Ho differito fin qui il ragionamento su l’architettura e le arti
ausiliari, perchè mi è parso bene toccarne in quest’ultimo capitolo,
ordinato a notare i vestigii che le colonie musulmane lasciarono in
Sicilia; de’ quali nessun altro è più splendido e più certo di que’ che
scorgonsi ne’ monumenti del duodecimo secolo. Io non dico de’ secoli
precedenti, non sapendo, in vero, se in tutta l’isola rimanga oggi in
piè alcun edifizio surto nella dominazione musulmana. Que’ che i padri
nostri le riferivano con piena fede, ormai scendono ai tempi normanni.
Sognarono alcuni eruditi del secento che l’Annunziata de’ Catalani
in Messina fosse stata, in origine, mausoleo d’un supposto Messala,
re di supposti Alamidi; del quale essi leggean proprio l’epitaffio
nelle tavole di marmo bianco, spezzate in parte e capovolte, onde sono
rivestiti gli stipiti della porta maggiore di quella chiesa.[1176] Ed
ecco che, deciferando senza tanta fatica l’elegante scrittura _neskhi_
intarsiata in quelle tavole a caratteri di serpentino e rabeschi di
porfido, se ne raccapezza de’ versi, pei quali re Ruggiero invitava i
grandi della corte ad entrar nel suo paradiso terrestre: senza dubbio
la reggia di Messina, dove l’iscrizione adornò qualche vestibolo o
corse su le pareti di qualche sala.[1177] Per errore meno indegno di
scusa furon credute, e da taluno credonsi ancora, opera saracenica
i palagi della Zisa e della Cuba e le rovine di Mimnerno, o meglio
direbbesi Menâni, presso Palermo. Ma la Cuba mal nascose l’età sua
agli occhi di Girault de Prangey; e infine è stata tradita da quella
medesima iscrizione arabica che parea documento dell’origine musulmana,
poich’evvi intagliato a caratteri cubitali il nome di Guglielmo II e
l’anno millecentottanta del Messia.[1178] La Zisa anch’essa dopo averci
tenuti tutti in rispetto con quel suo sembiante arcaico, giudicata
or che abbiamo migliori lezioni d’una cronica e d’una epigrafe e che
sappiam l’età della Cuba, torna a Guglielmo il Malo e in parte anco al
figliuolo.[1179] Menâni poi è attribuito da una cronica a re Ruggiero;
nè le sue rovine danno indizio che ci porti a mettere in forse
quell’attestato.[1180]
Si può assegnare, sì, origine più antica al castello di Maredolce[1181]
ed ai Bagni di Cefalà;[1182] se non che la forma primitiva di que’
due monumenti è mutata, tra pei guasti del tempo e per fabbriche
sovrapposte. Diciam lo stesso della Porta della Vittoria[1183] e
dell’edifizio di San Giovanni de’ Lebbrosi.[1184] Poco poi è da
sperare in certi castelli d’aspetto saracinesco, abbandonati, anzi
mezzo distrutti, come que’ del monte Bonifato,[1185] d’Entella e
di Calatamauro in val di Mazara[1186] e qualche altro in val di
Noto,[1187] non parendo che dalle ruine di fortilizii si possa ritrarre
un compiuto sistema d’architettura. Io non ho fatta menzione delle
chiese che chiamiamo normanne, perchè le son tutte evidentemente del
duodecimo secolo, e se in una o due si potesse scoprire qualche lavoro
degli ultimi lustri dell’undecimo, non porterebbe divario nell’epoca.
Del rimanente bastano gli edifizii del duodecimo secolo per determinare
l’indole dell’arte che fiorì in Sicilia in tutto il periodo
delle colonie musulmane. Gli autori moderni, ai quali è occorso
quest’argomento, notan tutti nell’architettura siciliana de’ tempi
normanni uno stile peculiare, molto diverso da quello delle nazioni
europee contemporanee e perfin della Spagna musulmana;[1188] onde lo
dicono misto di varii elementi, bizantino, normanno, moresco, e che
so io; ai quali ogni scrittore pur attribuisce proporzioni diverse.
