del 1245 non ricompariscono
Musulmani in quella regione, e perchè tutti i villani della Chiesa
agrigentina erano andati a Lucera, come si è visto a pag. 602, nota 3.
[562] Raynaldi, _Ann. eccl._, 1220, § xxj, pag. 474, della ediz. di
Lucca. Riccardo da San Germano, anno 1215, presso Caruso, op. cit.,
pag. 564.
[563] Si vegga il diploma del 1224, testè citato a pag. 604, nota 1.
[564] Si veggano le date de’ suoi diplomi dal febbraio 1224 al marzo
1225, presso Bréholles, op. cit., II, 398 a 477.
[565] Riccardo da San Germano, anni 1232, 1233, ed Appendice al
Malaterra, anni 1231, 1232, presso Caruso, op. cit., pag. 605, 606 e
251.
[566] Appendice al Malaterra, l. cit.
[567] Riccardo da San Germano, op. cit., anno 1233, pag. 607, lo dice
di Centorbi soltanto. L’Anonimo vaticano, (Niccolò de Jamsilla) op.
cit., pag. 678, aggiunge al nome di Centorbi quegli altri due, ma non
nota per nessuno il tempo della distruzione.
Par sia stato lo stesso, leggendosi in un diploma del 1239, (Carcani
pag. 297 e Bréholles, op. cit., V, 596) il comando dell’imperatore che
gli uomini _già_ abitatori di Centorbi e di Capizzi soggiornassero in
Palermo e che fosse punito chiunque volesse ritenerli in altro luogo di
Sicilia. Lo stesso provvedimento è citato nel diploma del 27 febbraio
1240, presso Carcani, pagina 352 e presso Bréholles, V, 770. L’Anonimo,
presso Bréholles, op. cit., I, 905, dice distrutte dalle fondamenta
Centorbi, Traina, Montalbano ed altre terre di Sicilia. Da’ nomi delle
città argomento le schiatte.
[568] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. III.
[569] Diploma del 16 dicembre 1239, presso Carcani, pag. 294 e presso
Bréholles, V, 590.
[570] Per diploma del 25 dicembre 1239, presso Carcani pag. 307, e
presso Bréholles, op. cit., V, 627, 628, Federigo comandava si dessero
ad partem (e poi è detto _ad laborem_) mille buoi a’ Saraceni di
Lucera, com’essi li aveano avuti in Sicilia, a’ tempi di Guglielmo il
Buono.
[571] Dipl. del 16 dicembre, citato poc’anzi.
[572] Dipl. del 25 dicembre 1239, pubblicato dal Carcani pag. 307
presso Bréholles, op. cit., V, 626, 627.
[573] Per la munificenza del fu duca di Luynes (Honoré Théodoric),
le ruine della cittadella di Lucera sono state illustrate col testo
di M^r Huillard-Bréholles e co’ disegni di M^r Victor Baltard,
nell’opera intitolata _Recherches sur les Monuments etc., dans l’Italie
Méridionale_. Paris, 1844, gr. in folio. Si vegga anche ciò che ne
ha scritto più recentemente lo stesso Bréholles, nella _Historia
Diplomatica_ etc. Introduction, pag. CCCLXXV seg.
[574] L’errore sembra contemporaneo, poichè in una epistola che
scrisse Gregorio IX a Federigo (presso Bréholles, op. cit., IV, 452)
richiedendolo di far ascoltare pazientemente i frati Predicatori da
que’ Saraceni “che si dicea capisser bene l’italiano,” la città è
chiamata _Nuceria Capitanatae_; il qual nome di provincia non lascia
alcun dubbio su la città della quale si trattasse. Ma in Riccardo
da San Germano, ne’ diplomi di Federigo e in molti altri della Curia
romana, si legge correttamente Lucera.
Lo scambio del nome fu notato ben da Giovanni Villani, Lib. VI, cap.
xiv, là dove ei disse de’ Saraceni di “Licera, oggi Nocera in Puglia”;
ma i compilatori, dimenticando questa avvertenza, hanno trasmesso di
generazione in generazione quell’errore, il quale rimarrà, forse per
lungo tempo, nelle bocche e nelle scritture di chi studia la storia ne’
compendii frettolosi.
Ed errore anco è che a Nocera di Principato sia stato mutato il
soprannome a’ tempi di Carlo II d’Angiò, come si crede comunemente.
Un diploma del 1221, tolto dal Bullario Cassinese e ricordato
dal Bréholles nell’op. cit., II, 119, ha il predicato di “Nuceria
Christianorum.” Sembra verosimile che quello di “Paganorum” sia stato
dato per cagione de’ molti villaggi (pagi) de’ dintorni, o della tarda
conversione di quegli abitatori. Si vegga Pacichelli, _Il Regno di
Napoli in prospettiva_. Napoli, 1703 in-4, parte I, 195; e parte III,
106, ne’ capitoli di Nocera e Lucera.
[575] Introduzione, pag. XXXI, XXXII.
[576] Sapendo che un erudito napoletano si apparecchia a confutar
l’opinione del Bernhardi che tien falsa la cronica di Spinelli, aspetto
la difesa pria di dar giudizio sopra sì grave quistione.
[577] Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 270; Bréholles, V,
509.
[578] Frammento inedito del registro di Federigo, dato alla luce dal
Bréholles, op. cit., V, 426, 427.
[579] Diploma del 16 dicembre 1239. Carcani, pag. 297; Bréholles, V,
595, 596.
[580] Diploma del novembre 1239, poc’anzi citato, presso Bréholles, V,
505.
[581] Il Pirro die’ parte della spedizione latina di questo diploma,
nell’op. cit., pag. 764, senza fare menzione del testo arabico, ch’è
scritto in capo della pergamena originale. Io ho copiato il testo in
Girgenti, nel maggio 1868, quando mi richiese d’interpretarlo il sig.
avvocato Giuseppe Picone, zelante cultore della storia del suo paese.
La data è del 10 gennaio del 675, come appunto la riferisce il Pirro.
La scrittura arabica, brutta e intralciata, è ben diversa da quella
de’ diplomi dell’epoca normanna, e mostra anch’essa la decadenza
dei Musulmani di Sicilia in quel tempo; contuttociò le regole della
grammatica e dell’ortografia sono osservate con pochissime eccezioni.
I notabili richiesti di fare testimonianza, sono chiamati nel
testo arabico “uomini illustri” e _sceikh_; la prima delle quali
denominazioni è traduzione dei “Buoni uomini” delle municipalità
latine e la seconda è propriamente arabica; ma sembra qui adoperata
come traduzione di Anziani e non prova, secondo me, che soggiornassero
tuttavia in Vicari de’ notabili musulmani.
Il suggello in cera verde ha, intorno l’effigie, la leggenda _Ubertus
Fallamonaca_, che serve a dar correttamente questo casato, alterato
dalle desinenze latine nei diplomi, e serve a mostrare il buon conio
italiano de’ vocaboli che lo compongono.
[582] Presso Carcani, pag. 268, e presso Bréholles, V, 504-505.
[583] Diplomi del 12 marzo 1240, presso Carcani, pag. 370-372, e presso
Bréholles, V, 822 segg.
[584] Nella cronica dell’Anonimo (Niccolò de Jamsilla), presso Caruso,
op. cit. pag 678, si nota ch’ei fondò in Sicilia Augusta ed Eraclea
(s’intende parlare di Terranuova); in Calabria Monteleone ed Alitea;
Dordona e Lucera in Puglia; e Flagella in Terra di Lavoro e che spiantò
in Sicilia Centorbi, Capizzi e Traina; nella provincia di Benevento la
città di tal nome e in Puglia San Severo.
[585] Diploma dell’11 gennaio, presso Carcani, op. cit., pag. 318, e
presso Bréholles, op. cit., V, 668.
[586] Diploma del 13 dicembre 1249, presso Carcani, op. cit., pag.
290 e presso Bréholles op. cit., V, 574, seg. Un altro diploma del 28
novembre, Carcani, 279, dà il ragguaglio che i Giudei i quali avean
promesso di far fruttare quel palmeto della Favara, erano arrivali di
recente in Palermo.
[587] Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
[588] Lib. V, cap. iij e vj, pag 86 e 159 segg. di questo volume.
[589] Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 268, e Bréholles,
V, 504. In questo diploma, pag. 505 della edizione del Bréholles, si
legge “et eos per opera maran [_orum_] curie nostre facias applicari.”
Sostituirei la voce _maram_ [_me_] che significava “la fabbrica.” Oltre
che la nostra voce “marrani” non ha che far qui, abbiam visto poc’anzi
che Federigo in quel tempo adoperava de’ Saraceni ne’ suoi castelli di
Siracusa e di Lentini.
[590] Presso Bréholles, op. cit., V, 456.
[591] Op. cit., V, 471. Manca la data in questo diploma.
[592] Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 252.
Nell’epistola di fra Corrado, presso Caruso, op cit., pag. 49, è
copiato, come tanti altri, questo capitolo dell’Appendice, ma vi si
legge Lucera in vece di Nocera.
Niccolò de Jamsilla, presso Caruso, op. cit., pag. 677 segg., dà in
principio questo bel compendio della guerra: «che Federigo voltosi in
Sicilia contro i Saraceni, i quali nella sua infanzia, ribellatisi,
stanziavano in alte montagne, ne li cacciò al piano, con le armi della
sua potenza e saviezza; e prima una parte, e con l’andar del tempo
quasi tutti, mandolli a soggiornare in Puglia, sotto giusto vincolo di
servitù, nel luogo che si chiama Lucera.»
[593] Si vegga il libro V, cap. vj e x, e il presente libro, cap. j, ij
e v, pag. 158, 168, 332, 368, 401 e 517.
[594] Si vegga il capitolo precedente, pag. 645.
[595] Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
[596] Si vegga la vera e la falsa genealogia, in Ibn-Khaldûn, op. cit.,
II, 281 della versione francese.
[597] Ibn-Khaldûn, _Berbères_, II, 280 a 298, descrive i primordii
degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.
[598] “Senior” nella versione latina.
[599] In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto
dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’_Abbuissac_ della
traduzione sia da leggere _Abou-Zak_, e che questo sia abbreviazione di
Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le
lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è
Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.
Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si
chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn,
op. cit., II, 341, 355.
Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di
Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore
di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo)
ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op
cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in
alto ufizio questo figliuolo del cugino.
[600] Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena
insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania.
Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro,
cap. v, pag. 520 del volume.
[601] “Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu
jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore
Fidelium”. Così la traduzione. La voce resa _sacerdote_ è senza dubbio
_imam_; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’
che presero i principi almohadi.
[602] Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco
Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz, _Codex jur. gent.
dipl._, II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont,
Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone
varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie, _Traités
de paix et de commerce_ etc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che
l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto
prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non
trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.
Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo
che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur
illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore
messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint
navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io
ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana
si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato
di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del
periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di
Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non
mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica.
Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone
catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della
tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e
recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.
Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelle
_Considerazioni_, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di
Corsica.
[603] Si vegga il capitolo precedente, pag. 597 del volume.
