CAPITOLO XII.

Ormai tra il libro di re Ruggiero e i diplomi suoi e de’ successori;

tra Falcando, Ibn-Giobair e gli altri cronisti e geografi, si può

delineare un prospetto delle condizioni topografiche ed economiche

della Sicilia nell’ultimo periodo delle colonie Musulmane. Si posson

anco particolareggiare alcuni compartimenti del quadro. A chi abbia

sotto gli occhi la descrizione dell’Edrîsi, accurata com’essa è

in alcune parti, viene in mente la prima cosa di cercare quali

mutamenti siano accaduti nella geografia fisica dell’isola. E la

curiosità delusa ci ricorda qual breve spazio siano sette secoli

nella cronologia del globo. All’infuori di Panaria, la quale manca di

certo per dimenticanza,[991] noi troviamo intorno la Sicilia le stesse

isolette; delle quali, allora appunto com’oggi, ardean sole Stromboli

e Vulcano, e quest’ultima con rarissimi intervalli.[992] Sarebbe sì

da notare, come vestigia d’antichi fatti geologici, la diversità di

certi quadrupedi in diverse isolette; poichè Edrîsi dice che viveano in

Pantellaria capre domestiche rinsalvatichite,[993] in Vulcano, capre

selvatiche, e in Marettimo, capre e antilopi.[994] Ma non sappiamo

quanta fede meritino così fatte distinzioni, nè se meglio sarebbe

aggiugnere a quegli animali i cervi di Favignana che ricordansi nel

decimottavo secolo,[995] e raccoglierli tutti quanti in unica specie,

quella per lo appunto onde par sia venuto il nome di Egadi alle isole

vicine a Trapani e quello di Capri, Caprera, Capraia ad altre più

settentrionali.

Abbiam toccato in uno dei precedenti libri la quistione del menomato

volume delle acque fluviali in Sicilia.[996] A quella or si rannoda la

deteriorazione che parrebbe avvenuta in alcuni porti: ma è da ricordare

che Edrîsi estende l’appellazione di marsa, ossia porto, a’ piccoli

scali; e che in quella età, ancorchè non mancassero navi capaci al

par delle nostre fregate, pure si adoperavano ordinariamente piccoli

legni e soprattutto men cavi che i nostri. Contuttociò non è da negare

assolutamente la differenza di profondità che comparisce nel fiume

di Lentini e nelle foci di que’ che prendono il nome da Mazara e da

Ragusa, quando Edrîsi scrive che le navi arrivavano con tutto il carico

entro la prima di quelle città, posta a sei miglia dentro terra;[997]

che legni addetti al traffico con Calabria, Affrica ed altri paesi,

caricavano e scaricavano alla imboccatura del fiume di Ragusa;[998]

e che navi salpavano e barche svernavano presso la città, nel fiume

Mazaro.[999] Indi possiamo supporre avvenuto in cotesti luoghi un

interrimento o un sollevamento del suolo, di che abbiamo tanti esempii

in Sicilia e fuori. Possiamo creder anco rimpiccioliti per simili

cagioni i porti di Catania, Girgenti e Trapani, i quali or si lavora

a ristorare, quando sappiam che al tempo di re Ruggiero erano i due

primi gremiti sempre di navi;[1000] il terzo sicurissimo da tutti

i venti e immune della risacca, onde vi si svernava.[1001] Dei due

porti di Siracusa leggiamo che il piccolo fosse più frequentato che

l’altro.[1002]

Edrîsi fa menzione della fonte intermittente, detta Donna Lucata,[1003]

presso Scicli e dell’Amenano che scorre sotterraneo in Catania e

talvolta irrompe nelle strade.[1004] Dobbiam altresì, a chi raccolse le

notizie topografiche, un abbozzo di statistica archeologica dell’isola,

leggendosi col predicato di _azali_, che appo noi suonerebbe

“aborigene,” le castella di Termini, Tusa, Kala’t-el-Kewârib (Santo

Stefano), Caronia, Taormina, Noto, Ragusa, Girgenti, Marsala, Trapani,

Kala’t-et-Tirâzi (Calatrasi presso Corleone), Battelari (presso

Bisacquino) e Calatafimi; oltrechè son chiamati _kadîm_, ossia «antico»

il castel di San Marco e Noto or or nominata: e si dice a Termini del

teatro e de’ bagni; a Girgenti degli antichi avanzi che dimostrano la

possanza alla quale arrivò un tempo il paese; a Taormina del ponte,

del teatro romano, testimone della grandezza di chi edificollo, e di

un colle che addimandavasi Tûr, celeberrimo per miracoli e pratiche di

devozione.[1005]

Passando alla geografia politica, novello studio sul testo di Edrîsi e

su le altre memorie di quei tempi, mi sforza a confessare che mancano

ne’ documenti del duodecimo secolo le prove della tripartizione

amministrativa della Sicilia, ch’io, seguendo il Gregorio, supponea

ristorata da re Ruggiero.[1006] Se altre carte non ci daranno ragguagli

più precisi, è da ritenere che sotto i Normanni la Sicilia sia stata

divisa in varie province o distretti, di estensione assai disuguale e

fors’anco mutabile.[1007]

Con maggiore certezza ritraggiamo da Edrîsi la distribuzione degli

abitatori sul territorio dell’isola. Noveravansi in questa centrenta

grossi paesi, escluse, com’espressamente ci avverte il compilatore, le

ville, i casali e le terre minori. Percorrendo i centrenta, veggiamo

che trentuno, posti la più parte su la marina, aveano de’ mercati,

ossia, secondo l’uso dell’Oriente e dell’Europa del medio evo, delle

contrade abitate da artigiani dello stesso mestiere o venditori della

stessa merce. Undici paesi, de’ quali un solo dentro terra, vanta van

de’ bagni;[1008] Palermo avea de’ magazzini di grandi mercatanti;[1009]

