[1103] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 407: “Nec vero nobiles

illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas,

ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur,

et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus

et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis

interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che

la denominazione arabica di _tirâz_.

[1104] Boch (Dott. Franz), _Die Kleinodien des heil. romischen Reiches

deutschen Nation_, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.

[1105] In appendice all’op. cit., pag. 191 segg., e tavola XLI, fig. 64.

[1106] Leggesi in giù, a caratteri minuti e con abbreviature:

_Descriptio totius orbis † pax ismaheli qui hoc ordinavit_; e intorno

intorno il pallio semicircolare, a caratteri grandi molto ornati:

_O Deus Europae cesar Heinrice beare, Angeat_ (augeat) _impreium_

(imperium) _ibti_ (tibi), _rex qrenwine_ (qui regnat in aevum).

Tra le altre leggende, v’ha sotto il Cancro: _Hoc sidus_ CAUCBI _fert

nociva mundi_. Il dotto editore ha corretto facilmente cancri; ma

io cancellerei volentieri la correzione e leggerei in questo luogo

il vocabolo arabo _kaukab_, (abbreviato _kaukb_) “stella,” scritto

in caratteri latini. Il ricamatore arabo, m’immagino io, vedeva una

stella, non capiva il nome, e quindi lo lesse a dirittura in arabo

come, per esempio, i nostri marinai fecero Negroponte da Εύριπος.

[1107] Certamente si ricamava in tutte le parti d’Italia pria che i

Musulmani venissero in Sicilia; ma la voce _ricamare_, derivata senza

dubbio dall’arabo, dà luogo a supporre che quest’arte sia stata, nel

resto d’Italia, perfezionata ed estesa da’ Siciliani dopo l’undecimo

secolo. Non v’ha ragione di attribuire agli Spagnuoli il vocabolo nuovo

e il miglioramento dell’arte ch’esso attesta. D’altronde nel _tirâz_

musulmano si tessevano anco i drappi di seta: e noi non abbiamo alcun

ricordo di tali drappi fabbricati in terraferma d’Italia avanti il XIII

secolo.

[1108] Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, pag. 342, del II volume.

Il nome di Ismahel, ricamato nel pallio, tronca ora la quistione.

[1109] Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 448, nota 3.

[1110] Boch, op. cit., tavola VII, fig. 9, testo pag. 32, 35. Avverto

che in questa tavola e nella XXIV veggo molto confusa la iscrizione

che io lessi chiaramente, fuorchè due vocaboli all’ultimo, sopra un

bellissimo lucido che mi mostrò il signor Boch, l’anno 1858, in Parigi.

E su que’ vocaboli e qualche altro io dissento dalla trascrizione e

versione del dottor Behrnauer, pubblicata nell’opera del Boch.

[1111] Op. cit., tavola XII, fig. 15, 16, e pag. 56 segg.

[1112] Op. cit., tavola IV, fig. 6; VIII, fig. 10; X, fig. 13; XII,

fig. 15, 16, e pagine 36 segg., 49 segg., 56 segg., 60, 61, 65 del

testo.

Si guardi anco, nelle tavole III e XXX, ed a pag. 153, una tunica

azzurra con fimbria e paramani rossi ricamati in oro, opera del XII

secolo, al dir dell’erudito autore, la quale parmi anche siciliana.

[1113] Si veggano le citazioni di Niceta Coniate, Cinnamo e Ottone di

Frisingen, nel cap. iij di questo libro, pag. 433, nota 2.

[1114] Daniele, _I regali sepolcri del Duomo di Palermo_, tavole C.

F. R.; Gregorio, _Discorsi_ VI, VII, VIII, nella edizione del 1853,

pag. 698 segg., e _Rerum Arabicar._, pag. 178 segg. Si vegga anche il

Lanci, _Simboliche rappresentanze_, tomo II, pag. 479, tavola L, n. 4.

Dell’erronea lezione che die’ il Gregorio in questo luogo, ho trattato

nella Introduzione alle iscrizioni arabiche di Sicilia, _Rivista

sicula_ di febbraio 1869, pag. 93, 94.

[1115] Boch, op. cit., pag. 149, 150, 207.

[1116] Si veggano le citazioni testè fatte nella nota 4 a pag. 800, e

in particolare le _Dissertazioni_ VII ed VIII del Gregorio.

[1117] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 267.

[1118] Presso Caruso, op. cit., pag. 407.

[1119] _Journ. Asiatique_, di gennaio 1846, pag. 82.

[1120] _Gesta regis Henrici_, etc., edizione di Stubbs, Londra, 1867,

vol. II. pag. 132; e Ruggiero De Hoveden, ediz. Stubbs, Londra, 1870,

voi. III, pagina 61: il quale si vegga anche presso il Caruso, _Bibl.

sicula_, pag. 960.

[1121] Francisque Michel, _Recherches sur.... étoffes de soie_, etc.,

Paris, 1852, I, 172, cita i versi del _Romans d’Alixandre_, tra i quali

si legge:

_D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus._

A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo

d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì

gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il

pennone, e

_Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne._

[1122] _Tabularium_ della Cappella Palatina di Palermo, 1835,

nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia,

1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato

il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito

francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi

la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’

quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a

due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii

vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.

[1123] Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x,

pag. 330, di questo volume, nota 1. La _domus setae_ era ben de’

dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente la _dohana

paliariorum_.

[1124] In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta.

Oggi trascriviamo _hariri_; ma si può provare con molti esempii che nel

medio evo si rendea più volentieri la _h_ arabica con la _c_ nostra.

Anche la voce _filugello_ vien d’Oriente. V. _Journ. Asiat._, di aprile

e maggio 1857, pag. 547.

[1125] Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture

francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque

Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta

tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.

L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione

francese del _Rerum Memorabilium_ di Guido Pancirolo; ma sbaglia in

due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di

Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il

Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico

Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato.

Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729.

Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50

in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis

annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000

aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo

dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri

et certissimum laborantium fulcimantum.”

Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica

nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore

a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di

erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era

stato chiamato all’Università di Torino.

[1126] Presso Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. 4, nota 21,

squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La

lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni

dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma

si pagavano in Palermo due dritti diversi, _arca_ (arcus?) _cuctonis_

e _caha cuctonis_. La voce _kâ’ah_ era ed è usata in Egitto per

significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi, _Mowâ’iz_,

ediz. di B’ulâk, II, 48, dice della _kâ’ah_ dell’oro al Cairo, quella

cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.

[1127] Gregorio, nota citata or ora, diploma del 1274.

[1128] Ibn-Giobair dice degli stivaletti dorati delle donne

palermitane; e la _cabella auripellium_ si legge nel diploma del 1274,

citato poc’anzi.

[1129] Gregorio, _Discorsi_ VI e IX, a pag. 708 e 734, della citata

edizione del 1853. Si confronti Boch, _Kleinodien_, citato dianzi,

tavola VIII, fig. 10, pag. 37, 38.

[1130] Boch, _Kleinodien_, pag. 153; conf. pag. 144. Si confronti

il Gregorio, _Discorsi_ VI, VIII, pag. 710, 711, 718, della citata

edizione del 1853. Si avverta che gli ornamenti trovati sul teschio

dell’imperatrice Costanza sono serbati adesso nel tesoro della

Cattedrale. Il motto inciso nella gemma principale della corona, letto

erroneamente dal Tychsen, ripetuto dal Gregorio e poi con poco divario

dal Mortillaro, _Opere_, tomo IV, pag. 10, 11, va tradotto, secondo il

Reinaud, “In Dio == ’Isa-ibn-Giâber == confida.” Onde ognun vede che

quel gioiello fu fatto, in origine, per un musulmano.

[1131] Su questo argomento il _Kitâb-el-Fihrist_, testo, Lipsia, 1871,

pag. 21, e nelle _Mémoires de l’Acad. des Inscript._, 1ª serie, tomo

L, pag. 434 segg.; i Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, ediz. di Parigi, II,

350; e il _Mowâ’iz_ di Makrizi, ediz. di Bulak, I, 91, danno ampii

ragguagli, ma incerti ed anche contradittorii. Tra le altre cose

ritraggiamo che la carta della Cina si facea d’erbe (_hascisc_); che

fu imitata in Samarkand con lino o, secondo altri, bambagia; e che il

_kaghed_, ossia carta di cotone, fu fabbricato nel Khorasân, ma non

si adoperò nei registri dell’azienda musulmana, se non che al tempo di

Harûn Rascid. Sembra che allora siasi incominciata a vedere in Europa

questa maniera di fogli.

Merita d’esser letta la dissertazione popolare che M. Louis Viardot

pubblicò a Parigi, una ventina d’anni addietro, nella _Liberté de

penser_, sotto il titolo: _L’Europe doit aux Arabes le papier, la

boussole et la poudre à canon_.

[1132] Edrîsi, _Description de l’Afrique et de l’Espagne_, pag. 492

del testo, de’ signori Dozy e De Goeje, e pag. 235 della traduzione.

Si vegga inoltre nel Casiri, _Bibl. arabo-hispanica_, la descrizione di

molti codici arabi di Spagna scritti in carta bombicina.

[1133] Si tenne a quest’effetto un parlamento in Palermo di marzo

1145, come si vede da un diploma pubblicato dal Mongitore, _Bulla

Privilegia_, etc., pag. 32, del quale il testo greco leggesi presso

il Mortillaro, _Tabulario_ della Chiesa di Palermo, pag. 26. Parecchi

diplomi del vecchio conte Ruggiero e della Adelaide, reggente di

Simone e poi di Ruggiero secondo, furono rinnovati “de carta cuttunea

in pergamenum,” come si vede da’ nuovi diplomi, presso il Pirro,

_Sicilia Sacra_, pag. 1027. Il testo greco d’uno di cotesti diplomi,

dato il 1099 e rinnovato, com’e’ pare, il 1114, si legge presso Spata,

_Pergamene_, pag. 237. Un altro diploma greco del 1097, rinnovato il

1110, fu pubblicato nel _Giornale ecclesiastico di Sicilia_, pag. 116.

Da tre diplomi arabi, di settembre 1144, 3 febbraio e 24 marzo 1145,

appartenenti alle Chiese di Catania, Cefalù e Morreale e gli ultimi due

serbati in oggi nell’Archivio regio di Palermo, si scorge il medesimo

fatto del rinnovamento dei diplomi di concessione “per essere logori e

dileguatane la scrittura.” Spero che tra non guari i testi escano alla

luce nella raccolta del professor Cusa.

[1134] Nel _Tabularium_ della Cappella Palatina di Palermo si legge, a

pag. 60, un testamento del 1213, transuntato il 1232, perchè si trovava

scritto in _carta bumbiana_ che _jam camulari inceperat_.

Il provvedimento di Federigo (1224) si legge nelle Costituzioni, lib.

I, titolo 80, presso Bréholles, _Hist. diplom._, etc., II, 445, dove

si adoperano come sinonimi le denominazioni di _papiri chartae_ e

_chartae bombycinae_. L’uso grande che si faceva in Sicilia di questa

maniera di carta, è attestato dal diploma del 3 gennaio 1329, presso De

Vio, _Privilegia urbis Panormi_, pel quale è approvata la spesa di due

once d’oro, già erogate per copiare in pergamena, secondo le leggi del

regno, il volume delle Consuetudini della città, le quali “cum scriptae

sint in cartis de papiro.... erant quodammodo quasi deletae et minus

honorifice factae.”

L’inventario della Cappella Palatina di Palermo, dato il 1309 e

pubblicato nel _Tabularium_, etc., n LXIII, fa menzione, a pag. 100,

lin. 7, 27, 30 e pag. 103, lin. 11, di parecchi titoli di concessione,

non che d’altre scritture in _carta de papiro_, dal XII al XIV secolo.

E tralascio i due celebri diplomi della medesima Cappella, scritti a

lettere d’oro, in carta bombicina: il primo dei quali, dato il 1139,

fu pubblicato dal Montfaucon, _Paleographia graeca_, pag. 380, 408;

poi, su le orme sue, dal Morso, _Palermo antico_, 2ª edizione, pag.

301, 397; e in ultimo ristampato nel detto Tabulario, n. IV, pag. 10.

Noi n’abbiamo già fatta menzione nel cap. i di questo libro, pag. 354.

L’altro, in carta bombicina azzurra, è dato dal 1140 e citato nello

stesso Tabulario, n. V, pag. 11, nota 1.

[1135] Le prove di questo fatto si veggono nella erudita Dissertazione

dell’Huillard-Bréholles, che uscì nelle _Mémoires de la Société

impériale des Antiquaires de France_, tomo XXIII, col titolo _Sur

l’emploi du papier de coton_, etc., Paris, 1856, in 8º pag. 13 segg.,

dell’estratto.

[1136] Il Bréholles, op cit., pag. 28, nota A, dicendo non aver trovate

prove della esistenza di opificii di carta in Sicilia, ricorda, per

mostrarne la probabilità, che il cotone si coltivava negli Stati

italiani di Federigo.

[1137] Ibn-Haukal, nel _Journal asiatique_, di gennaio 1843, pag. 98.