Altri sostiene che l’architettura volgarmente chiamata gotica, della
quale par che i Goti non abbian saputo mai nulla, venne dal Levante e
pria di passare nel Settentrione, dov’era destinata a produrre tanti
miracoli d’immaginazione, fe’ sosta in Sicilia. Allargandosi per tal
modo la quistione, io sono costretto ad entrarvi, male armato com’io
mi sento: onde chiederò aiuto ai maestri dell’arte, innanzi tutti al
Coste, il quale studiò lungamente gli edifizii del Cairo e si valse
dell’erudizione musulmana. A questa fonte attingerò anch’io qualche
notizia su l’origine e i progressi dell’architettura appo gli Arabi: e
sarà gran fatica, poichè non è trattato quest’argomento da nessun de’
loro scrittori ch’io m’abbia letti. Ibn-Khaldûn, nei Prolegomeni, lo
tocca con alte considerazioni di filosofia storica; egli scende fino
alle pratiche de’ muratori e de’ legnaioli; ma, proprio su l’origine,
dice una volta che gli Arabi appresero l’architettura da’ Persiani e
par lo neghi in un altro capitolo.[1189]
Gli Arabi, come ognun sa, non aveano altra parte d’incivilimento
da recar seco loro fuor della Penisola, se non che un linguaggio
copiosissimo, rigoglioso e ben coltivato. Meno che ogni altr’arte avea
potuto svilupparsi l’architettura in quella nazione, il cui corpo era
nomade e le estremità, se possedeano edifizii, li doveano a’ popoli
finitimi: a settentrione Petra e Palmira piene di monumenti romani; a
levante Hira con le fabbriche de’ tempi sassanidi e il famoso castello
di Khawarnak, edificato ne’ principii del quinto secolo dall’architetto
greco Sinimmar per comando del re arabo Nomân;[1190] a mezzogiorno
il Iemen, con quell’architettura che gli potean recare i Persiani,
ovvero i Cristiani d’Abissinia imitatori de’ Bizantini. La ragione
storica, dunque, portava che, emigrando gli Arabi nella Mesopotamia,
nella Persia, in Siria, in Egitto, nell’Affrica propria e nella Spagna,
ed occorrendo loro di fondare cittadi, edificare moschee, castella,
palagi, e adattare agli usi proprii gli edifizii sacri e profani de’
popoli vinti, dovessero cercare architetti nelle schiatte straniere;
sia tra i vinti medesimi, schiavi, liberti, tributarii, ovvero fatti
musulmani e concittadini; sia tra i sudditi dell’impero romano o degli
usurpatori delle sue province. E le memorie musulmane provano che
l’architettura penetrò appunto per coteste vie nella nazione arabica,
ringiovanita e ingrandita prodigiosamente per numero e territorio. Le
medesime vie, diciamo, per le quali i Musulmani appresero gli ordini di
pubblica amministrazione de’ Sassanidi e de’ Bizantini e la medicina,
le matematiche, la geografia, la chimica, la logica, la metafisica;
le quali scienze tutte essi tolsero in prestito dall’antichità e le
tramandarono alla rozza Europa del medio evo, più sollecitamente che
non abbian fatto i Greci, eredi del gran nome romano. Pur sembra che,
tra gli abitatori dell’impero musulmano, que’ di schiatta ariana abbian
tanto superati i padroni loro nell’esercizio dell’architettura, quanto
nelle scienze e nella pratica della pubblica amministrazione; nelle
quali discipline gli uomini più notevoli erano d’origine straniera,
ancorchè la lode di tutte lor fatiche fosse stata usurpata dagli Arabi,
che loro aveano imposta la religione e donata la propria lingua.