Palermo stessa, Lentini e Marsala, de’ fondachi;[1010] Catania,

Siracusa, Mazara e Marsala, de’ _khân_:[1011] ed oltre Palermo,

Messina, Catania e Siracusa, segnalavansi, per palagi e grandi

edifizii, Castrogiovanni, Noto, Butera, Girgenti, Carini: e notavansi

le larghe vie di Mazara, e le villette di delizia intorno i bagni

Segestani.[1012] Delle isolette adjacenti, erano abitate per tutto

l’anno Malta e Pantellaria; Lipari soltanto in certe stagioni, ma avea

pure un castello:[1013] disabitate sembrano le altre, non facendovisi

ricordo di popolazione nè di agricoltura, ancorchè quelle isolette

fossero state esplorate diligentemente, come si argomenta dalla

descrizione dei porti loro, delle acque dolci, della legna che vi si

trovava, e della frequenza de’ navigli che soleano cercarvi asilo nelle

fortune di mare.[1014] Leggiamo con maraviglia essere abbandonata,

senza guardia d’armati nè pur d’un custode, la inespugnabile fortezza

dell’Erice, chiamato allora Gebel-Hâmid;[1015] quando Ibn-Giobair,

trent’anni appresso, la dicea vegliata sì gelosamente.[1016] Il

libro di Ruggiero pone entro la fortezza di Giato una segreta pe’

rei di maestà;[1017] dice tramutata in Sciacca la popolazione di

Caltabellotta, fuorchè un piccol presidio;[1018] e ci fa saper che

la ròcca di Kala’t-es-Sirût, che torna al Golisano del medio evo, o

Collesano, com’è piaciuto poi di scrivere, era stata spiantata, per

comando del re, e tramutati i terrazzani in sito men difendevole.[1019]

Del qual episodio non fanno menzione le croniche; ma sta bene nella

tragedia che si travagliò per tanti anni tra re Ruggiero e Rainolfo

conte d’Avellino, marito d’una sua sorella e nemico implacabile del

cognato. De’ centrenta grossi paesi, poi, una trentina sono scomparsi

oggidì dal novero de’ comuni, e ne riman appena il nome in qualche

villa o in qualche castello abbandonato e sovente rovinoso. Giacciono,

la più parte, nelle province di Palermo, Trapani, Girgenti, o vogliam

dire in quello che fu val di Mazara.[1020] Guardando una carta

geografica, si vede ancora la cicatrice della gran piaga che vi fu

aperta alla fine del duodecimo e prima metà del secolo seguente.

Il qual fatto mi conduce a chiarirne un altro, assai più grande e

funesto. Raccogliendo tutti i nomi de’ luoghi abitati che occorrono

negli scritti geografici o storici e ne’ diplomi, dal principio

dell’ottavo al principio del decimoquinto secolo, si notano in

Sicilia più di mille nodi di popolazione, tra piccoli e grandi; dal

qual numero si può togliere forse una dozzina per nomi raddoppiati,

ma vanno aggiunte parecchie centinaia di nomi ignoti finadesso, o

perduti del tutto con tanti diplomi pubblici e privati. A fronte dei

mille luoghi e più, che si debbono supporre abitati nel tempo più

florido della Sicilia del medio evo, ossia nel regno di Guglielmo il

Buono, mettiamo le cinquecensessanta abitazioni che si contavano, tra

comuni e villaggi, alla fine della dinastia borbonica, e si vedrà la

enorme mancanza d’una metà per lo meno.[1021] Or supponendo l’attuale

popolazione della Sicilia uguale a quella del duodecimo secolo, e

tale io la credo senza timor di grosso sbaglio, perchè il numero è

cresciuto rapidamente da cento anni in qua, egli è evidente che gli

uomini sparsi una volta nelle campagne si sono raccolti nelle grosse

terre; il che vuol dir che l’agricoltura è andata a male. Notissima

cosa ella è veramente che in Sicilia la più parte de’ contadini abita

lungi dal suolo da coltivare, ossia che si sciupano molte ore della

giornata o molti giorni della stagione propizia, e che la più parte

delle terre di Sicilia rende assai meno di quel che potrebbe, serbate

d’altronde tutte le altre condizioni attuali, che non sono al certo

le migliori. Cotesta rovina economica principiò, a creder mio, con

le molestie suscitate contro i Musulmani fin dagli ultimi anni di

Guglielmo II; si accrebbe a volta a volta nelle vicende successive, e

Federigo II, filosofo e buon massaio quant’ei si fosse, dievvi pure una

dura spinta. Le guerre del Vespro siciliano non eran fatte al certo per

guarir quella piaga; la quale squarciossi vieppiù nell’anarchia feudale

del decimoquarto secolo, e gangrenì sotto la dominazione spagnuola,

sotto le giurisdizioni baronali e la possessione di tante manimorte.

Giova sperare che i cresciuti commerci dell’età nostra, lo aumentato

valor delle terre, e con ciò il vigor di novella vita nazionale, l’aria

libera che respiriamo, le savie leggi civili, gli studii promossi, e

la sicurezza pubblica, s’e’ verrà fatto di ristorarla, riconducano a’

campi le popolazioni che ora stentan la vita nelle città.

La mutata proporzione tra cittadini e contadini che, certissima in

fondo, ma senza particolari, abbiamo ritratta dal riscontro de’ nomi

topografici, comparisce molto precisa ne’ territorii di Giato, Corleone

e Calatrasi, che noveransi tra le centrenta città e castella descritte

nel libro di Ruggiero. I quali essendo stati donati da Guglielmo II al

monastero di Morreale (1182), ne abbiam noi ne’ diplomi di concessione

le note catastali, onde si scorge che que’ tre territorii contigui

conteneano cinquanta tra castella e casali. La superficie, la quale

su per giù prende mille chilometri quadrati, è in oggi suddivisa

ne’ territorii di dodici comuni, de’ quali il solo Corleone serba

l’antico nome:[1022] il che basti a mostrare i rivolgimenti sociali

di quelle parti dell’isola. La proporzione, poi, di tre grossi paesi

a cinquanta piccoli nel duodecimo secolo, e de’ cinquanta castelli

o casali d’allora, a’ dodici comuni della nostra età, non si può di

certo applicare a tutte le altre regioni dell’isola: contuttociò si

badi che, a quella stregua, tornerebbe scarso il numero de’ mille paesi

abitati che abbiam trovati nelle memorie del medio evo, e dovrebbe

raddoppiarsi, o accrescere almeno d’una metà.[1023]

Venendo in particolare alle sorgenti della pubblica ricchezza, e

prima ai minerali, ci accorgiamo di non pochi mancamenti nel libro di

Ruggiero. Il quale accenna al ferro cavato dalle montagne di Messina

ed esportato ne’ paesi vicini,[1024] alle saline di Trapani,[1025]

alle pietre molari del territorio di Calatubo;[1026] ma dimentica

molti altri simili capi di commercio, che noi abbiamo ricordati nel

periodo precedente, nè egli è verosimile, fossero mancati:[1027] e,

quel ch’è più, tace dello zolfo e del petrolio. E qui si potrebbe

credere studiato il silenzio della relazione ufiziale, per celare

quanto più si potesse gli ingredienti del fuoco greco;[1028] perchè

l’estrazione di quelle due produzioni minerali era stata descritta da

Ahmed-ibn-Omar-el-’Odsri, o el-’Adsari, uno appunto degli autori di

geografia citati nella Prefazione di Edrîsi.[1029]