[1138] Debbo qui correggere un errore corso nella traduzione del

trattato che stipulò, il 1290, Kelaun, sultano d’Egitto, coi re di

Sicilia e di Aragona. La versione italiana, che io ho pubblicata nella

_Guerra del Vespro siciliano_, ediz., del 1866, vol. II, pag. 335

segg., ha all’art. XI, che fosse lecito al sultano di trarre dagli

Stati de’ principi contraenti “ferro, carta e legname.” Io seguii la

rispettabile autorità di M. De Sacy, rendendo “carta” la voce arabica

_biiâdh_, ossia “bianco,” alla quale veramente i dizionarii arabi dan

questo, tra molti altri significati. Ma, riflettendoci meglio, or mi

pare che in questo patto i principi di Casa d’Aragona prometteano di

contravvenire al divieto generale dell’esportazione del ferro, armi

e legname ne’ paesi musulmani, divieto prescritto, come ognun sa, nel

Concilio Laterano del 1179, e replicato da varii papi. Non è dubbio,

dunque, che _biiâdh_ qui significhi armi o acciaio: e forse v’ha

qualche relazione tra questo traslato e quello di “armi bianche,”

che noi usiamo per opposizione ad “armi da fuoco.” Può servire

d’interpretazione autentica a cotesto articolo del trattato del 1200,

il provvedimento che di fatto lo abrogò, cioè il capitolo LXXXII di

Federigo l’Aragonese re di Sicilia, promulgato dopo i noti accordi col

papa e con Casa d’Angiò, per lo quale fu vietato di portar “armi, ferro

e legname” nei paesi musulmani.

[1139] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ix e lib.

III, cap. viij, e si riscontrino le relazioni con Venezia nelle _Fontes

rerum Austriacarum_, vol. XII, n. xxj seg.

[1140] Pietro il Venerabile abate di Cluny, tra le lodi che fa a

re Ruggiero per la sicurezza di cui godeasi viaggiando e dimorando

ne’ suoi dominii, cita gli “onustos pecuniis et diversibus mercibus

mercatores,” presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 977, 978.

[1141] Capitolo ij del presente libro, pag. 402, 403, 406, 410, 418;

cap. iij, pag. 466; cap. ix, pag. 624, 629, 632, 640, 649, 651, 655. Si

vegga anco il libro V, cap, vij, a pag. 189, di questo medesimo volume.

[1142] Leone Affricano, presso Ramusio, _Navigationi et Viaggi_,

Venezia, 1563, vol. I, fog. 7, dice che gli Arabi della Barbaria

occidentale davano i loro figliuoli in pegno a’ Siciliani per averne

in credito del grano, e che que’ giovani, non soddisfatto a tempo il

prezzo, diveniano schiavi.

[1143] Romualdo Salernitano, presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 890,

891.

[1144] Edrîsi, citato qui sopra a pag. 790.

[1145] Edrîsi, citato qui sopra a pag. 784. Si veggan anco i trattati

geografici di Ibn-Sa’id e di Zohri, nella _Bibl. arabo-sicula_, testo

pag. 137, 159, e la nota 5, a pag. 787 di questo capitolo.

[1146] Bartolomeo De Pasi, _Tariffa de’ pesi e misure_, ec. Venezia,

1510, fog. 187 recto.

[1147] Si confronti il Zohri, testo citato nella pag. 787, nota 5, con

Ibn-Sa’id, _Bibl. arabo-sicula_, pag. 134, capitolo di Pantellaria,

dove la voce _kitrân_ si corregga _kutûn_.

[1148] De Pasi, op. cit., fog. 42 verso, 60 verso, 187 recto.

[1149] Si veggano le citazioni fatte qui innanzi a pag. 803, nota 1.

[1150] _Liber Jurium_, diplomi del 1155, 1156, 1261, n^i. 266, 304,

1167, nel tomo I, pag. 303, 326, 962, e per tutti i due volumi;

Marangone, anni 1166, 1167, nell’_Archivio storico italiano_, tomo VI,

parte II, pag. 42, 44.

[1151] Beniamino di Tudela, traduzione inglese di Asher. Londra, 1840,

pag. 32 segg., 157.

Si vegga anco, pel commercio della Sicilia con Barcellona ne’ principii

del XIV secolo, Capmany, _Memorias Historicas_, etc., parte I, tomo I;

parte II, pag. 34.

[1152] Si riscontrino i fatti citati in questo sesto libro, cap. iij,

pag. 458, nota 3; cap. ix, pag. 651, 652.

[1153] Si veggano gli _Statuti Pisani_, vol. III, pag. 105, 373, 416,

423, 574, 577, 590.

[1154] Diploma di Tommaso conte di Savoia, del 1226, citato da

Pouqueville, _Mémoires.... sur le Commerce_, etc., nelle _Mémoires de

l’Acad. des Inscriptions_, X, 538.

[1155] Basta citare il vico degli Amalfitani in Palermo, nel XII secolo.

[1156] Edrîsi, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 37.

[1157] Non occorrono citazioni per questi fatti notissimi. Dirò

soltanto che i pellegrini musulmani di Spagna e d’Affrica, nella

seconda metà del XII secolo, toccavano per lo più la Sicilia. Si vegga

il viaggio di Ibn-Giobair, edizione Wright, e particolarmente a pag.

62.

[1158] Edrîsi, citato qui innanzi a pag. 787, note 3, 4.

[1159] Edrîsi (1154) attesta che l’arsenale regio era allor, come

prima, in Palermo. Ibn-Giobair (1185) lo trovò in Messina; e Falcando,

presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 405, afferma, con un po’ forse

d’anacronismo, lo stesso fatto, dicendo che i Messinesi avean fiaccati

i Greci, depredata l’Affrica e la Spagna e riportatone tanta preda.

[1160] Edrîsi, nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, sotto que’ nomi.

[1161] Lib. V, cap. x, pag. 342 segg., e si riscontri il libro IV, cap.

xiij, pag. 458 segg., del II volume.

[1162] Si vegga il capitolo iv del presente libro, a pag. 468 e 485 del

volume.

[1163] In molti casi bastano a chiarir l’errore le stesse incisioni

dello Spinelli: per esempio, nel n. 223, pag. 46, tavola VIII, 21,

dove l’autore lesse l’anno 547, supponendo scritto il 40 senza la

lettera ain, mentre si vede chiaro e corretto il numero 30. Nella

stessa pagina, n. 212, tavola VI, 28, il nome di Messina è trascritto

erroneamente _msânâ_, in vece di _msîni_ che si legge nell’incisione,

secondo la ortografia usata dagli Arabi: quest’errore torna in molti

altri luoghi. Mi sembra poi molto dubbia, al n. 155, pag. 35, tavola

V, 5 e altrove, la doppia data di zecca, cioè “Capitale della Sicilia”

(Palermo) in una faccia, e “Messina” nell’altra. Così molte altre

leggende o non possono stare, o si trovano diverse nell’incisione.

[1164] Le citazioni di altri trattati di numismatica si veggano

nell’indice del Mortillaro, intitolato _Il Medagliere arabo-siculo_,

Palermo, 1861, pagina 39 segg. Io ho studiate nel gabinetto numismatico

di Parigi da venti monete arabo-normanne e altrettante qua e là, e

molte più ne ho viste senza aver tempo di studiarle. Debbo notare

soprattutto due di Parigi, che hanno da una faccia il simbolo musulmano

e dall’altra la T con un puntino sopra ed uno da ciascun lato, e portan

le date, l’una del 503 e l’altra del 506 (1109, 1112), confermate

dall’autorevole giudizio di M. De Longpérier, il quale con ospital

premura m’iniziò nella numismatica arabica, correndo il 1843.

[1165] San Giorgio Spinelli, op. cit., pag. 41, 42, n. 183 a 191,

tavola VIII.

[1166] Si vegga il libro V, cap. vij, e il cap. ij del presente libro,

a pag. 185 e 392.

[1167] Lo Spinelli, senza trattare di proposito la permanenza della

Zecca in Salerno sotto la signoria di Ruggiero II conte di Sicilia,

l’ammette implicitamente, ed ha ragione. Si veggano i numeri 36 a 63, a

pag. 15 e segg. del suo libro, e le note a pag. 251.

[1168] Le monete di rame latine, evidentemente battute in Terraferma,

con la croce da una faccia, la _T_ dall’altra e il nome di Ruggiero

conte di Calabria e di Sicilia, si veggono nella vignetta a pag. 15

dello Spinelli, il quale giustamente le attribuisce a Ruggiero II.

[1169] Si vegga in Malaterra, lib. IV, cap. xxv, presso Caruso, _Bibl.

sicula_, pag. 244, l’aneddoto di Arrigo vescovo di Leocastro, assalito

dai pirati.

[1170] _Monete cufiche_, pag. 255, nota al n. 73.

[1171] Si veggano nell’op. cit. i numeri 226, 227.

[1172] Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e

da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere

che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano

i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum”

e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si

tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non

risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano

o _cocciu_, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia

fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla

sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o

traboccante.

[1173] Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo,

all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una

stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la

valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu

cambiata in oro.

[1174] Presso Raynaldi, _Annales Ecclesiastici_ (Lucca, 1747), anno

1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel

Cardinal d’Aragona, presso Muratori, _Rerum Italic._, III, parte prima,

pag. 584.

[1175] Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte,

l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel

1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche

interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del

177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come

nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè,

nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n.

36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del

medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me

in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della

Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del

califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem

abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.

Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori, _Rerum

Italic._, VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono

il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro

“corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”

[1176] Samperi, _Iconografia della gloriosa Vergine_, ec., Messina,

1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre

Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio

ristampò l’epigrafe nel _Rerum Arabicarum_, pag. 190, dopo aver dato a

pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di

Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi

della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola

del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’

frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.

[1177] Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho

pubblicati nelle _Iscrizioni arabiche di Sicilia_, classe I, n^i. 3,

4 (_Rivista sicula_ di agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si

vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di

marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata,

a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che

somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.

Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha

tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il

Gally-Knight, _The Normans in Sicily_, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il

Padre Gravina, _Duomo di Morreale_, pag. 33, ci ha applicato subito il

suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta

sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha

mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine,

la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.

[1178] _Iscrizioni arabiche di Sicilia_, classe I, n. 11, nella

_Rivista sicula_ di ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta

iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nella _Revue Archéologique_,

Paris, 1851, pag. 669 segg.

Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento,

nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere

il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il

dotto barone De Schack (_Poesie und Kunst_, etc., II, 269), cioè che

il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse

ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo

qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita

dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (_Essai_, etc.,

pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò

che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi

con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la

Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e

tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo

che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli

ogni volta “Oui, mais c’est normand!”

[1179] Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag.

491 del volume e più largamente nelle _Iscrizioni_, ec., classe I,

n^i. 9, 10 (_Rivista sicula_ di febbraio 1870). Si corregga dunque il

supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II,

pag. 451.

Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare

menzione Leandro Alberti, _Isole appartenenti all’Italia_, Venezia,

1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey, _Essai_, etc.,

dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età,

poich’egli accenna a Guglielmo II.

[1180] Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume.

Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo

primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli

dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col

terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI

secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e

la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.

Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile

dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitano

_La Ricerca_, n^i. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op.

cit., I, 269.

Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto

che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli

eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle

edizioni del Falcando (veggasi Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 448),

ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non

ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta.

Il vocabolo, all’incontro, di _Minenium_ è scritto chiaramente nel

vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di

Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un

diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di

Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscolo

_De supputandis apud Arabes siculos temporibus_, pag. 44, ed ora

l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi

diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato),

pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una

parte dell’acqua dell’_Ain-el-Menâni_ con le acque dell’_Ain-el-Farkh_

e dell’_Ain-el-Bottiah_, possedute da un altro musulmano; le quali

sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima

irrigava la campagna detta _Burg-el-Battâi_, della quale sappiamo

altresì il sito da Ibn-Haukal, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo

pag. 9, e nel _Journal Asiatique_ di gennaio 1845, pag. 29.

È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali

dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè

di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII

secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò

per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo

libro, pag. 580.

[1181] V’ha buona ragione di credere che questo castello, col

suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago

artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far

(997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol.

2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio

questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi

di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte

Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.

Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il

Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2);

il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.

[1182] Il Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag. 188, pubblicò un pessimo

disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e

ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che

quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri

ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che

l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93,

e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia

d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se

la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice

sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare

per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si

vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno

della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di

Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II:

e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo

in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di

quegli edifizi.

[1183] Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap.

iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel

capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della

Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono

ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che

me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella

nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore

di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora

addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della

Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora

tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte

del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima

cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello

Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore

della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi,

moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà

inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa

da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica

e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI

secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale

potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo.

Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione,

tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la

piazza dello Spasimo.

[1184] Ho riferite nel cap. iv del libro V, pag. 118 del presente

volume, nota 3, le proprie parole di Amato, le quali fanno credere

che il sito di San Giovanni de’ Lebbrosi sia lo stesso del Castello

di Iehia, ossia Giovanni, preso dal conte Ruggiero dopo quello di

Maredolce. Ma la chiesa attuale non v’era al certo; nè alcun documento

prova che i Normanni l’abbiano fabbricata immediatamente.

[1185] Una veduta di questo castello rovinato, che sovrasta ad Alcamo,

si trova nell’opera del Duca di Serradifalco, _Del Duomo di Monreale

e di altre chiese normanne_, pag. 43, in vignetta. Vi si scorgono

parecchie finestre ad arco acuto.