[604] Si legge nella traduzione “neque habeant christiani....
jurisdictionem super ullum mahometanum, preter prefecium mahometanum,
missum... ad regendum tantummodo populos unitatis.” Non potendosi
ammettere, per le ragioni dette nel testo, che questi Unitarii sieno
gli Almohadi, nè che “populos unitatis” qui significhi in generale i
Musulmani, suppongo che Citeron abbia letto Wahabiti, e che ignorando
questo nome di setta, nato da quello del fondatore Abd-al-Wahhâb,
abbia tradotto a caso “Unitarii”, ricordando che Wahhâb si novera tra’
novantanove titoli di Dio. S’egli non è così, il traduttore saltò di
certo un periodo, secondo il quale il governatore degli Almohadi o de’
Musulmani acconciatisi con loro, doveva essere destinato da Tunis.
[605] Si vegga il cap. v del presente libro, pag. 536 del volume.
[606] Jakût, nel _Mo’gem-el-Baldân_, di cui ho dato l’estratto nella
_Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 124. Sul dominio che esercitava il re
di Sicilia lo Pantellaria, veggansi Ibn-Sa’ld e Scebab-ed-dîn Omari,
nell’op. cit., pag. 134, 150.
[607] Si veggano Tigiani e Ibn-Khaldûn, citati nel cap. ij del presente
libro, pag. 400, nota 2.
[608] _Mudeggian_, pronunziato anco _Mudegiar_ (Mudejar) e _Mudeggial_.
Si confronti il citato luogo di Scebab-ed-dîn Omari, con Dozy,
_Glossaire des mots espagnols_, ec. nel supplemento delle aggiunte,
pag. 322.
[609] Si vegga il capitolo precedente a pag. 605, 606, di questo volume.
[610] Diplomi del 24 giugno e 20 settembre 1236, e 28 ottobre 1238,
presso Bréholles, op. cit., IV, 872, 912, V, 255.
A pag. 626 e 907 son due altri diplomi del 25 dicembre 1239 e 17 aprile
1240, per le spese necessarie a quel principe.
[611] Diplomi del 23 gennaio e 6 febbraio 1240, presso Carcani, op.
cit., pag. 324, 339, e presso Bréholles, V, 687, 726.
[612] I diplomi leggonsi nelle due raccolte citate, a pag. 356, 360
della prima, e V, 782, 793 della seconda.
[613] Saba Malaspina presso Caruso, op. cit., pag. 806. Guglielmo di
Nangis, _Gesta Phil. III_, nella collezione di Dom Bouquet, XX, 476, lo
dice “tributo;” la _Cron. de rebus in Italia gestis_, etc., edizione di
Bréholles, pag. 322, lo chiama censo, che solea pagarsi all’imperatore
Federigo.
[614] Saba Malaspina, loc. cit., dice che il re di Tunis, al tempo
dell’impresa di San Luigi, avea sospeso da tre anni il pagamento di
questo tributo. Io ho dati i particolari e le citazioni nella _Storia
del Vespro siciliano_, cap. v e xij, edizione di Firenze, 1866, tomo
I, pag. 82 segg. e 350. Si vegga anche il Gregorio, _Considerazioni_,
lib. III, cap. viij; la raccolta del Mas-Latrie poc’anzi citata, pag.
52 dell’Introduzione, e i documenti a pag. 156 segg.; ed Alphonse
Rousseau, _Annales tunisiennes_, Alger, 1864, in-8, pag. 422 segg.
Ma io non assento la correzione che fa M^r Rousseau nel testo di
Marrekosci, nè la sua opinione intorno al tributo.
Aggiungasi che, del 1300, il grande ammiraglio Ruggier Loria,
passato al servigio di Carlo II di Napoli, fu inviato dal novello
suo signore a Tunis per cavar quant’ei potesse del tributo che gli
Angioini pretendeano, prima di far la pace con Federigo l’Aragonese.
Ciò si ritrae da un diploma del regio Archivio di Napoli, registro
1299-1300. C. fog. 224. L’ultimo documento poi in cui si parli di quel
tributo, sembra un lodo del re di Aragona che, nel 1309, lo dichiarò
appartenente a Napoli, salvo alla Sicilia di far valere i suoi diritti
con le armi. Surita, _Annali di Aragona_, lib. V, cap. lxxv, citato dal
Gregorio, _Considerazioni_, lib. IV, cap. vij.
Prima di lasciare questo argomento, avverto che non si può supporre
alcuna analogia tra il tributo di Tunis e la metà della entrata
pubblica in Pantellaria. Oltrechè questa si dovea pagare dalla
Sicilia a Tunis e non da questo a quella, poichè la Pantellaria
era amministrata da un governatore siciliano, si incontrerebbe la
inverosimiglianza della somma annuale pattuita. La Pantellaria non
potea produrre pur la decima parte della somma del tributo, il quale
tornava ad un peso d’oro che in oggi varrebbe 325,000 lire italiane.
Secondo il catasto più recente, che fu terminato nel 1853, la rendita
annuale di tutte le proprietà urbane e rurali della Pantellaria montava
appena a 100,000 lire. Or quell’isola, dopo le aspre vicende dell’XI
secolo, non era di certo meglio coltivata che al tempo nostro, nè più
ricca.
[615] Presso Bréholles, op. cit., V, 577 segg. Si vegga, quanto alla
data, la nota del diligentissimo editore.
[616] _Annali di Colonia_, citati qui innanzi nel cap. vj, pag. 553.
[617] Così ho io detto nella Introduzione a’ _Diplomi arabici del Reale
Archivio fiorentino_, pag. V, VI, LXXII, secondo l’autorità di M. De
Sacy e le mie proprie osservazioni. M. De Mas-Latrie ha contrastato il
fatto nella pregevole opera citata, Introduction, pag. 290 segg., ma
non ha potuto negare alcune differenze, ch’ei chiama lievi e veramente
nol sono.
[618] I documenti citati, per questa immaginaria legazione, dal
Gregorio, _Considerazioni_, lib. III, cap. viij, nota 5, portano tutti
il titolo di sultano di Babilonia.
Non occorre esaminare chi sia il Nazardino o Zefedino delle due
epistole pubblicate tra quelle di Pietro Della Vigna, lib. II,
cap. xviij, xix, fattura di qualche frate dilettante di politica in
que’ tempi. Evidentemente i nomi rispondono ai titoli notissimi di
Nasir-ed-dîn e Seit-ed-dîn; ma non credo col mio amico Bréholles,
op. cit., V, 397, nota 3, che il falsario abbia voluto indicare col
primo un figliuolo di Malek-Kâmil. Piuttosto penserei al suo nipote
Dawud, Malek-Nâsir il quale possedea Damasco e Gerusalemme innanzi
il partaggio del 1228. Gli scrittori cristiani dicono che questi si
oppose fieramente alla cessione di Gerusalemme e si sa ch’egli riprese
la città nel 1239. Si vegga qui appresso, a pag. 637, la risposta
attribuita al suo padre, da alcuni scrittori musulmani.
[619] Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice
espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane
vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne
fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera
del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come
ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno
presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno
significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo
Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218,
nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle
notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.
Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano:
“Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea
audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio
v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio
Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani
solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di
Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parola _filios_
fosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una
lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire
l’_ipsius_ a Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa
in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era
già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.
Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’
figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali
d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si
vegga anche Reinaud, _Extraits_, etc., pag. 393.
[620] Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi
tutte nella _Bibl. arabo-sicula_; cioè: la _Storia de’ Patriarchi
d’Alessandria_, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano
copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr,
pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente
attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi
frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e
Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto
gli occhi il quinto volume della _Storia universale_ d’Ibn-Khaldûn,
stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate
e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di
quel volume.
Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la
memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoi
_Extraits_ etc., _relatifs aux Croisades_. Piacemi anche dover citare
intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi,
l’autore, cioè, della _Lutte des papes et des empereurs de la Maison de
Souabe_, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione
alla sua _Hist. Diplom_., etc. Chi voglia considerare la tradizione
ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo
secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio, _Bibl.
Arag_., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore
francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per
altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissima _Histoire de
Chypre_, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche
precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato
del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.
Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo
nella Bibl. arabo-sicula.
[621] Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne
alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho,
ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il
fratello Malek-Kâmil.
[622] Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi;
dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di
Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.
Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o
non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e
di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso;
il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il
secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le
vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg,
XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla
vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco
sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con
Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’
Kharezmii.
[623] Pseudo Jalei.
[624] _St. de’ Patr._, anno 944, dell’èra dei Martiri (29 agosto 1227
a 28 agosto 1228.) Quivi non si dà, in vero, il nome dell’ambasciatore
siciliano, ma si dice essere lo stesso ch’era venuto in Egitto l’anno
innanzi. Or noi sappiamo da Riccardo da San Germano, che il 1228
fu mandato ambasciatore al Cairo l’arcivescovo di Palermo. Il nome
dell’ambasciatore musulmano è dato da Bibars, Abulfeda, Nowairi,
Makrizi.
[625] Questo fatto è raccontato da Joinville, testimonio oculare
al tempo della Crociata di San Luigi. Si vegga la edizione di M.
Francisque Michel, Paris, 1859 in-12, pag. 62-63. “L’on disoit que
l’emperiere Ferris l’avoit fait chevalier.... En ses bannieres portoit
les armes de l’empereur etc.”
[626] _Storia de’ Patr._, ec.
[627] Makrizi.
[628] _Storia de’ Patriar._ Parmi vada reso meglio “minuterie d’oro”
il vocabolo _mesâgh_, che M. Reinaud, negli _Extraits_ ec., pag. 247,
ha tradotto “objets de fonte.” Con questa espressione di “minuterie” il
cronista de’ Patriarchi d’Alessandria volle significare forse la sella
d’oro, ec. del Makrizi.
[629] _Storia de’ Patr._ e Makrizi.
[630] Makrizi.
[631] Ibn-el-Athîr dice di scewâl del 625, che risponde al settembre;
la _St. de’ Patr. d’Alessandria_, il 29 abîb del 994 (4 agosto 1228).
[632] Tutti gli scrittori arabi.
[633] Ibn-el-Athîr, anno 624, ediz. del Tornberg, XII, 308.
[634] Abulfeda e Ibn-Kethir.
[635] Ibn-el Athîr, anno 625, senza fare menzione del patto precedente
coi Kharezmii.
[636] Ibn-el-Athir, nell’anno 623, narrate le pratiche di Dawûd con
Ascraf, e le negoziazioni de’ due fratelli, trascrive un pezzo della
supposta lettera di Kâmil, il quale, secondo il cronista, minacciò di
andarsene e lasciare il fratello solo a fronte de’ Crociati. Questo
capitolo che manca nella _Bibl. ar. sic._, si legga nella edizione del
Tornberg, XII, 313.
[637] Cf. la _St. de’ Patr. d’Aless._ e Ibn-el-Athîr. Abulfeda attesta
la partizione tra i due fratelli.
[638] Questo fatto risulta chiarissimo da tutte le narrazioni arabiche.
Gli scrittori arabi affermano che Ascraf rimase al campo del fratello,
mentre si negoziava con l’imperatore.
