sudditi di Ruggiero e che lor si domandavano le notizie de’ proprii
paesi. Ma evidentemente si tratta di viaggiatori qualunque, o per lo
meno d’Italiani, e di relazioni su tutte le regioni ch’e’ conoscessero.
Edrîsi che scrivea pel mondo musulmano, affigurava Ruggiero come re di
tutta Italia, anzi come una specie d’imperatore di Occidente.
Ho tradotta genericamente “ministro” la voce _wasitah_ che significa
propriamente “intermediario” e che M. Jaubert rese _interprète_. Ma nè
i dizionarii, nè il fatto speciale, nè l’uso degli scrittori moderni
confermano questo arbitrio di versione. Un passo di Makrizi e una nota
di M. De Sacy (_Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 94 e 126) provano
che sotto i Fatemiti d’Egitto il _wasitah_ era segretario di Stato e
che talvolta fu chiamato così il primo ministro. In ogni modo, qui si
tratta manifestamente d’un direttore di statistica nella segreteria del
re; se pure Edrîsi non era egli stesso il _wasitah_, e non usò a bello
studio questo vocabolo che non rispondeva ad alcun ufizio costituito.
[265] Letteralmente “le lunghezze delle distanze e le larghezze di
esse;” ossia le distanze in dirittura dei meridiani e de’ paralelli.
E in vero, i pratici de’ luoghi non poteano dar che le distanze
secondo le vie conosciute e la direzione delle stesse vie secondo
la rosa de’ venti; e questo appunto è ciò che noi troviamo nella
geografia di Edrîsi; ma i gradi di longitudine e latitudine, si
doveano domandare agli astronomi antichi o a’ viventi. Montava poi di
verificare reciprocamente le tavole di longitudine e latitudine e le
distanze riferite da’ pratici: e questo è appunto ciò che Edrîsi dice
essere stato praticato quando il re fece riportare col compasso quelle
distanze sopra un planisfero graduato, e ricercare da qual parte fosse
l’errore, nel caso di discrepanza tra le tavole e gli itinerarii.
Pertanto non mi sembra precisa la traduzione francese, pag. xx:
“Ensuite il voulut savoir d’une manière positive les longitudes, les
latitudes” etc.
[266] “Planche à dessinner” mi pare espressione troppo vaga. Il testo
ha “tavola del _tarsîm_, o, diremmo noi dell’abozzo, dello schizzo o
simili.” Come ognun vede, non si trattava di un foglio _da disegno_,
ma di un foglio già delineato, una mappa, sia che fosse graduata
soltanto per costruirvi le figure geografiche, sia che vi fosser anco
delineati i contorni e segnati i punti principali, per verificarli,
confrontandoli con le distanze itinerarie.
[267] _Mofassel_ significa propriamente diviso in pezzi, o composto di
varii pezzi. Però mi discosto dall’opinione del mio dotto maestro Mr.
Reinaud, che credea meramente diviso in gradi il disco d’argento, nel
quale doveasi incidere il planisfero. Edrîsi stesso dà alla seconda
forma del verbo _fazel_ il significato di tagliare, adoperandola
nel descrivere il lavorio del corallo a Ceuta (Dozy et de Goeje,
_Description de l’Afrique_, etc., par _Edrîsi_, pag. 168 del testo,
201 della versione). D’altronde il planisfero d’un pezzo d’argento che
pesava 150 chilogrammi ed avea per diametro poco men che due metri, non
sarebbe stato punto maneggevole.
[268] Il peso chiamato _dirhem_, variò e varia tuttavia ne’ paesi
musulmani: la media tra i _dirhem_ odierni di Egitto, Aleppo, Algeri,
torna, evitando le frazioni troppo minute, a grammi 3,35; moltiplicato
il qual numero per 112, si avrebbe il _rotl rumi_, ossia libbra
italiana, poco oltre i grammi 375, cioè 13 grammi più della libbra di
Bologna e 26 più di quella di Roma e Firenze: e il peso del planisfero
monterebbe a 150 chilogrammi. Supponendolo grosso cinque millimetri e
ritenendo la qualità di argento data da Edrîsi, il diametro tornerebbe
a metro 1,90, secondo il calcolo che ha fatto a mia richiesta l’amico
senatore Brioschi.
[269] Credo risponda precisamente a questo, nel presente luogo, la
voce _Khalk_ del testo, “creazione” e cose create in generale, e “cosa
ordinata, disposta ec.,” in particolare; sì che talvolta si ristringe
agli esseri ragionevoli, secondo le idee musulmane, cioè gli uomini e i
_ginn_.
[270] La prefazione si legge intera ne’ codici ch’io ho designati
con le lettere A. C. (Introduzione, vol. I, pag. xliv, e _Bibl.
arabo-sicula_, testo, pagina 14, nota 1) e ne avanzano pochi righi nel
D. Traduco ora le tre lezioni:
A. “.... il vestire, la lingua. E ho dato a questo (libro) il titolo
di _Nozhat_, ec. Esso è stato messo insieme, coordinato, licenziato e
connesso (rilegato?) verso lo scorcio di scewâl del 548. Comincio or a
trattar, la prima cosa, della figura della Terra, ec.”
C. “.... il vestire, la lingua; e (continua a reggere comandò il re)
che fosse posto a questo libro il titolo di _Nozhat_, ec. Ed ecco
che io ubbidisco a così fatto comando, e compio questa prescrizione,
cominciando la prima cosa, a trattar della figura della Terra, ec.”
D. Vi manca, coi primi fogli tutta la prefazione innanzi la voce
“questo” della quale si scerne qualche vestigio, e segue _“K « t »
b_ (il titolo) di _kitâb_ (libro) del _Nozhat_, ec. E ciò è stato
ne’ primi dieci (giorni) di ianîr, corrispondente al mese di scewâl,
dell’anno 548. Ed ecco ch’io ubbidisco a così fatto comando e compio
questa prescrizione, cominciando, la prima cosa, a trattar della figura
della Terra, ec.”
Riman qui a spiegare il vocabolo arabico che ho notato con le sole tre
lettere della radice, mancandovi le vocali; il quale per omissione se
mia o del tipografo non so, fu saltato nel testo della _Biblioteca_,
linea 10 della pag. 19. Non potendo suppor cotesto vocabolo scritto
erroneamente, in sì bel codice e in luogo sì cospicuo del testo, invece
di _Kitâb_ (libro), la qual voce viene immediatamente dopo, mi par sia
da leggere _Katb_, “scritto” onde il passo intero tornerebbe “ed (ha
comandato il re) che si desse a questo scritto il titolo di libro del
_Nozhat_, ec.”
Or ognun vede che i codici D e C appartengono a ramo diverso dal codice
A; che il più vicino al ceppo, per continuare la mia similitudine, è
D dove si legge il mese di gennaio; che questo vocabolo non arabico e
però mal compreso fu soppresso dal copista di C; e che il copista di
A seguì un testo diverso, dato fuori com’egli è verosimile, quando il
compilatore, fuggito ne’ tumulti della Sicilia, rivendicò, o si arrogò
l’invenzione del titolo. Se mai si pubblicherà il testo compiuto del
_Nozhat_, vedran più chiara i dotti la distinzione de’ tre citati
codici ed anco di quello designato con la lettera B, nel quale non si
può decifrare la prefazione. Duolmi che, confrontando i due Mss. della
Bodlejana, io non abbia potuto, incalzato sì com’era dal tempo, notare
le varianti di tutta l’opera o almeno di più lunghi squarci. Il mese di
scewâl 548 corre dal 20 dicembre 1153 al 17 gennaio 1154.
[271] Il più importante lavoro scientifico che abbia trattato di questa
geografia, quello cioè del Lelewel, _Géographie du moyen-âge_, tomo
I, pag. 92 a 107, §§ 54 a 64, vi ammette l’influenza delle dottrine
geografiche dell’Occidente e la partecipazione diretta di Ruggiero.
[272] Gli Arabi del medio evo chiamavan così il tratto della costiera
settentrionale d’Affrica che corre da Tunis a Capo Spartel.
[273] Non credo che Sefedi abbia confusa la sfera armillare, da lui per
altro descritta precisamente, col planisfero di che dice Edrîsi nella
prefazione. Secondo il biografo, il re mandò a Edrîsi, per costruire
la sfera, dei pezzi di argento del peso di 400,000 dirhem; del qual
metallo fu adoperata una terza parte e due terzi avanzarono. Ruggiero
ne fece dono a Edrîsi; aggiunse altri centomila dirhem e poi una nave
carica di merci latine preziosissime proveniente da Barcellona.
[274] Testo nella _Bibl. ar. sicula_, pag. 657, 658. Si trova una buona
traduzione francese di questo squarcio, nell’opera di M^r. Reinaud,
_Géographie d’Aboulféda_, tomo I, Introduzione, pag. cxlv e cxv.
[275] Scehâb-ed-dîn-Omari, grande erudito del XIV secolo, ricordando
il Nozhat come il miglior trattato di geografia ch’ei conoscesse,
loda Ruggiero di profonda dottrina in filosofia antica e in geometria
e dell’avere speso molto tempo e danaro nella compilazione di quella
grande opera. Nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 152.
[276] Presso Muratori, _Rer. Italic._, tomo XII, pag. 283.
[277] Conferma l’accusa Goffredo da Viterbo (presso Caruso, _Bibl.
sicula_, pag. 947) dicendo: «Rogerius Paganus erat de more vocatus.»
[278] Annali, an. 539, testo nella _Bibl. ar. sicula_, pag. 288 e nella
edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 66. Si vegga anco la traduzione
francese di M^r. Reinaud, negli _Extraits des auteurs arabes, etc.,
rélatifs aux Croisades_, pag. 77.
[279] Lascio come superflue le citazioni, fuorchè per questa briga con
l’Egitto. Si guardi ciò che io n’ho detto nel cap. II, del presente
libro, pag. 426, e i cenni che pria n’avea dati nei _Diplomi arabi del
reale Archivio fiorentino_, Introduzione, § XXX, diplomi II, III, IV
e V della seconda serie e note ai medesimi, dalla pag. 452 alla 458,
intorno le relazioni di Pisa con l’Egitto in questo tempo.
[280] Ibn-el-Athir, anno 547, nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 300.
[281] Limitando le citazioni com’ho fatto di sopra, le darò per
questa battaglia di Negroponto, le cui circostanze non sono state ben
determinate fin qui. Ne fanno parola Niceta Choniate e il Cinnamo,
presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 1163, 1176; la Continuazione
di Sigeberto da Gembloux e Romualdo Salernitano, presso Pertz,
_Scriptores_, VI, 455 e XIX, 429; e il Marangone, nell’_Archivio
Storico italiano_, tom. VI, parte II, pag. 18. I Bizantini, al solito,
trascuran la data; Romualdo non la dà precisa; la Continuazione di
Sigeberto (che il Caruso, op. cit., pag. 951, attribuisce a Roberto del
Monte) la segna con l’anno 1154 e aggiugne una circostanza riferita
altresì dal Cinnamo, cioè che l’armata siciliana ritornava appunto
dall’Egitto, carica di preda. Or come noi sappiamo dal Makrizi la
scorreria d’Egitto dell’agosto 1155, così parrebbe a prima vista che
star si dovesse alla data della Continuazione, differendola bensì d’un
anno. Ma il Marangone, il quale pon la battaglia nel 1158 pisano, dà su
la guerra di Guglielmo I nell’Adriatico e su questa di Negroponto tanti
e sì precisi particolari, da mostrar che in quel tempo i Pisani teneano
ben gli occhi aperti su i movimenti del navilio siciliano. D’altronde
tutte le narrazioni portano a credere che la battaglia di Negroponto
sia succeduta, non al principio ma allo scorcio della guerra.
Ritengo io pertanto, col Marangone, la data del 1157 comune. Quella
coincidenza con le depredazioni in Egitto si spiega benissimo
ammettendo due o più scorrerie dell’armata siciliana, delle quali i
cronisti d’Egitto avessero notata una sola, la più strepitosa. E così
anche si spiegherebbe l’error di data della Continuazione, il cui
autore avrebbe per avventura risaputa la grande scorreria d’Egitto
del 1151 o 1155 e la gran vittoria navale sopra i Greci al ritorno
dall’Egitto, onde avrebbe creduta identica la data.
[282] Makrizi, _Mowa’iz_, testo di Bulak, tomo I, pag. 214. Oltre la
data dell’anno e del mese, il compilatore dice ch’era califo Fâiz e
vizir Telai’-ibn-Ruzaik, del quale si sa essere entrato in ufizio il 1º
giugno 1154. Si vegga anco la Continuazione di Sigeberto testè citata,
la quale sembra molto bene informata degli avvenimenti dell’Egitto
in questo tempo. Infine il dispaccio di quel vizir ai Pisani, che si
legge ne’ _Diplomi del regio Archivio fiorentino_, nº V, della seconda
serie, pag. 253, il quale pare dell’anno 1156, dice espressamente della
recente scorreria de’ Siciliani in Tennis.
[283] Continuazione di Sigeberto, l. c. Masmudi eran detti gli Almohadi
dal nome della tribù che tenne l’egemonia di quella setta religiosa.
Gli assalitori eran dicerto pirati spagnuoli o della costiera d’Affrica
a ponente di Bugia.
[284] _Gesta Friderici_, lib. II, cap. 22.
[285] Cap. ij di questo libro, pag. 419, 420. Il dotto baron De Slane,
nella versione d’Ibn-Khaldûn, _Hist. des Berbères_, Appendice del vol.
II, 587, ha letto Ghariani, dopo aver seguita nelle pag. 37-38 dello
stesso volume la lezione Feryani. Non ostante l’autorità di un erudito
di tanto nome, parmi stare alla lezione _Foriâni_ ch’è nei Mss. citati,
raddoppiandovi la seconda radicale, come si legge nel _Lobb-el-Lobâb_,
parte I, pag. 196 e nel _Merasid-el-Ittila’_. Quel nome etnico si
riferisce a Forriana, villaggio presso Sfax.
[286] Non aggiungo una parola del mio in tutto questo racconto.
[287] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 551; Tigiani e Ibn-Khaldûn,
nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 300 segg., 381 segg., 490, 503,
504.
[288] Ibn-el-Athîr, l. c. Si ricordi ciò che abbiam detto nel cap. ij
di questo libro, pag. 425, 426 del volume, intorno le condizioni in cui
fu lasciata l’isola delle Gerbe il 1153.
[289] Si vegga il cap. ij del presente libro, pag. 409 del volume.
[290] Si confrontino Tigiani e Ibn-Khaldûn, nella _Bibl. ar. sicula_,
testo pag. 389, 489, 504. Ibn-el-Athîr, l. c., fa menzione della
ribellione di Tripoli, senza data, nè altri particolari; se non ch’ei
la dice seguita dopo quella di Sfax e pria che quella di Kabes.