Fin da’ primissimi conquisti, i Musulmani adoperarono nella
costruzione l’ingegno e la mano dei nuovi sudditi. Arde, entro un
anno forse dalla fondazione (638), il misero aggregato di baracche
che era allor Cufa, ed ecco i coloni arabi pensano a fabbricar case
di mattoni e calce; il califo Omar assente, a condizione che non
le faccian tanto alte;[1191] ma commette a un gentiluomo di Hamdân
(Ecbatane), per nome Ruzabeh, di disegnare un grande edifizio da
porvi insieme la moschea e il tesoro pubblico: e per la moschea si
tolgono colonne da’ tempii sassanidi[1192] e altri materiali dai
palagi di Hira.[1193] Ruzabeh costruiva anco i mercati di Cufa a
mo’ di portici;[1194] ed a capo di un secolo furono fabbricate in
quella gran città delle botteghe con vòlte di mattoni e gesso, per
comando di Khaled-ibn-Abd-Allah-el-Kasri,[1195] governatore dell’Irâk
(725-739), celebre pei canali, i ponti ed altri pubblici lavori, di
cui arricchì la provincia, per le grosse entrate che ne cavò, e pel
favore che dette agl’Infedeli.[1196] Ma già a quel tempo l’architettura
era progredita appo i Musulmani. Sappiamo che, occorrendo rifare più
spaziosa la moschea cattedrale di Cufa, Ziad, ufiziale del califo
Moawia (661-680), consultossene con architetti persiani, ai quali
sforzossi di significare il concetto ch’egli avea in mente, ma non lo
sapea spiegare. Pure un vecchio ingegnere dei re sassanidi lo capì;
gli rispose che si doveano alzare colonne di trenta braccia, tutte di
pietra di Ahwaz, assicurata con arpioni di ferro e saldature di piombo;
che poi s’avea a costruire il tetto, murar le navi laterali e l’abside
in fine. “Ecco per l’appunto ciò ch’io pensava,” ripigliò Ziad: e così
fu fatta l’opera.[1197]
Più audace e maestosa comparisce l’arte sotto il califato di Walîd
(705-715), il quale rizzò di pianta molti edifizii e molti ingrandì
e decorò. Era già surta a Wâset di Mesopotamia (703) una fabbrica
detta _El-Kubbet-el-Khadrâ_, ossia la Cupola Verde.[1198] Walîd ne
fece innalzare un’altra nel maggior tempio di Damasco; della quale
si narra che quando il severo Omar-ibn-Abd-el-’Azîz (717-720) si
proponea di rimuovere dalla moschea tutti i vani ornamenti accumulati
con molta spesa dal predecessore, venne a Damasco un ambasciatore
bizantino, il quale, entrato nella moschea con parecchi mercatanti
di sua nazione, alzando gli occhi alla cupola si turbò fieramente,
e richiesto del perchè, rispose avere già sperato che la fortuna
degli Arabi durasse poco, ma or che vedea quali edifizii sapessero
fabbricare, si aspettava diuturna la possanza loro.[1199] Grande
opera sembra anch’essa, alla metà dell’ottavo secolo, la cupola che
edificò sul palagio di Khawarnâk, testè ricordato, un partigiano degli
Abbasidi, persiano d’origine, quand’egli ebbe in dono il palagio,
all’esaltazione della nuova dinastia.[1200] Nella prima metà del
nono secolo, l’emir aghlabita Ziadet-Allah, sotto il cui regno fu
conquistata la Sicilia, rifabbricando tutta di mattoni e di pietra la
vecchia moschea cattedrale del Kairewân, fece innalzare una cupola sul
_mihrâb_, ossia nicchia che designa la dirittura della Mecca.[1201]
Allo scorcio del medesimo secolo se ne vide sorger anco nelle loggette
dei giardini, dove posavano mollemente gli emiri d’Egitto;[1202] mentre
il feroce Ibrahim-ibn-Ahmed alzava nella moschea del Kairewân un’altra
bella e maestosa cupola, sostenuta da trentasei eleganti colonne di
marmo.[1203]
Ma ritornando a Walîd, è da notare che in particolar modo ei promosse
l’ornato. L’anno ottantotto dell’egira (707), quand’egli volle
ampliare la moschea del Profeta a Medina, Giustiniano secondo gli
mandò centomila dinar, cento artefici e quaranta some di materiali da
mosaico; le quali non bastando, il bizantino ne fe’ cercare, terribile
accusa della Storia, per tutte le città abbandonate dell’impero.[1204]
Walîd fu anco il primo che ornasse la moschea di Damasco con mosaico a
ramoscelli e fogliame, disegnati in varii colori su fondo d’oro.[1205]
In quella della Kaaba alla Mecca egli aggiunse degli archi con
iscrizioni a mosaico bianco e nero, e rivestì i pilastri di marmi a due
colori alternati, e talvolta anco a tre, bianco, rosso e verde.[1206]
Due secoli appresso, la corte di Costantinopoli donava similmente
del materiale da mosaico al califo omeiade di Spagna, Abd-er-Rahman,
quand’egli diè l’ultima mano alla moschea cattedrale di Cordova. Tra
gli altri ce l’attesta Edrîsi, dicendo che gli archi del _mihrâb_ «eran
tutti vestiti di mosaico, da parere smaltati come tanti orecchini, e
che ci si ammirava un lavorìo, sì pari, sì elegante e sì fine, che nè
Musulmani nè Rûm arrivarono mai a tanta perfezione.»[1207] Notevoli
parole in uno scrittore che avea forse sotto gli occhi i mosaici della
Cappella Palatina di Palermo!