[639] Makrizi.
[640] Il testo dice proprio “si trovò addosso.” Il vocabolo, tolto
al certo da una cronaca contemporanea, è replicato da Abulfeda e da
Bibars.
[641] Bibars.
[642] Tutti gli scrittori arabi.
[643] _St. de’ Patr._ ec.
[644] Tutti gli scrittori arabi.
[645] _St. de’ Patr._ Aggiungo il nome del primo e il titolo del
secondo, su la fede degli scrittori occidentali.
[646] Tutti gli scrittori arabi.
[647] Ibn-el-’Amîd, pag. 511; Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 519.
[648] Ibn-el-’Amîd, pag. 511.
[649] Makrizi, pag. 520.
[650] _St. de’ Patr._ Matteo Paris, _Historia Anglorum_, ediz. di
Londra, 1866, in-8, tom. II, 303, nota in questa occasione le “xenia
multa et pretiosa in auro et argento et olosericis et gemmis et bestiis
mirabilibus, quas Occidens non vidit aut cognovit.”
[651] _Stor. dei Patr._ ec. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op.
cit., pag. 580, nota nell’anno 1228 questi curiosi doni dello elefante,
e de’ muli, mandati dal sultano per mezzo dell’arcivescovo di Palermo.
Potrebbe esser questo il medesimo elefante che il 1237, all’assedio
di Pontevico, portava sul dosso una torricciuola con le bandiere
imperiali, scortato da molti Saraceni, come dice il Salimbene, Parma,
1857, pag. 48.
[652] Conf. Bibars, pag, 514 e Makrizi, pag. 522.
[653] Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 521.
[654] Abulfeda e Nowairi.
[655] Makrizi, pag. 520.
[656] Bibars, pag. 514.
[657] Ibn-Khallikân, testo, edizione del baron De Slane, I, 88; di
Wüstenfeld, fascicolo I, pag. 103, Vita N. 75; e nella _Bibl. ar.
sic._, pag. 624.
[658] Ibn-el-’Amîd, op. cit., pag. 511. Il nome del padre è scritto
_h n f r i_ e, mettendovi le vocali, tornerebbe a Hunfroi, o meglio
Humfroi. Nella nota 5 di quella pagina, io proposi di leggerlo _Henri_,
parendomi si accennasse ad una principessa parteggiante per Federigo
II: Alice, vedova d’Ugo re di Cipro, e reggente per lo figliuolo
Arrigo, la quale, allontanata dalla reggenza per opera dei principi
d’Ibelin che furono nemici di Federigo, vivea in Siria quand’ei vi
passò. Alice era figliuola di Arrigo, de’ conti di Champagne e di
quell’Isabella di Lusignano ch’ebbe per primo marito Umfredo signore
di Thoron; ma, separata da lui per intrighi politici ed ecclesiastici,
sposò successivamente Corrado di Monferrato, Arrigo di Champagne
ed Amerigo di Lusignano, dal quale ebbe Ugo I, re di Cipro e marito
d’Alice.
Riflettendo meglio, mi accorgo che Alice non potè ereditare la signoria
di Thoron, la quale non so d’altronde che le sia stata mai conceduta
da Federigo. Potrebbe darsi dunque che si trattasse nel testo di
una figliuola di Umfredo di Thoron, nata d’altra madre, dopo il suo
divorzio da Isabella; nel qual caso starebbe bene la lezione del testo.
E qui mi rimango, non avendo alle mani i documenti che occorrerebbero
per verificare questo dubbio di genealogia feudale del regno di
Gerusalemme.
Della terra di Thoron compresa nella pace, fa anche menzione Marin
Sanudo, _Secretorum fidelium Crucis_, lib. III, parte xj, cap. 10, 11,
12, presso Bongars, _Gesta Dei par Francos_, II, 210 segg. il quale è
benissimo informato de’ particolari di questa Crociata, ed ebbe alle
mani qualche scrittore arabo, s’io mal non mi appongo.
[659] Bibars, pag. 513-514.
[660] Così il Makrizi, che vide al certo qualche documento. Gli altri
scrittori arabi, al par che i latini, notano gli anni soltanto.
[661] Si confrontino i citati scrittori arabi e i documenti latini di
parte imperiale e di parte papale, raccolti dal Bréholles, op. cit.,
III, 86 a 110, tra i quali è la supposta traduzione francese del testo
arabico del trattato, mandata dal patriarca di Gerusalemme al papa,
con le sue proprie osservazioni in latino. Questo fiore di diplomazia
ecclesiastica è stato ristampato dal Mas-Latrie, _Histoire de l’île de
Chypre_, III, 626 segg. Ma di certo non risponde al trattato originale,
mancandovi i nomi de’ paesi ceduti all’imperatore. Così il miglior
documento rimane sempre la costui circolare, come or si chiamerebbe,
data di Gerusalemme il 18 marzo, nella quale si dice stipulato il
trattato a 18 febbraio. La data del 24 che recano gli Arabi, potrebbe
esser quella in cui Malek-Kâmil ratificò.
Ludd è nominata ne’ soli scritti musulmani; Ramla nella sola _St. de’
Patr._ Secondo Ibn-el-’Amid, pag. 511, furono ceduti a Federigo tutti i
villaggi tra Gerusalemme e Jaffa.
[662] Così nel citato diploma del 18 marzo; nè il patriarca di
Gerusalemme osò affermare il contrario nel suo scritto sì capzioso e sì
violento.
[663] Ibn-el-Athîr, pag. 316; Nowairi, pag. 513; Bibars, pag. 514;
Ibn-el-’Amîd, ibid. Si veggano gli aneddoti narrati e le poesie scritte
in questa occasione, presso Reinaud, _Extraits_, pag. 433 segg. Gli
aneddoti si leggono anco nel testo d’Ibn-el-Giuzi, pag. 515.
[664] Reinaud, _Extraits_, pag. 433.
[665] Bibars, pag. 514.
[666] _Dahri_ litteralmente “eternista,” cioè negante la creazione.
[667] Ibn-el-Giuzi, pag. 515.
[668] L. c.
[669] Così mi pare, non ostante ciò che dice la Continuazione di
Guglielmo di Tiro, nello squarcio che trascrive il Bréholles, op. cit.,
III, 85.
[670] M. Reinaud, _Extraits_, pag. 429, su l’autorità di Dsehebi, narra
che alcuni Crociati proffersero a Kâmil d’uccidere Federigo, e che il
Sultano mandò a lui stesso la lettera originale. Non mi venne fatto di
ritrovare questo testo a Parigi, quand’io raccolsi gli altri per la
_Biblioteca arabo-sicula_; ma senza meno, lo avremo ne’ volumi della
_Bibliothèque des Croisades_, che si stampano a cura dell’Accademia
delle Iscrizioni.
Matteo Paris, nella _Hist. Anglorum_, ediz. citata, II, 313, riferisce
la voce che i Templari e gli Spedalieri avessero avvisato Kâmil della
prossima andata di Federigo da Gerusalemme al Giordano, e che Kâmil
avesse mandata la lettera loro all’imperatore. Ma nella _Abbreviatio
Chronicorum_, ediz. citata, III, 259, l’autore messe la postilla
ch’eran calunnie dei nemici di que’ religiosi.
[671] Makrizi, pag. 522, dice l’ultimo di giumadi secondo del 625
(25 maggio 1229). La _St. dei Patr._ ch’egli entrò in Gerusalemme nei
primi di quaresima del 945 (1229), che stettevi altri due giorni e che,
andato ad Acri, ripartì per l’Italia dopo la Pasqua.
Nowairi pone anco la consegna di Gerusalemme in rebi’ secondo del 626
(marzo 1229.)
[672] Ormai è certo che gli Ismaeliani erano chiamati _hasciscin_,
dalle note preparazioni d’_hascisc_, ossia _cannabis indica_, e che,
divenuti celebri pur troppo nel tempo delle Crociate, il loro nome
volgare, pronunziato _assassin_, diè questo brutto vocabolo ad alcune
lingue europee.
[673] Ibn-Khaldûn, _Storia univ._ ed. del Cairo, tomo V, pag. 352,
segg.; Reinaud, _Extraits_, ec. §§. LXXIX ed LXXX, pag. 436. segg.
[674] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit. pag. 603.
[675] Ibn-Khaldûn, vol cit., pag. 433.
[676] Reinaud, op. cit., pag. 435, citando pel primo fatto lo Pseudo
Jafei e per l’altro Abu-l-Mehâsin.
[677] _Annales Colon. Maximi_, presso Pertz, _Script._, XVII, 843.
[678] Op. cit., pag. 842.
[679] Novella xcviij delle antiche edizioni. Questa favola era
stata pria raccontata più volte in tempi diversi, mutando sempre
i personaggi. Nel IX e X secolo fu attribuita agli Ismaeliani di
Persia; nel XII a que’ di Siria, quando Saladino andò a trovare
Sinan. Un continuatore di Guglielmo di Tiro, copiato da Marin Sanudo,
fece spettatore del suicidio Arrigo, conte di Champagne, poi re di
Gerusalemme. Si veggano le citazioni nel diligente lavoro di M. De
Frémery, _Nouvelles Recherches sur les Ismaeliens._ Paris, 1855,
estratto dal _Journal Asiatique_ del 1854.
[680] Bibars, op. cit., pag. 515.
[681] Epistole del 1245 e 1246, presso Bréholles, op. cit., II, 325,
427.
[682] Si vegga il principio del § III della Cronica di Kelaûn, nella
_Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 341, e la traduzione che io ne ho data
nella _Guerra del Vespro Siciliano_, tomo II, pag. 333 segg. della
edizione del 1866.
[683] Si vegga l’attestato del Makrizi, qui sopra a pag. 640.
[684] _Annales Colon. Maximi_, presso Pertz, _Scriptores_, XVII, 812.
[685] Bartolommeo de Neocastro, cap. L, presso Gregorio, _Rerum
Aragon_., I, 73. Il nome proprio si legge Malbalusus. Il nome
topografico, che vive ancora, significa, in arabo, luogo di preghiera,
e propriamente il piano aperto dove si fa la preghiera solenne.
[686] _Chronicon De Rebus in Italia Gestis_, edizione Bréholles, pag.
174. Non assento al Bréholles, _Historia Diplom_., etc. Introduction,
pag. ccclv, nota 2, che fossero venturieri arabi, e molto meno che
Federigo ne abbia fatti venire d’Affrica. Il mio dotto amico prestava
troppa fede a Matteo Spinelli.
[687] _Nusf-ed-dunia_. Si ricordi la nave di Mehdia così denominata,
della quale abbiam detto nel presente libro, cap. ij, pag. 406 del
volume.
[688] Nell’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit,. pag. 252,
si legge sotto l’anno 1240, XV, indiz. “Rogerius de Amicis ivit ad
Soldanum Babiloniae” e nel 1241, Iª indiz. “Soldanus de.... et....
insiluerunt (in) christianos qui habitabant Jerusalem et ceperunt
illos, occiderunt et captivos duxerunt.... Et in illis diebus Dominus
Rogerius de Amicis manebat (in) Babiloniam et in Cayrum cum Soldano.”