Ibn-Khaldûn scrive che que’ di Tripoli dando addosso a’ Cristiani “li
bruciarono col fuoco.” Credo sia stato qualche stratagemma come quel
delle funi e travi apparecchiate al chiaro della luna, piuttosto che un
_auto da fe_ dei prigioni. I costumi de’ Musulmani non portavano queste
crudeltà.
[291] Ibn-el-Athîr, l. c. Ibn-Khaldûn nella citata pag. 504.
[292] Ibn-el-Athîr, l. c., e pag. 304. Questo capitolo degli annali,
ancorchè posto nel 551, contiene fatti posteriori, come quello di
Tripoli, di cui altri scrittori segnan la data precisa.
[293] Ibn-el-Athîr, cap. cit, pag. 301.
[294] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, l. c.; Ibn-Khaldûn, testo nella
_Bibl. ar. sicula_, pag. 504 e il _Baiân_ nella stessa raccolta,
pag. 374, il quale porta soltanto le date della sollevazione contro i
Cristiani in Mehdia e della ricuperazione di Zawila, le quali mancano
nel racconto d’Ibn-el-Athîr. Questi narra la sollevazione di Zawila
innanzi il supplizio del Forriâni; ma non è verosimile che Guglielmo
abbia differita quella vendetta per un anno e qualche mese.
[295] Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 951, con l’anno 1158 e presso
Pertz, _Scriptores_, VI, 506, con l’anno 1157. Nella prima di coteste
edizioni il nome dell’isola di cui si suppone capitale Sibilla (Zawila)
è scritto Gerx; nella seconda Gerp, la quale lezione credo sia stata
preferita come vicina a Gerbe, della qual isola parve al dotto editore
si trattasse. Io credo che per isola si debba qui intendere penisola
(gli Arabi hanno un sol vocabolo per l’una e per l’altra), e che sia
da preferire la lezione Gerx, come quella che più si avvicina a Scerik,
nome della penisola che separa i golfi di Tunis e di Hammamet, la quale
oggi si chiama El-Dakhel, ma gli Arabi del medio evo or la dissero di
_Scerik_, da un nome proprio d’uomo, or di _Bâsciu _(Basso?) nome della
città principale. Non è verosimile che i Siciliani avessero ripigliata
allora cotesta penisola, ma pare che Mehdia o Zawila fosse considerata
allora come capitale di un piccolo stato che prendesse il nome dalla
penisola vicina. A me par certo che sendo padroni di Mehdia e di Susa,
i Siciliani lo fosser anco di una parte della costiera, e in ispecie
della penisoletta di Monastir, appendice di Mehdia. Si vegga, su la
topografia di cotesti luoghi, l’Edrîsi nella edizione dei sigg. Dozy e
De Gœje, pag. 108, 109, del testo, e 126-8, della versione. Edrîsi dice
che i tre villaggi o castelli di Monastir erano abitati da religiosi,
come d’altronde si può supporre da quel vocabolo.
[296] In primo luogo non mi par dubbio che il re di Sicilia credesse
allor appartenere alla sua corona il diritto d’istituire sedi
vescovili, come l’esercitarono gli imperatori bizantini. Si noti la
fondazione del vescovado di Cefalù e il titolo di _Arcivescovo di
Sicilia_, dato a quel di Palermo in un diploma di re Ruggiero, presso
il Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 95, 96.
In secondo luogo è da ricordare che, per antica costumanza, il
metropolitano di Palermo, ricordando solennemente ogni anno i suoi
suffraganei, solea nominare tra quelli il vescovo di Tripoli d’Affrica,
su di che si vegga il Pirro, op. cit., pag. 21.
Si consideri inoltre che tra i diplomi della Cappella Palatina di
Palermo, nel Tabulario di essa, pag. 34, seg. nº XV, è l’inventario
della suppellettile della Chiesa d’Affrica, nel quale si legge che una
parte era stata fatta a spese dell’_Arcivescovo_. Mi par si alluda più
tosto a quello d’Affrica che a quel di Palermo. D’altronde il fatto di
trovarsi quell’inventario nella Cappella Palatina, può indicare che la
Chiesa d’Affrica si volesse far dipendere dal Cappellano Maggiore, o
che per lo meno la suppellettile si conservasse a cura dì questo, come
proveniente da una regia fortezza.
[297] Ibn-el-Athîr, anno 551, testo del Tornberg, vol. XI, pag. 139,
140. Si confronti il Kariâs versione del Tornberg stesso, tomo I, pag.
170 a 173; Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione del baron
De Slane, tomo I, 254 segg. e tomo II, 173, 190 segg.
[298] Il soggiorno d’Ibn-Sceddâd in Palermo l’anno 551 dell’egira, è
attestato dal Nowairi, in un luogo del quale diè la versione francese
M. Rosseeuw de Saint-Hilaire, _Histoire d’Espagne_, tomo III (Paris,
1838). _Pièces justificatives_, nº IV, par. 511. Questo squarcio,
tradotto da M. Vincent e tolto da un Ms. arabico di Parigi che non si
cita, contiene un aneddoto dì Abd-el-Mumen che il cronista riferiva
essergli stato raccontato da un mercatante musulmano di Mehdia, ch’egli
incontrò l’anno 551 nella capitale della Sicilia.
[299] Presso Tigiani, che abbiam citato di sopra, nel cap. ij, pag.
379, in nota. L’_Holâl-el-Mausciah_ dà il nome di Abd-Allah-ibn-Meimûn.
[300] Si confrontino: Ibn-Sahib-es-Selât; Ibn-el-Athîr, anno 554;
Marrekosci; Ibn-Khaldûn, nella _Bibl. ar. sicula_, testo pag. 197,
303-304, 319, 504. Non cito il Nowairi, perch’egli qui copia di parola
in parola Ibn-el-Athîr. Cotesti scrittori non son d’accordo sul tempo
della mossa da Marocco e si comprende benissimo.
[301] Secondo alcuni cominciò l’assedio il 18 regeb (5 agosto 1159).
Secondo altri tornerebbe al 12 luglio.
[302] Marrekosci.
[303] Ibn-el-Athir, Marrekosci, ec. dicono anche figliuoli di _Molûk_,
ch’è il plurale di _Mâlik_, re; ma diceasi anco de’ grandi feudatari,
come abbiamo avuta occasione di notare. Non mi par che meriti molta
attenzione un luogo di Marrekosci, compilatore del XIII secolo, nel
quale ei chiama i soldati del presidio “compagni del Duca.”
[304] L’autore anonimo dell’_Holâl-el-Mausciah_.
[305] Gli scrittori musulmani esprimono questo fatto al rovescio, cioè,
che la galea entrava nell’arsenale bella e armata senza mettere a terra
un sol uomo
[306] Macchine da lanciar sassi, più piccole che i mangani. Il Kartas,
in vero, ch’è qui il solo che faccia menzione di macchine oltre i
mangani, le chiama _ra’ade_, cioè “tonanti,” il qual nome fu dato alle
artiglierie. A me par che l’autore, il quale visse nel XIV secolo
e non conoscea per l’appunto quando fosse stato fatto il primo uso
della polvere nelle armi da gitto, abbia sostituito di capo suo quella
nota voce ad _’arrâde_ che al suo tempo e nel suo paese potea parere
antiquata. Forse fu errore dei copisti, e in ogni modo le lettere
radicali, che son le stesse, disposte sì in altro ordine, si prestavano
all’equivoco. Nello stesso modo va spiegato un luogo d’Ibn-Khaldûn,
autore anch’egli del XIV secolo, secondo il quale le “tonanti”
sarebbero state usate in Affrica nel XIII. Si vegga su questo dubbio il
bel trattato dei sigg. Reinaud et Favé, _Du feu grégeois_, Paris, 1845,
pag. 75 segg. e si confrontino: Dozy, _Historia Abbadidarum_, II, 202
e 264 e Ibn-Batuta, _Voyages_, Paris, 1853-58, tomo III, 148, 194, 238,
396.
[307] Ibn-el-Athîr, ec.
[308] Zerkesci.
[309] Questo fatto è riferito dal solo Marrekosci.
[310] Falcando.
[311] Secondo l’_Holâl-el-Mausciah_, sarebbero state una cinquantina,
poichè il numero totale delle navi si fa montare a dugento.
[312] Ibn-Sceddâd, presso il Tigiani.
[313] Si confrontino: Ibn-Sahib-es-Selât; Ibn-el-Athir; Marrekosci;
il _Baiân_; Tigiani; il _Kartâs_; Abulfeda; Ibn-Khaldûn; Zerkesci;
Ibn-abi-Dinâr, nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 197,
303-308, 319-320, 374, 401-402, 403-404, 417, 504-506, 523, 540,
e l’_Holâl-el-Mauscîah_ ec. (il Pallio variopinto che ricorda
gli avvenimenti di Marocco) compendio anonimo, scritto l’anno 783
dell’egira (1381-2) Ms. della Bibl. imp. di Parigi. _Ancien fonds_,
825, pag. 116. Non cito il Nowairi perch’egli copia letteralmente
Ibn-el-Athir in questi capitoli. Di cotesti scrittori ho notate
alcune differenze. L’_Holâl_ inoltre attribuisce agli ambasciatori
del presidio cristiano appo Abd-el-Mumen, l’adulazione di avergli
detto ch’egli era appunto il predestinato alla monarchia universale di
che parlavano i loro libri. Del racconto di Tigiani abbiam anco una
traduzione francese di M. Alph. Rousseau, nel _Journal Asiatique_ di
febbraio 1853, pag. 209 segg. I capitoli più importanti d’Ibn-el-Athir
sono stati tradotti in francese dal baron De Slane, nella _Histoire des
Berbères_ d’Ibn-Khaldûn, tomo II, Appendice, pag. 585 segg. Similmente
i luoghi d’Ibn-Khaldûn, che abbiam citati nel presente Capitolo, si
trovano nella citata versione di M. De Slane, tomo II, pag. 38, 39,
193. Il Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, Parte III, cap.
xliv, narra distesamente questa impresa di Mehdia, con alcuni de’
particolari notati da noi ed altri che non troviamo ne’ nostri testi.
Ma la compilazione del Conde non può tener luogo de’ testi che ci
mancano.
Degli autori cristiani son da vedere il Falcando e Romualdo
Salernitano, sì discrepanti l’un dall’altro, il primo nel Caruso,
_Bibl. sicula_, pag. 420, 421, il secondo in Muratori, _Rer. Italic._,
VI, 199, e presso Pertz, _Scriptores_, XIX, 429.
[314] Si confrontino il Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso,
Bibl. sicula, pag. 412 segg., 419, 421, 865, 866.
[315] Di questa sola ragione d’economia fa parola il Falcando, op.
cit., pag. 421.
[316] Questo rimprovero l’ho aggiunto io. Pietro era forse caduto in
disgrazia o tenuto com’oggi diremmo “in disponibilità.” Ma tornò ben in
favore a capo di due anni.
[317] Falcando, op. cit., pag. 135.
[318] Si confrontino sempre Falcando e Romualdo Salernitano.
[319] Si confrontino Falcando e Romualdo Salernitano, op. cit., pag.
434 segg., ed 866.
[320] Imâd-ed-dîn, nella _Kharida_, testo nella _Bibl. ar. sicula,_
pag. 599, dice che “l’ammazzarono i Franchi di Sicilia dopo l’anno
550 (1155-6) nella carnificina ch’ei fecero dei Musulmani.” Mi
pare da riferir questo caso alla sedizion di Palermo, piuttosto che
alla proscrizione che fecero non guari dopo i Lombardi nell’interno
dell’isola.
[321] Ibn-Bescrûn, citato da Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_,
Introduzione, pag. CXXI. Il titolo era: _Rudh-el-Uns wa
Nozhat-en-Nofs_, ossia “Giardini dell’Umanità e diletto dell’anima.”
[322] Si confrontino sempre il Falcando e Romualdo.
[323] Falcando, op. cit., pag. 440. Ne fa cenno appena Romualdo, op.
cit., pag. 868. Si ricordi ciò che abbiam detto di Ruggiero Schiavo e
delle popolazioni lombarde nel libro V, cap. viij, pag. 222 seg., 226
segg., di questo volume.
Si noti che Butera fu sempre feudale, e che Piazza era stata tenuta,
come qui dice il Falcando, dal padre di Ruggiero Schiavo, cioè il conte
Simone, figlio di Arrigo, dei marchesi Aleramidi.
[324] Falcando, op. cit., pag. 442.
[325] Op. cit., pag. 444-445.
[326] Nei principii del regno di Guglielmo il Buono, quand’egli arbitro
dello Stato se n’era fuggito in Affrica per paura de’ baroni nemici
suoi, il Conte di Gravina lo chiamò dinanzi la regina “servum saracenum
qui stolium dudum prodiderat.” Falcando, op. cit., pag. 454.
[327] Falcando, op. cit., pag. 448.
[328] Abd-el-Mumen fu dei più grandi uomini di Stato de’ suoi tempi;
dotto anco nelle scienze filosofiche e nelle matematiche, come
il prova una sua compilazione delle vere o supposte lezioni del
Mehedi, che fondò primo la potenza almohade; la quale opera si trova
manoscritta nella Biblioteca imperiale di Parigi, _Supplément arabe_,
n. 238. Abd-el-Mumen, presa Mehdia, fece fare un catasto dell’Affrica
settentrionale, misurar la superficie in parasanghe quadrate, dedurre
un terzo pei monti, i fiumi e le paludi, e impose, in ragione della
superficie rimanente, una tassa che le tribù dovean pagare in grano o
in moneta. Ei cominciò a tramutare in Spagna i feroci Arabi d’Affrica.
Fece allestire, dicono, 700 navi; fabbricare 10,000 quintali di saette
ogni dì; scrivere 500,000 uomini, ec. Su questi preparamenti si vegga
Ibn-el-Athîr, anni 555, 558, edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 162
segg., 191 segg. del testo; Marrekosci, testo, pag. 168; _Kartâs_,
edizione del Tornberg, testo pag. 129, 131, 132, e versione, 174, 176,
177; e Ibn-Abi-Dinâr (El-Kairouani) versione francese, pag. 196.
[329] Si confrontino: il _Baiân_, anno 558, e Tigiani, entrambi nella
_Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 374 e 378, 379.
Il primo pone la data, dice d’uno sbarco di Rûm in generale, del
novello “caso,” com’ei lo chiama, di Mehdia e dell’occupazione di Susa;
il secondo fa menzione del governatore che avean messo gli Almohadi
a Susa dopo che s’impadronirono di Mehdia, e poi accenna alle stragi,
rapine e cattività di que’ di Susa ed a’ prigioni riportati in Sicilia
dall’armata. Indi non è dubbia la identità del fatto.