[1186] D’Entella si è fatta menzione nel libro V, cap. ij, pag. 86 di

questo volume, nota 1. Era al certo castello fortissimo pria della

guerra normanna. Un amico mio, che visitò quelle rovine quattordici

anni addietro e n’abbozzò anco una pianta, vi osservò una cisterna con

vòlta a sesto acuto, il quale nell’abbozzo ha le medesime proporzioni

che negli edifizii normanni del XII secolo.

Calatamauro non è nominato negli annali normanni; ma Edrîsi ne fa

menzione e ne indica il sito. Andrebbe dunque riferito ai tempi

musulmani, quando anche non attestasse quella origine il nome,

composto di due notissimi vocaboli, arabico il primo e latino o greco

il secondo, il quale fors’anco ci condurrebbe ai primi tempi del

conquisto musulmano. Un documento ch’io allegai nella Guerra del Vespro

Siciliano, cap. VI, edizione del 1866, tomo I, pag. 139, nota 2, prova

l’importanza di questa fortezza nel XIII secolo. L’amico mio, che

visitò Entella, esaminò anco Calatamauro, che giace in quelle stesse

montagne ed era assai più vasto: nelle cui rovine egli osservò una

gran cisterna, anch’essa con vòlta a sesto acuto, intonacata di cemento

idraulico e molto ben conservata.

[1187] Il barone di Mandralisca da Cefalù, tolto immaturamente

all’Italia ed agli studii, mi affermava nel 1861 aver vista, più di

venti anni innanzi, una iscrizione arabica nella torre detta Li Gresti,

che facea parte d’una masseria ed occorrea nel sentiero che mena da

Piazza a Lentini, il quale allor si chiamava strada. L’iscrizione si

vedeva in una scala della torre, parte fabbricata e parte tagliata nel

sasso.

Sarebbe da ricercare questa torre ed anco i due monumenti citati da

Houel, _Voyage pittoresque_, etc., vol. III, pag. 69 e 122, l’un de’

quali sorgea nella via da Militello a Vizzini; e l’altro nel feudo

della Falconara, a tre miglia da Noto.

[1188] Si veggano: Hittorf, _Architecture moderne de la Sicile_,

Parigi, 1835, gr. in foglio, con rami.

Gally-Knight, _The Normans in Sicily_, Londra, 1858, in-8º, con atlante

in foglio.

Serradifalco (Domenico Lo Faso, duca di) _Del Duomo di Monreale e di

altre chiese normanne_, ec., Palermo, 1838, in foglio, con rami, e _Il

Castello della Zisa_, nella raccolta intitolata: _L’Olivuzza, ricordo

del soggiorno della Corte imperiale russa_, ec., Palermo, 1866, in 4º,

con litografie.

Girault de Prangey, _Essai sur l’architecture des Arabes et des Mores_,

Parigi, 1841, in-8º gr., con litografie.

Di Marzo, _Delle Belle Arti in Sicilia_, ec., Palermo, 1858, due vol.

in-8º gr., con litografie.

Buscemi, _Notizie della basilica di San Pietro, detta la Cappella regia

di Palermo_, Palermo, 1840, in-4º, con litografie.

Schack (A. F. von) _Poesie und Kunst der Araber in Spanien und

Sicilien_, Berlino, 1865, due vol. in-12º.

Springer, _Die mittelalterische Kunst in Palermo_, Bonn, 1869, in-4º.

Gravina (Dom. Benedet. cassinese), _Il Duomo di Monreale illustrato_,

Palermo, con la falsa data del 1859, da correggere 1871, gr. in foglio,

con tavole cromolitografiche e fotografie.

Si vegga ancora gli articoli critici sull’opera del Serradifalco,

scritti dall’abate Niccolò Maggiore, nelle _Effemeridi Siciliane_, n^i.

64, 65, 66 (Palermo, 1839) e da Giambattista Castiglia nel _Giornale

Letterario_, n. CXCV, (Palermo, 1839).

[1189] _Prolégomènes_, traduzione francese del baron De Slane, parte

II, 274. Nel testo, parte II, pag. 231, 239, della edizione di Parigi,

leggesi il nome etnico di Fars, cioè popoli della Persia propriamente

detta, escluse le province settentrionali ed orientali del reame

attuale. Si veggano anco tutte le pag. 241 segg. e 365 segg.

Nella stessa opera, traduzione francese, II, 375, l’autore scrive

che il califo Walid-ibn-Abd-el-Melik fece venire architetti da

Costantinopoli per costruire le moschee di Medina, Gerusalemme e

Damasco. Par ch’egli contraddica così ciò che avea detto della origine

persiana: e pure i due fatti stanno benissimo insieme. Come vedremo or

ora, gli artisti bizantini furon chiamati pei lavori di mosaico e forse

per altri ornamenti; e i persiani fabbricarono i primi edifizii. In

ogni modo il racconto è manifestamente erroneo, poichè quelle moschee

esistevano di già; onde non si trattava di fabbricarle di pianta. A

me pare che Ibn-Khaldûn, al solito suo, abbia messi qui a fascio varii

fatti. E così talvolta ei dava nel segno e talvolta lo sbagliava netto.

[1190] Caussin de Perceval, _Essai sur l’Histoire des Arabes_, II, 55.

[1191] Ibn-el-Athir, anno 17, testo del Tornberg, vol. II, pag. 411,

412.

[1192] Kela’i, _El-Ikitfâ_, ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, n. 653, fog.

94 verso. Si confronti con Ibn-el-Athir, loc. cit.

[1193] Beladsori, _Liber Expugnationis_, etc., testo del De Goeje, pag.

286, e Ibn-el-Athîr, loc. cit.

Notisi che la più parte de’ monumenti musulmani surti ne’ primi secoli

dell’egira dallo Stretto di Gibilterra al Golfo Persico ed all’Oxus,

furono costruiti con le spoglie degli antichi edifizii. Non occorrono

citazioni per questo. Leggiamo anco in Beladsori, op. cit., pag. 290,

che furon messe nella moschea cattedrale di Waset, in Mesopotamia,

delle porte tolte da Zandewend e da altre città di quella regione;

gli abitatori delle quali si querelarono di cotest’atto di violenza,

contrario ai patti ch’essi aveano stipulati coi Musulmani.

[1194] Ibn-el-Athîr, loc. cit.

[1195] Beladsori, op. cit., pag. 286. Il vocabolo che traduco “vòlta”

è _azeg_. Parmi sia da porvi mente nel ricercare la recondita radice

del francese “ogive,” poichè gli Spagnuoli confondeano la pronunzia

delle due lettere _g_ _z_ (gim, za) che sono le ultime di quel vocabolo

arabico. Avremmo così le prime due sillabe di “ogive,” e l’ultima si

potrebbe riferire alla nota desinenza dell’aggettivo derivativo in

lingua arabica.

[1196] Ibn-el-Athîr, anni 105, 121, edizione del Tornberg, V. 93, 163

segg.

Il Beladsori, op. cit., 286, 287, fa un cenno de’ lavori pubblici

dovuti a Khaled e cita, tra gli altri, una chiesa ch’egli edificò, come

dicesi, in Cufa, in grazia della sua madre cristiana. Questo fatto non

è stato dimenticato dal Weil, _Geschichte der Chalifen_, I, 621.

[1197] Kela’i, loc. cit. È notevole che questa pianta somigli a quella

delle chiese cristiane. Traduco “abside” il vocabolo arabico, che

significa letteralmente parti posteriori. Traduco “braccio” il vocabolo

_dsira’_, che vi corrisponde ne’ due significati di membro del corpo e

di misura lineare. La _dsira’_ variò di lunghezza secondo i luoghi e i

tempi. Quella dell’antico Nilometro di Rauda, misurata dal Coste, op.

cit., pag. 45, è di metro 0,5415.

[1198] Beladsori, op. cit., pag. 290.

[1199] Frammenti del testo d’Ibn-Sciakir, pubblicati dal professore

Anspach, in nota al suo _Specimen e literis orientalibus_, etc., Leida,

1853, in-8º, pag. 8 e 9. Si vegga nello stesso opuscolo, a pag. 9, il

testo della cronica anonima di Walîd, la quale dà all’ambasciatore il

titolo di patrizio e narra lo stesso fatto con altre parole.

Dal canto mio, temperando una iperbole troppo grossa, ho tradotto:

“si turbò fieramente” il luogo del testo, che dice propriamente “cadde

svenuto.”

Su la moschea di Damasco si consulti Edrîsi, versione francese di M.

Jaubert, I, 351, dove si fa menzione di un’altra cupola detta La Verde

e di varie maniere di ornamenti.

[1200] Beladsori, op. cit., pag. 287, 288. Costui si chiamava

Ibrahim-ibn-Selâma; era liberto della tribù di Rebâb, ed era stato

uno degli emissarii che prepararono la sollevazione del Khorasân a

favore degli Abbasidi. I Rebâb si veggono tra i primi conquistatori del

Khorasân, secondo un passo del Beladsori, op. cit., pag. 404.

[1201] Bekri, _Description de l’Afrique_, testo di Parigi, pag. 23, e

traduzione nel _Journal Asiatique_ di ottobre 1858, pag. 471.

[1202] Makrizi, _Mowâ’iz_, testo di Bulâk, tomo I, pag. 317, dice che

l’emiro tolunida Khamaruweih fabbricò di faccia alla _Kubbet-el Hawâ_,

ossia “Cupola dell’Aria,” un’altra cupola chiamata _Dekka_, ossia

“Belvedere,” ch’era aperta da’ lati (ossia da’ quattro archi, com’e’

parmi, che sosteneano la cupola), ma questi si chiudeano, quando si

volea, con cortine. Dalla _Dekka_ si scoprivano tutti i giardini e i

palagi dell’emiro, il deserto, il Nilo, e i monti.

[1203] Bekri, op. cit, pag. 24 del testo e 472 della traduzione.

[1204] Tabari, ms. della Biblioteca di Parigi, _Suppl. Arabe_, n. 744,

pag. 132, 133. Si confronti Ibn-el-Athîr, anno 88, testo di Tornberg,

IV, 422. Si confronti anco lo scrittore anonimo del califato di Walîd,

ec., pubblicato dall’Anspach, op. cit., pag. 4, nel quale, per errore

di copia, com’e’ sembra, si dà il numero di 100,000 artefici, allegando

l’autorità del Wakîdi.

[1205] Mohammed-ibn-Sciakir, nell’opera citata dell’Anspach, pag.

5, nota, scrive che Walîd domandò all’imperatore di Costantinopoli

dodicimila artefici del suo paese, venuti i quali, fece rivestir le

mura della moschea “delle pietruzze d’oro che addimandansi _fesifisâ_

(ψῆφος), frammiste a varie maniere di peregrini colori in figura di

piante, ec.” Si confrontino i luoghi d’Ibn-Khaldûn, testè citati, pag.

824 in nota.

[1206] Azraki, testo pubblicato dal Wüstenfeld, nelle _Chroniken der

Stadt Mekka_, tomo I, pag. 309, 323 segg.

[1207] Dozy e De Goeje, _Description de l’Afrique et de l’Espagne_, par

Edrîsi, Leida, 1866, testo pag. 209. Si vegga a pag. 269 la versione,

dalla quale ho creduto dovermi scostare un pochino.

[1208] Ibn-el-Abbâr, _Hollet-es-Siarâ_, ms. della Società asiatica

di Parigi, fog. 30 verso. Si confronti Bekri, citato nella nota 2,

pag. 839; il quale aggiugne che le colonne, alzate a sostegno della

cupola che costruì Ibrahim-ibn-Ahmed, erano tutte ornate di intagli (o

mosaici).

Questa moschea, sì vicina al nostro mare, si può dire inesplorata fin

oggi, perchè i Cristiani assai difficilmente entrano nella città santa

dell’Affrica, ed a nessuno è venuto fatto fin qui di penetrare nella

moschea. Dopo Shaw e Desfontaines, lo tentarono invano Girault de

Prangey (op. cit., pag. 63, 64) e Sir Grenville Temple; e, pochi anni

addietro, l’intraprendente barone di Maltzan non potè notar altro che

gli avanzi di colonne e altri lavori dell’antichità, che si vedean di

fuori, ed un’alta cupola e un minaretto con iscrizioni cufiche (_Reise

in den Regentschaften Tunis und Tripolis_, Leipzig, 1870, vol. II, pag.

70).

[1209] Makrizi, _Mowâ’iz_, testo di Bulâk, vol. II, pag. 248.

[1210] Makrizi, vol. cit., pag. 246 a 256.

[1211] Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 248. Si confronti il Coste.

[1212] Argomento ciò dal Beladsori, op. cit, pag. 309. I Beni

’Amir-ibn-Liwa, gentiluomini della Mecca, combatterono nelle prime

guerre dell’islam e un di loro si trovò alla presa di Hamadan (643).

Indi è molto verosimile che la famiglia abbia fatta stanza in quella

città e che il suo liberto fosse stato di schiatta indigena.

[1213] Veggansi i disegni nell’opera egregia del Coste, _Architecture

arabe, ou monuments du Kaire_, Parigi, 1837, gr. in foglio, tavole I,

II, III, e si confronti il testo, pag. 30 segg.

[1214] Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 265 segg.

[1215] _Univers pittoresque; Egypte moderne_, par M. Marcel, 1848, pag.