La data e questa circostanza del soggiorno lungo, provano la identità
della persona dell’ambasciatore principale con quella designata dalla
_Storia de’ Patriarchi d’Alessandria_. In questa poi si legge: “E del
maggiore di questi due ambasciatori dicono ch’ei porti su le carni una
veste di lana.” Abbiamo dunque la flanella nel XIII secolo: o l’uso
delle camicie di lino e di cotone non era sparso per anco in Sicilia?
[689] _Storia de’ Patr. d’Aless_., nella _Bibl. ar. sicula_, pag. 324,
325. Cf. Reinaud, _Extraits_, ec., pag. 441, 442.
[690] _Storia de’ Patr. d’Aless_., op. cit., pag. 326.
[691] Raynald., _Annales Eccles_., 1246. Si confronti, per la data, il
Bréholles, op. cit., Introduction, pag. ccclxvij.
[692] Pseudo-Jafei, nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 516, 517.
[693] Op. cit., pag. 517.
[694] Testo, nell’op. cit., pag. 346; e traduzione nella mia _Storia
del Vespro siciliano_, II, 341 dell’edizione del 1866.
[695] Ibn-Giuzi, trascritto dallo Pseudo-Jafei, nella _Bibl. ar. sic_.,
testo, pag. 517.
[696] Pseudo-Jafei, citato da Reinaud, _Extraits_, ec. pag. 436. nota
1. Alberto Magno, _Opera_, tomo VI, Lione, 1651, _De Animalibus_,
tract. II, cap. I, § _De Anabula_, descrive questo animale chiamato
dagli “Arabi e dagli Italiani” _Seraph_, e continua: “Unam harum secum,
temporibus nostris, habuit Federicus imperator, in partibus nostris.”
[697] Abulfeda, _Annali_, 698, nel quale anno morì questo Gemâl-ed-dîn.
Nella edizione di Reiske, V, 144, e nella _Bibl. ar. sic._, testo, pag,
420.
Cotesta novella simboleggia pure l’arrisicato viaggio del 1212, dicendo
che appena fatta la elezione, Federigo si pose in capo la corona
e scappò via con uno squadrone di cavalieri tedeschi ch’egli aveva
appostati, e così fece ritorno al suo paese.
[698] Si vegga il Cap. viij del libro V, pag. 259 di questo terzo
volume.
[699] Diploma greco del 1143, citato nel Cap. iij del presente libro,
pag. 449, del volume, dove ho corretto il testo dello _’alâma_ arabico
di questo diploma, pubblicato dal Morso e dal prof. Caruso. La clausola
arabica del diploma non fu letta meglio che lo _’alâma_. Il Morso
la tradusse a suo modo: “Mense maii; indictione sexta, rogatus fuit
Dominus noster Rex augustus, sanctus, cujus regnum Deus perpetuet, ut
imprimeret suum nobile signum in hoc diplomate, ut sciatur quod ejus
potentia, ordinatione divina constituta, hoc etiam concessit annuitque
responsione, et se contentum declaravit, impressitque suum sublime
signum. Sufficiens est Deus et propitius ei qui confidit in illo.” E
segue immediatamente la soscrizione di Giorgio.
Parendomi che la formola della omologazione regia di somiglianti atti,
dia molta luce alla diplomatica ed alla legislazione del tempo e che
la lezione del Morso in parte sia sbagliata, do qui una nuova versione
del testo arabico, com’io l’ho letto nell’originale molto chiaramente:
_Del mese di maggio, sesta indizione, io ho chiesto al nostro padrone
il re venerato e santo, il cui regno Iddio eterni, di far porre il suo
eccelso_ ’alâma _in questo diploma, affinchè si sappia ch’Egli, la cui
possanza Iddio mantenga, abbia permesso e ratificato questo (atto). Ed
Egli ha impartita l’approvazione, omologato (l’atto) e fatto porre in
testa di quello il sublime_ ’alâma _suo. Facciamo assegnamento in Dio,
che ben provvede._
[700] _Cosmos_, edizione francese del 1848, tomo II, 233, 519. Veggansi
inoltre Venturi, _Commentarii sopra la Storia e le teorie dell’Ottica_,
Bologna, 1814, in fol., tomo I, pag. 34 a 59; Caussin, nelle _Mémoires
de l’Institut de France, Acad. des Inscriptions_, tomo VI (1822).
N’avea trattato lo stesso Humboldt nella _Raccolta di Osservazioni
astronomiche_, tomo I (1811), pag. lxv a lxx, e poi il Delambre nella
_Storia dell’Astronomia_ etc.
L’Humboldt studiò il ms. di Parigi, Ancien Fonds, 7310; il Caussin
questo e un altro della medesima biblioteca, del quale ei non dà il
numero, nè io ho potuto rinvenirlo: finalmente ei cita con dubbio un
altro codice della Bodlejana. In Italia, poi, abbiamo i due codici
dell’Ambrosiana che citerò nella nota seguente; uno della Vaticana nº
2975; due della Bibl. nazionale di Firenze (Raccolta Magliabechiana)
segnati XI, D. 64 e II, II, 35; cd uno del principe Baldassare
Boncompagni di Roma, descritto nel catalogo di Enrico Narducci, Roma,
1862, pag. 136, seg., nº 314.
Mentr’io correggo queste pagine, so che si prepara appo noi la
pubblicazione di questo libro che avea già intrapresa il Venturi
allo scorcio del secol passato, e poi dovette abbandonarla. Spero
che i dotti editori odierni, da me ben conosciuti, trovino Mss. più
antichi di quelli che ho visti io, i quali tornano alla fine del
XVI, e principii del XVII secolo, e, s’io ben mi appongo, son tutti
italiani ed anco stretti parenti l’un dell’altro. L’età e il paese
ben rispondono al movimento scientifico rivelato dall’accelerata
propagazione delle copie.
[701] Ecco questo proemio che ho copiato sul ms. 7310 di Parigi (XVII
secolo) e confrontato e corretto con una copia dello stesso squarcio,
mandatami nel 1856 dal dotto e cortese Antonio Ceriani, in oggi
prefetto dell’Ambrosiana. Questa copia fu fatta sul codice Ambrosiano
T. 100, con le varianti del Codice D. 451. Inf. (XVII secolo). Non
fo il confronto con gli altri codici delle nostre biblioteche, perchè
appartiene ai novelli editori; e sol dirò che i codici magliabechiani e
i romani, hanno anch’essi _ammiraco_ in luogo di _ammirato_. Tralascio
gli errori manifesti e le varianti di minore importanza e seguo
l’ortografia attuale.
“Incipit liber Ptolomæi de Opticis, sive aspectibus, translatus ab
amirato (cod. par. _ammiraco_) Eugenio Siculo, de Arabico in latinum.”
“Cum considerarem Optica Ptolomæi necessaria utique fore scientiam
diligentibus et rerum perscrutantibus naturam, laboris onus subire
et illa in presenti libro interpretare non recusavi. Verumtamen,
quia universa linguarum genera proprium habent idioma, et alterius
in alterum translatio, fideli maxime interpreti, non est facilis; et
præsertim arabicam in græcam aut latinam transferre volenti, tanto
difficilius est, quanto major diversitas inter illas, tam in verbis et
nominibus quam in litterali compositione reperitur, unde, quia in hoc
opere quaedam forte non manifesta apparent, dignum duxi intentionem
auctoris ab arabico libro evidentius intellectam, breviter exponere, ut
lectoribus via levior efficiatur. In primo quidem sermone, quamvis non
sit inventus, tamen sicut in principio secundi exprimitur, continetur
quo visus et lumen comunicant et ad invicem assimilantur, et quo
differunt in virtutibus et motibus, nec non differentiae eorum et
accidentia. In secundo etc.”
Così il traduttore continua l’indice de’ capitoli e poi ripiglia:
“Incipit sermo secundus Opticorum Ptolomæi, olim de græca lingua in
arabicam, nunc autem de arabica in latinam, translatorum ab amirato
(cod. par. _ammiraco_) Eugenio Siculo, ex duobus exemplaribus, quorum
novissimum, unde presens translatio facta fuit, veratius est: primus
tamen sermo non est inventus.”
Gli argomenti dei cinque discorsi, o libri come si vogliano chiamare,
son questi: 1º Ipotesi su la visione per raggi lucidi emanati
dall’occhio; 2º Correzione degli errori ottici per mezzo degli altri
sensi; 3º Catottrica; 4º Degli specchi concavi in particolare; 5º
Diottrica.
[702] Primo di tutti il Caussin citò queste profezie nella sua Memoria
su l’Ottica di Tolomeo, per determinare l’età in cui visse l’ammiraglio
Eugenio, del quale ei non aveva altre notizie.
Ricercati e trovati i mss. nella Biblioteca Nazionale di Parigi, io ho
visto che dànno, con poco divario, il nome e l’ufizio d’Eugenio e la
misteriosa provenienza di quell’opera. Son essi notati: Mss. Latins,
Ancien Fonds, 3595, 6362, 7329, e Sorbonne 316, dei quali il primo e
il terzo sembrano del XIV secolo, il secondo del XV, e il quarto è del
XVI. Il libro è intitolato anche: _Vasilographi, idest imperialis_,
nel 6362. L’uficio poi d’Eugenio è scritto _admiratus_ in questo, nel
3595. (fol. 37 segg.) e nel 316 Sorbonne, ed _ammiratus_ nel 7329,
(fol. 98 recto), il qual ms. comincia con l’_Astrologia Guidonis Bonati
de Forlivio_. Il traduttore greco è detto, dove _toxapater_, dove _Dox
pater_ dove _daxopetri_ e lasciato in bianco nel 7329.
[703] Si vegga Walz, _Rhetores Græci_, nei Prolegomeni del vol. II,
pag. 11, e nel vol. VI, pag. 11. Tolgo questa citazione dalla _Nouvelle
Biographie_ etc. del Dott. Hoefer, articolo _Doxipater_, non avendo
alle mani, mentre io scrivo, l’opera del Walz.
[704] Si vegga il Cap. iij di questo libro, a pag. 452 segg. del volume.
[705] Libro V, Cap. vj, pag. 173 segg. di questo volume.
[706] Ibn-Khaldûn, ne’ Prolegomeni, espressamente lo dice hammudita e
capitato in Sicilia dopo la espulsione de’ suoi progenitori da Malaga,
della quale eran signori. Questo passo fu citato pel primo dal baron
De Slane, in un importantissimo articolo ch’ei pubblicò su la geografia
di Edrîsi, nel _Journal Asiatique_, 3^me série, tomo XI (1841) pag. 362
segg.
[707] Il baron De Slane, ch’è de’ più assidui e dotti ricercatori di
manoscritti arabi, die’ nel citato articolo, pag. 574 segg., una lunga
lista di opere ch’egli avea percorse senza alcun frutto, per trovare
notizie biografiche d’Edrîsi.