Secondo il luogo di Ahmed, che raccattiamo dalle citazioni di due

autori più moderni, lo zolfo giallo di Sicilia, miglior di quello di

tutt’altro paese, trovavasi nell’Etna, ovvero, se preferiamo un’altra

lezione, nell’isola di Vulcano; lo cavavano picconieri pratici in

così fatto lavoro, ai quali talvolta accadea che lo zolfo scorresse

liquefatto, onde lor bastava scavare de’ fossatelli, e quand’era

rappreso lo tagliavano con le accette. A’ picconieri, aggiugne

Ahmed, che solean cascare i capelli e le unghie, per la natura calda

e secca di quel minerale, dice egli, con le idee fisiche del suo

tempo.[1030] Più precise notizie dava Ahmed dell’”olio di nafta:”

che questo sgorgava nel mese di scebbât[1031] e ne’ due seguenti,

entro certi pozzi vicini a Siracusa; che scendeasi in quei pozzi per

gradini; che l’uomo si cammuffava il volto e turava ben le narici,

perchè se mai avesse respirato laggiù sarebbe morto all’istante; che

raccolto da costui il liquido, lo si metteva a riposare in truogoli,

e poscia l’olio che rimaneva a galla era riposto in fiaschi e quindi

adoperato.[1032] E parmi stia bene tal descrizione. Ma nel cavamento

dello zolfo manca forse il principio, e si confonde la liquefazione

col caso d’incendio d’alcuna miniera; oltrechè è corso, a creder

mio, qualche errore nel designare la regione solforifera. Accenna

Ibn-Ghalanda generalmente alle acque minerali della Sicilia;[1033]

Edrîsi dice soltanto delle termali di Segesta[1034] e di Termini.[1035]

Alla scarsa industria delle miniere, possiamo contrapporre la grande

prosperità dell’agricoltura, attestata da tutti gli scrittori e, meglio

di loro, dal gran commercio che la Sicilia esercitò nel duodecimo

e decimoterzo secolo. Nè Edrîsi è parco di frasi quand’ei tocca la

fertilità dell’isola; nè sdegna i particolari, poichè, in ottanta

dei centrenta contadi ch’ei rassegna, fa menzione espressamente degli

estesi terreni da seminare. Vero egli è che non distingue la specie

del raccolto, se frumento, o altre granaglie, o civaie; e che in

alcuni luoghi rimane al tutto ne’ generali, ed usa, tra gli altri,

un vocabolo tanto vago, quanto sarebbe appo noi a dir derrate. Ei

nota che nelle campagne di Aci “il caldo temperamento del terreno”

portava a mieter, pria che nel rimanente della Sicilia.[1036] In più

di trenta luoghi sparsi per tutta l’isola ei dice di orti, o giardini,

e dell’abbondanza delle frutte. Fa menzione di vigne in cinque soli,

Caronia, Oliveri, Hisn-el-Medârig (Castellamare), Paternò e Capizzi; il

che mi par confermi che le piantagioni di vite fossero scarse anzi che

no in Sicilia nel corso di quel secolo; ma non mi farà mai credere che

si limitassero a’ luoghi nominati.[1037] Forse il compilatore intese

dir anco della vite, quand’e’ ricordava genericamente i giardini: e

lo stesso parmi dell’ulivo, poich’Edrîsi non ne fa ricordo se non che

nella descrizione di Pantellaria.[1038]

D’altronde la coltura della vite e dell’ulivo, ricordata espressamente

dal Falcando,[1039] si può ben supporre accresciuta, ma non

incominciata appena nel mezzo secolo che separò quei due scrittori. Il

Falcando ricorda anco gli ortaggi dell’agro palermitano e le macchine

da adacquarli;[1040] e non contento al dir che i giardini “davano

ogni maniera di frutte,” nomina singolarmente quelle che pareano

più rare a un transalpino[1041] e non l’erano punto agli occhi di

Edrîsi. Il quale, rimanendosi, com’io penso, a particoleggiare le

specie preferite dal commercio, fa ricordo soltanto di Carini, dalla

quale si esportavano per tanti paesi delle frutta secche: mandorle,

fichi, carrube.[1042] Il territorio di San Marco producea della

seta in abbondanza;[1043] s’imbarcava da Milazzo gran copia d’ottimo

lino,[1044] e assai se ne coltivava in terre irrigue a Galati,[1045]

al qual territorio noi possiamo aggiugnere quel di Ragusa.[1046]

Frequentissime, dice Edrîsi, in quel di Partinico le piantagioni

del cotone, della _henna_, pianta tintoria molto usata dagli Arabi,

e di altre leguminose:[1047] e da un diploma si argomenta che il

cotone sia stato coltivato anco nelle vicinanze di Catania al tempo

di re Ruggiero.[1048] Della henna e dell’indago poi sappiamo che al

tempo dell’imperator Federigo si pensava di piantarne alla Favara

presso Palermo.[1049] E forse Edrîsi, avvezzo a’ viaggi d’Affrica e

di Levante, sdegnò di ricordare le palme dell’agro palermitano; ma

supplisce al suo silenzio Ugo Falcando:[1050] e noi ben sappiamo che

nel secolo decimoterzo si diè opera a far fruttare il palmeto, il quale

dalla Favara stendeasi fino alla sponda dell’Oreto,[1051] e che il

milletrecentosedici i soldati angioini venuti all’assedio della città

tagliaron quel bosco,[1052] del quale avanza tuttora qua e là qualche

pianta.