72 e seguenti.

Sanno gli eruditi che parecchi volumi di quest’ampia raccolta non son

mere compilazioni fatte a tanto il foglio. Il Marcel, orientalista,

visse a lungo in Egitto, studiò seriamente le antichità di quel paese

nel medio evo, e pubblicò varie altre opere importanti. Chi ha letti

i testi del Makrizi e d’altri autori arabi, s’accorge subito che il

Marcel li studiò e ne diè sovente una traduzione fedele.

[1216] Owen-Jones, _Grammaire de l’Ornement_, Londra e Parigi (senza

data), ediz. in-4º, nella descrizione della tavola XXXI.

[1217] Coste, op. cit., pag. 32 segg.

[1218] Coste, op. cit., tavola LXX, e il testo a pag. 45.

[1219] Makrizi, op. cit., II, 185.

[1220] Si vegga il Makrizi, op. cit., I, 384, e in molti altri luoghi.

[1221] Makrizi, op. cit., I, 318. Le tre porte si addimandavano

Bab-Zawila, Bab-en-Nasr, e Bab-el-Fotûh.

[1222] Si vegga il Coste, op. cit., pag. 34.

[1223] Makrizi, op. cit., I, 315.

[1224] Makrizi, op. cit., I, 316, 317.

[1225] Makrizi, op. cit., II, 273.

[1226] Si veggano, nel Coste, op. cit., le tavole VII, VIII, e il

testo, pag. 33 e seguenti.

[1227] Coste, op. cit., pag. 32.

[1228] Azraki, testo arabico pubblicato dal Wüstenfeld, nelle

_Chroniken der Stadt Mekka_, Leipzig, 1858, I, 396.

[1229] Flandin et Coste, _Voyage en Perse_ (1840-1841), Parigi, senza

data. Si veggano le tavole 24 (Sarbistan), 42 (Firuzabad), 216 (rovine

sassanide dette Taki-Kesra a Ctesifone), e il testo pag. 43, 173. Si

notino le cupole molto frequenti e per lo più ovoidi, ossia generate

da un’ellisse che gira perpendicolarmente su l’asse maggiore. Nel

Taki-Kesra il grande arco, che arriva al colmo della gran sala, è a

sesto acuto con la punta arrotondata, come que’ della moschea d’Amr al

Cairo vecchio.

[1230] Il Gally-Knight, _The Normans in Sicily_, pag. 351, mette

innanzi due conghietture, delle quali la prima mi pare molto plausibile

e la seconda molto strana: cioè che l’arco acuto sia passato in Sicilia

dal Kairewân, e che ve l’abbia recato un architetto bizantino. A

sostegno di questa seconda opinione, l’autore allega l’arco acuto che

si vede nel menologio dell’imperatore Basilio Macedone alla Vaticana.

Questo preziosissimo codice greco in carta pecora, ch’è segnato nella

detta Biblioteca col n. 1613, contiene le agiografie de’ primi sei mesi

dell’anno, cominciando dal settembre; ed è illustrato in ogni pagina

con una bella miniatura, che ne prende almeno la terza parte e che

rappresenta spesso degli edifizii.

Il testo greco con traduzione latina, stampato in Urbino il 1727 in tre

volumi in foglio, col nome del cardinale Annibale Albano del titolo di

San Clemente, nei primi due volumi riproduce in rami quelle miniature.

Ora esaminata la splendida edizione d’Urbino e visto anco il codice

originale, debbo dir che l’erudito inglese cadde in errore. Arco

acuto propriamente detto non si vede mai nel menologio dell’imperatore

Basilio. V’ha soltanto (edizione di Urbino, II, 67, 69, 78, 90, 107,

121, 127, ec.) intorno alcune figure di santi, una specie di trittico

formato da quattro colonne o pilastri e terminato nella parte superiore

da un angolo rettilineo tra due archi di circolo, o, al contrario,

da un arco circolare tra due angoli rettilinei. Ma, come ognun vede,

queste tornano a mère cornici, non son veri membri di architettura:

e d’altronde l’angolo rettilineo, adoperato sovente come ornato in

architettura, non si è chiamato mai arco, nè può farne l’ufizio.

In un sol posto, a pag. 102, cioè, del I volume, si rappresenta

propriamente un portico, formato di colonne che sostengono, invece di

archi tondi o aguzzi, degli angoli rettilinei della fattura che abbiamo

testè descritta. Di due cose dunque l’una: o il dipintore delineò il

portico per ghiribizzo, mettendo un ornato in vece di un arco; ovvero

ei volle imitare rozzamente gli archi a sesto acuto, che al suo tempo,

cioè nella seconda metà del IX secolo, erano in uso appo i Musulmani.

La scena di questa miniatura è per l’appunto in Antiochia, occupata

allora da Musulmani. E così il dipinto prova che i Bizantini, non che

costruire archi acuti nei loro edifizii, non li sapeano nemmeno, o non

li voleano, imitare col pennello.

[1231] Burckhardt, _Travels in Arabia_, Londra, 1829, vol. I, pag. 284;

e Burton, _Personal narrative of a pilgrimage_, etc., Londra, 1855,

vol. I, cap. vj, pag. 138. Si veggano a pag. 131 segg. le idee del

Burton su l’architettura sacra dell’Oriente.

[1232] Azraki, op. cit., pag. 323 segg.

Questo lavoro, fondato su le tradizioni d’un erudito meccano che visse

al principio del IX secolo, fu scritto alla metà dello stesso secolo e

vi furon fatte aggiunte nel X. Noi vi leggiamo l’altezza e la larghezza

di ciascuno dei 43 archi, i quali, scempii, ovvero uniti a due, a

tre ed a cinque, formavano le 23 porte (nel 1814 erano 19) della gran

moschea quadrilatera della Mecca, com’essa era dopo le costruzioni de’

califi Walîd (705-715), Mansûr (754-755) e Mahdi (775-785), descritte

nell’opera stessa, pag. 300 segg. Alla più parte di cotesti archi si

dà l’altezza di 10 o 13 _dsira’_ (ossia braccia, che supponghiamo da

metri 0,54) su la larghezza di 7 _dsira’_ poco più o poco meno. Un

solo è molto basso, cioè 10 di altezza per 9 di larghezza; altri, al

contrario, molto allungati, cioè di 9 sopra 5 e di 10 sopra 5, intere o

scarse.

[1233] Burckhardt, op. cit., vol. I, pag. 243, 277 segg.

[1234] Libro II, cap. v e ix nel vol. I, pag. 294, 407.

[1235] Bekri, _Description de l’Afrique_, testo di Parigi, pag. 25, e

traduzione nel _Journal Asiatique_ di ottobre 1858, pag. 475-476.

[1236] Libro III, cap. ix, vol. II, pag. 190.

[1237] Libro IV, cap. iv, vol. II, pag. 274.

[1238] Dissi di cotesta iscrizione nel libro IV, cap. iv, vol. II,

pag. 274, e poi l’ho letta io stesso e pubblicata, nelle _Iscrizioni

arabiche di Sicilia_, classe I, n. 1, _Rivista sicula_ di marzo 1869.

[1239] Nello stesso libro IV, cap v, vol. II, pag. 303.

[1240] Libro IV, cap. v, vol. II, pag. 294 segg.

[1241] Libro IV, cap. xiij, vol. II, pag. 450, nota 4.

[1242] Edrîsi, testo, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 28, 29. Pur

mi rimane il dubbio di qualche lacuna in questo luogo del testo.

La descrizione si adatta perfettamente alla Cappella Palatina. Come

supporre che Edrîsi non abbia fatta menzione di questa splendida opera

del suo mecenate; e come immaginare che i Normanni abbiano lasciate nel

Duomo le iscrizioni, le quali doveano esser tratte dal Corano?

[1243] _Fosûs_, plurale di _fass_, ch’è tolto di peso, come notò il

Fleischer, da πεσσός “pietruzza,” ed è usato per designare il materiale

da mosaico dorato, nel luogo di Ibn-Sciâkir che abbiam testè citato a

pag. 828, nota 2. Si confronti una nota del Dozy, nella _Description

de l’Afrique, par Edrîsi_, pag. 360. Parrebbe dunque a prima vista

che Edrîsi avesse voluto alludere a’ mosaici della Cappella Palatina

e della sala del palagio. Ma come adattare alle pietruzze da mosaico

l’aggettivo che segue, _giâfiah_, cioè “ruvide” o “pesanti,” sul quale

si vegga il Dozy, op. cit., pag. 278, dove è ricordato per l’appunto

il presente luogo di Edrîsi? Convien dunque prendere _fosûs_ nel

significato primitivo e persuaderci che l’autore volle fare al solito

suo l’antitesi dei grossi o grezzi ciottoli co’ massi di pietra da

taglio. D’altronde non si fabbrica col mosaico, nè Edrîsi stesso

avrebbe osato di arrivare ad una metafora di tal calibro.

[1244] Edrîsi, testo, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 29, da

correggere secondo il Dozy, op. cit., pag. 308, avvertendo che ne’

Diplomi arabi di Sicilia si trova la voce _r..kkah_ col significato

italiano di rôcca, e talvolta è tradotto “castellum.”

[1245] Così chiamano volgarmente le rovine del monastero di Santa Maria

della Valle o della Scala, fondato nel XII secolo. Io lo cito soltanto

per la parte che rimane dell’edifizio primitivo, essendo il rimanente

del secolo XIV. Si vegga Gally-Knight, op. cit., pag. 126; e meglio

Geo. Dennis, nel _Murray handbook... Sicily_, Londra, 1864, pag. 513.

[1246] Sugli avanzi di questo monastero fondato nel 1174 si vegga il

Gally-Knight, op. cit., pag. 168 segg.

[1247] _Sebîl_, ossia “Via (di Dio),” chiamano gli Arabi alcuni lasciti

pii, e quelli specialmente che sono addetti a dar da bere a’ viandanti.

Questa fonte, alla quale riman finoggi il nome arabico di Cuba, non

è stata descritta da altri, per quanto me ne sovvenga. Essa è molto

piccola in vero. L’incontra a man destra chi, andando da Villabate

a Misilmeri lungo lo stradale, ha oltrepassato il villaggio detto

Portella di Mare ed è arrivato al sommo dell’erta, dal quale poi

si scende nella valle del fiume detto de’ Ficarazzi. Sorge quivi

a sinistra la collina della Cannita, ov’era di certo il Kasr-Sa’d,

ricordato da Ibn-Giobair. E forse questa cupoletta è proprio su la

sorgente detta _Ain-el-Meginûna_, ossia “Fonte della pazza,” di cui

il viaggiatore spagnuolo, nella descrizione di Kasr-Sa’d, _Biblioteca

arabo-sicula_, testo pag. 88, e _Journal Asiatique_ di dicembre 1845,

pag. 516, e di gennaio 1846, pag. 76.

La cupoletta oggi è sepolta in parte sotto una frana, che mi parve

recente quand’io vidi per la prima volta questo monumentino nel maggio

1870. È fabbricata, come quella molto più grande di casa Napoli tra

Palermo e Monreale, sopra un dado, nel quale si entra dalla parte dello

stradale per un arco molto aguzzo e pur sì picciolo che un uomo dee

chinarsi per passarvi. L’acqua, in oggi assai scarsa, scaturisce in

fondo ed è condotta per un canale artificiale in una pila di sasso,

al margine dello stradale. Questo poi è più basso e discosto da otto

metri.

[1248] Il prof. Saverio Cavallari, ricordato più volte nel presente

lavoro, ha notata la costruzione delle cupole de’ monumenti normanni

di Sicilia diversa da quella di stile bizantino, nel quale la

superficie della sfera concava si adatta alle pareti interne del

prisma quadrilatero per mezzo di una muratura in forma di vela. Egli

ha osservate nella “Badiazza” presso Messina le radici di una cupola

normanna che ora è cascata. Si vegga il suo confronto nel fascicolo

di saggio della splendida opera cromolitografica testè intrapresa in

Palermo col titolo di _Cappella del real palazzo di Palermo, disegnata

e dipinta da Andrea Terzi_, ec.

[1249] Si vegga Girault de Prangey, op. cit., pag. 91, e tavola X, n. 2.

[1250] Girault de Prangey, op. cit., pag. 89, 96 segg., 100, 119. Si

osservino anco gli ornati della Zisa e di Cordova, messi a riscontro

nella stessa opera, tavola IV.

[1251] Dozy e De Goeje, _Description de l’Afrique et de l’Espagne, par

Edrîsi_, pag. 209 del testo e 258 della traduzione.

[1252] Si tratta in generale di questo argomento nell’opera di

Owen-Jones, intitolata _Grammaire de l’ornement_, Londra e Parigi,

senza data, edizione in-4º, illustrata con cromolitografie. Si vegga

la descrizione della tavola XX, lavoro del signor Waring, il quale ha

fatto lungo studio su i monumenti bizantini, e nota l’influenza del

disegno bizantino sugli Arabi, come si vede, dice egli, al Cairo, in

Alessandria, in Gerusalemme, in Cordova e in Sicilia.

[1253] Questo è quello che il professor Basile definì Arco persiano,

nel citato articolo del giornale “_La Ricerca_.”

[1254] Veggansi le tavole XVII, XXVII, XXVIII, della lodata opera dei

signori Flandin e Coste.