[708] Il trattato _De Viris illustribus apud Arabes_, dove Leone
Affricano dà a cap. XIV la biografia dello “Eseriph Essachali,” com’ei
lo chiama, fu scritto o pensato in arabico, tradotto dall’autore stesso
in quella specie d’italiano ch’ei possedeva, e pubblicato in latino
dall’Hottinger, poi dal Fabricius, _Bibl. Græca_, tomo XIII (1726),
pag. 278, e infine dal Gregorio, _Rerum Arab._, pag. 238. Al dir di
Leone, l’autore del _Nushat alabsar_ nacque in Mazara, fu mandato da’
suoi concittadini a re Ruggiero conquistatore della Sicilia e gli
presentò quel libro. Il re, fattoselo tradurre in latino, fu preso
della bellezza dell’opera sì fattamente, ch’ei donò ad Eseriph non so
qual castello e lo invitò a stare a corte: ma quegli, non amando tal
soggiorno, vendè il castello per un milione di ducati e se ne andò in
Affrica dove morì il 1122. Questo pasticcio non farà alcuna maraviglia
a chi abbia lette le nostre osservazioni su le opere di Leone
Affricano, nel Cap. x del I libro, pag. 234 segg.
Il Gregorio, l. c. notando la confusione de’ due Ruggieri, corresse
conte il titolo di re; trasportò l’opera alla seconda metà dell’XI
secolo; fece quindi due Edrîsi e due geografie, ed arrivò a biasimare
il Casiri, perchè non si era accorto della diversità delle opere dei
supposti due geografi.
[709] Questo nome si legge nel ms. della Bodlejana, n. 887 del catalogo
di Uri, mediocre codice del XV secolo. Il capitolo della _Kharida_,
del quale io ho pubblicato il testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag.
610, dà soltanto il nome di Mohammed, figlio di Mohammed e aggiunge
il nome etnico Kortobi e il soprannome d’Ibn-et-Theiri, secondo un
ms., e d’Ibn-et-Th..ri secondo un altro; ma amendue le lezioni mi
sembrano erronee. Anche Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, VI, 333 e _Bibl.
arabo-sicula_, p. 706 del testo, dà i soli due nomi di Mohammed figlio
di Mohammed, lo Sceriffo Edrîsi siciliano. Il Dozy, nella prefazione
alla _Description de l’Afrique et de l’Espagne_, pag. III, ammette la
tradizione di parentela che risulta dal ms. bodlejano, alla quale in
vero, io non veggo alcun ostacolo.
[710] Così il Casiri, _Bibl. arabo-hisp._, II, 13, senza citare le
sorgenti; ma i dati suoi stanno bene con quelli che abbiamo d’altre
parti, e lo studio a Cordova è anche provato dal soprannome di Kortobi,
dato all’Edrîsi nella _Kharida_. Si confrontino lo Slane e il Dozy ll.
cc.
[711] Dice egli stesso, nella geografia, che fu a Lisbona (traduzione
francese, tomo II, 26); che vide la marea dell’Atlantico (I, 95), e le
miniere di mercurio ad Abal (II, 66); che aveva notato parecchie volte
il ghiaccio nelle strade di Aghmat (I, 212) e ammirato il ponte di
Costantina (I, 243); che era disceso nella grotta de’ Dormienti, non
già presso Efeso, ma in una montagna tra Amorinm e Nicea (II, 300).
Conf. Reinaud, _Aboulfeda_, Introduction, pag. CXIII, CXIV.
[712] Pagine 453 segg., 486 segg. di questo volume.
[713] Leone Affricano lo dice morto il 516, che torna al 1122-3 e
però è sbagliato di certo. Il baron de Slane, nel lavoro critico che
testè lodammo, propone la plausibile conghiettura che Leone o il suo
traduttore, abbia scritto l’anno dell’egira 516, in luogo di 560, con
che la morte di Edrîsi tornerebbe al 1164-5.
[714] Il testo delle notizie biografiche si legge nella _Bibl.
arabo-sicula_, pag. 610, 611. Quivi non pubblicai i versi di Edrîsi,
ch’io già avea copiati dai due mss. parigini della _Kharida_, cioè
Anciens Fonds, 1376, fog. 49 recto, segg. e Asselin, 369, fog. 12,
verso, segg.
Il primo componimento, nel quale si narra il solito sogno erotico dei
poeti arabi, incomincia con questo verso:
“Ella venne a trovarmi al buio, quand’io, fatta la vigilia, m’era
buttato a dormire, ed anima vivente non ci sentiva.”
Or il sostantivo _rakib_, al quale ho dato il significato generico
di “vigilante” si dice di chi fa la scolta, di chi aspetta, di chi fa
un’osservazione astronomica, ec. Edrîsi doveva essere un po’ astronomo
o astrologo anch’egli. Ma ne’ versi seguenti non v’ha nulla che porti
all’un di que’ significati, più tosto che all’altro.
Nel secondo squarcio, il geografo confessa “aver passate di molte notti
a bere in nobili ed elette brigate, nelle quali il vino, ammantato di
giallo e ornato d’una collana di schiuma, avea sì ben lavorato, che
l’aurora trovò i commensali distesi a terra, tra fiumi, rigagnoli e
prati; donde e’ si levavano tutti sbalorditi, ma ricominciavano a far
girare le coppe infino a sera.”
Par che Edrîsi, quand’ei comunicò le sue poesie a Ibn-Bescirûn, avesse
già varcata quella felice età; poichè nell’ultimo madrigale, pesante
anzi che no, ei non pensa che alla morte, ai proprii peccati ed alla
misericordia di Dio.
[715] Mi riferisco pei particolari ai capitoli 5 ed 11 dell’opera
di Lelewel, intitolata: _Géographie du Moyen-âge_, monumento di
erudizione, amor della scienza e volontà ostinata contro gli oltraggi
della fortuna. Sventuratamente il libro non è ben ordinato, ed è
scritto in un tal francese, che spesso non si capisce, e sempre stanca
il lettore.
[716] Si veggano: Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_, Introduction, §
II; Lelewel, op. cit. _Epilogue_, cap. 87 a 61; Sédillot _Prolégomènes
des Tables d’Oloug Beg._, pag. viij segg. e Sprenger, _Die Post-und
Reiserouten des Orients_, Leipzig, 1864.
[717] Su la cartografia presso gli Arabi, si vegga Reinaud, op. cit.,
pagine xliv, xlv, ccliii, e Lelewel, op. cit. _passim_.
[718] Nel cap. iij del presente libro, pag. 453 segg.
[719] Il testo ha in tutti i mss. ..r..sios-el-Antaki, senza vocale
dopo la _r_, e senza alcun segno che determini la prima lettera, se
sia _a_, _i_, ovvero _o_. Paolo Orosio da Tarragona, potea forse venir
chiamato Antiocheno da qualche traduttore siro o arabo, per cagion del
suo viaggio in Oriente. Egli è d’altronde il solo storico latino di
cui facciano menzione gli Arabi; sul quale si vegga Hagi-Khalfa, ediz.
Fluegel, V, 171, num. 10,626. Intorno le nozioni geografiche contenute
nella Storia di Paolo Orosio, si confronti Lelewel, op. cit., cap. 28
del volume intitolato _Epilogue_, pag. 35.
[720] Si vegga su questi autori, Reinaud, op. cit. Introduction, § II,
pag. lvij, lx, lxj, lxiij, lxii, lxxxj.
[721] I nomi proprii, al par che l’etnico, dànno a vedere che
quest’autore era di schiatta tartara.
[722] Le ricerche del Reinaud, del Lelewel, dello Sprenger, del
Sédillot, e di M. Barbier de Meynard, non ci dànno alcuna notizia su
cotesti autori.
[723] Reinaud, vol. cit., Introduction § II, pag. lxij, xciij, xcv,
cij; Barbier de Meynard, _Le Livre d’Ibn-Khordadbeh_, nel _Journal
Asiatique_, di gennaio 1865; Sprenger, op. cit. prefazione.
[724] Sprenger, op. cit., p. XVIII segg.
[725] Su l’importantissima opera geografica di Bekri si vegga la nostra
Introduzione, nel primo vol., pag. XLII, XIV. Il baron De Slane ha
pubblicato poi il testo arabico ed una nuova traduzione francese.
[726] Venticinque parasanghe da tre miglia ciascuna. A questa misura
s’appiglia l’autore, traduzione francese, I, 2, il quale cita quelle
degli Indiani e d’Erastotene e tace la misura di Tolomeo. Si veggano a
questo proposito le osservazioni di Lelewel, op. cit., cap. 60, tomo I,
pag. 100.
[727] Lelewel, op. cit. cap. 247 e 60, tomo I, pag. LIX e 101. Si vegga
anche la mia _Carte comparée de la Sicile_, Notice, pag. 13, 14. Il
miglio romano è valutato, secondo le ultime ricerche, a metri 1481, e
il siciliano, secondo il sistema del 1809, torna quasi allo stesso,
cioè 1487 metri. Si avverta che Edrîsi, ne’ diversi itinerarii, e
perfino in que’ della Sicilia, adopera talvolta altre specie di miglia;
il che or dovea produrre errori ed or no, sembrando che gli autori
dell’opera siciliana abbiano conosciuto i rapporti di alcune di quelle
specie di miglia.
Il Lelewel conchiude che la misura di 75 miglia al grado era “positiva,
siciliana, tradizionale in Sicilia....” quella appunto di Pytheas da
Marsiglia, trapiantata in Sicilia da Timeo di Taormina.
Si ricordi inoltre che il sistema metrico siciliano del 1809 innovò
poco le antiche misure, le quali non erano, per altro, uniformi in
tutta l’isola.
[728] Per esempio _Gaud..s_-Gaulos (Gozzo); _Nabbudi_-Anapus;
_Marsa-el-Julis_-Odyssæum portus.
Non metto in lista qualche altro nome il quale si può supporre
mantenuto fino al XII secolo, come _Libniados_, ch’Edrîsi dà a Licata e
che si trova scritto Limpiados e Ολυμπίαδος, in un diploma bilingue del
1144.
Non mi pare impossibile che i geografi di Palermo abbiano trascritto
da carte greche alcuni nomi che non si trovavano nelle arabiche. Noi
sappiamo dal Masûdi, _Les Prairies d’or_, testo e traduzione, Paris,
1861, I, 185, che gli Arabi non sapeano leggere alcuni nomi nelle carte
di Tolomeo, perchè erano scritti in greco. Il che non si deve intendere
di tutti i nomi, ma di quelli de’ quali i traduttori arabi non avean
saputo trovare il riscontro, o non l’aveano cercato per la poca
importanza del luogo.
[729] Si veggano nel vol. II della traduzione di M. Jaubert:
_N..b..kta_, p. 121, Naupactos (Lepanto).
†_sck..la_, p. 125, Scyllaeum.
_Ellak..d..mona_, p. 125, Lacedemona.
†_ghr..b..s_, p. 296, Euripos (Negroponte).
†_blakhonia_, o †flakhonia, p. 299, Paphlagonia.
_M.diolân_, p. 240, Mediolanum.
_Arinminis_, p. 247, Ariminum.
_Badi_, p. 253, Padum.
_Ang..l..zma_, p. 227, Aequolesima (Angoulême).
_Albernia_, p. 368, Alvernia (Auvergne).
E da un altro lato:
_L..g_, p. 116, Lecce.