[330] Falcando non dà il nome del palagio. Il testo di Romualdo ha
_Lisam_, nelle edizioni antiche; ma quella di Pertz, _Scriptores_,
XIX, 434, dà più correttamente _Sisam_, con l’avvertenza in nota
“Hodie Cisa,” la quale lezione rende forse la pronunzia all’orecchio
di qualche straniero, ma io non l’ho mai vista in alcuna scrittura
nostrale. Al contrario, i diplomi latini del XIII e XIV secolo
ed una cronaca anch’essa del XIV, hanno _Zisa_, e _Asisia_, ed un
diploma del 1238, presso Mongitore, _Sacrae domus Mansionis_....
Monumenta, contien la concessione d’un terreno _in regione Assisii_,
al mascolino. Finalmente avverto che l’aggettivo _El-’Azîz_, anche
al mascolino, poichè si sottintende _El-Kasr_ (il palagio), occorre
in fin della iscrizione arabica della sala terrena, pubblicata dal
Morso, _Palermo Antico_, 2ª edizione, pag. 184. Ma di ciò mi propongo
di trattar più lungamente nel Cap. xj del presente libro. Notisi
intanto che la lezione Sisa, risponde precisamente alla trascrizione
del nome Abd-el-’Azîz, il quale in un diploma del 1239, nel registro
dell’imperator Federigo II, ediz. del Carcani, pag. 398, è scritto
Abdellasis.
[331] Si confrontino sempre Falcando e Romualdo, nell’op. cit., pag.
448, 449 e 870, 871. Anche nelle piccole cose si dimostra la nimistà
dell’uno e lo studio cortigiano dell’altro. Falcando, per esempio,
si compiace a notare che Guglielmo non arrivò a veder finita l’opera
della Zisa; Romualdo la fa credere compiuta, e parla più largamente
delle acque e de’ giardini di quel sito reale, de’ mosaici aggiunti da
Guglielmo nella Cappella palatina, ec.
[332] Ho corretto il giorno della morte secondo la Cronica Cassinese
e il libro mortuario dello stesso monastero, presso Caruso, op. cit.,
pag. 512 e 522.
[333] La parte presa dalle donne, secondo il Falcando, nelle esequie di
Guglielmo I, somiglia perfettamente a quella che è attribuita loro nei
funerali di Malek Salih al Cairo (1249) in un luogo d’Abu-l-Mehasin,
del quale M. Quatremère ha dato testo e traduzione nella _Histoire des
Sultans Mamlouks_, tomo I, parte II, pag. 164. Per parecchi giorni le
schiave andavano per le strade battendo i cembali, e le gentil donne le
seguian senza velo, piangendo e picchiandosi il volto.
[334] Si veggano i fatti nel Falcando, presso Caruso, _Bibl. sic._,
pag. 451 a 453.
Non mi pare inverosimile che alcuno di cotesti provvedimenti sia stato
comandato nel testamento di Guglielmo I. Almeno un passo del Falcando,
op. cit., pag. 454, prova che l’eunuco Pietro era stato emancipato nel
testamento e che fu confermata la manomissione dai reggenti.
[335] Si vegga il cap. III di questo medesimo libro, pag. 432, 433, 439
del volume.
[336] I diplomi arabi e greci di Sicilia che stamperà il prof. Cusa
di Palermo, daranno larga materia ad osservazioni di questa natura.
Intanto io voglio notare un esempio, tolto dal diploma arabico di
Morreale del 1182, del quale mandommi copia il lodato professore, e la
traduzione latina si trova nel Lello (Michele del Giudice) _Descrizione
del real Tempio.... di Morreale_, Appendice dei _Privilegii e Bolle_,
pag. 8 e segg. In questo diploma la voce _hârik_, ordinariamente
usata in Sicilia col significato di collina, è tradotta “terterum”,
voce francese latinizzata; il nome di luogo _Descîsc_ è trascritto
“Dichichi”; _el-Andalusin_ (gli Spagnuoli) “Hendulcini”; _Giabkalîn_,
“Chapkalinos”, ec.
[337] Quello che or si dice dell’Albergaria.
[338] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 454 e 872. L’arcivescovo,
ch’era partigiano dell’eunuco, confessa che costui insieme con
altri, fuggì “et ad regem de Maroccho veniens, multam secum pecuniam
transportavit.” Si vede dal Falcando che l’accusavan anco di aver
portato seco le insegne reali, ma la regina affermò non essere stato
tocco il tesoro regio.
[339] Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, testo arabico di Parigi, parte II,
pag. 37, 38 e nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 462, e versione francese
del baron De Slane, parte II, pag. 43. Lo stesso autore, nella Storia
dei Berberi, testo arabico di Algeri, tom. I, pag. 326 e versione del
baron De Slane, II, 208, dice che il 581 (1185-6) il califo almohade
Jakûb, sapendo la mossa d’Ibn-Ghania sopra Costantina, mandò contro di
lui l’armata capitanata da Mohammed-ibn-Abi-Ishak-ibn-Giâmi’, insieme
con Abu-Mohammed-ibn-’Atusc, e con Ahmed-Sikilli, e che quest’ultimo
_kaid_, con la sua squadra prese Bugia.
[340] Applicato il diritto de’ tempi al racconto d’Ibn-Khaldûn, ognun
vede che il giovanetto Ahmed era venuto schiavo in Sicilia. Ora il
Falcando attesta precisamente ch’egli fosse tenuto tale a corte,
dicendo che il conte di Gravina, saputa la sua fuga, rimproverò
alla regina vedova la stoltezza d’avere innalzato a tanta potenza un
servo saraceno che aveva già tradita l’armata; ed aggiunse esser anzi
maraviglia ch’ei non avesse fatti entrare occultamente i Masmudi nella
reggia, per portar via il re con tutto il tesoro. Il conte di Molise
partigiano di Pietro, negava che costui fosse servo, quando Guglielmo
I l’aveva emancipato nel testamento e il nuovo re e la regina aveano
confermata l’emancipazione. Presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 454.
[341] Si vegga su questa nobile famiglia, Gilles Bry, _Histoire du pays
et comté du Perche_, Paris, 1620, in-4. Il territorio della contea di
Perche rispondea quasi a quello degli odierni dipartimenti di Orne ed
Eure et Loir.
[342] Si leggano: Petri Blesensis _Epistolæ_;, n^i 10, 46, 66, 90, 93,
alcune delle quali ristampò il Caruso, op. cit., pag. 489, 501; Thomæ
Canterburiensis _Epistolæ_, lib. I, ep. 56, 57, 58, della edizione
di Bruxelles, 1682; Epistole di Giovanni da Salisbury, dal Codice
Vaticano, lib. II, epistola 61 e lib. III, ep. 80, presso Baronio,
Annales, anno 1168, §62, e si confronti anno 1169, §2; Epistola nº 2
di Lodovico VII di Francia a Guglielmo II di Sicilia, anno 1169, nella
_Collection de Documents inédits sur l’histoire de France_, Série 1.
_Lettres des Rois_, etc., tomo I, Paris, 1839, pag. 3. Questa lettera
fu mandata alla corte di Palermo per un Teobaldo priore di Crépy,
_procuratore_ del _monistero di Cluny_, al quale dovea servire di
credenziale presso Guglielmo II.
[343] «Panormitani.... multos apud eum accusaverunt apostates de
Christianis Saracenos effectos, qui sub eunuchorum protectione diu
latuerant.» Così il Falcando, op. cit., pag. 461. Mi par si debba
intendere de’ Musulmani già fatti Cristiani, non già di Cristiani
nati, dei quali se alcuno mai si fece musulmano, il caso doveva essere
rarissimo in quel tempo.
[344] Op. cit., pag. 463.
[345] _Gaytum Sedictum_, nelle edizioni del Falcando. I buoni mss.
della Biblioteca imperiale di Parigi, _Mss. latins_, 5150 e 6262, e
_Saint-Victor_, 164, hanno “Se dictum.” Mi sembra migliore la prima
lezione che si avvicinerebbe ai nomi di _Siddik_ ovvero _Sadâka_, non
venendomi alla memoria alcuno che si potesse pronunziare _Se_.
[346] La via Marmorea è quasi la stessa ch’or si chiama il Cassaro; ma
nel XII secolo la parte più alta di quella tornava al tratto che corre
dal Collegio Nuovo all’odierno palagio arcivescovile, poichè la Piazza
della reggia era allora in gran parte occupata dall’_Halka_, della
quale si è detto nel lib. V, cap. V, pag. 136, 137, di questo volume.
La Via Coperta, che conducea dall’antica reggia all’antico duomo,
rispondeva alla contrada che or giace sotto il piano del Papireto.
[347] I fatti si ritraggono confrontando il Falcando, partigiano, non
cieco però, di Stefano, e Romualdo Salernitano che fu de’ congiurati.
Si vegga anco Guglielmo di Tiro, lib. XX, cap. 3.
[348] Op. cit., pag. 486.
[349] Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 898-899.
[350] Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo,
pag. 336. Si riscontri Reinaud, _Extraits.... relatifs aux Croisades_,
pag. 184, secondo il quale la epistola fu scritta il 1182.
[351] Confrontisi: Ibn-el-Athîr, anno 565, testo del Tornberg, tomo XI,
pag. 231 e Makrizi, _Mowa’iz_, testo di Bulâk, tomo I, pagina 214-215.
Compendiò entrambi il Reinaud, _Extraits.... relatifs aux Croisades_,
pag. 143-144.
[352] Questa impresa del Jemen è narrata da Ibn-el-Athîr, anno 569,
testo del Tornberg, XI, 260 segg.
[353] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 569, testo, nella _Biblioteca
arabo-sicula_, pag. 308 segg. e nell’edizione del Tornberg, tomo XI,
292; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 506 segg.; Ibn-Khallikân nella vita di
questo Omâra, versione inglese del baron De Slane, tomo II, pag. 367.
M. Reinaud, negli _Extraits.... relatifs aux Croisades_, pag. 172, dà
la traduzione francese di uno squarcio d’Ibn-el-Athîr.
[354] Si vegga, per questa data, la nota che ponghiamo in fine del
racconto.
[355] Questa particolarità è aggiunta da Ibn-el-Athîr. Secondo Ducange,
quel vocabolo, composto del nome etnico e di ποῦλος che in greco de’
bassi tempi significò “figlio”, par abbia designato in origine i figli
de’ mercenarii turchi dell’impero bizantino. Poi si addimandarono così
i soldati palatini di Alessio Comneno; e i Cristiani di Siria dettero
tal nome a’ cavalleggieri. L’appellazione pareva appropriata, per tutti
i versi, a’ Musulmani che militavano sotto le bandiere della Sicilia.
[356] Lo stato delle forze si ritrae dalla lettera di Saladino.
Ibn-el-Athîr quasi la copia; Ibn-Khaldûn accresce i cavalli a 2500;
Makrizi dice le galee 260; il qual numero io accetto, per la grande
accuratezza di quello scrittore nelle cose dell’Egitto e perchè meglio
corrisponde ai 50.000 uomini.
[357] Behâ-ed-din, narrando l’assedio di San Giovanni d’Acri per
Barbarossa, descrive la _debbâba_ de’ Cristiani: grande struttura di
legno, vestita di lamine di ferro, mobile su ruote, montata da molti
combattenti, armata di una trave che terminava in un collo con capo
di ferro, e chiamavasi “montone”, la quale, mossa da molti uomini,
percotea le mura. Dice egli anco d’una macchina simile che consisteva
in una tettoia, sotto la quale gli uomini moveano una trave armata d’un
ferro in forma d’aratro; e questa chiamavasi “gatto.” _Vita Saladini_,
pag. 141, 143.
_Debbâba_ è traduzione di “testuggine.”
Si vegga anco Reinaud, _Extraits_, etc., pag. 291-292. Nell’impresa de’
Siciliani sopra Alessandria occorrono simili denominazioni. La somma
della lettera di Saladino, distinguendo i varii corpi dell’esercito
siciliano, nomina “gli artefici delle torri e delle _debbâba_.” Poi
nella narrazione dell’assedio leggiamo: “e rizzarono tre _debbâba_
coi loro _kebasc_ (che vuol dir “montone”).... le quali _debbâba_
somigliavano a torri, sì grosso era il legname, sì maravigliosa
l’altezza e la larghezza, e sì grande il numero degli uomini che le
montavano.”
[358] Nella somma della lettera di Saladino che ci dà
Abu-Sciama-el-Mokaddesi, leggiamo d’un Ibn-el-Bessâr ucciso nel primo
assalto da un dardo di _gerkh_. Op. cit., pag. 333-334. Nella vita di
Saladino occorre il plurale _giurûkh_.
[359] Ai tempi di Edrîsi, il faro sorgeva a un miglio dalla città per
mare e tre per terra. Versione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 166.
[360] La saldezza delle mura di Alessandria è attestata da Edrîsi, l. c.
[361] Le lasciaron chiuse, dice il sunto della lettera di Saladino, coi
_kosciûr_. Il singolare _kiscr_ significa “scorza, corteccia” e però ho
messo il significalo di “imposte” che non trovo ne’ dizionarii. Par che
abbiano alzate quelle che noi diciamo saracinesche, le quali si poneano
a varie distanze dentro la lunga volta d’una porta di città o fortezza,
ed abbian lasciata socchiusa la porta esteriore.
[362] Dalla somma della lettera di Saladino parrebbe ciò avvenuto
il secondo giorno di combattimento; ma di certo v’ha errore, poichè
nello stesso squarcio si dice che lo spaccio _era arrivato_ a Saladino
il _martedì_ che fu il _terzo_ giorno dello sbarco (e secondo di
combattimento) e il corriere di Saladino ad Alessandria il _quarto_
dello sbarco (e terzo di combattimento) che fu il _mercoledì_.
Ibn-el-Athîr dice espressamente fatta la sortita il terzo giorno di
combattimento.
[363] Ibn-el-Athîr, dal quale sappiamo la spedizione di questo
corriere, dice che arrivò “lo stesso giorno della partenza.”
Fâkûs giace sull’estremo braccio del Nilo verso levante, ai confini del
deserto di Suez, poco lungi dal lago Menzaleh.
[364] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 570, nella _Biblioteca
arabo-sicula_, testo, pag. 310 segg. e nella edizione del Tornberg,
XI, 272 seg.; Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella stessa _Biblioteca_, pag.