[1255] _Mowâ’iz_, edizione citata, I, 384.

[1256] Nella _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 91, e nel _Journal

Asiatique_ di gennaio 1846, pag. 80.

[1257] Si vegga la figura in Lane, _Modern Egyptians_, vol. I, cap. 1,

o in ogni altra raccolta di disegni architettonici dell’Oriente.

[1258] Leandro Alberti, _Isole appartenenti all’Italia_, Venezia, 1581,

fog. 49, recto e verso.

[1259] Si confronti Fazzello, _Deca_ I, libro viij, cap. 1, e Girault

de Prangey, op. cit, pag. 88. Ecco le parole del Fazzello: “Piscina

erat ingens in medio, in qua vivi pisces coercebantur, antiquo,

quadrato, ingentique lapide, mira crassitudine instructa. Quae hodie

(1558) incorrupta est, aquasque solum et pisces requirit.”

[1260] L’afferma il professor Basile, negli articoli della “Ricerca”

citati qui sopra a pag. 819, nota 2.

[1261] Diploma del 28 giugno 1307, citato dal Fazzello, _Deca_ I, libro

viij, cap. 1.

[1262] Si vegga il cap. vj di questo libro, a pag. 552 del volume.

[1263] _Benjamin of Tudela_, versione inglese di A. Asher, vol. I, pag.

160.

[1264] L’ho visto io medesimo ne’ primi giorni di quest’anno 1872, in

compagnia del professore Giuseppe Patricolo. Ho cagione di sperare che

questo valente architetto studii profondamente l’edifizio di Maredolce,

del quale hanno trattato sì il Gally-Knight e il Girault de Prangey, ma

i lavori loro non mi sembrano soddisfacenti.

[1265] Si vegga il cap. xj di questo libro, pag. 755 segg.

[1266] Amato, citato nel libro V. cap. v, pag. 119, di questo volume.

[1267] _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 89, e traduzione nel _Journal

Asiatique_ di gennaio 1846, pag. 76.

[1268] Si vegga nel presente libro, cap. xij, la pag. 785, note 1, 3.

[1269] _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 10, e traduzione nel _Journal

Asiatique_ di gennaio 1845, pag. 93.

[1270] Si vegga il libro V, cap. iij, pag. 103, di questo volume.

[1271] Si è mostrato in principio di questo capitolo, pag. 819, nota 2,

che tra le due lezioni del Falcando è da preferir quella di _Minenium_,

la quale torna al nome della fonte _El-Menâni_, citata nel diploma

arabico del 1132.

A me par che lo stesso nome siasi dato a tutto il chiuso, e che questo,

movendo dalle mura della città, abbia oltrepassata la costa dove il

nome di Parco, dato al comune moderno, attesta l’antica qualità del

luogo; e similmente chiamasi Parco vecchio un monte vicino. E che il

chiuso incominciasse proprio dalla città, si vede dal Fazzello, il

quale dice che al suo tempo chiamavan Parco il giardino regio dov’era

la Cuba e la loggetta del giardino Napoli, sormontata di cupola. La

quale, giacendo tra la Cuba e l’Altarello di Baida, ci fa parer molto

verosimile che nel XVI secolo il giardino regio arrivasse infino al

castello di Menâni. Nel XII v’era compresa al certo la Zisa. Ciò dalla

parte della città, ch’è a dire a levante. A ponente prendea, senza

dubbio, il monte Caputo e tutta la costa ove poi sorse Morreale.

Da libeccio poi e mezzogiorno il chiuso abbracciava il territorio di

Rebuttone e correva in mezzo agli odierni comuni di Parco e di San

Giuseppe Iato. Rebuttone è nome di un gorgo d’acqua (nella carta dello

Stato Maggiore pubblicata il 1870, per erronea trascrizione, in vece di

_Gorgo_, in siciliano _gurgu_, fu messo _Urvo_ di Rebuttone). Rebuttone

s’addimanda parimente una vecchia torre, lontana parecchie miglia dal

gorgo, e così anco i luoghi di mezzo, i quali giacciono a levante dello

stradale che mena dal Parco alla Piana dei Greci, dieci o dodici miglia

lungi da Palermo. Or questo Rebuttone è corruzione di Rahl-Butont,

casale appartenente nel XII secolo allo Spedale di San Giovanni de’

Lebbrosi, come si scorge da un diploma di Guglielmo I, dato di maggio

1156, pubblicato dal Mongitore, _Sacrae Domus Mansionis.... Monumenta_

cap. xiij; citato altresì dall’Amico nelle note alla _Sicilia Sacra_

del Pirro, fog. 1345 recto dell’edizione del 1733. Leggiamo in questo

diploma “Casale Butont in contrata Mennani.” Da un’altra mano, il

diploma arabo-latino del 1182, il cui testo latino fu pubblicato dal

Lello, _Monastero di Morreale_, appendice di _Privilegii e Bolle_, ed

è stato ristampato, insieme col testo arabico, del professor Cusa ne’

Diplomi arabi e greci, volume I (non ancora uscito alla luce), nella

descrizione dei confini del territorio di Giato con quel di Palermo,

ha che il territorio di Giato salisce alla torre detta Elfersi “et

pervenit _ad murum parci_ et vadit per murum murum usque ad portam

putei, etc.” (Lello, pag. 9; Cusa, pag. 180, lin. 23). Ma il testo

arabico, dal quale senza dubbio fu cavato il latino nel XII secolo, ha

in riscontro del luogo latino che abbiamo stampato in corsivo (Cusa,

pag. 203, lin. 12) le parole _ila haiti hauzi l mebâni_, che suonerebbe

“al muro del chiuso degli edifizii:” e ciò mi par si accordi assai

male con l’”ad murum parci;” oltrechè non sembra punto verosimile che

una foresta cinta di mura si chiamasse “Chiuso degli edifizii.” Ma

trasponendo nello stampato un punto diacritico, il quale non si trova

nell’originale, e se si trovasse turberebbe poco assai chi ha pratica

di manoscritti arabici, trasponendo io dico un punto, si leggerà in

luogo di _mebâni_ la voce _menâni_, la stessa del diploma arabico già

citato del 1132, la stessa che si legge in latino nel diploma del 1156:

e si comprenderà come il parco ampliato da re Ruggiero abbia preso il

nome dalla sua villa, o castello che dir si voglia; poichè la Zisa e la

Cuba non erano ancor fabbricate e Maredolce giacea lungi a levante.

Ecco finalmente, per dare un’idea precisa di quel gran barco, le parole

di Romualdo Salernitano, presso Muratori, _Rer. Italicar._, tomo VII,

pag. 194, anno 1149: “Interea Rex Rogerius.... Et ne tanto viro aquarum

et terræ deliciæ tempore ullo deessent, in loco qui Fabara dicitur,

terra multa fossa pariter et effossa, pulchrum fecit vivarium, in

quo pisces diversorum generum de variis regionibus adductos jussit

immitti. Fecit etiam juxta ipsum vivarium pulchrum satis et spaciosuin

ædificari palatium. Quosdam autem montes et nemora quæ sunt circa

Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parchum deliciosum satis

et amœnum, diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et

in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi. Fecit et in

hoc parcho palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per conductos

subterraneos jussit adduci.” E sembra questa per l’appunto l’acqua

della fonte _El-Menâni_.

[1272] Si ricordi il luogo del Makrizi, citato in principio del

presente capitolo, pag. 829, nota 3.

[1273] Si vegga il libro IV, capitoli iv, vij, a pagine 270 e 330 del

secondo volume.

[1274] Si veggano i capitoli ij, ix, xij del presente libro, pag. 426,

649 segg., 652, 654, 809 del volume.

[1275] Si vegga il noto passo di Leone d’Ostia, con le osservazioni

che v’ha fatte di recente il Caravita, _I Codici e le Arti a Monte

Cassino_, vol. I, pag. 488 segg., sostenendo che le arti del mosaico e

del bronzo non erano spente in Italia, e che gli artisti, che chiamò

di Costantinopoli l’abate Desiderio per lavorare a Monte Cassino,

non fecero risuscitare quelle arti, ma soltanto contribuirono a

perfezionarle.

[1276] Il Gally-Knight, non ostante l’opinione preconcetta del

miscuglio d’arte arabica, bizantina e normanna, dice nell’opera citata,

pag. 327, che i Normanni usarono in Sicilia uno stile d’architettura

diverso al tutto da quello che avevano seguito in Francia e in

Inghilterra, ed ugualmente lontano da quello degli edifizii innalzati

da loro in Calabria. E rincalza nella pagina seguente, che l’arco acuto

di Sicilia non passò il Faro che ai tempi dell’imperator Federigo II.

Ei replica questa osservazione nella _Ecclesiastical architecture of

Italy_, Londra, 1842-44, pag. viij e ix.

Pur v’ha una eccezione, ch’io ritrovo nell’opera postuma di Schultz,

_Denkmaeler der Kunst des Mittelalters in Unteritalien_, Dresda, 1860,

tomo II, pag. 183 segg., e tavola LXXII. Nella cattedrale di Caserta

Vecchia, che si dice incominciata nei primi anni del XII secolo e

finita il 1158, l’acuto osservatore notò lo stile normanno di Sicilia.

Tuttavia non evvi che qualche arco acuto, e il resto sono tondi. La

cupola somiglia a quella piccina di Maredolce presso Palermo, nascendo

sopra un cilindro, non già sul solito prisma quadrilatero, ridotto

prima ad ottagono per mezzo di archetti pensili che riempiano i quattro

canti.

[1277] Si vegga il libro V, cap. v ed viij, e il cap. j del presente

libro, a pagina 130, 132, 232, 351 di questo volume.

[1278] Su la forma particolare delle chiese normanne di Sicilia disputò

dottamente il duca di Serradifalco nell’opera citata, pag. 42 segg., e

il Di Marzo, op. cit., pag. 108, 109.

[1279] Si veggano le mie _Epigrafi arabiche di Sicilia_, classe I, n^i.

6, 7, 9, 10, 11, nella _Rivista sicula_ di ottobre e novembre 1869,

febbraio e settembre 1870.

[1280] La ristorazione dell’antico edifizio, alla quale si lavora per

cura dell’architetto professor Giuseppe Patricolo, ha messo in luce la

più parte della iscrizione greca, la quale per la sua postura rimase

pressochè ignota, mentre durò il monastero di donne. Il professore A.

Salinas ha dato nella _Rassegna archeologica di Sicilia_ del gennaio

1872 (_Rivista sicula_ di febbraio 1872) un bel ragguaglio dello stato

dell’edifizio e de’ lavori intrapresi per ristorarlo.

[1281] Si veggano le iscrizioni citate in principio del presente

capitolo a pag. 818, nota 2, e 819, nota 1.

[1282] Delle 16 assi che conteneano l’iscrizione, 5 sono state

rinnovate e 4 son sì guaste da non potervisi raccapezzare altro che

qualche lettera. Dopo una croce con le solite lettere greche IC XP

NI KA a’ quattro canti, l’iscrizione arabica incomincia in nome del

Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo e finisce con l’invocazione

dell’_Agnus Dei_. Ricercando pertanto le formole di cotesta invocazione

usate da’ Cristiani di linguaggio arabico, e richiesto tra gli altri

quel dotto giovane ch’è il signor Ignazio Guidi da Roma, egli mi

ha mostrato l’Inno mattutino pubblicato a pag. 38 dell’_Anthologia

graeca carminum Christianorum_, per W. Christ e M. Paranikas, Lipsia,

1874, nel quale Inno leggonsi alcuni versi che troviamo letteralmente

tradotti in arabico nell’ultima parte della iscrizione della Martorana.

Mi propongo di trattare più particolarmente questo subietto in altra

occasione.

[1283] L’erudito signor Dennis, autore della _Guida di Sicilia_,

nella collezione del Murray, e in oggi console generale britannico in

Palermo, mi fe’ conoscere per lo primo coteste iscrizioni e mi menò a

vederle nel maggio 1871.

Le travi maggiori son piene di varii stemmi dipinti, alcuni de’ quali

sembrano più moderni.

[1284] Rénan, nella _Histoire littéraire de la France au XIV siécle_,

tomo II, pag. 223 segg. Tuttavia l’eruditissimo autore confessa, a

pag. 231, che l’Oriente usò l’arco acuto pria dell’Occidente, e crede

anche che il vocabolo _ogive_, o _augive_, possa avere origine arabica,

ancorchè non sia stato usato anticamente a designare l’arco acuto.

Ogive potrebbe venire dal vocabolo _’augiâ_ “arco,” ovvero da _azag_,

che abbiam citato nel presente capitolo a pag. 827, nota 2. Ma non va

fatto assegnamento su coteste somiglianze di suoni e di significati,

quando l’etimologia non abbia prove più sode.

[1285] Hittorf, op. cit., pag. 12, 15; Coste, op. cit., pag. 26, il

quale attribuisce il nuovo stile alle società di muratori, i capi delle

quali erano stati alla Crociata e ritornavano in Francia e in Germania,

meravigliati della bellezza dell’architettura orientale.

[1286] A pag. 830.

[1287] Su i mosaici di Sicilia si vegga una lettera del signor

Francesco Sabatier, pubblicata nel _Giornale officiale di Sicilia_, del

21 giugno 1858; Di Marzo, op. cit., I, 32; Hittorf, op. cit., pag. 22;

Springer, op. cit., pag. 33, 34.