A dimenticanza manifesta è da apporre il silenzio del compilatore su

le piantagioni di cannamele e sull’opificio dello zucchero. Perchè lo

zucchero di Sicilia si consumava nella capitale dell’Affrica propria

fin dalla prima metà del decimo secolo;[1053] e, nella seconda del

duodecimo, il Falcando fa menzione non sol delle cannamele, ma anche

della cottura del melazzo e del raffinamento dello zucchero.[1054]

Un diploma del secolo duodecimo fa ricordo dei frantoi o strettoi da

cannamele;[1055] uno del decimoterzo mostra la sollecitudine che si

prendea l’imperator Federigo per ristorare le raffinerie di zucchero in

Palermo.[1056] La coltivazione poi delle cannamele e la manipolazione

dello zucchero continuarono in Sicilia fino alle età più malaugurate

della sua storia economica;[1057] e non è punto verosimile che così

fatte industrie sieno state intermesse al tempo di Ruggiero. Poco dice

Edrîsi de’ boschi: nomina la _binît_ di Buccheri, e spiega come torni

in arabico a pineta;[1058] fa menzione del catrame e della pece che

si esportava da Aci,[1059] del gran traffico di legname che faceasi a

Randazzo,[1060] delle navi che costruivansi a San Marco con gli alberi

tagliati in quei monti.[1061] Vi si può aggiungere, secondo un geografo

del duodecimo secolo ed uno del decimoterzo, il mastice di Pantellaria

cavato da’ lentischi e lo storace odorifero.[1062] La coltura degli

aranci e altri agrumi, della quale non fa motto Edrîsi, è attestata

ampiamente dal Falcando, da un diploma dell’undecimo secolo e dai poeti

arabi che cantarono le lodi di re Ruggiero.[1063]

Della pastorizia, come dell’agricoltura, è forza confessare che quel

compilatore, o trascurò le notizie, o gli bastò accennarvi da lungi;

poichè non fa menzione di pascoli nè di greggi nè d’armenti, se non

che nei capitoli di Malta,[1064] Rahl-el-Merat,[1065] Mineo,[1066]

Golesano,[1067] Montalbano, Mangiaba[1068] e Galati.[1069] Ma parmi

superfluo dimostrare che questo ramo d’industria agraria sia stato

importante in Sicilia nel duodecimo secolo: basti ricordare il diploma

dell’imperator Federigo che attesta come, ai tempi di Guglielmo II,

il fisco dava in fitto a’ Musulmani grandissimo numero di buoi, tra

indomiti e mansi.[1070] Da un’altra mano supplisce Pietro d’Eboli

al libro di Ruggiero, lodando nel suo carme i cavalli trinacrii,

montati in una grande solennità da’ nobili di Salerno:[1071] onde

veggiamo nel duodecimo secolo la continuazione delle razze lodate già

nell’undecimo.[1072] E la cura che prendea l’imperator Federigo per

mantenere de’ cameli in Malta, ci conduce a supporre che quegli animali

v’attecchissero ancora.[1073] Si facea del miele, a detta di Edrîsi, in

Malta, Caltagirone e Montalbano.[1074]

Tra i prodotti del mare primeggiava l’ottimo corallo di Trapani, e

notavasi l’abbondante, anzi, dice Edrîsi, “strabocchevole copia di

pesci che si prendeano in quelle acque,” non escluso il tonno grande,

così lo chiama, al quale si tendean ampie reti.[1075] E similmente ei

fa ricordo delle reti da tonno nella marina dei Bagni Segestani;[1076]

delli ordegni con che lo si pescava a Milazzo;[1077] della quantità

grande che se ne prendea ad Oliveri;[1078] della rete messa in mare

dinanzi Caronia,[1079] e del tonno che si pescava anco nel porto, non

so se di Termini o di Trabìa.[1080] Ei non fa menzione di tonnare su

la costiera di Levante nè di mezzogiorno, nè della pescagione minuta

in altri mari che di Trapani e Catania. Dice pur del _rei_, il quale

compariva in primavera nel fiume di Termini;[1081] de’ pesci grossi e

squisiti che dava il Simeto;[1082] degli svariati e copiosissimi che

si prendeano nel fiume di Lentini e si mandavano per ogni luogo,[1083]

e di quei del fiume Salso, pingui e saporosi.[1084] Il povero Oreto

anch’esso par sia stato più pescoso che in oggi, quando l’imperator

Federigo rivendicava al demanio regio una pescaia che v’avean fatta,

cheti cheti, i monaci della Trinità di Palermo.[1085]

_Tarbi’a_, che suona la “quadrangolare” e noi n’abbiam fatto _Trabìa_,

era amena villa, al dire di Edrîsi: le grosse polle d’acqua, che

sgorgan quivi a piè della roccia, movean di molti molini; e vasti

casamenti erano addetti a lavorare l’_itria_, o vogliam dir le paste e

particolarmente i vermicelli,[1086] de’ quali si caricavano bastimenti

e spedivansi in Calabria e in tanti altri paesi di Cristiani e di

Musulmani:[1087] onde si vede come l’industria cittadina raddoppiava il

valore prodotto dall’industria agraria, e apprestava materia di nuovi

guadagni alla navigazione e al commercio.

Pochi altri ragguagli possiam cavare da Edrîsi intorno l’industria

cittadina, appartenendo tanto agli artigiani quanto a’ bottegai, i

mercati ch’egli va notando in varie città e terre.[1088] Fa menzione

poi, in Girgenti, Mazara, Alcamo, Naro, Castrogiovanni e Randazzo,

d’altri artefici, tra i quali credo sian di quelli che in oggi

chiameremmo artisti:[1089] e ognuno intende che se il compilatore non

ne parla nella descrizione delle città primarie, è forse che gli parea

superfluo; nè dobbiamo dimenticare ch’egli non bramava già di tirar con

regola e compasso degli specchietti statistici a modo nostro, ma volea

soprattutto fare sfoggio d’eleganza nella lingua e nello stile. Donde

noi cercheremo i particolari in altri scritti, o in qualche avanzo di

manifatture che è pervenuto per buona ventura infino all’età nostra.

Al punto stesso in cui i Musulmani sgombravano dalla Sicilia, noi

veggiamo in Melfi, Canosa e Lucera, legnaioli, intarsiatori, armaiuoli,

magnani ed “altri maestri” saraceni, salariati dall’imperator Federigo,

insieme col fattore d’un suo vivaio, e co’ famigli addetti ai cameli,

alla lonza da caccia ed ai mangani, s’io ben leggo.[1090] Di cotesti

o altri intarsiatori abbiamo anco i nomi proprii e sembran tutti

siciliani.[1091] Il vocabolo stesso di _tarsîa_, arabico puro, sembra

passato di Sicilia nella Terraferma italiana, e prova meglio che il dir

di qualunque scrittore come quell’arte sia fiorita dapprima nell’isola.