_B.rzâna_, p. 417, Bruzzano.
†_nbria_, p. 240, Umbria.
_S..gona_, p. 249, Savona.
_G..b..t B.ka_, p. 250, Civitavecchia.
Di Nardò si dànno due nomi, p. 119. _Nudrus_ (correggasi Nardros)e
_Neritos_; proprio il nuovo e l’antico.
È certo poi che i geografi di Palermo ebbero sotto gli occhi qualche
carta o relazione araba della costiera d’Italia, poichè non poteano
trovare altrove il porto di _Khinziria_ che suona “cinghialeria” (forse
Porto Ferraio) pag. 250, nè il secondo nome di _Keitûna-el-Arab_ “Cala
degli Arabi” che si dava al Monte _G..rgio_ (Capo Circeo), pag. 256. Il
vocabolo _Keitûn_, del quale Edrîsi dà qui la forma femminile, è preso
manifestamente da Κοιθὠν, che dall’antico significato di letto e camera
da letto, passò nel greco bizantino a quello di “cala” o di “scalo.” Si
vegga l’annotazione che fa M^r Hase a questa voce, nella nuova edizione
del _Thesaurus_.
_B..lonia_, p. 240, Bologna.
_B..ri_, pag. 241, Berry.
†_kl..rm..nt_, pag. 241, Clermont.
_Auzb..rg._. p. 246, Augsbourg.
†_nk..rt..ra_, p. 356, Inghilterra.
†_nkl..sin_, p. 356, Inglesi.
_K..mrâi_, p. 366, Cambray.
†_strik_, p. 367, Utrecht.
_H..stings_, p. 374. Hastings.
_R..ng B..rg e Rinscb..rg_, p. 570, Regensburg.
Centinaia di nomi si potrebbero aggiugnere all’una o all’altra classe,
ma i nuovi abbondan più ne’ paesi di lingue germaniche.
Si avverta che abbiamo segnate con puntini (..) le vocali brevi che
mancano quasi sempre nel ms. e con una crocetta (†) l’_elif_ arabica,
la quale, secondo le vocali aggiuntevi, può suonare _a, i, o, e_
talvolta è premessa meramente per eufonia innanzi due consonanti, come
noi usiamo l’_i_ avanti la _s_ impura.
[730] Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 454, nota 2.
[731] Edrîsi parla di soli compatriotti di Ruggiero; ma non si può
supporre esclusi i Musulmani, quando lo scrittore, e forse molti altri
collaboratori, professavan quella religione. Tutte le memorie del
XII secolo, e particolarmente il viaggio d’Ibn-Giobair, provano il
frequente passaggio di viaggiatori musulmani in Sicilia.
[732] Come ho avvertito a pag. 455, nota 2, Edrîsi dice che, per fare
tal confronto, si prese la tavola del _tarsîm_. Quest’ultimo vocabolo
significa “fare il _rasm_” e vale, secondo i dizionarii, “vergare,
segnare per bene” e specialmente “tirar linee, listare.” Così avremmo
tavola lineata, o in altri termini, graduata.
Ma la voce _rasm_, qual che si fosse il suo valore primitivo nella
lingua arabica, fu dal tempo di Mamûn in giù, adoperata da’ geografi
per indicare i contorni del mondo conosciuto; onde agli eruditi è parsa
mera trascrizione di όρισμας. (Cf. Lelewel, op. cit., cap. 15, tomo I,
pag. 21, e Reinaud, op. cit., Introduzione, pag. xlv.) Abbiamo in fatti
varii _Rasm el rob’ el ma’mûr_ ossia “Figura del quarto (di superficie
terrestre) abitato.” Ora egli è perfettamente conforme all’uso della
lingua arabica che si cavi da un sostantivo la seconda forma del verbo
analogo a quella radice, e gli si dia il significato di fare o produrre
la cosa designata dal nome; in guisa che _tarsîm_ vorrebbe dire
precisamente, l’atto di delineare il _rasm_, cioè la supposta figura
della terra abitata.
Ognun vede, finalmente, che nel nostro caso i due lavori designati da
que’ due vocaboli tornavano allo stesso effetto. La tavola graduata
(sia a gradi di latitudine e longitudine, sia coi sette climi che
faceano da paralelli e con dieci suddivisioni per ciascun clima che
supplivano a’ meridiani) serviva a delinearvi il mappamondo secondo
le tavole di latitudine e longitudine compilate dagli astronomi;
e il _rasm_ era il mappamondo copiato da un esemplare ch’era stato
precedentemente costruito o corretto secondo le medesime tavole.
[733] Che mi sia permesso questo neologismo per significare con un sol
vocabolo la linea itineraria accompagnata dalla sua direzione rispetto
ai punti cardinali. Si vegga l’errata, nel quale ho corretto così
la espressione ch’io tradussi vagamente “distanze” nella pag. 455,
spiegandola bensì nella nota 1 della pagina stessa.
[734] Si vegga la pag. 455, nota 3.
[735] Ho citati i codici e le loro carte geografiche, nella
Introduzione, vol. I, pag. XLIII seg. num. XX, e poi nella _Carte
comparée de la Sicile_, pag. 10.
Il mappamondo del codice della Bodlejana (Grav. 3837-42) è delineato
in un gran foglio, e quello del ms. di Parigi (Suppl. arabe 892) sopra
uno più piccolo. Da coteste due copie manoscritte M^r Jomard trasse il
disegno, pubblicato poi da M^r Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_, pag.
cxx. Il Lelewel, dopo averne fatto un diligentissimo studio nel cap.
57 della sua opera ed aver copiata nella tavola Xª (n. XX, 39) del suo
atlante la figura del mappamondo, ricostruì questo in un rame ch’è il
secondo tra quelli annessi ai suoi Prolegomeni. Ei nota (op. cit., cap.
62 nel tomo I, pagina 103), tra gli altri errori di coteste immagini,
la lunghezza del Mediterraneo, molto diversa da quella che risulta dal
testo.
[736] Lelewel, capp. 8, 9, 10 e 50, e nell’Atlante, tavole VII
e IX, figure xj e xvij. È da notare che nel mappamondo di Torino
sono raffigurati i quattro venti cardinali, i quali mancano nelle
precedenti immagini del mondo di origine latina. Del resto, la figura
del Mediterraneo e dell’Adriatico toglie ogni sospetto che questo
mappamondo possa essere stato mai cavato da carte nautiche.
Il sagace Lelewel lo ha supposto delineato, o almeno ricopiato, nella
contea di Maurienne, poichè vi ha scoperto, non ostante gli errori,
il nome di quel piccolo paese. Si vegga la descrizione del codice
e la incisione della carta, presso Pasini, _Codices mss. Bibl. reg.
Taurinensis Athenaei_, II, 26, segg. Ritraggo di più da una lettera del
dotto bibliotecario Gaspare Gorresio, che il codice va riferito alla
fine del XII secolo, se non al principio del XIII, e che la carta fu
fatta, o per lo meno scrittovi i nomi, dalla stessa mano che copiò il
codice.
[737] Versione francese, II, 421.
[738] Si veggano i fac-simile, in fin del primo volume della versione
francese. Il Lelewel, op. cit., cap. 60, 246, pag. liv e 99, del
1º volume, trascrive le cifre delle latitudini e longitudini che
si trovano soltanto per 26 posizioni, una delle quali appartiene al
secondo clima e tutte le altre al primo.
[739] Mi sembra che il Lelewei, tomo I, pag. 99, abbia compresa
l’operazione in questo stesso modo, quantunque egli fosse incatenato
dalla traduzione francese di M. Jaubert, la quale rendea così il passo
di Edrîsi: “il voulut savoir d’une manière positive les longitudes et
les latitudes et les distances respectives des points.” Ma veramente
questo passo, che si riferisce a Ruggiero, significa “volle vedere se
tornassero precisamente le linee itinerarie orientate,” come ho detto
poc’anzi nella nota 3, pagina 673 seg.
Delle carte nautiche del medio evo ha trattato il Lelewei, op. cit.,
cap. 256, tomo I, pag. lxxxij, e cap. 108, tomo II, pag. 16 seg. Egli
attribuisce ai perfezionamenti successivi di quelle, la nuova èra delle
scienze geografiche. Si vegga anche il discorso letto da M^r D’Avezac
alla Società Geografica di Parigi, intorno la proiezione delle carte.
Paris, 1863, § XI.
Si ricordi che la prima carta conosciuta fin oggi, è quella genovese
di Pietro Visconti (1318). Ma la prima menzione dell’ago calamitato
si legge in Pietro d’Ailly e in Guyot de Provins, cioè a dire verso il
1190.
[740] Asselin, console francese al Cairo ne’ principii del nostro
secolo, riportò una bella collezione di Mss. comperata poi dalla
Biblioteca parigina. Vien da cotesta collezione il prezioso codice
denotato con la lettera B nella versione di M^r Jaubert, in questa mia
storia e nella _Biblioteca arabo-sicula_.
M^r Jomard, che creò poi la magnifica collezione di carte posseduta
dalla Biblioteca Parigina, fece copiare queste di Edrîsi, come si
scorge dal Reinaud, op. cit., pag. CXIX. L’industre Lelewei ne incise
egli stesso nell’op. cit., una riduzione alla decima parte (da 0,32 ×
0,18 a 0,03 × 0,02).
[741] Nella _Carte comparée_ citata dianzi, io ho messa a riscontro
la Sicilia del ms. Asselin con quella cavata da un bel ms. greco di
Tolomeo, posseduto dalla stessa Biblioteca Parigina.
[742] Si vegga il nostro libro IV, cap. xiv, pag. 446 del 2º vol.
[743] Mi fa pensar questo la posizione rispettiva di Messina e di
Palermo. Nella periferia dell’isola, veggiamo troppo alterata la parte
che guarda l’Affrica. Ma si rammenti che la copia è fatta ad occhio.
[744] Si vegga Lelewel, op. cit., vol. III pag. 71 e 220, dove l’autore
esamina la descrizione con critica da maestro, ma sbaglia talvolta per
poca pratica della lingua e scrittura arabica.
[745] Il baron de Slane, nell’articolo sopra Edrîsi, pag. 388 del
citato volume del _Journal. asiat._, riferisce il giudizio di M. Hase
ed accenna al confronto de’ nomi geografici di quelle regioni, sul
quale l’illustre ellenista faceva un lavoro, di cui v’ha qualche saggio
nella traduzione del Jaubert, II, 286 segg.
[746] Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_, II, 263 segg.
[747] Tomo II, 250 segg. della traduzione francese. Edrîsi le tolse
in parte da Ibn-Khordadbeh, il quale alla sua volta le avea raccolte
da autori più antichi. Si vegga la citata traduzione d’Ibn-Khordadbeh,
nel _Journal asiatique_ di giugno 1865, pag. 482 segg. con le note di
M. Barbier de Meynard, il quale attribuisce a mercatanti musulmani ed
ebrei questa descrizione di Roma, degna delle _Mille ed una notte_,
come ben dice l’erudito traduttore. Edrîsi lasciò indietro alcune
favole più grosse. Ma ripetè quella del Tevere foderato di rame;
l’origine della quale è un equivoco sul _flavus Tiber_, come lo nota M.