[1288] Il palco attuale è descritto precisamente nella Storia del

Falcando e in una omelia greca attribuita per errore a Teofane

Cerameo, la quale sembra opera del monaco Filagato e fu recitata nella

inaugurazione della Cappella stessa, il 1139 o 1140. Io n’ho trattato

nelle _Epigrafi arabiche di Sicilia_, classe I, n. 6, Rivista sicula,

fascicolo di ottobre 1869, nel quale furono pubblicate le fotografie

dei cassettoni.

[1289] Springer, op. cit., pag. 29, 30.

[1290] Si confrontino: Gravina, op. cit., pag. 70, 71; Caravita, op.

cit, I, 191 segg.; Springer, op. cit., 27 segg., ed un articolo scritto

dal signor Fr. W. Unger sul lavoro dello Springer, nelle _Göttingische

gelehrte Anzeigen_, del 1869, pag. 1592 segg.

Il Gravina suppone che la maggior porta di Morreale sia opera di tre

artisti, uno de’ quali musulmano: e in vero non sembra impossibile che

i modelli di legno adoperati nella forma del getto fossero opera in

parte di Bonanno e in parte d’altri artisti innominati. Lo Springer

muove il dubbio, se Bonanno fosse nato veramente a Pisa, poichè gli

pare di scorger il dialetto siciliano nelle iscrizioni; il quale

argomento ribatte l’Unger, ma a spiegare lo stile diverso delle due

porte di Morreale mette innanzi la conghiettura d’un’arte che, nata

nelle isole Britanniche, sia passata successivamente in Francia, in

Germania e nell’Alta Italia, e arrivata finalmente in Puglia.

[1291] Schultz, _Denkmaeler_, etc., tomo I, pag. 55, e tavola X. La

chiesa di Santa Sabina in Canosa, dov’è questa camera sepolcrale, fu

dedicata il 1401: nè sembra verosimile che le porte siano state gittate

molti anni appresso. I tre cerchi, de’ quali ho fatta menzione, sono

formati da un gruppo di caratteri che si replica dal principio alla

fine; caratteri di quella scrittura capricciosa di cento forme diverse

che mal si è addimandata Carmatica, ed io la chiamerei piuttosto cufica

barbara. Ciascun gruppo è composto di cinque lettere, delle quali le

due prime sono identiche alle due ultime, ma messe in senso inverso,

per far simmetria. E ci si potrebbe scorgere il noto motto _l l h_

(da leggere _lillah_, cioè “a Dio”), scritto da sinistra a destra e

da destra a sinistra, rimanendo comune la prima lettera, come si vede

spesso nelle epigrafi dell’Alhambra.

Traduco Amalfi la patria del fonditore ch’è scritta _Melfie_,

perchè ognun sa che in quel tempo si confondeano i nomi di Melfi e

di Amalfi; ma egli è verosimile che Ruggiero fosse nato in Amalfi,

come i fonditori di varie altre porte di chiese della Bassa Italia,

principiando da Pantaleone che gittò il 1076 in Costantinopoli quella

della Grotta di Monte Santangelo, pubblicata dallo Schultz, op. cit.,

tomo I, 242, e tavola XXXIX.

[1292] Bekri, testo di Parigi, pag. 29, e versione francese del

baron De Slane, nel _Journal Asiatique_ di ottobre 1858, pag. 485. Si

confronti la versione del Quatremère, nelle _Notices et Extraits,_ XII,

480; e l’altro testo arabico, _Description de l’Afrique_, etc., del

prof. A. De Kremer, Vienna, 1852, pag. 8.

[1293] Si veggano le citazioni nel V libro, cap. v, a pag. 140 di

questo volume.

[1294] Edrîsi descrive questo congegno nell’articolo di Merida,

edizione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 182 del testo, e 221 della

versione; dov’è citato in nota l’uso che se ne fa a Costantinopoli e

nell’Affrica settentrionale.

Il verbo _giarr_ in Arabico vuol dire “trarre,” e forse da ciò

venne il nome in Sicilia; poichè in Spagna i pilastri si chiamavano

altrimenti. Occorre nella storia della Mecca di Azraki, edizione del

Wüstenfeld, _Stadt Mekka_, I, 478, il nome El-Giarr o El-Giorr, dato a

un ricettacolo d’acqua piovana sul monte Ahmar, dal quale ricettacolo

l’acqua scorreva in un secondo detto _mizâb_, che significa canale o

gronda.

Oltre a questo la voce arabica _giarra_ s’applica in Sicilia a’ grandi

vasi di terra cotta usati ordinariamente a serbare l’olio; si dice anco

del vasellino da prendere sorbetti: e in questo significato di vaso

piccolo o grande con bocca larga l’abbiamo in italiano con le varianti

_giara_ e _giarro_, e s’è fatta strada in tutte le lingue d’Europa.

[1295] Si vegga l’articolo _Alcaduz_ nel _Glossaire dee mots

espagnols_, etc., de’ signori Dozy e Engelmann. Il significato di

“doccia” è cavato dal Bekri, celebre scrittore spagnuolo dell’XI

secolo, e quel di “secchia” è comune all’arabo orientale. Aggiungo

l’autorità del “Vocabulista in arabico,” Firenze, 1871, nel quale

_Kaidûs_ è reso “canalis.” I Siciliani han serbato il κάδος e “cadus”

in _catu_, ossia secchia; ond’è più certa la provenienza arabica di

“catusu.” Nell’uno come nell’altro vocabolo, la _d_ è mutata in _t_,

come per altro è avvenuto ne’ derivati toscani “catino, catinella, ec.”

[1296] Diploma di aprile 1132, pubblicato in parte dal Gregorio e per

intero dal professor Cusa nei Diplomi arabi e greci (non ancora uscito

alla luce), pag. 7, lin. 7 ed 11. _Darb_ in origine significa porta,

o sportello. Delle altre misure d’acqua corrente usate in oggi, non

direi che fosser tutte derivate dall’arabo. E son queste: _Zappa_

= 4 _darbi_, = 16 _aquile_ o _tarì_ = 48 _dinari_ = 336 _penne_.

Ma _zappa_ si potrebbe riferire alla radice arabica _sabba; tari_ e

_dinar_ sembrano venuti dal greco e dal latino per mezzo della lingua

arabica. In due diplomi della Magione, dati del 1197 e del 1219 presso

Mongitore, _Sacrae Domus_, etc., Panormi, cap. iv, si trova una misura

d’acqua corrente detta _palma_, che sembra rispondere alla zappa.

[1297] Il dotto professore Carlo Maggiorani ha letta nella Accademia

dei Lincei il 10 dicembre 1871 una memoria su l’antropologia della

Sicilia, dalla quale duolmi non poter trarre insegnamento sul nostro

subietto, perchè risguarda più particolarmente il periodo anteriore al

conquisto romano.

[1298] Epistola di Gregorio IX a Federigo II, data di Anagni il 27

agosto 1233, e risposta del 3 dicembre dello stesso anno, presso

Bréholles, _Cod. Dipl. Friderici II_, tomo IV, pag. 452 e 457, de’

quali documenti il primo è stato già citato da noi nel cap. viij del

presente libro, pag. 612 nota. Il papa avea scritto de’ Saraceni di

Lucera: “italicum idioma non mediocriter, ut fertur, intelligunt;” e

Federigo rispose positivamente: “qui intelligunt italicum idioma.”

[1299] Libro V, cap. viij, pag. 205 a 210 di questo volume.

[1300] Si vegga il cap. viij del presente libro, pag. 620, e si

riscontri con la pag. 614 segg.

[1301] Si ricordino i nomi di Scerf-ed-dîn e di Fakr-ed-dîn, che

abbiamo notati nel cap. xj del presente libro, pag. 736 e 737.

È da notare altresì che Ibn-Khaldûn, nella _Storia de’

Berberi_, traduzione francese, IV, 276, fa menzione di un

Abu-l-’Abbas-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Rafi’, di schiatta alìda e della

famiglia degli Abu-Scerîf, la quale avea abitata la Sicilia. Cotesta

menzione occorre verso il 1348, nella rivolta del principe merinita

Abu-Einan contro il proprio padre; ma non sappiamo in qual tempo gli

Abu-Scerîf avessero fatto dimora nell’isola.

[1302] Mortillaro, _Elenco delle Pergamene della Magione_, Palermo,

1859, pag 53. L’atto è dato in Palermo il 16 gennaio 1265.

[1303] Diploma degli 11 febbraio 1258, pubblicato dal Mongitore e

ristampato in parte dal Gregorio, _De Supputandis_, etc., pag. 30.

Simonide Filippo, giudice, e Benedetto, pubblico tabellione in Palermo,

transuntavano in latino un atto pubblico dell’anno 549 dell’egira

e 6663 dell’èra costantinopolitana (1154), tradotto da’ cittadini

palermitani Giudice Dionisio, notaio Raimondo Fichi, maestro Michele

medico, e notaio Leone di Biondo.

Diploma del 5 agosto 1286, pubblicato dal Gregorio, op. cit., pag. 52

segg., e dal signor Giuseppe Spata, _Pergamene greche_, pag. 451 segg.,

pel quale Tommaso Grillo, giudice, e il notaio Benedetto, pubblico

tabellione in Palermo, transuntavano in latino un atto greco ed

arabico del 26 agosto 571 (1175), del quale il testo arabico era stato

interpretato da due notai, Luca de Maramma e Giorgio di Giovanni Bono,

e da due medici giudei, maestro Mosè e maestro Samuele.

Ho citata nel capitolo X del presente libro, a pag. 698 segg. del

volume, la traduzione latina della grande opera medica di Razi, che

Farag, figlio di Salem, giudeo di Girgenti, compilava per comando di

Carlo d’Angiò e terminavala nel 1279.

[1304] Delle quarantatrè iscrizioni sepolcrali di Sicilia e Napoli

ch’io ho preso a pubblicare nella _Rivista Sicula_, due sole tornano

al XIII secolo. L’una edita dal Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag.

156, con l’erronea data del 539 dell’egira, è in vece del 636 (1238).

L’altra, op. cit., pag. 162, porta veramente la data del 674 (1276), ma

non è provato punto che la sepoltura fosse stata in Sicilia. Entrambe

le lapidi serbansi nel Museo nazionale di Palermo, dopo l’abolizione

del Monastero di San Martino e della Casa dell’Olivella, che le

possedeano ai tempi del Gregorio.

Un’altra iscrizione dell’859 (1454) pubblicata dal Gregorio, pag.

154, con l’erronea data del 359 e serbata ora al Museo, e prima nella

Università di Palermo, o non fu trovata in Sicilia o fu messa, il che

mi par meno verosimile in quel tempo, su la tomba di un musulmano morto

di passaggio in Sicilia. Su l’altra faccia è intagliato uno stemma

gentilizio, fattura del XVI o XVII secolo, il quale era sostenuto su la

facciata d’una casa per mezzo d’un anello di bronzo, incastrato proprio

nel centro dalla iscrizione.

[1305] In varii diplomi del XII e XIII secolo, che sarebbe troppo lungo

a notare, leggiamo in lettere greche o latine i seguenti nomi arabici

di luoghi in Palermo:

Γαδήρ ελκοῦκ, sobborgo (_Ghadîr_, etc., ossia Stagno _del Kuk_, sorta

d’uccello aquatico).

̔Ρύμνη ἒῶεν Χάλφουν (via d’Ibn-Khalfûn).

Ἄκῶε ετ Τοὐρους (_’Acabat et-Tûr_. La salita del colle).

̔Ράχαῶ (_Rahba, rahaba o rahab_, nome generico di “piazza o cortile”).

Hartilgidia, e altrove Χαριτελτζητητε (_El Hârit el Giadida_, ossia “il

quartiere nuovo”).

Αγρὸν Μαρὶας che si legge anco in un diploma arabico d’aprile 1132,

_Fahs Maria_ (“il Campo di Maria”).

Ruga Keleb (.... _el kelb_, ossia “del Cane”).

Contrata Hasserinorum (strada de’ lavoranti di _Hasir_, ossia stuoie,

donde forse il siciliano _Gassina_).

Fahssimeria, ch’è “Fausumeli,” come dice il Mongitore, notissima

campagna presso Palermo (_Fahs-el-emîr_).

Bebelagerin (_Bab-el-Haggeriin_, “Porta de’ tagliapietre”).

Vicus qui dicitur Zucac germes (_Zokâk-el-Kirmiz?_ ossia “Vicolo del

Chermisì”).

Garbuymara (_Gar bu ’imâra_, col volgare _bu_ in luogo di _abu_.

“Grotta di Abu ’Imâra”).

Zucao elmucassem (_Zokâk el-Mokassem_, ossia “Vicolo di Mocassem” o

“del Bello”).

Cantariddoheb (_Kantarat-ed-Dseheb_, “Ponte d’oro”).

A questi si aggiungano i nomi di Halka, Genuardo ed altri che ci sono

occorsi altre volte.

La piazza oggi detta Ballarò e ricordata da Fazzello, secondo le

antiche scritture, col nome di Segeballarat, si addimandava di certo

Suk-el-Balharà, “mercato di Balhara,” dal nome del villaggio che sorgea

presso l’odierna Morreale.