S’altro attestato occorresse, avremmo delli scrigni intarsiati con

epigrafi arabiche che si conservano tuttavia in Sicilia;[1092] e se

dubbio rimanesse ancora, mostrar potremmo gli avanzi di due grandi e

magnifiche iscrizioni, intarsiate su marmo bianco, in pietre dure di

colore, a quel modo che in oggi si chiama mosaico fiorentino,[1093] tra

il quale e l’intarsiatura in legno o avorio non è altra differenza che

la materia. Si ritrova in Sicilia nel duodecimo secolo, come ognun sa,

l’arte di lavorare il porfido, attestata non solamente dagli avelli

regii del duomo di Palermo, ma altresì dagli ornati sì frequenti

nelle chiese normanne, ai quali si deve aggiungere un lavorìo minuto

e difficilissimo: una profonda coppa da bere, fornita di anse, che

serbavasi nella Cappella Palatina di Palermo infino a’ principii del

decimoquarto secolo.[1094]

Chi sa quanto sia moderno il gusto di far collezioni delle stoviglie

del medio evo, mi condonerà se in questo capitolo dell’industria

siciliana io tocco, semino dubbii e passo. Palermitani e senza alcun

dubbio siciliani sono gli orci e le brocche di terra cotta, varii

per la grandezza e per la forma, grossolani di fattura, e alcuni con

tappo fisso, bucherato, e la più parte sciupati al forno, dei quali

si trovò, com’io ritraggo, un piccol numero nel demolire la chiesa di

San Giacomo la Marina in Palermo (1864), e poi se n’è cavato parecchie

centinaia sopra le vòlte della Martorana, ponendo mano (1870) alla

ristorazione di questo prezioso edifizio, che torna alla prima metà

del secolo duodecimo. Credono i periti che questo insolito materiale

s’abbia a tenere contemporaneo delle prime fabbriche. Che che ne sia,

si scorge in quel vasellame una grossiera imitazione di motti e ornati

arabi; onde non andrebbe riferito a’ tempi in cui le colonie musulmane

serbavan la lingua loro, e potrebbe scendere alla seconda metà del

duodecimo o fors’anco del decimoterzo secolo.[1095]

Ammetto io volentieri, coi trattatisti di ceramica medievale e moderna,

che sia stata in Sicilia, fin dai tempi musulmani, una scuola di

maioliche; ancorchè io non mi affidi del tutto alla pratica di quegli

antiquarii che battezzano, con data e patria, questo o quell’altro

lavoro.[1096] Pur oso dir che i più preziosi ch’io abbia mai visti, i

due stupendi vasi di Mazara, mi sembrano spagnuoli, sia delle isole o

della terraferma.[1097] È forza poi che io ricusi la cittadinanza di

certi elegantissimi orcioletti arabi da armadio e da salotto, i quali

a prima giunta si potrebbero dir siciliani, essendo frequentissimi

nelle collezioni della Sicilia e rari nelle altre d’Europa. Ma la

data segnata nella più parte di siffatte stoviglie par che torni

a’ principii del decimoquarto secolo, quando gli ultimi residui de’

Musulmani erano usciti di Sicilia fin da tre o quattro generazioni, e

se rimaneano le tradizioni delle industrie ed arti loro, la lingua era

perduta e dimentica o celata la origine.[1098]

Si veggono ne’ musei di Sicilia, come in tutti gli altri d’Europa,

delle ciotole di bronzo o rame, di quelle che i Musulmani usano per

bere, e alcune grandi catinelle o dischi degli stessi metalli, ma

nessuno indizio ci porta a rivendicarli all’industria siciliana; anzi,

tornando comunemente così fatti lavori al decimoterzo, decimoquarto

o decimoquinto secolo, e somigliando perfettamente a quei notissimi

di Siria e di Egitto, è da supporre che li abbia recati in Sicilia il

commercio, sì come fece in altre parti d’Italia, e più che ogni altra

in Toscana.[1099] Pur si ritrae che i Musulmani di Sicilia lavoravano

egregiamente i metalli. Il museo del Louvre possiede un piccolo

mesciacqua di rame, in forma d’un pavone, in petto al quale si legge,

preceduto da una croce, il motto _Opus Salomonis erat_, e sotto quello

in arabico, _Fattura di Abd-el-Melik-en Nasrâni_, ossia il Cristiano.

Il dotto archeologo, che ha illustrato cotesto vaso, lo riferisce al

duodecimo secolo ed alla Sicilia, sì per la forma de’ caratteri, per la

coincidenza de’ due idiomi e per l’apostasia dell’artefice musulmano, e

sì per la somiglianza di quest’opera con altre dell’arte arabo-sicula.

Dimostra inoltre l’autore con molti esempii, che “opera di Salomone”

significava allora “sottil congegno;” e sostiene che un cannellino,

del quale rimane ancora vestigia, era adattato sul dorso del pavone

affinchè, mescendosi l’acqua dal becco, l’aria entrata dal cannellino

rendesse un sibilo.[1100] Nel gabinetto poi delle antichità in Parigi è

esposta una coppa di bronzo, ageminata in argento con figure d’animali

e rabeschi di stile arabico, la quale, ne’ tre soliti cartelli tondi,

invece di motti arabi, porta lo stemma d’un arcivescovo di Morreale

del decimoquarto secolo; onde l’erudito autore del catalogo ha

ben’aggiudicata quest’altra opera alla scuola arabica di Sicilia.[1101]

Abbiamo in cotesti bronzi parigini il simbolo de’ due ultimi stadii

dell’industria arabo-siciliana: l’uno, cioè, quando i Musulmani si

convertirono alla religione de’ vincitori e appresero la loro lingua

oficiale, senza smettere la propria; e l’altro quando, mutata lingua

e religione, ritenner pure le tradizioni di lor arte: finchè nel

decimosesto secolo furono attirati dal maggior astro che risorgea nella

terraferma d’Italia.

Abbiam già fatta menzione del _tirâz_ regio di Palermo,[1102] nel

quale, si tesseano e ricamavansi i drappi di seta, come afferma

precisamente il Falcando.[1103] E però non ne daremmo or che un cenno,

se non fosse uscita alla luce, dopo il secondo volume della presente

istoria, una erudita e sontuosa illustrazione delle insegne dell’antico

Impero germanico, serbate in Vienna; la qual collezione è composta in

gran parte di ricami e drappi siciliani.[1104] L’abbondante materia

vuol che si tratti separatamente di quelle due manifatture, e si torni

anco addietro al periodo al quale arrivammo nel quarto libro.