332 segg., il quale dà la somma di una lettera scritta da Saladino ad
un suo emir in Siria; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 508; Makrizi nella
stessa _Biblioteca_, pag. 518 dove la prima data si corregga 569. Nel
_Mesciâri-el-Ascwâk_, ediz. di Bulâk 1242 (1826-7) pag. 196, 197, è un
compendio dello stesso racconto di Abu-Sciama e d’Ibn-el-Athîr. Ne fa
anche parola un contemporaneo, nell’opera geografica posseduta dalla
_Bibl._ imperiale di Parigi, _Suppl. Arabe_, 966 bis, foglio 47 verso.
Behâ-ed-din, _Vita Saladini_, edizione di Schultens, cap. XII, pag.
41, dà un cenno di questa impresa de’ Franchi, senza dir ch’e’ fossero
que’ di Sicilia. Aggiunge ch’essi ritiraronsi dopo tre giorni con gravi
perdite; dà loro 600 legni e trasporta la data al mese di sefer 570
(settembre 1174). Oltre le teride e le galee, l’autore qui nomina le
_botse_, ch’è alterazione della nostra voce “buzzo.”
Per lieve che sia, non è da passare sotto silenzio uno sbaglio di
cronologia de’ compilatori musulmani. Abu-Sciama, il quale trascrive il
testo perduto di ’Imâd-ed-din, dice in principio sbarcati i Siciliani
la domenica, 26 dsu-l-higgia 569 e rotti il 1º di moharrem 570. Lo
stesso scrive Ibn-el-Athîr; di modo che gli assedianti, escluso il
giorno dello sbarco, sarebbero stati sotto le mura di Alessandria per
cinque giorni interi, poichè, sendo il 569 dell’egira quel che noi
diremmo anno bisestile, il mese di dsu-l-higgia ebbe allora 30 giorni
invece di 29. Da un’altra mano, sendo incominciato quell’anno di
domenica e il mese di dsu-l-higgia, di mercoledì, il giorno 26 cadde in
sabato e non in domenica.
Ma la somma della lettera di Saladino come l’abbiamo da Abu-Sciama,
nota i soli giorni della settimana: cioè, sbarco la domenica, assalti
il lunedì e il martedì, sortita e rotta il mercoledì, ritirata
dell’armata il giovedì. Il giovedì appunto, 1º agosto 1174, principiò
il mese di moharrem e l’anno 570 secondo il conto astronomico
dell’egira, che muove dal mezzodì del 15 luglio 622, anzichè dal 16
come lo si conta più comunemente, comprendendovi la notte che precede.
Onde si vede che il giorno assegnato dai compilatori alla _sconfitta_
de’ Cristiani, fu quello in cui l’armata si allontanò d’Alessandria,
non quello dell’ultima battaglia, e ch’essi per errore posero lo
sbarco il 26 invece del 27. Gli imperfetti metodi di cronologia usati
in Oriente e la superstizione di contare il primo del mese quando
proprio si vede la luna, spiegano cotesti errori. Le giornate di quella
infelice impresa van così notate:
Domenica 27 dsu-l-higgia 569 28 luglio 1174, sbarco
28 29 » » 29 30 » assalti
30 » » 31 » sortita; rotta
de’ Siciliani
Giovedì 1º moharrem 570 1º agosto 1174 ritirata
dell’armata.
— Strage dei
300 cavalieri.
M. Reinaud ha dati alcuni squarci de’ citati autori arabi, ne’ suoi
_Extraits, etc._, pag. 173. Debbo avvertire che la nota n. 1, del mio
dotto maestro non è esatta. I Veneziani, i Pisani e i Genovesi, non
sono già nominati nel testo come ausiliari di Guglielmo II in questa
impresa, ma soltanto noverati tra i Cristiani che soleano molestar
l’Egitto.
Degli autori cristiani, Marangone, nell’_Archivio storico italiano_,
tomo VII, parte 2ª, pag. 71, sotto l’anno pisano 1175, dice partita
l’armata siciliana il 1º luglio; forte di 150 galee e 50 dromoni
pei cavalli, con 1000 cavalieri, molti arcieri e balestrieri e molte
macchine (_ædificia_) e che l’armata, appena arrivata in Alessandria,
prese una nave pisana proveniente da Venezia: e qui finisce il racconto
e la cronica. Veggansi inoltre: Guglielmo di Tiro, lib. XXI, cap. 3;
la _Chronica pisana_, presso Muratori, _Rer. Italic._, VII, 191, la
quale qui copia il Marangone; infine la _Cronica anonima nella Historia
diplomatica Friderici II_, dell’Huillard-Bréholles, tomo I, pag. 890.
È da notare che il Caruso, _Memorie storiche_, parte II, vol. I, pag.
186, 192, suppose due spedizioni d’Alessandria, nel 1174, cioè e nel
1178, togliendo l’una da Guglielmo di Tiro e l’altra dalla cronica
Pisana.
[365] Palmieri, _Somma della Storia di Sicilia_, vol. II, pag. 285.
Il buon Di Biasi suppone che que’ tesori fossero stati spesi nella
fabbrica del Duomo di Morreale. Merita tanta maggior lode, dopo ciò,
il mio amico Isidoro La Lumia, il quale, invaghito com’ei sembra di
Guglielmo II, ha riconosciuto, pag. 146-147, l’errore del Caruso e
degli altri, e dato un cenno di questo fatto di Alessandria, secondo
gli scrittori contemporanei cristiani e le poche notizie de’ musulmani
che gli fornisce il compendio del Renaudot, _Hist. Patr. Alexandriæ_,
Parigi, 1713 in-4, pag. 540.
[366] Makrizi, _Mowa’iz_, testo di Bulâk, tomo I, pag. 180. A
coteste frequenti molestie si allude nello squarcio anzi citato della
relazione di Saladino al califo di Bagdad, dove leggiamo (_Biblioteca
arabo-sicula_, testo, pag. 336), “che del navilio del re di Sicilia si
era parlato sovente e del suo esercito non si ignoravano i casi.”
[367] _Baiân-el-Moghrib_, testo, nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag.
374. Si veggano i capitoli ij e iv del presente libro, pag. 418 e 490
del volume.
[368] A rigore si potrebbero supporre anco due imprese estive nello
stesso anno 573, che cominciò in fine di giugno 1177 e terminò il 18
giugno 1178.
[369] Ibn-el-Athîr, anni 568 e 576, testo, nella edizione del Tornberg,
tomo XI, pag. 256, 309.
L’epistola di Saladino al califo di Bagdad, inserita nell’opera di
Abu-Sciama-el-Mokaddesi, della quale ho dati alcuni squarci nella
_Biblioteca arabo-sicula_, dice occupate a nome del Sultano, Barca,
Kafsa, Kastilia e Tauzer, ms. arabo della Biblioteca imperiale di
Parigi, _Ancien Fonds_, 707 A, fog. 128 verso.
[370] Ibn-el-Athîr, anno 576, loc. cit. Si confronti il _Kârtas_,
edizione del Tornberg, testo, pag. 139 e traduzione pag. 186; e
Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione, di M. De Slane, II,
34, 203.
[371] Anno 1180, presso Pertz, _Script._, VII, 528. M. De Mas-Latrie,
nella Introduzione ai _Traités de Paix_, ec., pag. 51, accetta ed
amplifica il racconto dell’abate Roberto e dà alla restituzione delle
due città il significato plausibile, che il principe almohade abbia
permesso ai Siciliani di tenervi loro fondachi. E accomoda anco la
differenza della data tra Roberto e l’anonimo Cassinese, affermando che
le negoziazioni furono cominciate il 1180 e terminate in agosto 1181.
[372] Marrekosci, nella edizione del Dozy, pag. 181 e nella _Biblioteca
arabo-sicula_, pag. 320. Si corregga in questo modo la traduzione
del Marrekosci, ch’io detti già in nota a Ibn-Giobair, nel _Journal
Asiatique_ di marzo 1846, pag. 234 e nello _Archivio storico italiano_,
appendice nº 16, pag. 71.
[373] Si confronti Ibn-el-Athîr, loc. cit. con l’anonimo Cassinese,
presso Caruso, _Biblioteca sicula_, pag. 543. L’uno dice che Kafsa fu
presa il primo giorno del 576 (28 maggio 1180) e che Abu-Iakûb dopo
ciò andò a Mehdia, dove trovò gli ambasciatori e fermata la tregua se
ne tornò _in fretta_ a Marocco; l’altro che Guglielmo fece la tregua
in Palermo d’agosto 1181. Indi suppongo la stipulazione a Mehdia e
la ratificazione a Palermo. Ma quanto all’anno, sto alla data de’
cronisti arabi i quali non sogliono scrivere i numeri in cifre e
sono in generale molto più esatti. Non mi par verosimile poi che la
ratificazione sia stata differita per più di un anno fino all’agosto
1181.
[374] Si vegga qui appresso la nota 1, alla pag. 521.
[375] Ibn-el-Athîr, l. c. Si direbbe quasi ch’egli accennasse al
motivo, continuando, immediatamente dopo aver fatta menzione della
tregua: “L’Ifrikia era straziata allora, ec.”
[376] Testo del Dozy, pag. 193 segg. Si confronti Ibn-Khaldûn,
_Histoire des Berbères_, versione del baron De Slane, II, 188, 207, il
quale differisce in alcuni fatti secondarii.
[377] Presso Muratori, _Rerum Italic._, VI, 355-356. Vi si legge
l’anno della natività 1181, indizione XIII, la quale all’uso di Genova
risponde alla XIV del conto più comune, e però l’anno torna appunto al
1181 del calendario romano.
[378] Par che Pisa in questo tempo rinnovasse ogni dieci anni la tregua
con Majorca; poichè abbiamo notizie delle pratiche del 1161 e del 1173,
dal Marangone, nell’_Archivio storico italiano_, tomo VI, parte 2ª,
pag. 25 e 68. Il trattato originale del giugno 1184 è stato pubblicato
da me ne’ _Diplomi Arabi del Regio Archivio fiorentino_, parte I,
n. IV, pag. 14, seg. nella quale opera, Introduzione, pag. XXXVI, è
da correggere la citazione del Caffaro e la data della spedizione di
Guglielmo II, della quale ci ragguaglia la cronica anonima, pubblicata
nella _Historia Diplomatica Friderici II_, etc.
[379] Testo arabico del regio Archivio di Torino, pubblicato dal Sacy,
nelle _Notices et extraits des mss._, XI, 7, segg.
[380] Si confrontino: Guglielmo di Tiro, lib. XXII, cap. viij, nel
_Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux_, tomo I,
parte I, p. 1076, e la cronaca anonima del XIII secolo, pubblicata da
M. Huillard-Bréholles nella _Historia Diplomatica Friderici secundi_,
etc., tomo I, pag. 890. Questa non mette data e dice che Guglielmo II
abbia voluto ajutare un principe musulmano scacciato da Majorca; il
qual fatto ci condurrebbe al 1183, ed agli anni seguenti. Guglielmo di
Tiro, dal Cap. v. al vij dello stesso libro, dice di avvenimenti del
1180 e della state del 1181, e incomincia il cap. viij con la morte
di Malek-Sciah figliuolo di Norandino, la quale sappiamo d’altronde
che avvenne di novembre 1181. Per questo dobbiam supporre il naufragio
seguito nell’inverno 1181-1182 e non già nella prima spedizione, della
quale abbiamo la data precisa dal Caffaro.
[381] Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione del baron De
Slane, II, 208 a 210.
[382] Di queste orribili condizioni dell’Affrica propria troviamo il
racconto in Ibn-el-Athîr, anni 580 e 581, nella edizione del Tornberg,
tomo XI, p. 334, 342 segg.
[383] Ibn-Giobair, testo e traduzione francese, nel _Journal Asiatique_
di dicembre 1845, pag. 526 segg. e di gennaio 1846, p. 88 segg.
Il testo si legge anco nella edizione del Wright e nella _Bibl.
arabo-sicula_; e la versione italiana, nell’_Archivio storico_,
Appendice n. 16, pag. 35 segg.
[384] Fan cenno di questa impresa Niceta Coniate, Guglielmo di Tiro,
Sicardi vescovo di Cremona ed altri cronisti del tempo; ma quei che più
largamente la narra, anzi con infiniti particolari e troppa rettorica,
è un testimonio oculare che soffrì i disagi dell’assedio e tutte le
onte della occupazione straniera: l’arcivescovo di Tessalonica stessa,
Eustazio, dotto commentator di Omero. Il suo testo su l’eccidio di
Tessalonica, fu pubblicato per la prima volta a Francoforte il 1832, e
ristampato con versione latina, nella collezione bizantina di Bonn, il
1842. Isidoro La Lumia è tra gli scrittori italiani il primo che abbia
fatto uso del testo di Eustazio nella sua Storia di Guglielmo il Buono.
L’anonimo dianzi citato (_Historia Diplomatica Friderici secundi_, tomo
I, parte 2, p. 890) dice anch’esso di questa infelicissima impresa; e
il contemporaneo Rodolfo De Diceto, decano di San Paolo in Londra, la
riferisce con grande esagerazione delle forze siciliane, nientedimeno
che 85,000 fanti e 30,000 cavalli! Nell’_Historiæ Anglic. Scriptores_,
Londra, 1652, pag. 628.
[385] Conradi a Liechtenaw, _Chronicon_, Argentorati, 1609, in fol.
pag. 228.
[386] Epistola di Saladino al califo di Bagdad. Non ostante
l’ampollosità dello stile, questo documento è importantissimo. Saladino
volea mostrare all’universale de’ Musulmani, più tosto che al povero
e negletto pontefice, come la usurpazione sua, anzi lo spogliamento di
tanti piccoli usurpatori, non escludendo que’ della casa di Norandino,
fosse necessario a ristorare l’impero musulmano e cacciare gli Infedeli
dal territorio. Questa epistola fu mandata verso il principio del 1182.
Si vegga Reinaud, _Extraits.... des Croisades_, pag. 184. Io ho dato
nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 336-7 il testo dello squarcio
dove si dice del re di Sicilia e delle repubbliche di Venezia, Pisa e
Genova.
[387] Si confrontino: l’anonima _Historia Hierosolimitana_, presso
Bongars _Gesta Dei_, ec., vol. I, pag. 1155 segg.; Marino Sanudo, lib.
III, parte ix, cap. 9, op. cit. tomo II, pag. 194; Sicardi vescovo
di Cremona, presso Muratori, _Rer. Italic._, VII, 530; Francesco
Pipino, _Chronicon_, lib. I, cap. xij, op. cit., IX; Bernardi
Thesaur. cap. clxix, clxx, op. cit., VII; _Chronica Anonima _presso
Huillard-Breholles, _Hist. Diplom. Friderici secundi_, ec., tom. I,
pag. 890, 894; _Continuazione francese di Guglielmo di Tiro_, lib.
XXIV, cap 5, 7, 11, nel _Reçueil des Historiens des Croisades —
Historiens Occidentaux_, tomo II, pag. 114, 115, 119 e segg.