[1306] Kalsa negli scritti, e Gausa a viva voce, è il noto quartiere

Khalesa. Si ricordino inoltre Cuba, Zisa, Favara, ec. La contrada detta

finoggi Lattarini era di certo _Suk-el-’Attariin_, “il mercato de’

droghieri;” chè così chiamansi alcune contrade di Tunis e d’altri paesi

musulmani.

È da notare che le sorgenti d’acqua hanno serbato quasi tutte

i nomi arabi, con poco guasto: Gabriele, Sciarabbu, Danisinni

(’Ain-es-Sîndi?), Sicchiaria, Garraffu, ec. Mi occorre qui un nome

arabico nato nella seconda metà del duodecimo secolo. Un vicoletto

dietro il Duomo di Morreale si appella del _Raccamo_, scritto così a

caratteri cubitali nella lapida; nè sembra verosimile che tal forma

volgare del vocabolo “ricamo” sia stata solennemente ammessa lì, allato

al Seminario arcivescovile ch’ebbe fino alla metà del nostro secolo

un’ottima scuola di lettere latine e italiane e dove l’arcivescovo fu

signore feudale della città fino a’ principii del secolo. D’altronde

non so che sia stato mai in quel posto un opificio di ricamo, nè, se vi

fosse stato, la lingua siciliana l’avrebbe chiamato così. Ma _rakkâm_

in arabico suona “marmoraio, scarpellino, segatore di marmo” ed è cosa

naturalissima che di cosiffatti artigiani fossero dimorati presso il

luogo, dove surse quel labirinto di preziosi marmi ch’è il Duomo di

Morreale, e che da loro fosse nato il nome del vicolo.

[1307] I capitoli 69 a 72 di Federigo l’Aragonese trattano della

conversione de’ Saraceni liberi o servi; il cap. 65 vieta a’ Saraceni

di comperare servi cristiani; il 66 loro comanda di portare un

nastro rosso di traverso sul petto, affinchè non si confondessero

co’ Cristiani. Ma egli è da riflettere che altri capitoli pubblicati

nello stesso giorno stabiliscono somiglianti restrizioni alla libertà

de’ Giudei e che il cap. 72 tratta de’ Greci di Romania fatti schiavi

e convertiti all’ortodossia romana. Indi è probabile che i Saraceni,

a’ quali si riferiscono queste leggi, sieno i mercatanti che ancora

affluivano in Sicilia, o i novelli schiavi. Ricordisi che le leggi

siciliane chiamavano “villani,” non “servi,” i contadini musulmani

vincolati alla gleba.

[1308] Si vegga la mia _Guerra del Vespro Siciliano_, edizione del

1866, vol. I, pag. 309 segg., e vol. II, pag. 397 segg.

[1309] Iakût, Ibn-Sa’id, Scehâb-ed-dîn-’Omari, nella _Bibl.

arabo-sicula_, testo, pag. 124, 134, 150. Abbiamo riferito nel capitolo

v del presente libro, a pag. 536 del volume, ciò che ne scrisse

nel XII secolo il vescovo _Burchardo_. Si vegga anco il trattato

dell’imperatore Federigo II col principe hafsita di Tunis, di che nel

cap. ix di questo stesso libro, pag. 626.

[1310] _Deca I_, lib. I, cap. i.

[1311] Si ricordi il fatto che noi abbiamo riferito sull’autorità del

Kazwini, nel lib. IV, cap. xij, a pag. 422 del secondo volume.

[1312] Si vegga il libro V, cap. vj, e il presente libro, capitoli j,

vj, viij, a pag. 178, 388, 555, 603.

La testimonianza del vescovo Burchard, testè citata, dee cedere il

luogo alla prova contraria, ch’è la fondazione del vescovado e la

successione non interrotta de’ vescovi fin dal principio del XII

secolo.

[1313] Gian Francesco Abela notò il primo l’indole di cotesto idioma,

nella _Descrizione di Malta_, ec., Malta, 1647, la quale fu tradotta in

latino nel tomo XV del Thesaurus di Graevio e Burmanno, e ripubblicata

con aggiunte da Giovanni Antonio Ciantar, Malta, 1772-80, due vol. in

foglio.

Son comparsi poi glossarii, grammatiche e proverbii maltesi, di

Vassallo, Panzavecchia, Falzon, Taylor ed altri: ma quegli che con

maggiore autorità ha trattato questo subietto è il baron De Slane, nel

_Journal Asiatique _del 1846 (Serie IV, vol. 7, pag. 471 segg.).

[1314] Questi tre diplomi, appartenenti tutti e tre alla Chiesa di

Cefalù e serbati in oggi nel Regio Archivio di Palermo, van riferiti

alla prima metà del XII secolo, ancorchè un solo, ch’è scritto in

lettere rabbiniche, abbia data, e questa scritta in cifre alfabetiche

che non sembrano esatte. Lo stile volgare di coteste carte comparisce

talvolta dal verbo “essere” pleonastico, talvolta da’ casi costruiti

con la preposizione _mta’_, e sempre dalle lungaggini e ripetizioni. È

da notare anco in uno di cotesti diplomi il _iâ_, ossia _elif_ breve,

mutato in _elif_, all’affricana.

[1315] Anche l’ultimo de’ diplomi arabi di Sicilia ch’io m’abbia visti,

cioè l’arabo-latino del 1242, appartenente alla Chiesa di Girgenti,

è scritto correttamente, se si eccettui lo stile pesante e le voci

straniere _civis_ e _judex _scritte in carattere arabico, alle quali

pur è data, quando occorre, quella forma di plurale che la grammatica

araba prescrive per le voci di tale origine.

[1316] Si vegga il cap. v di questo libro, a pag. 494, nota 3.

Avverto che quand’io scrissi quella nota si cominciava appena la stampa

dei diplomi arabi e greci del professor Cosa, la quale oggi è condotta

fino alla pagina 448 e già comprende poco men che cento diplomi.

[1317] Lib. I, cap. ix, pag 196 segg., del primo volume.

[1318] Mi basta citare la dissertazione XXXIIª del Muratori e gli

atti pubblicati ne’ _Regii neapolitani Archivii monumenta_, Napoli,

1845-1861, sei volumi.

[1319] Libro V, cap. viij, pag. 205, 206, di questo volume.

[1320] Spata, Diplomi greci, Torino, 1870, pag. 90, dove si legge

dei confini che arrivano εἰς τὸν ῶοτ αμὸν τῶν τόρτων. Si confronti la

versione latina, credo contemporanea, pubblicata dal Pirro, _Sicilia

Sacra_, pag. 382 segg., dove si legge “usque ad flumen Tortum.”

[1321] Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1012, traduzione dal greco in

latino.

[1322] Pirro, op. cit., pag. 1046, traduzione dal greco in latino.

[1323] Pirro, op. cit., pag. 521. Questo Diploma par sia stato scritto

originalmente in latino.

[1324] Pirro, op. cit., pag. 1034 seg. Vi si legge, per esempio,

“cum bono proponimento.... cum plena deliberatione absque aliquo

tardamento et pentimento.... cum augmento plenario de victu....

arbores domesticas.... quod persona aliqua de mundo non habeat

aliquam potestatem in hujusmodi bonis.... _donandi_ impedimentum nec

controversiam.... cannatam unam plenam vino” e simili. Il Pirro, che

suole avvertir sempre quand’ei dà traduzioni, qui non ne fa parola,

anzi dice il diploma “transuntato,” negli atti di un notaio di

Messina, il 1379. A fronte di questi fatti e del nome italiano del

segretario di Ruggiero, non monta che il diploma porti la data dell’èra

costantinopolitana che solea notarsi nelle carte greche. Trattandosi

di un monastero basiliano in Itala, o Gitala, comune presso Messina, è

naturalissimo l’uso dell’èra greca, ancorchè il diploma fosse scritto

in latino. D’altronde questo nome d’Itala, che, se mal non mi appongo,

comparisce qui per la prima volta nella geografia della Sicilia,

accenna ad origine continentale. E lo stesso nome di Roberto de Auceto,

genero del conte Ruggiero, che d’ordine di lui soscrive il diploma

insieme col notaio Lamensa, ci ricorda l’odierno villaggio di Aceto in

provincia d’Alessandria o Diacceto in provincia di Firenze.

[1325] Si vegga il libro V, cap. viij, pag. 221, del presente volume.

[1326] Tal mi sembra nel diploma arabo-latino di Morreale, dato il

1182, il nome di monte _Kâlbu_, “mons qui vocatur Calvus,” onde

non sappiamo se si pronunziasse allora _calvu_ o _calvo_, presso

Lello, op. cit., appendice de’ privilegi a pag. 20 e nella raccolta

del professor Cusa (non pubblicata per anco) a pag. 198 e 236. V’ha

inoltre _l»b_, “lupo,” a pag. 9 del Lello, e 181 e 205 del Cusa; e

La Camuca, presso Lello, pag. 14, e presso Cusa, pag. 188 e 217, dove

l’articolo femminile può appartenere al siciliano come ad ogni altro

dialetto italico. Ometto, per la medesima ragione, in un diploma del

1156, presso Pirro, op. cil., pag. 1157, la voce _bosco_, la doppia

denominazione di Monte Gibello che comparisce qui per lo primo, e il

nome topografico Terroneto de Cretaccio; e nel diploma del 1142, citato

qui appresso, la espressione _mizano vallone_.

[1327] Pirro, op. cit., pag. 774, diploma latino con la data dell’èra

volgare “et inde dividit per medium _Lumarge_, quod pantanum, vel

terra sylvestris latine nuncupatur.” E notisi che il vocabolo _marg_,

il quale in Sicilia ha preso il significalo di padule, ha in arabico

quello di prateria.

[1328] Il Pirro, op. cit., pag. 390, 391, nel dar questo diploma

secondo una copia fattane in Messina il 1335, avverte essersi astenuto,

al suo solito, di correggere gli errori dell’esemplare ch’egli ebbe

alle mani. Molti in vero ve n’ha, e la più parte, a creder mio, debbono

riferirsi non al copista del XVI secolo, ma allo scrittore del XII,

il quale par non sapesse il latino. Forse egli era di linguaggio

greco, come il mostra l’h messa innanzi la r di Luhrostico, in vece

dello spirito aspro del greco. Tra le altre cose vi si accenna il

confine “allo mizano vallone,” del quale abbiam detto poco fa. Cotesto

diploma, contro l’uso costante, porta la doppia data del 6650 e 1142,

la quale anomalia, insieme con altre circostanze, mi conduce a supporre

che la pergamena latina non sia l’originale, ma un’antica e forse

contemporanea versione dal greco.

[1329] Diploma del 1156, citato nella pagina precedente, nota 3.

[1330] Diploma del 1182, citato qui innanzi, presso Lello, pag. 22,

lin. 18, e presso Cusa, il testo arabo, pag. 238, lin. 12 e il latino,

pag. 199, lin. 10.

Il latino ha _Spelunca Scutiferorum_, e il testo arabico

_Es-Sakâtirah_, plurale arabo d’un singolare che non appartiene a

quella lingua e che dovea suonare _scuteri_; il qual vocabolo in

siciliano è lo stesso al singolare e al plurale.

[1331] In un diploma greco di Messina, dato di quell’anno, presso

Trinchera, _Syllabus græcarum membranarum_, etc., Napoli, 1865, pag.

378, si dice di una casa posta nella ρρουγαν τοῦ γαῶατούρι, in Messina.

[1332] Presso Bréholles, _Historia diplomatica Friderici II_, tomo V,

pag. 869.

[1333] _Palermo antico_, seconda edizione, pag. 334 segg., e 344 segg.

Li ha citati poi il sig. Leonardo Vigo, ne’ _Canti popolari siciliani_,

Prefazione, pag. 19. I due transunti sono stati ristampati dal

professor Vincenzo Di Giovanni, in una epistola a Vincenzo Zambrini,

data del 1865, e inserita nella _Filologia e letteratura siciliana_

del medesimo professore, vol. I, pag. 255 segg. I testi greci, infine,

il secondo de’ quali ha ancora quattro righi in arabico, si leggeranno

nella lodata raccolta del professor Cusa, pag. 99 segg, e 31 segg.

[1334] Mortillaro, _Catalogo dei Diplomi.... della Cattedrale di

Palermo_, pag. 23.

[1335] Si avverta che il buon Morso, op. cit, pag. 406, nelle note

21, 22 e 23 de’ diplomi, non sembra niente certo che il transunto

di quello del 1153 fosse contemporaneo. Mentre il testo ha la data

costantinopolitana del 6662, il transunto scrive a dirittura, in

lettere, 1062, prendendo le diecine e le unità di quell’èra e ponendo

a caso le prime due cifre; la quale disgrazia non potea succedere

di certo ad un contemporaneo. Inoltre i nomi de’ testimoni son tutti

sbagliati: indi la presunzione che lo scrittore abbia saputo malissimo

il greco; e si potrebbe scendere al XIV o XV secolo, la qual data non

sarebbe disdetta dall’ortografia nè dallo stile.

Nell’altro diploma non c’era data da sbagliare; ma i nomi furon guasti

del pari nel transunto ch’io crederei dello stesso tempo di quel primo.

Avverto che nè il primo nè il secondo de’ due lodati scrittori è scevro

di dubbi. Il Vigo non giudica pro nè contro; il Di Giovanni domanda

“uno studio un po’ accurato su la grafia delle pergamene.”