Poichè ci sembra con molta verosimiglianza lavoro del _tirâz_ di

Palermo, il pallio che il gran ribelle di Puglia donò all’imperatore

Arrigo II; il qual cimelio si ammira oggidì nel duomo di Bamberg.[1105]

E veramente il disegno somiglia in generale a quello del manto di re

Ruggiero; e il planisfero celeste, ch’evvi raffigurato con qualche nota

astrologica, torna per l’appunto agli studii ed a’ gusti musulmani

di quel secolo, non ostante le figure di santi, tramezzati alle

costellazioni in grazia del pio personaggio pel quale era fatto il

pallio. Si scorge anco la mano straniera nelle iscrizioni latine con

lettere trasposte e alcuna capovolta.[1106] Oltre a ciò manca ogni

fondamento a supporre un _tirâz_ in altra città d’Italia;[1107] nè

è mestieri andarlo a cercare in Affrica o Spagna, quando l’abbiamo

in Sicilia e sappiam la lega di que’ Musulmani (1011) con Melo o

Ismaele, come or non si può esitare a chiamarlo, leggendo il nome

nel pallio.[1108] Seguono nell’ordine de’ tempi il notissimo pallio

di re Ruggiero,[1109] con la data del cinquecenventotto dell’egira

(1133); il camice di seta bianca, ornato con larga fimbria di porpora

e d’oro e con lunga iscrizione bilingue, che porta in latino e in

arabico i titoli di Guglielmo II e l’anno millecentottantuno;[1110] le

gambiere col nome e i titoli dello stesso principe ricamati in lettere

arabiche.[1111] L’editore, il quale ha studiati, meglio che niun altro

erudito europeo, i paramenti ecclesiastici del medio evo, attribuisce

anco agli artefici musulmani di Sicilia i guanti di seta rossa trapunti

in oro; due cinti da spada; un paio di ricchi sandali; il manto

chiamato d’Ottone IV, e altri lavori che non hanno data nè lettere

arabiche, ma gli ornamenti e lo stile di essi confrontano con que’

del _tirâz_ palermitano[1112]. Contro il qual giudizio non abbiam che

dire: se non che il merito del lavoro va scompartito tra’ Musulmani di

Sicilia e i Greci, quando si sa dalle croniche il fatto de’ lavoranti

di Tebe e Corinto, uomini e donne, menati prigioni in Palermo; i

quali di certo non dettero principio a quell’opificio, ma non si

può ammettere neanco che non abbiano giovato nulla a perfezionare i

lavori.[1113] Vanno ricordati infine i ricami in lettere e disegni

arabici della veste con la quale fu sepolto l’imperator Federigo:

onde le prove materiali di quell’arte arrivano infino alla metà del

decimoterzo secolo.[1114]

Circa i drappi fabbricati in Palermo, le prove materiali e gli

attestati scritti forniscono particolari sì copiosi da convenire più

tosto ad apposito e tecnico trattato, che alla presente rassegna.

Basti dunque citare i drappi de’ pallii ricamati, de’ quali testè

abbiamo discorso e i soppanni di quelli, tutti opera siciliana, a

giudizio dell’autore della descrizione; i quali sono tessuti con

bell’artifizio a figure di animali e di piante, rilevati ad oro ed a

colori diversi; e rassomigliano per la fattura agli scampoli rimasi

nelle cattedrali di Palermo e di Cefalù, dei quali l’autore pubblica

qualche disegno.[1115] Vengon poi i vestiti che si osservarono nelle

tombe regie del duomo di Palermo, quando la ristorazione del monumento

die’ occasione ad aprirle.[1116] Leggiamo nella cronica dell’Abate di

Telese che, nelle feste dell’incoronazione di re Ruggiero, le mura del

palagio eran parate di pallii e per fino gli infimi servitori vestiti

di seta.[1117] Nella seconda metà del medesimo secolo, il Falcando

attesta la varietà de’ drappi di seta tessuti nel palazzo reale e

ricamati ad oro e perle, e la copia altresì de’ drappi stranieri e de’

pannilani che vendeansi nel vico degli Amalfitani entro il Cassaro di

Palermo;[1118] e Ibn-Giobair nota il lusso di vestimenta delle dame

cristiane di quella capitale ed anco delle musulmane che davano, com’or

direbbesi, il figurino.[1119] V’ha memoria d’un gran padiglione di

seta da sedervi a mensa dugento persone, che Riccardo Cuor di Leone

pretese da re Tancredi, insieme con altri tesori, dopo la baruffa

di Messina.[1120] Le antiche poesie francesi ricordano lo sciamito

e il zendado di Palermo.[1121] I diplomi siciliani, citando quelle e

tante altre maniere di drappi operati o ricamati, mostrano la grande

attività del commercio e dell’industria indigena.[1122] Danno simile

testimonianza le denominazioni de’ dazii ordinati dai re normanni e

svevi;[1123] e perfino il dialetto siciliano attesta l’origine e la

importanza di quella industria, chiamando i tessitori in generale col

vocabolo arabico _careri._[1124] Gli opificii della seta decaddero

in Sicilia, al par che tante altre sorgenti di pubblica ricchezza,

nella seconda metà del decimoterzo secolo, per le varie cagioni a che

abbiamo accennato; tra le quali non è da dimenticare la emigrazione de’

Musulmani. Delle città di Terraferma, Lucca fu la prima a raccogliere

la eredità della Sicilia. Rivaleggiarono poi con quella città, Firenze,

Venezia, Genova: e artisti italiani recarono tal ricca industria a

Lione, a Tours e in altre città della Francia. Pur la esportazione

de’ drappi di seta rimase bel capo di commercio in Sicilia infino al

decimosesto secolo.[1125]

E nessuna maniera d’opificii, necessarii al vestire ed anco al lusso,

potea mancare in Sicilia nel duodecimo e decimoterzo secolo, s’egli

è vero che le industrie si rannodan tra loro, e che una ne favorisce

un’altra e sovente la porta con seco necessariamente. Così, in un paese

celebrato pe’ drappi di seta, la gabella su l’arco del cotone,[1126]

che parmi voglia dire la battitura de’ bocciuoli per cavar la bambagia,

fa supporre i telai da tesserne il filo. Abbiamo precise testimonianze

per le tintorie[1127] e per gli opificii di pelli dorate, che si

adopravano in varie manifatture e segnatamente negli stivaletti da

donna.[1128] I guanti di seta tessuti a maglia, che si rinvennero

nell’avello di Arrigo VI, sono da riferire anch’essi all’industria

siciliana.[1129] Nè può dubitarsi che i fermagli smaltati e gli

ornamenti gittati in oro, che furon cuciti in alcune delle vestimenta

imperiali, non siano opera degli orefici palermitani; que’ medesimi a’

quali sono da attribuir le corone dell’imperator Federigo e della sua

prima moglie Costanza d’Aragona.[1130]