Reinaud, _Géogr. d’Aboulfeda_, pag. 310, 311 nota, poichè _sofrah_ in
arabico significa ad un tempo “giallo” ed “ottone.”
[748] A foglio 10, recto, lin. 5 del testo mediceo. Non posso citare
altrimenti, poichè le pagine non sono numerate. I traduttori, nella
prefazione, dissero cristiano l’autore perchè nomina G. C. “il signor
Messia.” Ma una lettura alquanto più estesa delle opere di Arabi
musulmani avrebbe fatto cader subito così fatto argomento; e in ogni
modo quella espressione, usata nella corte di Ruggiero, non dovea far
maraviglia, nè potea provar punto nè poco la professione di fede dello
scrittore.
L’errore da me citato è di copia, non di stampa, leggendosi anco nel
ms. di Parigi, Suppl. arabe 894, ch’è lo stesso sul quale fu fatta la
edizione di Roma, e pervenne, non si sa come, nelle mani dell’Abate
Renaudot e indi nella Biblioteca di Saint Germain des Près. V’ha
l’_imprimatur_ della censura di Roma e la nota di qualche passo tolto
da’ censori: per esempio, il racconto che nell’isola di Ceylan rimanea
l’orma del pie’ di Adamo. Sempre gli stessi!
Secondo il catalogo di Assemani, n. CXI, pag. 162, la Laurenziana
possederebbe un codice del _Nozhat_, o per lo meno del compendio. Ma
il manoscritto CXI, oggi rilegato con un altro e segnato di n. 49, non
è altro che la seconda metà dell’_Agidib-el-Mekhlûkat_ di Kazwini.
Di due cose, dunque, l’una: o il catalogo di Assemani è sbagliato
in questo, come in tanti altri luoghi, o il codice fu barattato dopo
la compilazione del catalogo; cioè che lo Edrîsi scomparve e che per
surrogarlo si spezzò in due il Kazwini. Non si può metter da parte tal
sospetto, quando abbiamo certissimi i due fatti: 1º che il Suppl. 894
di Parigi è quel desso che servì a stampar l’opera nella tipografia
medicea; e 2º che il codice passò per la biblioteca del Renaudot, sì
gradito a corte dei Gran Duchi di Toscana al suo tempo. Ognuno intende
ch’io non accuso con ciò quello illustre trapassato. Si può dare che
la corte di Toscana gli avesse regalato il codice; che gli fosse stato
prestato dal bibliotecario, ec.
[749] Il signor Reay lavorava a così fatta edizione, come si scorge dal
rapporto di M. Mohl, nel _Journ. asiatique_ di luglio 1840, pag. 124.
Ma non se n’è più parlato.
[750] _Description de l’Afrique_ etc, par R. Dozy et M. J. de Goeje.
Leyde, 1866, in 8º.
[751] Si veggano gli Atti della Società geografica di Parigi in quel
tempo, e il citato articolo del baron De Slane, nel Journal Asiatique.
[752] Reinaud, op. cit. Introduction, pag. CXX.
[753] Sprenger, _Die Post- und Reiserouten_, già citato, pag. xvij.
[754] Il libro di Ruggiero, per quanto io sappia, non è stato studiato
addentro se non che dal Lelewel; il quale l’ha confrontato con le opere
anteriori ed ha rifatto, com’ei potea meglio, il mappamondo e alcune
carte parziali. Non è cosa facile il citare dei passi dell’opera di
Lelewel. Si veggan pure i capitoli 54 a 68, e 246 a 254, le carte X, XI
e XII, dell’Atlante, quelle date ne’ _Prolegomeni_, l’_Epilogue_, cap.
73 segg. e tutta l’_Analyse_.... _d’Edrîsi_ nel III volume. Ritornando
su l’argomento nell’Epilogue, cap. 72, pag. 126, il signor Lelewel
indovinò felicemente gli altri elementi del mappamondo siciliano; ma
costretto, lo voglio replicare, dalla versione di M. Jaubert, a credere
che si fossero trasportate nell’abbozzo «le latitudini e longitudini» e
non già «le linee itinerarie orientate», ei non potè scoprire il merito
principale dell’opera.
[755] Reinaud, _Géog. d’Aboulfeda_, Introduzione, pag. CXX.
[756] Questo giudizio ch’io dètti una volta, è stato ratificato dal
Dozy, nella prefazione all’opera citata su l’Affrica e la Spagna.
[757] Il testo latino di questa iscrizione fu pubblicato dal Fazzello,
Deca I, libro viij, cap. 1, indi dal Pirro; e, co’ testi greco ed
arabico, dal Gregorio, _Rerum Arab_., pag. 176; dal Morso, _Palermo
antico_, pag. 27 segg., e in parte poi dal Buscemi e dal Lanci. Io ho
data una lezione, com’io credo più esatta, de’ testi, accompagnata di
alcuni schiarimenti, nella _Rivista Sicula_, Palermo, vol. I, pag. 339
segg. (maggio 1869.)
[758] Kazwini, _Athâr el Belâd_, nella edizione del Wüstenfeld,
Zaccaria.... _Cosmographie_, II, 373; e nella mia _Bibl. arabo-sicula_,
testo, pag. 143.
[759] Estratto della _Kharida_ di Imad-ed-dîn, nella _Bibl.
arabo-sicula_, pag. 581. Ibn-Ramadhan è indicato quivi col nome di
Abd-er-Rahmân e da Kazwini col cognome di Abu-l-Kasem, il che non prova
nulla contro la identità della persona.
[760] Eghinardi, _Annales_, anno 806.
[761] Testo del Wright, pag. 281 segg. Di questo squarcio ho data la
traduzione italiana, nel mio articolo su la iscrizione trilingue della
Cappella Palatina, pag. 346, 347 della citata _Rivista Sicula_.
[762] Nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 617. Il Casiri, _Bibl.
arabo-hispanica_, I, 384, dando il medesimo squarcio, tradusse
erroneamente: “De instrumentis hydraulicis, ubi de cochleis ad aquas
exhauriendas.”
[763] _Kartâs_, ossia _Annales Regum Mauritaniae_, ediz. del Tornberg,
testo, I, 151, e versione latina, pag. 200. Ho ragionata la _roba’_,
o _arrova_, come in oggi scrivono gli Spagnuoli, a 400 libbre da 400
grammi. I dinâr di cui si tratta qui, dovrebbero esser quelli dei primi
califi almohadi, dei quali que’ che possiede il gabinetto numismatico
di Parigi pesano, su per giù, grammi 4,75, e son d’oro purissimo. Onde
tornano a un di presso a 17 lire ciascuno. Se li supponessimo dinâr
ordinarii, la somma scemerebbe a lire 1,450,000.
Il partito di portar su una di quelle sfere per l’interno della torre,
si comprende bene riflettendo che la Giralda, come il campanile di San
Marco in Venezia, suo coetaneo e compagno, ha la scala non a gradini ma
a piani inclinati. Si vegga su questo particolare Girault de Prangey,
_Essai sur l’architecture des Arabes_. Paris 1841, pag. 105 seg.
[764] _Cronica del sancto rey D. Fernando_, cap. 73.
Si confronti il signor De Schack, _Poesie und Kunst der Araber in
Spanien_ etc., Berlino, 1865, II, 241, segg. dal quale traggo questa
citazione, non avendo potuto trovare il testo nelle biblioteche di
Firenze.
[765] Cap. ij del presente libro, pag. 397 del volume.
[766] Abate di Telese, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p. 279.
[767] Cap. V del presente libro, pag. 508.
[768] Ivi, pag. 538.
[769] Diplomi del 23 aprile 1284, citati nella mia _Guerra del Vespro
Siciliano_, ediz. di Firenze, 1866, I, 283, nota.
Si faccia attenzione altresì a un diploma del 6 maggio quivi citato,
nel quale è detto di una quantità di sassi lavorati (_finarrati_) pei
mangani.
[770] Libro II, cap. ix, vol. I, pag. 399.
[771] Cap. V del presente libro, pag. 539.
[772] Cap. ij di questo libro, pag. 397.
[773] Si vegga la nota 5 della pag. 611 di questo stesso volume, cap.
viij.
[774] Si vegga il cap. v di questo libro, pag. 461.
[775] _Turikh-el-Hokamâ_, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag.
619. La famiglia era siciliana, come lo dice espressamente il Zuzeni e
come si vede dal nome del padre, Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, giureconsulto e
poeta, del quale ci occorrerà di far parola nel capitolo seguente, tra
i poeti e i giureconsulti. Secondo la notizia biografica che abbiamo
nella _Biblioteca_ citata, pag. 586-587, questo Isa visse nella prima
metà del secolo.
[776] Falcando, presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 481, narra che il
cancelliere Stefano, aspettando la congiunzione di corpi celesti che
gli astrologhi cercavan favorevole a lui, differì la mossa da Palermo
alla volta di qualche altra fortezza.
[777] Il ms. latino 7316 della Biblioteca di Parigi, che comincia
con l’_Introductorium Albumazar_, ha un opuscolo di cento brevissime
proposizioni con questo titolo: “Domino manfrido inclito regi Sicilie,
Stephanus de Messana hos flores de secretis astrologie divi ermetis
transtulit.” Comincia a fog. 152 verso e finisce a fog. 154, recto di
questo buon codice latino di mano francese del XV secolo, posseduto un
tempo da Francesco II.
Il gran credito di Hermes trismegisto si può argomentare da’ libri che
gli attribuiscono gli Arabi, presso Hagi-Khalfa, edizione di Fluegel,
N^i 6177, 6257, 6259, 7733, 7873, 9197, 9815, 9831, 10523, 10620, ec.
ec.
[778] Il Mongitore, _Bibliotheca Sicula_, pag. 314, citò un Codice di
quest’opera posseduto dalla Biblioteca di sant’Antonio in Venezia,
quello appunto di cui il Tomasini (_Bibliothecæ venetæ, Mss._, pag.
5) dà il titolo: “Tabulae Toletanae Joannis de Sicilia super Canonibus
Arzachelis.”
Io ne ho visti due altri nella Biblioteca parigina e sono segnati
Mss. Latins, Ancien Fonds, 7281 e 7406. Il primo de’ quali torna al
XV secolo, ed è intitolato: “Exposicio Jo. De Sicilia supra canones
Arzachelis, facta Parisius (sic) anno Christi 1290,” com’io lessi con
l’aiuto dell’illustre M. Gerard. L’altro del XIII o XIV secolo ha per
titolo, “Canones in tabulas toletanas quos exposuit Joannes de Silicia
(sic) 1290.” E sul bel principio occorrono i metodi della riduzione
degli anni dell’egira a quei dell’èra volgare, della bizantina, etc.
[779] Del primo di cotesti astrolabii ho trattato nella Introduzione
alla presente Storia, tomo I, pag. XXV, XXVI. Sul secondo si
vegga Sédillot, _Matériaux pour servir à l’histoire des sciences
mathematiques_ etc. Paris 1815 (1819?) in 8º pag. 347. Questo
astrolabio del XII secolo, trovato nella cittadella di Aleppo,
fu descritto dall’illustre orientalista R. Dorn dell’Accademia di
Pietroburgo, il quale lo credette siciliano, per cagion de’ caratteri
magbrebini. Ma il Sédillot non giudica sufficiente tal prova, e mi par
abbia ragione.
