Anche i suoi versi d’amore son eleganti ed arguti.[977]

Un altro musulmano di Mehdia, venuto in Sicilia qualche mezzo secolo

dopo Abd-el-Halîm, dettò alcuni versi sopra un giovanetto cristiano,

garzon di bettola in Palermo, i quali vo’ tradurre come ricordo dei

costumi, non che io ci vegga tante bellezze. Il poeta si addimandò lo

sceikh Abu-l-Hosein-ibn-es-Sebân; e sappiamo ch’ei passò di Sicilia in

Damasco, dove morì il cinquecensessanta (1164-5), dopo il soggiorno di

più di dieci anni.[978]

Credo nato in Sicilia Abu-l-Fadhl-Gia’far-ibn-el-Barûn, non solo

perch’egli è detto Siciliano nell’antologia, ma altresì perchè una

iscrizione arabica di Termini ricorda un Barûn, paggio della corte

siciliana, fondatore di non so qual monumento.[979] Forse Barûn fu

soprannome e divenne casato in persona de’ figli. Tra quali si può

noverare questo Gia’far “uno degli unici nell’arte di far ottimi

versi,” scrive Imâd-ed-dîn, e accenna particolarmente ad alcuni in

lode del vino, ma non li dà. I versi d’amore, dei quali ci rimangono

quattro squarci, sembrano eleganti e non senza originalità.[980]

Que’ di metro più breve corrono sopra unica rima come gli altri.[981]

Gareggiano i due antologisti nelle lodi del giureconsulto siciliano

Abu-Mohammed-ibn-Semna; del quale l’anonimo dice ch’ei seppe unire

l’arte poetica alla scienza del diritto; ch’ebbe indole vivace,

pronta e arguta risposta, conversazione amena e scherzevole.

Imâd-ed-dîn rincalza: parergli le costui poesie, lavoro sublime

e frutto maturo. Ma si avverta che la critica è scritta in prosa

rimata, con vocaboli contrapposti, assonanze e bisticci, che l’è una

maraviglia. Piacque soprattutto un battibecco tra questo Ibn-Semna e

’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim, e la cortese risposta, fatta in otto versi, ai

rimbrotti, che ’Isa, punto da parole riportategli, avea scritti in tre

versi[982] dello stesso metro e rima.

Visse in Egitto, uscito di Sicilia non sappiam quando, e fu

primo segretario del califo fatemita Fâiz-billah (1155-60),

un Abd-el-Aziz-ibn-el-Hosein, di sangue aghlabita, detto

Sikilli e Sa’di,[983] e soprannominato _El-kadhi-el-Gialîs_

(Il cadi compagnevole); il quale morì d’oltre settant’anni, il

cinquecensessantuno (1165-6). Parecchi squarci delle sue poesie,

serbati da un biografo del secolo decimoquarto, cel mostrano poco

diverso da’ poeti minori contemporanei; chè al par d’ogni altro ei

sciorina le pupille omicide, le fonti di lagrime e tutto il resto.[984]

Pur v’ha di lui qualche grazioso epigramma,[985] e il principio

dell’elegia dettata per un suo figliuolo, che morì per naufragio, ci

sembra pien d’affetto.[986] L’era forse tutta la kasida e per questo

appunto parve sì scipita al biografo; il quale ne dà un solo verso,

confermando con ciò che, da ’Imad-ed-din a lui, il gusto de’ letterati

arabi di cattivo era fatto pessimo.

Son questi gli ultimi poeti arabi che verseggiarono in Sicilia. Agli

stranieri è da aggiugnere Jehia-ibn-et-Teifasci da Kâbes, ucciso in

Sicilia da’ Franchi, dice Imad-ed-dîn, dopo il cinquecencinquanta

(1155) quand’e’ fecero la carnificina de’ Musulmani:[987] ch’è da

riferirsi, secondo me, alla rivoluzione del millecensessantuno.

Scrittore e poeta di maggior fama, venne in Sicilia (1168), com’abbiamo

detto,[988] il cadi Ibn-Kalâkis d’Alessandria, il quale ripartì con

un ambasciatore egiziano che di Palermo tornavasi al Cairo. Par che

Ibn-Kalâkis abbia soggiornato parecchi mesi nell’isola, poich’egli

vide Palermo, Termini, Cefalù, Patti, Lipari, Caronia, Messina,

Siracusa. Oltre il libro dedicato ad Abu-l-Kasim e i versi che gli

scrisse quand’ebbe a toccar l’isola di nuovo per fortuna di mare,

sappiam ch’ei lodò re Guglielmo in una kasida e abbiamo i versi ch’ei

dettò, a proposito delle mentovate città di Sicilia, trovando sempre

a ridire: qua sul nome, là sul clima o su le acque; ed or lamentando

i disagi della navigazione, or le molestie degli uomini, or l’uggia

del veder cavalieri cristiani serrati in fila con le spade sguainate,

come i denti di qualche belva che stèsse per avventarsi addosso a’

Musulmani.[989] Al contrario lodava l’umanità della corte siciliana un

de’ Beni-Rowaha, il quale, preso dall’armata mentr’ei navigava, chiese

grazia con versi non tanto studiati, dicendo aver lasciati a casa una

madre vecchia e de’ figliuoli piccini in grandi strettezze, i quali,

volesse Iddio, conchiuse il poeta, che fossero qui prigioni, “poichè

appo voi non ci manca vitto nè vestito.” E si narra che il re liberò

costui, gli donò mille dirhem, e lo rimandò appo i suoi, spesato di

tutto. Ma non sappiamo a chi si debba riferire il beneficio, poichè

Scehâb-ed-dîn-’Omari, che trascrive cotesti versi, non dà il nome del

re, nè il tempo, nè altro particolare che il casato del poeta.[990]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II · 第 17 / 53 题