Verosimil cosa è, ma punto provata, che nel periodo, del quale

trattiamo, si fosse lavorata in Sicilia della carta da scrivere. Furon

gli Arabi, come ognun sa, que’ che recarono in Occidente la carta di

cotone, fabbricata nel Khorasân ad imitazione di quella della Cina,

ch’era fatta di seta o d’erbe;[1131] nè cade in dubbio che opificii di

carta siano surti in Spagna e particolarmente a Xativa, donde, nella

prima metà del duodecimo secolo, se ne mandava in Levante e in Ponente,

al dir di Edrîsi.[1132] Il silenzio del quale, nella descrizione

della Sicilia, sarebbe grave argomento contro il mio supposto, se

in questo medesimo capitolo non avessimo trovate più volte fallaci

le prove negative fondate su quel libro. Ritraggiam noi che, allo

scorcio dell’undecimo secolo, i diplomi normanni di Sicilia, perfino

que’ che portavano concessioni territoriali, furono scritti in carta

di cotone; onde, in men di mezzo secolo, re Ruggiero volle rinnovare

tutti i titoli di proprietà, con l’occasione o il pretesto che molti

originali fossero logori, cancellati o corrosi dalle tarme.[1133]

Continuossi, ciò nonostante, a copiare in carta di cotone gli atti

privati ed anco i pubblici, finchè, a capo d’un secolo, l’imperator

Federigo dichiarò nulli que’ di certe classi che non fossero scritti in

cartapecora;[1134] ma la sua cancelleria, in Sicilia e nella terraferma

d’Italia, usò tuttavia la carta negli atti che parea non dovessero

passare alla posterità.[1135] Il basso prezzo della materia, provato

da cotesti fatti, fa credere più tosto a fabbricazione indigena che

ad importazione dalla Spagna o dall’Oriente.[1136] S’aggiunga che la

denominazione di carta di papiro, occorrendo per la prima volta nelle

Costituzioni di Federigo, sembra nata in Sicilia, per essere questo il

solo paese d’Europa che produce quella pianta, e che l’usò comunemente

nella cancelleria dello Stato fino alla seconda metà del decimo

secolo;[1137] quando egli è probabile che la carta di cotone a poco a

poco sia stata surrogata al papiro, e con l’ufizio ne abbia preso anco

il nome.[1138]

La narrazione de’ fatti politici in questo e nel precedente libro, e

la rassegna delle produzioni del suolo nel presente capitolo, ci ha

condotti a toccare le notizie commerciali, in guisa che, volendo or

trattarne appositamente, basterà di accennare alle cose già dette, le

quali sono confermate da’ trattati di commercio[1139] dalle generalità

che affermano alcuni scrittori.[1140] Hanno avuta i lettori occasione

di riflettere che i principi della Sicilia, massime re Ruggiero e

Federigo, indirizzarono spesso le pratiche e imprese loro a scopo di

utilità mercantile; e che poservi zelo tanto maggiore, quanto eran

essi i primi mercatanti del paese. E veramente le vaste possessioni

demaniali, la riscossione delle gabelle in derrate, l’esempio degli

Ziriti di Mehdia, e da un’altra mano la forma del principato feudale,

sospingeano a quell’errore economico, il quale pur fruttava gran parte

dell’entrata dello Stato, o della Corte che dir si voglia.

Principalissimo capo del commercio siciliano furono i grani, nel

duodecimo secolo,[1141] al par che ne’ seguenti infino al decimottavo,

e continuo sbocco di quelli fino al secolo decimosesto, fu la costiera

di Barbaria, travagliata sempre dalla fame.[1142] Mandava la Sicilia

in Venezia de’ grani ed altre vittuaglie e, con rammarico d’un uomo di

Stato di que’ tempi, ne traeva gran copia di merci e poco denaro.[1143]

Si è già detto delle paste lavorate della Trabia, imbarcate per

varii paesi cristiani e musulmani.[1144] Dopo le granaglie, erano

capi d’esportazione, importanti nel duodecimo secolo, ed, a quanto

parrebbe, assai più nel seguente, le frutte secche e il cotone;[1145]

il quale ritraggiamo che sino ai principii del decimosesto secolo si

mandava perfino in Inghilterra grezzo e filato:[1146] ed è anco da

mettere in conto il corallo, il mastice di Pantellaria e lo storace

odorifero.[1147] Nè possiam supporre scarso a’ tempi normanni il

traffico dello zucchero, poichè quello di prima coltura e le frutte

giulebbate andarono sino al decimoquinto secolo dalla Sicilia in

Costantinopoli, Alessandria d’Egitto e Inghilterra, non che ne’ mercati

della nostra Penisola[1148]. Da un’altra mano esportavansi dei drappi

di seta per le regioni occidentali d’Europa.[1149] Documenti del

duodecimo secolo attestano l’associazione di mercatanti genovesi e

siciliani per intraprese commerciali in varii paesi.[1150] Sappiamo

delle navi siciliane ancorate ne’ porti di Barcellona e di Alessandria

d’Egitto:[1151] e ritraggiamo da altre sorgenti il traffico della

Sicilia in que’ due grandi emporii[1152] e in quelli di Pisa,[1153]

Marsiglia[1154] Amalfi,[1155] Calabria e Malta.[1156] Di certo le

navi genovesi conduceano gran parte di que’ commerci in Sicilia come

in tutto il Mediterraneo;[1157] pure gli altri navigatori italiani

rivaleggiavano sempre con essi, ed anco i Siciliani; poichè sappiamo

delle costruzioni navali di San Marco e del gran traffico di legname

che faceasi a Randazzo, per trasportarlo, com’e’ sembra verosimile,

nel porto di Messina.[1158] Il quale ritolse a Palermo il primato della

navigazione, in quel gran movimento che per tutto il duodecimo secolo

spinse l’Occidente, a traverso il Faro, in Palestina e in Siria: onde

Messina nella seconda metà del secolo divenne la stazione principale

del navilio da guerra, in vece di Palermo.[1159] Nè son pochi gli

emporii minori nominati da Edrîsi: Termini, Cefalù, _Kala’t-el-Kewâreb_

(Santo Stefano), Milazzo, Taormina (ossia Giardini), Aci, Catania,

Siracusa, Scicli, Ragusa, _Olimpiade_ (Licata), Girgenti, Sciacca,

Mazara, Marsala, Trapani, _Kala’t-el-Hamma_, _Calatubo_, Carini, San

Marco.[1160]

Continuando a ciò che abbiam detto intorno le monete del primo conte di

Sicilia,[1161] è da notare che sotto Ruggiero e i due Guglielmi furono

coniati in grandissima copia dei quartigli d’oro, volgarmente detti

Tarì, e citati con tal denominazione negli atti pubblici di quel tempo.