Le prime imprese di Margarito fecero tanto romore in Levante, che gli
ambasciatori di Filippo Augusto a Costantinopoli, ragguagliando il re
delle notizie della guerra, diceano presa Giaffa da Margarito, uccisivi
500 Turchi, fatti prigioni otto emiri e presa anco Gebala e trucidati
quanti uomini vi si trovarono. Questa lettera è trascritta da Rodolfo
De Diceto, op. cit., pag. 641 ed anco dall’autore della _Gesta regis
Henrici II_, attribuita a Benedetto abate di Petersborough, ediz.
Stubbs, Londra, 1867, vol. II, pag. 51. Pipino e Bernardo accrescono
infino a 200 il numero delle galee siciliane; Sanudo dice 70 galee, 500
uomini d’arme e 300 turcopoli.
[388] Gli Arabi musulmani chiamano _taghiat_ indistintamente i principi
stranieri. Quella voce significa in origine, violento, ingiusto,
prevaricatore, ec.
[389] Traduzione litterale del bisticcio arabo _kala’t_ e _tala’t._
[390] ’Imâd-ed-dîn, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag. 206,
207. Si confronti Abu-Sciamâ, nella stessa raccolta, pag. 337.
[391] _Secreta Crucis_, presso Bongars, Gesta Dei, ec., II, 194.
[392] Niceta Choniate, _De Isaaco Angelo_, lib. I, § 5, pag. 483, 484;
Sicardi presso Muratori, Rer. Italic., VII, 615; Conradi a Liechtenaw,
pag. 232, dell’edizione citata; _Continuatio Cremifanentis_, presso
Pertz, _Scriptores_, IX, 548; _S. Rudberti Salisburgensis Chron._, vol.
cit. pag. 778. Continuazione di Otone di Frisingen, op. cit., XX, 325;
_Annales Aquenses_, op. cit, XVI, 687; _Contin. Weingart._, op. cit,
XXI, 474 e molti altri cronisti tedeschi. Margarito stesso confessava
i tristi principii della sua vita, nel 1194 quand’egli, grande
Ammiraglio di Sicilia, conte di Malta, ricchissimo e potentissimo,
donava all’Archimandrita di Messina un suo casale “per espiazione dei
suoi misfatti.” Chi non ne avea su le spalle di grossi e conosciuti, li
solea chiamar peccati. Si vegga presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag.
980, questo diploma il quale attesta la patria dell’Ammiraglio: “Nos
Margaritus de Brundusio, etc.”
[393] Si confrontino Niceta Choniate, _De Isaaco_, lib. I, § 5, e la
cronica intitolata _Magni Presbyteri_, presso Pertz, _Scriptores_,
XVII, 511, la quale inserisce una relazione contemporanea.
[394] _Gesta regis Henrici II_, attribuite a Benedetto abate di
Petersborough, edizione di Stubbs, Londra, 1867, tomo II, p. 199. Si
vegga la pag. xlvij della Prefazione, nella quale il dotto editore
dimostra che questa parte fu scritta verso il 1192. Lo squarcio era
stato pubblicato prima, sotto il nome di Brompton, nell’_Historiæ
Anglic. Script._, Londra, 1652, I, 1218.
[395] Eustazio di Tessalonica, Opuscula, Francoforte, 1832, pag. 292,
294, e nella edizione di Bonn, 1842, pag. 457, 464, 466.
[396] Nel testo d’Imâd-ed-dîn leggiamo “che i Cristiani messero su le
gerkh” e “spianarono le _zambûrek_.” Della prima di coteste armi si
è fatta menzione nell’assedio di Alessandria. La seconda è citata da
Behâ-ed-dîn, edizione di Schultens, pag. 150 e da Reinaud, _Extraits_,
etc. pag. 416.
[397] Paolo Santini da Duccio, nel bel ms. della Biblioteca imperiale
di Parigi, pubblicato in parte da MM. Reinaud et Favé (_Du feu
gregeois_, etc., Paris 1849 in -8) dà la figura del _mantellectus_ del
XIV secolo, un asse cioè, inclinata a 45° e sostenuta da due fiancate
triangolari, in forma di leggìo, dietro la quale riparavasi il soldato.
Traduco mantelletti la voce _giafati_ che si legge in Imâd-ed-dîn e con
lieve variante in Ibn-el-Athîr. Questi nomina inoltre le _târakîa_, che
M. Reinaud, con l’approvazione di M. De Sacy (_Chréstomathie Arabe_,
tomo I, pag. 273, della 2ª edizione) credette analogo a θώραξ. Ma qui
evidentemente non si tratta di corazze, e se pure quel vocabolo greco
diè origine all’arabico, variò in questo il significato, vedendosi nel
_Vocabulista Arabico_ della Riccardiana resa “scutum” la voce _Derak_
o _Tarak_. Credo sia appunto la nostra “targa”, ossia scudo grande del
medio evo. E questo si adatta molto meglio che corazza, nel luogo di
Makrizi, citato da M. De Sacy. Si riscontri Quatremère, _Histoire des
Mongols de la Perse_, tomo I, pag. 289. Imâd-ed-dîn, in luogo di questa
voce, ne mette due, cioè _tirds_ “scudi” e _satâir_, che mi par usato
genericamente per significare “ripari”.
[398] Si confrontino: ’Imâd-ed-dîn da Ispahan e il suo compendiatore
Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag.
205 segg. 337 segg. e Ibn-el-Athîr, anno 584, op. cit., pag. 312 segg.
e nella ediz. del Tornberg, tomo, XII, pag. 2 segg. M. Reinaud ha
dato un cenno di cotesto racconto ne’ suoi _Extraits.... relatifs aux
Croisades_, pag. 226-227.
[399] _Gesta regis_, etc. attribuita a Benedetto di Petersborough,
dianzi citata, tomo II, pag. 175, 180. Si confronti quel testo con
Ruggiero de Hoveden.
[400] Si confrontino: la continuazione francese di Guglielmo di
Tiro, lib. XXIV, cap. 7, nel _Recueil des historiens des Crosaides_,
_Historiens Occidentaux_, tomo II, pag. 114-115 e la citata _Gesta
regis Henrici II_, attribuita a Benedetto abate di Petersborough,
tomo II, pag. 133, alla quale corrisponde Ruggiero de Hoveden, presso
Caruso,_ Bib. Sic._, pag. 960.
[401] _Gesta regis Henrici II_, or or citata, II, 54. Come si ritrae
dalla prefazione dello Stubbs, l’autore anonimo era informatissimo
degli affari della corte inglese, negli ultimi tempi di Arrigo II e
ne’ primi di Riccardo. Il qual principe avendo passato l’inverno del
1190-1 in Messina, dove ei conobbe Margarito, e la state seguente
all’assedio d’Acri, i suoi intimi doveano sapere benissimo que’ fatti
recenti dell’armata siciliana ne’ mari di Palestina. Ecco le parole del
cronista: “Eodem vero anno, quidam vir potens et terra et mari, natione
Sigulus (siculus), nomine Margaritus, per auxilium domini sui Willelmi
regis Siciliæ, profectus cum quingentis galeis bene munitis, et viris
bellicosis et victu et armis, in auxilium Cristianorum, et vias maris
tanta calliditate obstruxit, quod Sarracenis qui Acram civitatem
et cæteras terræ Jerusalem civitates et munitiones circa maritima
occupaverant, nullus securus patebat egressus. Contigit autem quadam
die, quod dum milites et servientes Saladini veherent arma per mare, et
victualia ad subventionem filii Saladini et familiæ suæ qui erant apud
Acram, occurrit eis predictus Margaritus cum suis; et commisso cum eis
prœlio, illos devicit et omnes interfecit.” Il numero di 500 galee è
sbagliato evidentemente dal copista, che dovea scrivere 50.
Il compendio delle Crociate per Ahmed-ibn-Alì-el-Harîri, ms. della
Bibl. imp. di Parigi, _Suppl. Arabe_, 1905 attesta che le forze
siciliane si trovavano all’assedio d’Acri il 585 (1189) insieme con
quelle di Costantinopoli, Roma, Genova, Pisa, Majorca, Rodi, Venezia,
Creta, Cipro e Lombardia.
[402] Eustazio, _De Excidio Thessalon._, edizione di Francoforte, pag.
282, e di Bonn, pag. 421.
[403] Riccardo da S. Germano in principio della Cronica.
[404] Ibn-Giobair, testo e traduzione francese, nel _Journal Asiatique_
di dicembre 1845 e gennaio 1846 e traduzione italiana nell’_Archivio
Storico_, Appendice, nº 16.
[405] Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 531.
[406] _Constitutiones Regni Siciliæ_, lib. I, titolo 45, 68, lib. III,
tit. 83.
[407] _Decretales Gregorii_, libro V, titolo xvij, cap. 4. “De
raptoribus”, pag. 1728 della edizione di Roma, 1632.
[408] Ibn-Giobair, op. cit.
[409] La prova di ciò è in tutti i fatti narrati ne’ capitoli di questo
libro V.
[410] Ibn-Giobair, op. cit.
[411] Si vegga qui appresso a pag. 541, il cenno sopra Ibn-Kalakis.
[412] Ibn-Giobair, op. cit.
[413] Ibn-Giobair, op. cit.
[414] Si vegga il Cap. vj del V libro, pag. 159 di questo volume.
[415] Ibn-Giobair, op. cit.
[416] Si vegga la nota 2 della pag. 532.
[417] Epistola detta _Itinerario di Gherardo_, inserita nella _Chronica
Slavorum_ di Arnoldo di Lübeck, lib. VII, cap. 10 della edizione del
1659. Nella raccolta del Pertz, _Scriptores_, XXI, 103, e 235, nota
77, il dotto editore Sig. Lappenberg, corregge il nome dell’autore
dell’epistola, e pone l’ambasceria nel 1175.
[418] Lib. V, cap. ix, pag. 262 segg. di questo volume.
[419] Edizione di Francoforte, pag. 283, e di Bonn, pag. 422.
[420] Pag. 304 dell’una e 504 dell’altra ediz. Il testo ha uomini
τοῦ ρὶζικου. Si vegga questa voce nel dizionario greco del Ducange,
secondo il quale la significazione primitiva sarebbe stata “gitto del
dado,” indi “sorte, fortuna.” Parmi che il sig. Tafel nel suo _Komnenen
und Normannen_, Stuttgard, 1870, pag. 196, abbia ristretto troppo il
significato traducendo _Freibeuter_ e corsari.
[421] Ἀμερᾶς. Si aggiunga alle citazioni che ho date nel cap. primo del
presente libro, pag 351 del volume.
[422] Pag. 296 dell’una e 472, 473 dell’altra edizione.
[423] Op. cit., pag. 301 e 492.
[424] Orazione inaugurale, tra gli opuscoli della citata edizione di
Francoforte, pag. 157.
[425] Op. cit., pag. 285, della prima edizione e 430 dell’altra.
[426] In questo medesimo capitolo, pag. 508.
[427] Diplomi del 23 aprile e 6 maggio 1284, citati nella mia _Guerra
del Vespro Siciliano_, cap. X, edizione del 1866, tomo I, pag. 383 in
nota.
[428] Eustazio, op. cit. p. 285 della prima ediz. e 431 dell’altra.
Il traduttore latino qui ha reso “zolfo” la voce συρφετὸς, piuttosto,
com’io credo, per conghiettura, che per l’autorità di altri esempii.
Il vocabolo ch’io uso, corrisponde in Toscana al “pulvis stercoribus
permixtus” che danno i lessici greci, insieme con quello di spazzature
e di polvere delle strade; la quale in Sicilia si chiama appunto così
(_pruvulazzu_).
Debbo avvertire che, consultato su quel vocabolo il dotto professore
Comparetti dell’Università di Pisa, ei mi conferma nell’opinione che
non s’abbia a intendere zolfo; ma crede che qui significhi _spazzature
di combustibili_, come sarebbero trucioli di legno e simili: quelle
materie appunto che si adoperavano nelle mine, secondo gli antichi
poliorcetici greci. Tuttavia mi resta il dubbio che, appo i Greci del
XII secolo, le _spazzature_, tecnicamente dette, fossero di qualche
sostanza incendiaria, di quelle note nel medio evo sotto il nome
generico di fuoco greco. Ed ho voluto accennare a tal supposto, perchè
ulteriori ricerche o nuovi testi, possano rischiarare questo punto di
erudizione tecnica.
Su l’antico uso delle composizioni incendiarle di salnitro e zolfo,
o vogliam dire polvere da sparo imperfetta, si vegga l’opera di MM.
Reinaud et Favé, intitolata _Du Feu Gregeois_, etc., e il cap. ij di
questo medesimo nostro libro, pag. 367 del volume, nota 1.
[429] Si vegga il lib. V, cap. vj e ix, pag. 173 e 263 di questo volume.
Il divario tra i nomi di Abu-l-Kâsim e Ibn-abi-l-Kâsim non fa alcuna
difficoltà, perchè gli Arabi soleano scorciare così fatte appellazioni.
Ne abbiamo un esempio vicino nei Beni Khorasân di Tunis, il qual casato
correttamente si addomandava de’ Beni-abi-Korasân. Si vegga il capitolo
ij di questo libro, pag. 429 del volume, nota 1.
[430] Si vegga nel principio di questo stesso capitolo la pag. 500.
[431] Ibn-Giobair, op. cit.
[432] “Il figlio della rupe”, ossia l’acqua, simbolo di beneficenza.
Si confrontino: Ibn-Khallikân, _Biografia degli illustri Musulmani_,
testo, nella edizione del Wüstenfeld, IX, 67, vita, nº 772, e X, 64,
vita nº 815; ed Hagi-Khalfa, _Dizionario bibliografico_, III, 545, nº
6680. Ho ristampati i testi nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 631,
643, 702.
[433] Si vegga la mia prefazione al _Solwân-el-Motâ’_ d’Ibn-Zafer, pag.
XXIV segg.
[434] Op. cit., pag. 2, 3.
[435] _Liber Jurium Reipub. Januens._, tomo I, pag. 463, n. CCCCXXXVII,
nei _Monumenta hist. patriæ_.
Il testo ha _domum_ ed io traduco “palazzo” perchè la “casa” donata
in Messina per lo stesso diploma, era stata quella di Margarito,
cioè il palagio dove soggiornò Riccardo Cuor di Leone il 1190-91; la
casa donata in Siracusa era quella di Gualtiero di Modica già grande
ammiraglio; il fabbricato donato in Napoli, era il fondaco regio _in
porta Morizini_, etc. Questo importante documento uscì alla luce la
prima volta nella _Hist. Dipl. Friderici II,_ tomo I, 66.
[436] Si vegga la citazione a pag. 173, del presente volume, nota. 1.