[1336] Il signor A. Springer, nella erudita dissertazione, _Die

Mittelalterische Kunst in Palermo_, sostenne trovarsi in alcune

di quelle leggende non dubbii vestigii del dialetto siciliano.

All’incontro il signor Fr. W. Unger, in una bella critica di cotesto

scritto, uscita nei _Göttingen gelehrte Anseigen_ del 1869, ha

mostrato, a pag. 1596, che coteste forme non son altro che abbreviature

del latino. E per la più parte egli ha ragione; tanto più che

l’apparente desinenza italiana “plasmavi, adoravi, ec.” non converrebbe

alla terza persona del perfetto, che qui è manifestamente adoperata.

Ma “Èva serve a Ada.... ucise frate suo.... fuge in Egitto.... la

quarantina.... battisterio....” han forma precisamente italiana.

[1337] Si potrebbe forse eccettuare la forma frequentativa, come _casa

casa_ (per la casa), _muru muru_ (lungo il muro), _ciumi ciumi_ (lungo

il fiume), ec.; ma è usata anco in altre lingue. Il _randa a randa_

della lingua illustre è originale o copia del siciliano _ranti ranti_.

Oltre a ciò l’uso siciliano del passato rimoto in luogo del passato

presente si potrebbe riferire alla lingua araba, la quale salta dal

perfetto all’aoristo, ed ama poco le gradazioni dei tempi. Ma ciò non

basta per dir che in due lingue si somigli la conjugazione de’ verbi.

[1338] “Taliari” (guardare) dall’arabo _tala’_, ha mutata l’_ain_

nell’_a_ del dittongo. Si sente poi perfettamente nel siciliano

“tale’,” imperativo dello stesso verbo.

[1339] _Dar-es-sena’h_, oggi “arsenale” e “darsena,” si scrivea arzanà

al tempo di Dante, e si pronunziava tarzanà in Palermo, dove credo che

alcun uomo del volgo lo pronunzii ancora così, e dove l’antica forma

resta integra nel nome di una strada vicina alla Cala.

[1340] Senza risalire fino alla Dissertazione XXXIIIª del Muratori,

voglio ricordare che nella _Proposta_ di Vincenzo Monti, vol. II, parte

1ª, Milano, 1829, uscì una breve lista de’ vocaboli italiani derivati

dall’arabico. Men felicemente ne diè un’altra il Wenrich, nel _Rerum

ab Arabibus in Italia.... gestarum_, pag. 309 segg. In ultimo n’ha

pubblicati de’ saggi il signor Enrico Narducci da Roma, nel 1858 e nel

1868.

Pel siciliano in particolare non conosco altro lavoro che quello

dell’Abela, il quale nell’opera su Malta ricordata dianzi dà, in

appendice alle voci maltesi, sedici vocaboli siciliani derivati

dall’arabico. Parmi ch’egli abbia imberciata l’etimologia in tutti

quelli ch’io ho intesi. Due o tre non li conosco altrimenti che pel

Pasqualino, filologo dei secolo passato, il quale li cavò da più

antichi glossarii manoscritti, e quattro non li trovo nemmeno nel

copiosissimo dizionario del signor Traina ch’è in corso di stampa.

L’avvocato Giuseppe Picone ha dato, non è guari, un altro saggio di

etimologie arabiche nella Vª delle elaborate sue _Memorie storiche

agrigentine_, ma non posso accettare tutti i suoi giudizii.

[1341] Si vegga la noia del Dozy alla seconda edizione del _Glossaire

des Mots espagnols et portugais dérivés de l’Arabe_, par MM^r Dozy et

Engelmann. Paris, Leida, 1869.

[1342] Per esempio: _accanzari_, cavar profitto, conseguire;

_addijri_(?) scegliere; _aggibbari_, sottomettersi; _alliffari_,

attillare; _annadarari_, aggiustar pesi e misure; _arrucciari_,

spruzzare, aspergere (non usato nel significato di “arroser,” bensì

in quel dell’arabo _rasscia_); _assammarari_, ammollare i panni;

_azziccari_, azzeccare; _azzannari_, rintuzzare il taglio di un’arme;

_azzizzari_, abbellire, acconciare; _abbacari_, cessare, calmarsi,

del vento, della febbre, del bollore, ec.; _carcariari_, chiocciare;

_annacari_, da _naca_, culla; _ncharracchiari_, dormire profondamente;

_nzitari?_ innestare; _picchiuliari_, da _picchiu_, pianto, piagnisteo;

_sammuzzari_, tuffare; _sciarriarisi_, intransitivo da sciarra, rissa;

_sciddicari_ citato di sopra; _taliari_ citato di sopra; _zabbatiari_,

dimenare; _zurriari_, stridere de’ denti.

[1343] _Caudu di testa_ è versione di _harr-er-râs_, e somiglia meno a

“testa calda.”

_Cuntari in aria_, computare a mente, è perfettamente arabo come si

dimostra nel titolo d’un manuale sullo _Hisâb-fil-hawâ_ (Del computo

in aria), presso Hagi Khalfa, _Dizionario bibliografico_, V, 639, nº

12435.

_Mali suttili_, tisi (_homa-d-dikk_).

_Lattata_, emulsione di mandorle (_talbina_).

_Ganghi di lu sennu_, ultimi denti molari (_adhrâr el-’akl_).

_Tignusu_, tarantola (_burs_, che vuol dir anche tignoso).

_Pani e sputazza_, (mangiar) pane asciutto (_Kubz-reik_).

_Mmalidittu_, il diavolo (_el-la’in_).

[1344] Strisce di panno o d’altro con che si reggono i bambini che non

sanno camminare. _Kâida_ è femminino di _kâid_ “conduttore.”

[1345] Scritto anche _galicha_. Veggansi i _Diplomi arabi del Regio

Archivio fiorentino_, pag. 298, 299 e 406, ultima nota.

[1346] _Ma’ûnah_, aiuto, braccio forte, come suol dirsi, aiuto

reciproco, indi società commerciale o industriale. Nel significato

primario la usarono i Genovesi fin dal XII secolo; nell’ultimo par sia

passata in Toscana, dove significò “ferriera” ed oggi è limitata a’

grandi magazzini di ferro. L’etimologia è chiara da tanti testi arabi;

onde non si può ammettere quella greca suggerita dal Canale, _Nuova

istoria di Genova_, I, 277. L’origine della istituzione, spiegata

da questo erudito nel tomo II, pag. 317, conferma la derivazione del

vocabolo.

[1347] Lasciando come troppo numerosi i lavori generali su l’origine

dei parlari d’Italia, debbo ricordare che il siciliano è stato ed è

argomento delle assidue ricerche di varii letterati dell’isola. Delle

origini ha trattato ampiamente il signor Lionardo Vigo nella Prefazione

alla sua raccolta de’ _Canti Popolari_; poscia il professore Vincenzo

Di Giovanni in varii scritti, raccolti ora in due volumi sotto il

titolo di _Filologia e Letteratura siciliana_.

Su la grammatica ho letto un buon lavoro del professore Innocenzo

Fulci, Catania, 1855. I _Canti Popolari_ sono stati illustrati dal

Vigo, dal Pitrè, dal Salomone Marino.

De’ dizionarii infine se ne conta una diecina di stampati dal 1549 in

fino ad oggi, oltre parecchi manoscritti, ed è molto innanzi nella

stampa un nuovo dizionario del signor Antonino Traina, il quale

ha aggiunti molti altri vocaboli, raccolti per tutte le regioni

dell’isola. Duolmi non potere citar tutti gli scritti critici e i

lavori di minor mole pubblicati in questa materia nelle riviste e ne’

giornali, perchè son molti e non presumo conoscerli dal primo infino

all’ultimo.

[1348] Si conoscono bene in Italia gli articoli critici del professore

Grion di Padova su la famosa _Canzone_ di Ciullo e la risposta fattagli

dal professore Vincenzo Di Giovanni da Palermo, nell’opera dianzi

citata.

[1349] A pag. 738 e segg.

[1350] _Capitula Regni Siciliæ_, cap. LVI di re Giacomo, e XVII di

Federigo l’Aragonese.

[1351] _Kâmah_ in arabico, tradotto _canna_ in un diploma

arabico-latino del 1187, presso Morso, _Palermo Antico_, pag. 358. Si

confronti l’Edrîsi de’ professori Dozy e De Goeje, pag. 372.

[1352] Il _saum_ della Mecca, secondo Ibn-Giobair, lesto del professor

Wright, pag. 122, contenea quattro _sâ’_. Nei diplomi arabi di Sicilia

il latino “salma” e “sagoma” risponde al noto vocabolo arabico _modd_,

il quale, alla sua volta, sembra trascrizione di _modium_.

[1353] _Kafiz_, notissima misura arabica di capacità e di superficie.

[1354] _Ritl_ o _rolt_, è la libbra degli Arabi, come ci è occorso di

notare altrove.

[1355] Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 458, del II volume.

[1356] _Rob’_ vuol dir “quarta parte.” Occorre nelle misure del grano

di tutti i porti musulmani del Mediterraneo. Veggiamo anche il ῤουζος

ne’ diplomi greci di Sicilia del 1189 e del 1328, presso Spata,

_Pergamene greche_, pag. 304 e 366, denotar misura di superficie nel

primo, e di capacità nel secondo. Con lo stesso suono e lettere diverse

ci occorre ρουος e ρουζος in due diplomi calabresi del 1188 e 1228,

presso Trinchera, _Syllabus graecarum membranarum_, Napoli, 1865, pag.

296 e 388.

Metto tra le voci arabiche il carato, manifesta trascrizione di

κεράτιον, parendomi verosimile non sia passato direttamente dal greco,

ma per mezzo dell’arabico, sì come “fondaco,” ed altri vocaboli.

[1357] Per esempio l’italiano _giubba_, voce prettamente arabica,

analoga alle siciliane “giubba e jippuni;” _camellotto_, non da camelo,

come dicono i dizionarii, ma da _khamlah_, che significa proprio panno

velloso.

[1358] Delle vivande si ricordi il _cuscusu_, uguale di nome e poco

diverso di qualità da quello della Barberia.

De’ camangiari vanno notate le paste fermentate e fritte che in

Sicilia, al par che in Barberia, si chiamano _sfinci_, dal latino

“spongia” com’e’ pare; e i ceci ammollati e poi torrefatti che si

dicono _càlia_, con pura voce arabica.

[1359] Si vegga il capitolo precedente, pag. 785, nota 5. Il nome

della torta nel testo è _ke’k_. D’origine arabica mi sembra la

notissima _cassata_ di Palermo, poichè _kas’at_ vuol dire scodella

grande e profonda, com’è veramente la pasta di quel dolce, ripieno

di ricotta o di crema. _Kobbeit_ è in arabico (oltre i dizionarii

si vegga D’Herbelot, all’articolo “Cobbathi”) una specie di torrone,

appunto come la _cubbaita_ di Sicilia. Quella che si chiama in Sicilia

_mostarda_, è del mosto cotto, non con senapa, ma con farina e ridotto

in pasta, del quale abbiam fatta menzione nel libro IV, cap. xiij,

secondo il libro dell’agricoltura d’Ibn-Awâm. Questa stessa maniera di

dolciume in Girgenti si chiama _tibu_, con puro vocabolo arabico. La

_nucatula_ di Sicilia, non essendo composta di noci, par che derivi

più tosto dal _nukl_ degli Arabi, ch’è quel che in Toscana si chiama

_seccume_.

[1360] Si vegga ciò che abbiam detto di questo commercio nel capitolo

precedente, a pag. 786 di questo volume.

[1361] Makrizi, _Mowâ’iz_, testo di Bulâk, I, 387. Ho tradotto

“panforte” il vocabolo _semîd_ o _semîds_, al plurale _sewâmîds_, per

designare piuttosto la grandezza e l’uso, che la composizione. In oggi

_semîds_ vuol dire fior di farina e il pane fatto di quello: ma nel

passo di Makrizi sembra diverso, leggendovisi che ciascun _semîds_

pesava tre _rotl_ (libbre) ed era impastato con la più scelta farina e

unto al di fuori di grasso, sì che usciva lustrato dal forno e prendea

bellissima apparenza.

[1362] Abdallatif, edizione del Sacy, pag. 312.

[1363] Loc. cit., e nella nota del Sacy, a pag. 307, 308.

[1364] Sacy, nell’op. cit, pag. 325, nota 41, al cap. vj, del libro I,

nella quale è riferito che quella pasta si mangiava fresca e talvolta

secca. Si confronti il Lane, _Modern Egyptians_, cap. xxv.

[1365] Lane, op. cit., cap. xiv.

I semi di zucca o di popone sono annunziati al Cairo col grido: “Oh i

consolatori de’ tribolati, oh i semi!;” in Palermo li dicono “Sbija

oziu.” Gridano per le arance: “Ecco il miele!” Per le sicomore: “Oh

l’uva!”

[1366] Ibn-abi-Dinar, _Storia di Tunis_, testo arabico stampato a Tunis

il 1286 (1869), pag. 3.

[1367] _Voyage_, etc., pag. 206, dell’estratto dal _Journal Asiatique_

del 1853. Si riscontri il testo arabico, ms. di Parigi, _Suppl. ar._

911-2, fog. 104 recto.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II · 第 52 / 53 题