De’ quali son pieni i musei pubblici e privati d’Europa, e se ne trova

sempre qualcuno presso gli orafi e i rivenduglioli in Sicilia ed anche

fuori; oltrechè sappiamo come e’ corsero per le contrade in due grandi

rapine, una volta in Palermo e una volta in Roma.[1162]

L’ampia collezione pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli

ci aiuta a conoscere le monete normanne di cotesto periodo, meglio

che la non abbia fatto per quelle dell’undecimo secolo; quantunque

non ci spiri, nè anche qui, piena fiducia per le date ed altri

amminicoli.[1163] Userò io, dunque, cotesto libro per quel ch’e’ vale,

col sussidio di altre opere e delle monete che ho vedute con gli occhi

miei.[1164]

Lascio addietro, perchè non battuta in Sicilia, nè, a quanto parmi, col

fine di soddisfare a bisogno economico, la moneta di rame, che ha da

una faccia la protome di San Niccolò con iscrizione greca e dall’altra,

in caratteri cufici, la data di Bari, anno cinquecenquarantaquattro

dell’egira (1149).[1165] Le altre monete arabiche de’ Normanni di

Sicilia coniavansi in Palermo e in Messina, talvolta con leggende

bilingui, cioè arabico e latino, ovvero arabico e greco. Quelle di

Ruggiero secondo hanno, la più parte, nel rovescio un segno, che

altri ha creduto figura della croce tronca in cima, altri iniziale

del classico nome di Trinacria. E per vero l’è sigla, secondo

l’uso dei tempi e delle dinastie normanne d’Italia; ma compendia,

a creder mio, il nome di Tancredi, padre di Roberto Guiscardo e del

primo conte Ruggiero: Tancredi di Hauteville, ceppo della dinastia,

della quale i due rami sovrani regnarono insieme in Palermo dal

millenovantuno al millecenventitrè, e governarono la città con unica

amministrazione.[1166] Ognuno intende che non vi tenean essi al certo

due zecche, nè poteano trovare miglior simbolo, per l’unica moneta

loro, che la sigla di Tancredi. Ciò non togliea che il vecchio conte

Ruggiero e i due successori immediati battessero moneta per conto

proprio loro in Messina, nè che Ruggiero duca di Puglia tenesse in

opera la zecca di Salerno.[1167] E si ricordi che la _T_ di varie

forme, e variamente rabescata e ornata di puntini, comparisce più

sovente nelle monete d’oro, quelle cioè che doveano avere corso più

largo ne’ dominii normanni e fuori.[1168] Noi sappiam che allo scorcio

dell’undecimo secolo i grandi della corte di Sicilia invocarono

talvolta la buona fortuna della progenie di Tancredi,[1169] e che re

Ruggiero si vantò sempre erede non men del padre che dello zio; ond’e’

par ch’abbia potuto usare molto volentieri la sigla di Tancredi. Mi

conferma in tal concetto l’ornato bizzarro, dato ai due rami della _T_

in alcune monete e nel gran pallio di Nuremberg: il quale è diviso in

due quadranti dalla medesima lettera, se non che l’asta perpendicolare,

grossa e rabescata, rassomiglia ad un tronco di palma.

Afferma lo Spinelli[1170] che Ruggiero, assunto il titol di re, abbia

mutato cotesto tipo monetario, prendendo quello che fu serbato da’ due

Guglielmi, nel quale rimase da una faccia il nome del principe, ma

fu sostituito nell’altra alla formola musulmana il noto motto greco

“Gesù Cristo vince.” Ma l’autore stesso ci fa veder pure l’antico

tipo dopo il millecentrenta:[1171] e il vero è che un fatto di sì gran

momento non si potrà accertare se pria non saranno rivedute da occhi

più pratici tutte le date e le leggende. Aggiungo aver osservata io

stesso nel Museo di Napoli una moneta che ha da una faccia la formola

musulmana e dall’altra la _T_ rabescata, con la leggenda arabica “Per

comando — del re — Ruggiero.” Io ritengo che la formola musulmana era

già disusata negli ultimi anni di Ruggiero; ma che l’aveano abbandonata

a poco a poco, e adoperata per molti anni promiscuamente col tipo che

portava la croce e il motto bizantino. Chi voglia, poi, applicarsi

all’iconografia delle varie monete arabiche dell’epoca normanna e

sveva, e soprattutto di quelle figurate con immagini sacre, o d’animali

e di piante, troverà campo larghissimo nell’opera dello Spinelli.

Non si alterò sotto i tre primi re normanni la forma, nè, a quel che

parmi, il valore intrinseco de’ tarì o _robâ’i_ fatemiti. Di raro

par si fossero coniati de’ dînâr o mezzi dinar,[1172] nè ci avanza

gran copia di monete d’argento con iscrizioni arabe o bilingui;

ma si rinvengono spesso delle monete di rame. Per cagion del breve

regno e delle popolazioni musulmane, che sempre più si dileguavano,

coniò poche monete arabiche Tancredi, poche Arrigo VI; e scarseggiano

similmente quelle di Federigo, il quale mutò il sistema monetario,

surrogando coll’agostale le frazioni del dinar. Ma ancorchè sieno

estranee al nostro argomento le monete latine dei re di Sicilia, non

vogliam passare sotto silenzio che i Guelfi, tra le altre singolarità

attribuite all’imperator Federigo, narrarono ch’egli avesse data fuori

della moneta di cuoio,[1173] come la tradizione popolare di Sicilia

dice di Guglielmo il Malo. Ed ancorchè nessuno antiquario n’abbia vista

fin qui la prova materiale, non ripugna al vero la imitazione di tal

trovato, quando noi sappiam che i Cinesi, precorrendoci anche nelle

teorie del credito, adoperaron moneta di cartone fin dal settimo secolo

dell’èra volgare. La corte di Roma, nella gran salmeria de’ motivi che

accompagnavano la scomunica del milledugentrentanove, chiamò Federigo

“falsario di nuovo genere,” apponendogli d’aver fatto coniare del rame

coperto di sottile foglia d’argento:[1174] e io debbo dire che, non

ostante la nota audacia di tali accusatori, mi sembra anco verosimile

questo fatto, perchè n’abbiamo esempii nella numismatica antica ed anco

nella musulmana,[1175] e perchè l’imputazione è di quelle che niun osa

fare quando manca il corpo del delitto.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II · 第 18 / 53 题