[437] Presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 404, 405. Questa e le altre
edizioni mettono a capo della Storia la citata epistola, la quale
evidentemente fu scritta molto tempo dopo quella. E si legge dopo la
Storia nel bel ms. della _Bibl. imp. di Parigi_, S. Victor, nº 164.
[438] L’autore non solamente dice e replica ch’egli scrivea “quando
le tepid’aure” sottentravano alla neve ed al gelo, ec. Egli accenna
anco alla occupazione della Puglia, di che gli duole un tantino, ma
la sopporta purchè i Tedeschi non passino nell’isola. E continua:
“Atque utinam Constantia cum rege Teuthonico, Siciliæ fines ingressa,
perseverandi constantiam non haberet, nec ei detur copia Messanensium
agros aut Aetnæi montis confinia transeundi!” Eccoci dunque al giugno
1190; poichè egli è noto che Arrigo mandò l’Arcivescovo di Magonza
allo scorcio d’aprile e che il maresciallo imperiale di Toscana passò
i confini del regno di Puglia in maggio. Nè Costanza, nè Arrigo erano
con quell’esercito; ma si capisce che potea correrne la nuova o potea
l’autore supporre la presenza dei due principi o anche fingerla tra le
sue favorite ipotiposi; se pur non lo strascinò il bisticcio che gli
veniva tra’ piedi col nome di Costanza.
Nè si dica che l’autore vivendo in qualche monastero di Francia o
d’Inghilterra, dovesse sapere le notizie di Sicilia da una stagione
all’altra. Nel medio evo i monasteri erano appunto gli emporii del
mondo, e i frati ne andavano in traccia come i giornalisti d’oggidì.
[439] Si vegga il cap. iv di questo libro, pag. 485 segg. del volume.
[440] “Panormi oritur inter Christianos et Sarracenos dissentio.
Sarraceni, multa suorum strage facta, exeunt et inhabitant montana.”
Così l’Anonimo cassinese, anno 1189 presso Caruso, _Bibl. sicula_,
pag. 514. Similmente Riccardo da S. Germano scrisse.... “quinque
Sarracenorum regulos, qui ob metum Christianorum ad montana
confugerant.” Pietro d’Eboli, dopo aver chiamata Palermo città
trilingue, dice de’ tumulti che scoppiarono:
_Scismatis exoritur semen in urbe Ducum:_
_In sua versa manus præcordia, sanguinis hausit_
_Urbs tantum, quantum nemo referre potest._
[441] Si vegga il cap. iv di questo libro, pag. 488 del volume. Credo
che M^r De Cherrier sbagli supponendo che i Musulmani minacciarono
Catania, _Lutte des papes_, etc., lib. I, cap. V, pag. 216 della 2ª
edizione. Il fatto di Catania fu ben diverso e seguì nel 1194, come si
vedrà più innanzi.
[442] _Gesta Regis Henrici_, etc., edizione Stubbs, Londra, 1867,
vol. II, pag. 141. Cotesta cronica, attribuita a Benedetto abate di
Peterborough che la fece copiare, fu scritta, come pensano gli eruditi,
a corte di Riccardo Cuor di Leone; e però ha autorità, non solamente
di contemporanea, ma ancora di conterranea pei fatti siciliani del
1190, quando Riccardo passò parecchi mesi in Sicilia. Leggonsi a un
dipresso le medesime parole in Ruggiero de Hoveden (presso Caruso
_Bibl. sicula_, pag. 965) il quale inserì quella cronica nella sua,
con parafrasi, mutazioni ed aggiunte, e, sendo contemporaneo anch’egli,
rafforza la testimonianza col fatto stesso del plagio.
[443] Anno 1190, presso Caruso, op. cit., pag. 547.
[444] _Gesta Regis Henrici_ e Ruggiero de Hoveden ll. cc.
[445] Si confrontino Riccardo da San Germano e le _Gesta_ II. ec.
[446] Presso Pirro, _Sicilia sacra_, pag. 1132, il quale afferma
aver copiato l’autentico diploma. Questo è citato in un altro della
imperatrice Costanza dato d’ottobre 1198 o 1199, nella _Historia
Diplomatica Friderici Secundi_, I, 12.
[447] Si vegga il gran lavoro di M^r De Cherrier, _Histoire de la
lutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe_, lib. I,
cap. 5 segg.; la monografia del dottor Teodoro Toeche, _De Henrico VI.
Romanorum imperatore. Normannorum regno sibi vindicante_, Berlino 1860;
e le critiche di questo dotto opuscolo fatte dal Sig. Adolfo Cohn nel
_Forschungen zur deutsche Geschichte_, tomo I, pag. 437 segg. e dal
Sig. Otto Hartwig, nel _Selzer’s Monats’blätter_ di Marzo 1862.
Quanto agli scrittori contemporanei, oltre le antiche edizioni, si
possono ora confrontare quelle del Pertz (fino al tomo XXII) e le
recenti edizioni delle _Gesta Regis Henrici_ e dello Hoveden (tomo
I) pubblicate a Londra del professore Stubbs. La raccolta del Pertz,
inoltre, schiude alcune sorgenti che furono ignote ai compilatori della
storia di Sicilia.
[448] Non è superfluo avvertire che il prof. Stubbs, dando nella
edizione delle _Gesta_, ec., II, 133, il capitolo sulle negoziazioni di
Riccardo Cuor di Leone con Tancredi, ha ben corretto _salmas_ la voce
_salines_ e spiegata _tari_ nel glossario, (II, 257) la voce _terrins_,
ch’era stata variamente alterata e perfino ridotta a _terris_; le
quali voci il Caruso (_Bibl. sic._, pag. 960) avea lasciate tal quali,
ancorchè la prima indicasse evidentemente una misura di frumento, e la
seconda non potesse denotare altro che piccole monete, poichè 1,000,000
di quelle tornava, secondo lo stesso luogo del cronista, a 20,000 once
d’oro.
[449] _Annales Januenses_, presso Muratori, _Rer. italic._, VI, 370.
[450] Ottone di San Biagio, presso Pertz, _Script._, XX, 325 e presso
Caruso, _Bibl. sic._, pag. 935.
Io non veggo perchè il Toeche nel citato lavoro, sì pregevole per
diligenza e critica, metta in forse l’autorità della Continuazione
Sanblasiana, ch’è pure molto particolareggiata in questi eventi,
nè ripugna alle testimonianze degli altri contemporanei. Il signor
Cohn, al contrario, ha mostrato degno di fede quello scrittore
contemporaneo, op. cit., pag. 447, 450. Quanto ad Ottobono, autore
degli Annali genovesi di questo tempo, il dotto Toeche dubita della
esattezza del suo racconto, perchè gli pare inverosimile che la Regina
di Sicilia avesse raccolto un esercito e che in questo militassero
dei _Musulmani_. Il primo fatto, attestato dal cronista genovese al
par che dal tedesco, è naturalissimo; nè si vede ragione di negarlo.
Il secondo, se non al Burigny citato dal signor Toeche, si creda alle
autorità che io ho allegate in varii luoghi del presente libro. Che
se a lui non parve probabile che i Musulmani avessero prese le armi a
favor della dinastia cadente, si potrebbe domandare all’incontro per
qual ragione gli stanziali, o anco la milizia, di quella classe dei
sudditi avrebbero disubbidito al comando di combattere gli stranieri.
Tanto debbo far osservare sul giudizio del Toeche, pag. 54, nota
148. Erroneo parmi quello del signor Hartwig, (op. cit. pag. 189) il
quale, convinto dalla magnanimità di Arrigo VI e della scelleratezza
dei Siciliani, trasporta di peso al 1197 la narrazione di Ottone di
San Biagio intorno questo combattimento di Catania. Per vero il buon
cronista avea messo il fatto a suo luogo, innanzi la resa di Palermo;
nè può supporsi anacronismo, quand’egli, dopo lo imprigionamento dei
grandi che aveano combattuto, accenna alla sorte incontrata finalmente
da loro, la quale noi abbiamo buone ragioni di protrarre infino al 1196
o 1197.
[451] Ho avuta alle mani, parecchi anni addietro la edizione di Engel,
Bâle, 1744, ma mentre riscrivo questo capitolo non posso citare se
non che la ristampa del signor Giuseppe del Re (_Cronisti e Scrittori
sincroni napoletani_, Napoli, 1845, in-8 grande, pag. 401, segg.)
ove è la traduzione italiana del signor Emmanuele Rocco e le note di
entrambi. Debbo avvertire che l’Engel non pubblicò tutte le figure
del prezioso ms. di Bâle e che perciò si può dir manchi una parte
dell’opera, poichè le figure di quel codice rischiarano talvolta i
fatti e danno de’ nomi. Si vegga anco Cherrier, _Lutte des papes_,
etc., lib. II, ij, pag. 232 della 2ª ediz. et passim.
[452] Ottone di San Biagio.
[453] Pietro d’Eboli.
[454] Pietro d’Eboli.
[455] Ottone di San Biagio. “Trinacriis pars, fertur equis, etc.”,
dice Pietro d’Eboli descrivendo l’entrata dell’imperatrice Costanza in
Salerno, il 1191.
[456] Ottone di San Biagio.
[457] In questo passo di Pietro d’Eboli, si legge tra le altre cose:
_Haec_ (apodixa) _quantum Calaber, seu quantum debeat_ ater
_Apulus, aut Siculus debeat orbis, habet._
Cotesti versi ricordarono ai due eruditi editori napoletani,
quell’altro notissimo della spada di re Ruggiero, onde l’uno e l’altro
lessero _Afer_ in luogo di _ater_. Di certo il poeta pugliese non avea
ragione di chiamare negri i suoi compatriotti; e il credito acceso
nella Tesoreria di Sicilia contro l’Affrica, si spiega benissimo col
tributo di Tunis. Fors’anco si può riferire a quello di Malta e di
Pantellaria, popolate allora di Musulmani, come si vede nel capitolo
precedente pag. 536 di questo volume. Ho detto positivamente del
tributo di Tunis, perchè l’autore degli _Annales Colonienses Maximi_,
(presso Pertz, _Scriptores_, XVII, 803) benissimo informato de’ casi
di questa impresa di Sicilia, scrive sotto l’anno 1195: “Marroch rex
Africæ 25 summarios, auro et lapide precioso, multisque donis oneratis
imperatori mittit.” Si è già detto che Tunis ubbidiva in questo tempo
alla dinastia degli Almohadi, residente in Marocco, che il cronista qui
prende per nome proprio d’uomo.
[458] Ottone di San Biagio alla divisione della preda accenna anco
Pietro d’Eboli.
[459] Si vegga il cap. iij di questo libro, pag. 448 del volume. Chi
voglia giudicare la quantità e qualità della preda, convien che legga,
da capo a fondo, l’opera dell’abate Bock, e guardi non solamente le
figure cromolitografiche, ma ancora le incisioni in legno, intercalate
nel testo dalla pag. 129 in giù.
L’autore degli _Annales Marbacenses_ (presso Pertz, _Scriptores_, XVII,
pag. 166) dicendo, come tutti gli altri cronisti tedeschi, dell’oro e
dell’argento riportato dalla Sicilia il 1195, aggiunge particolarmente
“cum multis pannis pretiosis de serico.”
[460] _Annales Januenses_, presso Muratori, _Rer. italic._, VI, 370,
dove si legge _Gruloardus_. Nell’edizione del Pertz, _Mon Germ._,
XVIII, 109, è preferita la lezione _Gilolo Ardus_, la quale, come ognun
vede, non differisce da _Gennolardus_ che per la permutazione dell’_n_
in _l_, e per lo scambio, facile al paro, dell’_i_ in _e_.
[461] Anonymi Fuxensis _Gesta Innoc. III_, cap. xxvj, nella edizione
di Baluzio, tomo I, pag. 40. Il nome è sbagliato nella edizione di
Caruso, _Bibl. sic._, pag. 645. La descrizione della battaglia, che
ci occorrerà nel capitolo seguente, mostra bene il sito del campo, nel
borgo ch’oggi si chiama Mezzo-Morreale, fuor la porta “Nuova.”
[462] Anonymi _Chronicon Siculum_, cap. xxj, presso Gregorio. _Rerum
Aragonens._, II, 129. _Fecit quidem dictus imperator Henricus comburi
in plano Genoardi_, quod est _extra mœnia palatii Panormi juxta
jardinum Cubbæ versus Aynisindi, omnes episcopos qui fuerant in
coronatione regis Trankedi_. La favola di tutti i vescovi bruciati
nascea certo da non falsa tradizione di supplizî dati in quel luogo
per comando di Arrigo. In ogni modo il sito non è dubbio e risponde
a quello ov’è in oggi l’Albergo de’ poveri. Dietro questo a N. O.
scaturisce la fonte _Ainsindi_, in oggi detta _Dannisinni_.
[463] _Gennet-ed-dûnia_, nell’ultimo verso della iscrizione ch’io
ho pubblicata nella _Rivista Sicula_ di febbraio 1870. Il divario è
come se in italiano si dicesse “il paradiso del Mondo” invece di “il
paradiso della Terra.”
[464] Ruggiero De Hoveden, ediz. di Francfort, 1601, pag. 746.
[465] “Insuper insulas maris vectigales faciens, imperium admodum
dilatavit, etc.” Così Ottone di San Biagio, cap. xliij presso Muratori,
_Rer. italic._, VI, 901.
[466] _Carmen._ Si vegga qui sopra la nota 1 della pag. 553.
[467] Si vegga il citato opuscolo del Dottor Toeche, pag. 61, 62, nota
164, 166, 168.
[468] Hartwig, op. cit., pag. 188, 189.
[469] Cioè, Ottone di San Biagio e Arnoldo di Lübeck. Non dò i nomi
degli altri, perchè li ha citati il Toeche, pag. 59, nota 160. Ai quali
è da aggiugnere:
_Cont. Weingart._, Perz, XXI, 474, che accenna alla congiura del 1196,
con un “si dice:”
_Annales Marbacenses_, Pertz, XVII, 166, anno 1195, dove, senza far
menzione di congiura, si dice imprigionata la vedova di Tancredi, il
di lui figliuolo e tre figliuole, l’arcivescovo di Salerno e dieci
magnati, tra i quali Margarito.
_Annales Colonienses Maximi_, Pertz, XVII, 803, dove non è supposta
congiura nel 1195, ma sì bene nel 1197.
_Annales Stadenses_, Pertz, XVI, 352, dove si fa un cenno, sotto l’anno
1195, della cattura e accecamento del solo Margarito, il quale voleva
uccider l’imperatore a tradigione.
_Annales Piacentini Guelphi_, Pertz, XVIII, 419, anno 1194.