[780] Capitolo IX di questo libro, pag. 641.
[781] Huillard-Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI, seg.
[782] _Opuscoli di Leonardo Pisano_, pubblicati dal principe
Baldassarre Boncompagni, 2ª edizione. Firenze, 1836, in 8º, pag. 55.
L’erudito signor Huillard-Bréholles, nella Introduzione, op. cit.,
pagina DXXXV, ha sostenuto con buone ragioni che la data del 1225 sia
quivi sbagliata e che le si debba forse sostituire 1230.
[783] Opuscoli citati, pag. 2, 17.
[784] Opus. cit., pag. 114.
[785] Opus. cit., pag. 44.
[786] Opus. cit., pag. 20.
[787] Il monaco Filagato, contemporaneo di Ruggiero ed autore di alcune
delle omelie che si attribuirono a Teofane Cerameo, ha in alcuni mss.
il titolo di filosofo, come notammo nel libro Iº di questa istoria,
vol. I, pagina 488. In un diploma greco del 1172 ed in uno latino del
1173, nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 30 e 33,
è citato Giovanni, _filosofo_ e prefetto della Cappella. Su questa
dignità ecclesiastica si vegga il glossario latino del Ducange.
[788] Diplomi del 1221 e del 1210, presso Huillard-Bréholles, _Historia
Diplomatica_, vol. II, 185, e V, 720.
Il nome preciso di maestro Giovanni di Sicilia è preposto ad un
trattato latino di stile epistolare, il quale, con altri opuscoli
somiglianti, si ritrova nel codice di Parigi, Fonds saint Germain,
1450, scrittura, come parmi del XIV secolo. Questo trattato prende 12
fogli, dal 3 recto, dove si legge “Incipit rectorica magistri Joannis
de Sicilia in arte dictandi” infino al 14 verso, dove incomincia
un’altra “Summa dictaminis.... composita per magistrum _Laurentium
de Aquilegia_ lombardum, juxta stilum romane curie et consuetudinem
modernorum.” Segue la “Summa Britonis”, opuscolo dello stesso genere.
Meglio che le due ultime terze parti del volume sono occupate da un
dizionario latino etimologico, nel quale è soscritto _Petrus Thibodi_,
monaco in Parigi, con la data del 1298. Forse questo segretario latino
maestro Giovanni di Sicilia, visse anch’egli allo scorcio del secolo ed
è pertanto diverso dal filosofo di Federigo II.
[789] Diploma dato di Sarzana il 15 dicembre 1239, presso Bréholles,
op. cit. V, 556.
[790] Diplomi del 6 e 10 febbraio 1240, op. cit., V, 727, 745.
[791] Diploma del 12 febbraio 1240, op. cit., V, 750-751.
[792] Si riscontrino gli aneddoti di cotesti astrologhi di Federigo,
nella cronaca vicentina del Godi, presso Muratori, _Rer. Ital._, VIII,
83 e in quella di Rolandino, vol. cit., 228, dove è nominato maestro
Teodoro; e notisi infine ciò che ne dice in generale frate Francesco
Pipino, Muratori, op. cit., IX, 660.
[793] Si veggano i versi latini citati dal Bréholles, Introduction, p.
DXXXI seguente.
[794] Il prologo d’una traduzione francese del notissimo _Libro di
Sidrac_ dice che “un homme d’Antioche qui ot non Codre le philosophe”
intimo di Federigo, procacciò e mandò ad Obert, patriarca d’Antiochia,
la traduzione latina di quel libro, fatta da un frate palermitano per
nome Ruggiero, che l’imperatore avea mandato apposta a Tunis, sapendo
che quel re possedesse il testo arabico. M^r Huillard-Bréholles, dalla
cui Introduzione tolgo questa notizia (pag. DXXIX), non la crede
apocrifa, com’altri ha pensato e riconosce nell’_Obert_, Alberto
patriarca d’Antiochia, e nel Codre il nostro Teodoro. Le quali
correzioni mi sembrano ottime. Chiunque ha pratica di paleografia
latina, sa quanto spesso si confonda la _t_ con la _c_. E lo
scorciamento di _Theodoros_ in _Todros_ è comunissimo in Oriente, come
ognun sa.
Il nome dell’Imperatore comparisce anco in una traduzione latina
del “liber novem judicum, quem misit Soldanus Babiloniae Friderico
imperatori” di che nel _Catalogue Mss. Angliae_, II, 346, n. 8509,
citato dello Steinschneider nel _Giornale della Società orientale di
Germania_, tomo XXIV, parte III (1870), p. 387. Probabilmente i “Sette
Savii” divennero “Nove Giudici” pel doppio significato della voce
arabica _hakim_ e il facilissimo scambio de’ vocaboli sette e nove
nella scrittura neskhi.
[795] Salimbeni, _Chronica_, Parma, 1857, p. 168, 169.
[796] Si vegga Perles, _Rabbi Salomo_, etc. Breslau, 1863, citato dallo
Steinschneider, _Hebräische Bibliogr._, n. 39, pag. 64.
[797] Si vegga il capitolo precedente, pag. 641 di questo volume. Il
Bréholles, op. cit. Introduction, pag. CXCIII, segg. dà i particolari:
gli animali messi in mostra a Ravenna il 1234, in Alsazia il 1235;
l’elefante donato alla città di Cremona etc.
[798] Op. cit. Introduzione, pag. DXXIV, e tomo IV, 384 seg., dove si
citano i Mss. di Bruges e di Pommersfeld. Si aggiunga quello della
Laurenziana, Plut. XIII, sin., cod. 9, proveniente dalla Bibl. di
Santa Croce (catalogo del Baudini, IV, pag. 109). Questo bel codice
di pergamena, in foglio, è intitolato: “Aristotelis de Animalibus,
interprete Michaele Scoto” e si compone di tre opere diverse:
1. “De animalibus” tradotto dall’arabico in latino per maestro Michele
(Scoto) in _Tellecto_, del quale fu finita la copia il 24 sett. 1266
(fol. 56, recto).
2. Lo stesso, col nome intero di Michele Scoto, principia: “Frederice
domine mundi” etc. come nel catalogo del Bandini e in fine vi si legge
“expletus est per magistr. Henrigum colloniensem etc. apud _Messinam
civitatem Apulee_, ubi dominus Imperator eidem magistro hunc librum
premissum _commendavit_ anno 1232,” finita la copia il 14 novembre 1266
(fol. 38, recto).
3. “De partibus animalium” tradotta anche da Michele Scoto. Secondo il
catalogo, la traduzione sarebbe stata fatta sul testo greco; ma ciò non
si legge nel codice, il quale è scritto della stessa mano, con maggior
fretta che nelle due prime parti. È da accettare per cagione della
data, la correzione del Bréholles, che sostituisce Melfi a Messina.
Michele Scoto fu celebre in Italia per tutto il secolo XIII, come si
scorge dal Salimbeni, _Chronica_, pag. 169.
[799] Si vegga Steinschneider, _Hebräische Bibliographie_, n. 39,
(maggio 1864) pag. 65, nota 7.
[800] Bréholles, op. cit., pag. DXXV.
[801] Op. cit., pag. DXXXVI.
[802] Op. cit., pag. DXXXVII.
[803] Wolf, tom. IV, p. 861, citato dallo Steinschneider, nell’opuscolo
di cui si è detto poc’anzi.
[804] Codice della Biblioteca di Modena, citato dal Tiraboschi, tomo
IV, parte II, pag. 342. La versione italiana manoscritta (XV secolo)
che possiede la Biblioteca nazionale di Firenze, non ha nome d’autore,
nè di traduttore.
[805] Su la parte ch’ebbero i Giudei in questo celebre insegnamento,
si vegga il Carmoly, _Histoire des Médecins juifs_, Bruxelles, 1844,
in 8º, tomo I, § XXIII, e il De Renzi, _Collectio Salernitana_, Napoli,
1852, tomo I, pag. 106, 119, et passim ed anco ne’ tomi II, III, IV.
[806] De Renzi, op. cit., III, 328.
[807] Ibn-Giobair, da noi citato nel cap. v, di questo libro, pag. 534
del volume.
[808] Mi riferisco pei particolari e per le citazioni, al Bréholles,
op. cit., Introduction, pag. DXXXVIII, DXXXIX.
[809] Articolo di M^r Cherbonneau, nel Journal asiatique di maggio
1856, pag. 489, nel quale si dà ragguaglio d’una raccolta di biografie
musulmane del XIII secolo, per Ahmed-Gabrini. L’Autore dice che
Taki-ed-dîn fu benaccolto da _El-ibratur_, re cristiano dell’isola; la
qual voce va corretta di certo _imbiratûr_, e forse designa Manfredi,
come pensa l’erudito Mr De Freméry, l. c.
[810] Mss. Latins, 6912. Ho cavate le notizie su l’origine di questa
versione, dall’opera stessa, vol. I, fog. 1, 2, e vol. V, fog. 189
verso, e n’ho dato ragguaglio nella mia _Guerra del Vespro Siciliano_,
edizione del 1866, I, 81, 82, in nota. Il codice fu copiato in Napoli
(vol. V, ult. pag.) da Angelo de Marchla.
[811] La tavola delle malattie e de’ membri del corpo umano, tomo
V, fog. 86, segg. è scritta a due colonne, col titolo di _Sinonimum_
nell’una, e di _Expositum_ nell’altra; nella prima delle quali colonne
si legge il vocabolo tecnico arabico o greco, nella seconda il latino.
La _Tabula medicinarum_ corre dal fog. 90 verso al 134 del medesimo
volume, anco a due colonne: per esempio “Alebros = Agnus castus;”
Alhon = Rosa fetens etc,” ma alcuni quaderni mal rilegati guastan qui
l’ordine alfabetico. Poi v’ha, dal fog. 190 recto, una descrizione de’
semplici, condotta anco nell’ordine dell’alfabeto arabico, della quale
parmi bene dare il seguente articolo, che piacerà forse ai botanici.
RUBEA TINCTORIS. Arabice appellatur _fuatelsabg_ (Fuwwat-es-sabgh,
a nostro modo di trascrivere) et est quedam herba, cujus radix est
rubea, qua utuntur tinctores ad tingendum rubeum; et ideo dicitur rubea
tinctoris: et ista herba expanditur et suspenditur cum arboribus; et
virgulta ejus sunt quadrata, alba et subtilia, nodulosa et in quolibet
nodulo sunt octofolia aut sex, aut quatuor, aspera, parva, similia
foliis ysopi montani. Capud (_sic_) ipsorum est acutum et in ipsis
nodulis est flos parvus, citrinus, declinans ad albedinem et in loco
floris egreditur granus similis coriandro; et radice ejus est utendum
(vol. V, fog. 207).
Hadoshaon, hadoydodayon, Rubea tinctoris (fog. 100, recto).