_Chronologia_ di Roberto di Auxerre, nel _Recueil des historiens
des Gaules_, etc., tomo XVIII, 261, 262. Questo scrittore francese
contemporaneo, nota nel 1193, che Arrigo, ritornando in Germania,
riportò seco la moglie e il figliuolo di Tancredi e alcuni ottimati
che aveano cospirato contro di lui; e nel 1196 fa parola di un’altra
congiura, dalla quale Arrigo scampò appena e poi “conspirationis
auctores horrendo discerpit supplicio.”
[470] Radulphi De Diceto, _Imagines historiarum_, negli _Hist. Angl.
Script._, Londra, 1632, pag. 678. La breve epistola è data il 20
gennaio (1195) “apud S. Marcum,” com’e’ pare, quel della provincia di
Messina.
[471] Carmen, libro II. “At Deus impatiens, etc.
[472] Anonimo Cassinese, anno 1194, presso Muratori, _Rer. italic._,
V, 143. Si confronti con le parole d’un altro codice nello stesso
volume, pag. 73, e presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 517. Parecchi anni
appresso, Corrado di Liechtenaw vide a Roma gli accecati.
[473] _Chronicon Fossenovæ_, presso Caruso, op. cit., pag. 74.
[474] Presso Caruso, op. cit., pag. 636.
[475] Presso Caruso, op. cit., pag. 552, sotto l’anno 1194, che,
secondo il calendario seguito da Riccardo, finiva in marzo 1195.
[476] “Se et omnia sua, potestati ejus contradiderunt.”
[477] Presso Muratori, _Rer. ital._, VI, 896, e Pertz, XX, 325, 326.
Anche il dottor Toeche, sì imparziale in altri luoghi, vuol negare,
pag. 60, cotesti supplizii e indebolire l’autorità di Ottone di San
Biagio, difesa, com’abbiam detto, dal Cohn.
[478] Corrado di Liechtenaw, _Chronicon_, ediz. cit., pag. 238, anno
1198, nota le origini di cotesti racconti e i dubbii che ispiravano.
Così anco Gotfredo monaco, nella raccolta del Freher, tomo I, pag. 361;
e così altri cronisti tedeschi.
[479] Arnoldo abate di Lübeck, lib. V, cap. xxv, xxvj, secondo
l’edizione di Pertz, XXI, 203.
[480] Arnoldo, op. cit., pag. 201.
Si confrontino _Annales Stadenses_, Pertz, XVI, 352, anno 1196;
_Annales Marbacenses_, Pertz, XVII, 167 segg., anno 1197; Corrado di
Liechtenaw, ediz. cit., pag. 232, anno 1198; _Annales Colonienses
Maximi_, Pertz, XVII, 804, anno 1197, dove anche questa congiura
è riferita con un “conspirasse dicebantur” e la connivenza
dell’imperatrice con un “rumor.... varia seminat” e con un
“vulgabatur.”
L’ira di Arrigo contro la moglie è attestata da Riccardo da San
Germano, il quale, narrando l’ultima andata dell’imperatore in
Sicilia, (cioè a Messina) continua “ubi ad se duci imperatricem
iubet. Qua in Panormi, palatio constituta, quidam Guilielmus, etc.,”
presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 553. Or il comando di _menargli_
l’imperatrice, somiglia molto ad una nobile cattura. Le reticenze
stesse dei contemporanei tedeschi, fan supporre assai gravi i fatti
politici che si apponeano alla Costanza; ma erano ciarle de’ cortigiani
e de’ condottieri, com’abbiam detto, e i cronisti naturalmente le
aggravarono, scrivendo dopo la morte d’Arrigo, quando Costanza avea
cacciati tutti i Tedeschi dal Regno.
[481] Si vegga l’edizione del Baluzio, lib. II, n. 221 e si confrontino
le epistole, lib. I, n. 26, 557, ec.
[482] _Annales Stadenses_, presso Pertz, XVI, 352; Arnoldo abate di
Lübeck, Pertz, XXI, 201; Niceta Choniate, _Annales_, Parigi, 1647, pag.
310. _Annales Marbacenses_, l. c. al dir de’ quali Arrigo fece eseguire
il supplizio in presenza della moglie. Si riscontri inoltre il passo di
Roberto di Auxerre, citato dinanzi, pag. 558 nota 1.
[483] Riccardo da San Germano, presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 553.
Secondo lui, Arrigo venuto in Sicilia (di certo a Messina) comanda che
menino a lui l’imperatrice. Guglielmo Monaco s’era ribellato. Andando
Arrigo ad assediarlo, ammalatosi, partì (dall’assedio) e morì.
Si fa menzione d’un Guglielmo Monaco nel diploma di giugno 1198,
per lo quale Costanza concedette alla Chiesa di Palermo la casa del
fu Guglielmo Orfanino, castellano di Castello a mare di Palermo,
venduta un tempo al Monaco dall’Arcivescovo di Palermo. Indi pare che
l’Orfanino avesse acquistato quello stabile dal Monaco: ma non v’ha
indizio che faccia supporre l’identità della persona.
[484] _Annales Marbacenses_, presso Pertz, XVII, 167. Secondo questi,
Arrigo partì di Germania per la Puglia il 24 giugno 1196. Nel 1197
si trovò in Sicilia, dove la moglie malcontenta avea suscitate per
tutte le città e castella congiure contro di lui. Delle quali erano
consapevoli i Toscani, i Romani e diceasi il papa stesso (Celestino
nonagenario e timidissimo). I congiurati voleano uccidere l’imperatore
in una selva, mentre egli andasse a caccia; ed aveano raccolti 30,000
uomini! Avvertito, ei si chiuse in Messina e mandò Marqualdo de
Anweiler con una mano di pretoriani e di Crociati; i quali uccidono o
pigliano tutti i congiurati. Il personaggio che i congiurati voleano
far re, è punito in presenza della imperatrice, inchiodatagli in capo
una corona e gli altri affogati in mare, ec. Una notte freddissima poi
(6 agosto) Arrigo, trovandosi in un luogo a due giornate da Messina, fu
preso dalla dissenteria. Verso la festa di San Michele, si sentì meglio
e volle andare in Palermo; ed era già partita la sua famiglia per mare
a quella volta, quand’egli peggiorò e venne a morte. Del qual racconto
minuto e partigiano si vede chiaramente l’origine. Erano i cortigiani
e i condottieri che tornando in Germania dopo l’esaltazione di Costanza
e d’Innocenzo III, narravano le gesta loro e del padrone, e i monaci le
scriveano. E non è difficile discernervi il vero dal falso.
Roberto d’Auxerre l. c. fa supporre molto gravi i casi della tentata
rivoluzione, dicendo l’imperatore “per fugam elapsus.”
Gli _Annales Colonienses maximi_, Pertz, XVII, 804, 805, hanno meno
particolari e meno fiducia in que’ racconti. E dicono Arrigo sepolto a
Napoli.
Secondo la _Cronica di Sessa_, ei sarebbe morto a Randazzo, che ben
s’accorderebbe con gli _Annali_ di Marbach; poichè Randazzo è su la via
da Messina a Palermo.
[485] Il dottor Toeche non vuol credere a cotesta violazione di
sepoltura, perchè la racconta De Hoveden, (ediz. di Francforte,
1601, pag. 746), inglese e però nemico di Arrigo VI. Ma la s’accorda
benissimo con gli altri atti di avarizia, rabbia e crudeltà, che non si
possono revocare in dubbio.
Io ho abbozzati questi ultimi movimenti nel modo che mi pare risulti
da’ due racconti, non incompatibili, di Riccardo da San Germano e degli
_Annali_ di Marbach. Così mi discosto da M^r De Cherrier, op. cit.,
lib II, cap. 5, pag. 323 segg., e molto più dal signor Hartwig il quale
segue il racconto degli _Annali_ di Marbach, senza citarli, nè mettere
in forse nessun “si dice” del cronista. Anzi il sig. Hartwig suppone
una vera congiura del papa coi baroni normanni, com’ei li chiama
ancora, di Sicilia. Ei fa notare che Arrigo andò in furore vedendo
tanti tradimenti: ed è la sola scusa data per quelle crudeltà, le quali
d’altronde il signor Hartwig non nega, nè biasima.
[486] Questa data precisa non si ritrova se non che nell’Anonimo,
pubblicato dal Bréholles, _Hist. dipl. Friderici Secundi_, I, 892.
[487] Oltre gli attestati de’ cronisti contemporanei, si vegga la
bolla del 20 ottobre 1198 per la quale Innocenzo, contro il notissimo
privilegio di Urbano II, mandò in Sicilia un legato con pien potere,
presso Breholles, op. cit., I, 14. Avverto che io citerò sempre l’opera
del Breholles, anche per quelle epistole d’Innocenzo III che sono
state ristampate nella sua raccolta sopra le edizioni del Baluzio e del
Brequigny.
[488] L’Anonimo pubblicato nell’op. cit., I, 892, dice che Matteo
arcivescovo di Capua, morì poco appresso l’imperatrice. E il documento
citato dal De Meo, _Annali di Napoli_, IX, 143, prova ch’ei non era più
in vita il 10 giugno 1201.
[489] Si leggano attentamente i fatti nelle _Gesta Innocentii III_,
presso Caruso, _Bibl. sic._, p. 642 e segg., e si badi alle date.
Fu ne’ principii del 1200 che il papa propose ai ministri reggenti
di concedere que’ feudi a Brienne, facendo gran ressa a scolparsi
del sospetto ch’ei favorisse un pretendente al trono del suo proprio
pupillo. Il primo ministro Gualtiero de Palearia, ch’era stato fin
allora di accordo con Innocenzo, risaputa quella proposta in Messina,
die’ in un gran furore, sparlò pubblicamente del papa, e si cominciò
a guardare da’ suoi consigli e dagli uomini suoi. Questa è la chiave
di tutta la storia dell’infanzia di Federigo; nel qual tempo il papa
a volta a volta scomunicò ed accarezzò il cancelliere, e conchiuse
sgridando Federigo adulto, perchè l’aveva allontanato dalla corte.
Nelle vicende di questa lite accadde un tratto che abbandonato il
cancelliere da’ suoi partigiani, carico di scomuniche e ridotto
allo stremo, il papa gli profferse di ribenedirlo, sol ch’ei si
rappacificasse con Brienne: al che egli rispose nol farebbe, se pure
S. Pietro scendesse a bella posta dal cielo, inviato da Gesù Cristo per
comandarglielo.
Sì gravi parole in bocca d’un vescovo, sembrano dettate da lealtà verso
il suo principe, anzi che dalla rabbia dell’ambizione.
[490] Giuseppe La Farina, mancato immaturamente alla patria e alle
lettere, dimostrò questo fatto contro Hurler, negli _Studii sul secolo
XIII_, Firenze, 1842, p. 786. Riscontrando gli avvenimenti di tutto
il periodo della reggenza, dei quali io non posso far che un cenno, si
vedrà che nel corso di quegli otto anni, gli uomini del papa non ebbero
adito appo Federigo che per cinque o sei mesi e che non comandarono mai
nella reggia e molto meno nel paese. D’altronde il medesimo Innocenzo
confessa questo fatto tanto nelle epistole con che ei si lagna del
cancelliere (1200-1202), quanto in quella del 29 gennaio 1207 per la
quale ei si rallegra col pupillo della sua liberazione e lo conforta
a seguire i consigli di “coloro che la madre avea deputati a educarlo
e de’ succeduti _in loco eorum qui ex ipsis decesserant_,” presso
Breholles, op. cit, I, 124. Or in quel tempo stava allato al giovanetto
il cancelliere Gualtiero, riconciliato col papa, il quale nel 1210
scrivendo a Federigo, come abbiam accennato nella nota precedente,
affinchè lo reintregrasse nell’ufizio dal quale avevalo rimosso, dice
chiaramente che questa era una ragazzata e un atto d’ingratitudine
contro colui che lo avea fin allora custodito e nutrito ed avea durato
molte fatiche e sollecitudini e strette di danari per difendere lui e
il reame. Presso Breholles, op. cit., I, 170. Dunque è stata esagerata
stranamente la parte ch’ebbero i cardinali di Sant’Adriano e di San
Teodoro nella educazione di Federigo. Si veggano anco le epistole del
papa date in novembre 1200 e luglio 1201, presso Breholles, op. cit.,
I, 60, 82.
[491] Questa donazione, che va riferita al 1198, è ricordata in un
atto di aprile 1209, per lo quale il cancelliere Gualtiero de Palearia
ridonava il giardino al Capitolo della cattedrale. Presso Amato, _De
principe templo panormitano_, p. 127.
[492] Diploma di settembre 1200, pubblicato dal signor Mortillaro nel
_Catalogo del.... Tabulario della cattedrale di Palermo_, pag. 49,
ristampato dal Breholles, op. cit., I, 54.
È da avvertire che l’altra metà del podere apparteneva attualmente ad
un Ibrahim, figliuolo del notaio.
[493] L’imperatore o la imperatrice donò alla chiesa di Palermo Rakal
Stephani nel territorio di Vicari e tutto il tenimento di Platani
e di Captedi; la quale concessione è citata nel diploma del 1211,
che la confermò, presso Breholles, op. cit., I, 194. Torniamo dunque
al 1195-97, ovvero al 1198 ed ai territorii dove arse la ribellione
musulmana.
Per un altro diploma di aprile 1200, citato dal Pirro, _Sicilia
Sacra_, p. 703, la reggenza concedette al vescovo di Girgenti i casali
di Minsciar e Minzeclo; onde non ci discostiamo dal tempo, nè dalla
regione.
[494] La commissione di bandire la Crociata in Sicilia fu data
al vescovo di Siracusa e ad un abate di Sambucino dell’ordine de’
Cisterciensi, quello stesso cioè del ricco monastero di Morreale che
possedea tante terre e persone di Musulmani. Si veggano le epistole
d’Innocenzo nella edizione di Baluzio, lib. I, n. 302, 343, 358,
508: dall’ultima delle quali, data il 5 gennaio 1199, si ritrae che
in Sicilia alcuni laici avean presa la croce, altri avean profferto
contribuzioni di vittuaglie o arnesi, ma che gli arcivescovi, i vescovi
e gli altri ecclesiastici non voleano dar nulla. Indi i due commissarii
proposero e il papa assentì, di prendere per la Crociata tutte le
entrate ecclesiastiche, fuorchè le somme strettamente bisognevoli al
mantenimento ed al culto; e di gittar anco la mano su le entrate delle
sedi vacanti e sul danaro de’ monaci che vivessero fuor dal chiostro.
Ci possiamo immaginare lo scompiglio che portò questo provvedimento in
Sicilia, dove tanta parte della proprietà fondiaria, forse un terzo o
più, era posseduta dalle Chiese. I titolari necessariamente mugneano
i vassalli e i villani. E nelle cento miglia quadrate coltivate da’
Musulmani per conto del monastero di Morreale, possiam supporre venuto
proprio il finimondo. Que’ “monaci che viveano fuor del chiostro”
eran forse i fattori del monastero: e ch’e’ prendessero tutto per sè
e parteggiassero contro l’arcivescovo e contro il papa, lo sappiamo da
una terribile epistola d’Innocenzo, data il 17 giugno 1203 che citeremo
più innanzi.
[495] Epistola n. 509, del libro I, nell’edizione di Baluzio.
[496] La fuga de’ villani e il guasto delle ville si confermano coi
diplomi seguenti:
1201. Federigo, nel mese di aprile, concede al monastero di donne,
detto di S. Michele in Mazara, le terre del distrutto casale Ramella,
nel territorio di Salemi. E ciò per avere sofferti molti danni,
_intervasionis tempore_, e avere perdute tutte le entrate. Ms. della
Bibl. comunale di Palermo, Q. q. r. 171.
1202. Nel territorio di Carini, casale di Zarchante, una Sorbina
possedea già sei villani per sentenze del giustiziere e del cadì dei
Saraceni; ed erano andati via come tutti gli altri villani, Gregorio,
_Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota 7.
Verso lo stesso tempo si erano liberati i villani della chiesa di
Cefalù, ibid.
1205 aprile. Federigo conferma agli Spedalieri le concessioni
precedenti, alle quali egli aggiugne due poderetti in Palermo e tutti i
villani del casale di Polizzi, _ubicumque sunt_. Presso Breholles, op.
cit., I, 113.
[497] Il luogo dello sbarco, riferito dal solo Anonimo che ha
pubblicato il Breholles, op. cit., I, 893, si adatta benissimo a tutti
gli altri ragguagli che abbiamo di questa impresa.
Oltrechè una schiera di Pisani combattè per Marcualdo nella battaglia
di Morreale (1200), essi continuarono a dargli aiuti. Si vegga
l’epistola 4 del libro V, data di Laterano il 4 marzo 1202, per la
quale Innocenzo sollecita il Potestà e il Comune di Pisa a richiamare
dalla Sicilia i cittadini loro, partigiani di Marcualdo.
[498] Presso Breholles, op. cit., I, 34.
[499] Op. cit., I, 37.
[500] Si vegga il capitolo precedente, pag. 554, del volume.
[501] Il Caruso, _Bibl. sicula_, 647, ha “Magadeo.” Io seguo più
volentieri la lezione del Breholles, op. cit., I, 48, la quale
rappresenta il noto vocabolo Mogêhid, ch’è talvolta nome proprio e
talvolta soprannome. Si vegga il libro V, cap. 1, pag. 4 segg. di
questo volume. Un Ibn-Mogêhid possedeva una casa in Palermo, secondo il
diploma arabico del 1190, del quale il Gregorio ha dato uno squarcio.
_De supputandis_, etc. pag. 40.
[502] Questa battaglia è raccontata da Anselmo arcivescovo di Napoli
testimonio oculare, nella epistola ch’ei scrisse a Innocenzo, com’e’
pare, il giorno appresso; la quale si legge in tutte le edizioni delle
_Gesta Innocentii III_, cap. xxvj. Fa cenno della vittoria, l’Anonimo
pubblicato dal Breholles, op. cit., I, 893 e Riccardo di San Germano.
L’occupazione di Morreale pria dell’assedio di Palermo è attestata,
inoltre, da una epistola d’Innocenzo, libro III, n. 23, edizione di
Bréquigny, II, 27 e Raynaldi Annales, 1200, § 3, 8.
Anselmo, scrivendo al papa, vuol dare tutto il merito della giornata
a Jacopo congiunto di quello e maresciallo di Santa Chiesa, e lascia
addietro quant’ei può il conte Gentile, fratello del cancelliere,
ch’era sì poco gradito al papa fin da que’ primi tempi. Ma la verità
trapela nell’epistola stessa, là dove si dice che fin dal principio
della battaglia. Gentile e Malgerio alla testa de’ fanti, “potenter
ascenderunt, transcenderunt et obtinuerunt montana, et omnes fere
quot ibi inventi sunt in ore gladii posuerunt.” Or se Gentile fin
dal mattino avea rotta sì fieramente la sinistra di Marcualdo, egli
ebbe, per lo meno, tanto merito nella vittoria, quanto il maresciallo
“qui in extremo locatus, castellum tenebat, immo ipse castellum erat
exercitus.” Anzi l’è verosimile che, verso le tre, quando fu preso il
campo nemico, i fanti scendendo da Morreale sul fianco sinistro o alle
spalle del nemico, cooperassero efficacemente alla vittoria. Aggiungasi
che l’Anonimo or citato dice rotto Marcualdo in Morreale; onde parrebbe
che lì fossero state decise le sorti della battaglia.
Il castello del quale fa menzione Anselmo nel passo or or trascritto,
non può esser altro che la Cuba, se pur non si voglia supporre un
altro castello o palagio vicino, del quale non fosse rimasa vestigia
nè memoria. Marcualdo conduceva un grosso di cavalli ed appoggiavasi
co’ fanti a Morreale. Quale fianco appoggiava egli dunque? Il sinistro
di certo; perchè delle due valli che sboccano nella pianura d’ambo
i lati di Morreale, quella dell’Oreto è piana ed aperta; quella di
Boccadifalco stretta e tortuosa; l’una è continuazione delle falde
di Morreale, l’altra è disgiunta da quel luogo per gli aspri gioghi
del Caputo. Però mi sembra non resti alcun dubbio sul campo della
battaglia, nè su la posizione de’ due eserciti.
Il testo di Riccardo di San Germano, del quale d’altronde non si ricava
alcun particolare, è evidentemente guasto in questo luogo, come notò il
Muratori negli Annali. Si vegga nel Caruso, op. cit., p. 556, dal quale
non si allontana qui l’ottima e recente edizione del Pertz.
[503] Questo fatto è riferito dal solo Anonimo, presso Breholles, op.
cit., I, 893.
[504] L’Anonimo, op. cit., I, 893, il quale dice di Marcualdo vinto due
volte: “Et nihilominus omnes Siculi a sua fidelitate non discedebant.”
[505] Un diploma, presso Breholles, op. cit., I, 53, prova che Federigo
era di nuovo in Palermo nel mese di agosto.
[506] Si veggano presso Breholles, op. cit., i diplomi a favor di città
o Chiese di Sicilia negli anni 1200, 1201, 1207, 1209, 1210, 1211, vol.
I, 45 segg., 85 segg., 128, 913, 180, 182 segg. e specialmente a p.
194.
[507] Questi due importanti fatti sono narrati nella continuazione di
Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 59, 60, presso Martene e Durand,
_Amplissima collectio_, V, 676, 677.
[508] Nelle _Gesta Innocentii III_, presso Caruso, op. cit., pag.
649 e presso Bréholles, op. cit., I, 57, è una epistola senza data,
indirizzata, com’e’ pare, ai reggenti, da riferirsi di certo a’ primi
tempi dopo la sconfitta di Marcualdo, nella quale il papa replica il
divieto di far pace con costui; ma permette di perdonare a’ Saraceni,
quantevolte dessero sicurtà. Innocenzo conchiudea con la solita
minaccia di mandare contro essi e gli altri traditori, i principi
cristiani già bell’e armati per la Crociata. E nel 1202, Innocenzo,
scrivendo all’arcivescovo eletto di Palermo per raccomandargli Brienne,
ch’egli allora volea far passare in Sicilia, significa al suo fidato
di avere indirizzate a’ Saraceni le lettere ch’ei gli aveva chieste.
Presso Bréquigny, _Diplomata_, etc. tomo II, p. 98, ep. 39 del libro V.
[509] Epistola del 17 giugno 1203, presso Bréholles, op. cit., I, 102.
Tra le altre cose, il papa rinfaccia a que’ monaci di avere propalato
un segreto ch’essi dovean celare gelosamente; ond’erano nati tanti mali
in Palermo e per tutta la Sicilia. Li accusa poi di appropriazione
delle entrate, violazione di sepolture, sevizie agli uomini del loro
arcivescovo, assalto contro quel prelato e corruzione del Capparrone;
al quale avean dato danaro, ed alla sua moglie de’ grandi nappi
d’argento ed una dalmatica de hulla (è voce arabica) che valea più di
mille tarì.
Si noti bene che la epistola del settembre 1206, è indirizzata, tra
gli altri, ai capi musulmani di Giato, della quale fortezza il papa
avea chiamati occupatori, tre anni innanzi, i monaci di Morreale. Or
egli è evidente che i Musulmani non avean data di certo a que’ frati
la principale fortezza loro; onde la così detta occupazione non poteva
essere che il soggiorno in qualche fattoria sotto la protezione del
Capparrone, il quale col titolo di capitano generale teneva Palermo e
rappresentava la legittima autorità.
Egli è probabile che, dopo l’accordo del cancelliere con Marcualdo,
fosse ritornato qualche musulmano in Palermo. Noi veggiamo in un
diploma del 1202, presso Mongitore _Sacrae Domus mansionis.... Panormi
Monumenta historica_, cap. IV, la soscrizione d’un _’Amineddal_,
olim magister regii stabuli.” È manifestamente il titolo onorifico
di _Amîn-ed-daula_ (il fidato della dinastia) dato a qualche gaito
de’ primarii della corte. Del resto non si può supporre allontanati
assolutamente di Palermo tutti i Musulmani, convertiti o no; nè è
inverosimile che quel vecchio servitore di corte, come parecchi altri
non sospetti o dimenticati, fossero anco rimasi in città nel principio
del 1200, quando la popolazione cristiana doveva essere più concitata
contro gli altri Musulmani.
[510] Epistola di settembre 1206, presso Bréholles, op. cit., I, 148.
[511] Presso Caruso, op. cit., p. 658. Si vegga anco un diploma di
Federigo, dato di luglio 1208, per lo quale fu approvato un accordo tra
i monaci di Morreale e l’arcivescovo, partigiani i primi di Diopoldo, e
l’altro di papa Innocenzo. Presso Bréholles, op. cit., I, 135.
[512] Diploma d’ottobre 1211, presso Bréholles, op. cit., pag. 191
segg. Conferma questo mio supposto il diploma del 15 gennaio del
medesimo anno, citato nella stessa opera p. 184, per lo quale Federigo
die’ all’arcivescovo di Morreale autorità di prendere i beni e le
persone dei Saraceni che non adempissero gli obblighi loro verso quella
Chiesa.
[513] Quest’ultimo fatto si legge negli _Annales Colon. Maximi_, presso
Pertz, XVII, 825.
È da avvertire qui uno sbaglio nel quale cadde il Tychsen e dietro lui
il Gregorio. Aperto nel 1781 il sepolcro di Federigo in Palermo, si
trovò ricamata nelle maniche della sua veste una iscrizione arabica,
della quale fu mandato un disegno al Tychsen. Questi credette leggervi
il nome di Ottone; onde il Gregorio lo lesse anco, e stampò nel _Rerum
Arabicarum_, pag. 179, segg., una dotta dissertazione per dimostrare
come i Musulmani di Sicilia avessero ricamata quella veste per farne
dono ad Ottone, e come questo, con altri vestimenti imperiali, fosse
venuto in potere di Federigo. Nè sol quivi, ma in parecchi vasi
di bronzo, il Gregorio credè trovare il nome di Ottone (op. cit.,
p. 183-185). Sventuratamente, altro non v’ha che la voce _sultan_,
la quale fu letta in quel modo, per poca pratica della calligrafia
arabica: onde casca tutto lo edifizio de’ doni inviati da’ Musulmani di
Sicilia all’imperatore guelfo. Notò primo quello errore il De Fraehn,
indi il Lanci, ed anch’io ne ho detta qualche parola nella _Rivista
Sicula, fasc. 2º _(Palermo, febbraio 1869), in un Discorso preliminare
su le epigrafi arabiche di Sicilia.
[514] Albertus Bohemus, citato dal Bréholles, _Historia Diplomatica_,
etc. Introduction, pag. XCLXXXI.
[515] Quest’ultimo soprannome si legge nella _Continuatio Bergensis_,
presso Pertz, _Scriptores_, VI, 440.
[516] Si veggano i capitoli iij, v, viij di questo libro, pag. 439
segg., 534 segg., 573 segg. Quantunque l’antagonismo nazionale e
religioso sia trascorso talvolta al sangue nel regno di Guglielmo I,
come si legge nel Cap. iv, pag. 485, 488 e nel Cap. vi, pag. 543, pure
que’ tumulti non sembrano opera immediata del clero, nè effetto di
passioni religiose, ma piuttosto di rapacità e ferocia.
[517] Cap. viij, pag. 573 segg.
[518] Presso Bréholles, op. cit., I, 800.
[519] Op. cit., II, 150, 152.
[520] Diplomi di aprile 1206 e febbraio 1219, presso Mongitore, _Sacrae
domus mansionis.... Panormi, Monumenta_. Dalle annotazioni si scorge
che Miserella giacea presso Misilmeri, e Hartilgidia fuor delle mura di
Palermo. L’ultimo di questi diplomi si vegga anco presso Brébolles, op.
cit., I, 586. Una parte dei beni era stata già conceduta in dicembre
1202, vol. cit., pag. 96.
[521] Diploma del 15 agosto 1221, citato dal Fazzello, Deca I, cap.
1, e indi dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1359. Temo che questa, con
le altre pergamene del monastero della Martorana, sia stata trafugata
nell’infausto mese di settembre 1866, quando si mandò ad effetto lo
sgombero di quel monastero, senza guardare ciò che portavan seco le
suore e i preti.
[522] Diploma di novembre 1221, presso Pirro, op. cit. pag. 703,
ristampato dal Bréholles, op. cit., II, 222.
Evidentemente cotesti due casali sono gli stessi ch’erano stati
conceduti al vescovo di Girgenti nell’aprile del 1200, secondo un
altro luogo del Pirro (pag. 703, prima colonna) citato da noi nel
capitolo precedente, pag. 573. Ma s’intende bene che in quei tempi la
concessione era rimasta nella pergamena. In questo diploma del 1221
l’atto è formulato con le parole _concedimus.... et perpetuo robore
confirmamus_.
[523] Si vegga il capitolo precedente, pag. 587.
[524] Diplomi di febbraio 1219 ed aprile 1221, presso Mongitore _Sacrae
Domus mansionis_ etc. e il secondo anche presso Bréholles, op. cit.,
II, 197.
[525] Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250
(correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi,
del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di
Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa
grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo,
giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero
ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco
se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa
agrigentina.
L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un
procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di
quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della
chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea
rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo,
fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto
al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di
sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il
decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.