Su lo stesso argomento degli ornati è da ricordare che nell’Affrica
propria Ziadet-Allah rivestì il _mihrâb_ di marmi da capo a piè;
ornollo di iscrizioni e rabeschi; vi pose intorno intorno delle
colonne picchiettate di nero e bianco (granito?) e n’alzò di faccia
al _mihrâb_ due di splendido rosso (porfido?), che non se n’era mai
viste più belle in Ponente nè in Levante; per le quali l’imperatore di
Costantinopoli profferì tant’oro quanto elle pesavano, ma Ziadet sdegnò
di venderle.[1208] La favola di tal profferta attesta, secondo me, il
commercio con architetti bizantini di Costantinopoli, del Napoletano o
piuttosto della Sicilia. E poichè l’arte bizantina si estese talvolta,
insieme con la protezione politica, infino all’Abbissinia, va ricordata
qui la tradizione che Abd-Allah-ibn-Sa’d, governatore d’Egitto
(645-656), abbia avuto in dono da quel re il bel pulpito di legno
intagliato, che fu collocato nella moschea cattedrale dal legnaiolo
B..kt..r di Dendera, mandato a bella posta dall’Abbissinia.[1209]
Molto ci aiuta in coteste ricerche l’Egitto, sì per le profonde
radici che vi messe la schiatta arabica fin da’ primi principii del
conquisto; sì per la inesauribile ricchezza, nutrice delle arti, e
infine perchè quivi i monumenti del medio evo sono stati, meglio che
in tutt’altro paese musulmano, illustrati dagli scrittori indigeni e
studiati dagli europei. Il Makrizi, diligentissimo raccoglitore delle
notizie sparse negli annali del suo paese, fa la cronaca di ciascun
monumento. Sappiam da lui le vicende della moschea cattedrale di Amru,
o meglio si scriva ’Amr, al Cairo vecchio,[1210] ristorata varie volte
e riedificata al tempo di Walîd; per cui comando fu abbattuto (710)
il tetto che parve troppo basso, e ricominciato il nuovo edifizio
(maggio e giugno 711), fu terminato a capo di tredici mesi per opera
di un Ichia-ibn-Henzela, liberto de’ Beni ’Amir-ibn-Liwâ,[1211] onde
sembra anch’egli di schiatta persiana e forse di Hamdan stessa.[1212]
In vero, nei disegni che noi abbiamo della moschea di ’Amr, l’arco
dei portici, formato di due curve che s’incontrano, ritondato bensì
al vertice e un poco rientrante nel pièritto, par che racchiuda gli
elementi dell’arco aguzzo e di quello a ferro di cavallo, che poi
svilupparono l’uno nelle parti orientali e l’altro nelle occidentali
dello impero musulmano. Vi si scorge anco la costruzione con pietra di
due colori alternati; e verosimil sembra che quegli archi rimangano in
piè fin dall’ottavo secolo.[1213] Ma non ragioneremo su le probabilità,
quando abbiamo la certezza nella moschea d’Ibn-Tulûn. Il Makrizi ci
dà ampii ragguagli e precisi di questo monumento, edificato proprio
nel secol d’oro della civiltà musulmana: che anzi la schiatta araba
già declinava, già prendeva a nolo spade straniere per godersi meglio
i piaceri dell’intelletto e de’ sensi, e già le province spiccavansi
dall’impero, del quale restava il nocciolo spolpato a Bagdad. Allora
Ibn-Tulûn, soldato di schiatta turca, mandato a governare l’Egitto
e fattosene padrone, edificava, in quel ch’oggi chiamasi il vecchio
Cairo, stanze di soldati, palagi, acquidotti, spedali; e tra gli altri
monumenti immaginò una nuova moschea cattedrale. Narrasi com’avendo
flagellato e messo nel carcere di polizia l’architetto cristiano
che poco prima gli avea costruito un acquidotto, Ibn-Tulûn chiamò
altro architetto per la moschea; ma che sentendosi chiedere trecento
colonne da raccattare nelle chiese cristiane per tutto l’Egitto, ei
ripugnava a tal partito e non sapea che si fare. Il cristiano allor
gli scrive dalla prigione che ei fidasi di murar la moschea senz’altre
colonne che le due del _mihrâb_: chiamato dal principe, gli abbozza
il disegno sopra una pelle, e quegli approva il partito; fa rivestire
l’architetto d’un pallio, com’or sarebbe attaccare al petto una
decorazione; gli fa noverare centomila dinar e dà carta bianca per
lo rimanente della spesa: onde l’opera fu fornita a capo di due anni,
il dugensessantacinque dell’egira (878- 879). La moschea d’Ibn-Tulûn
abbandonata, ristorata, ma non mai mutata sostanzialmente,[1214] è
stata osservata dal Marcel,[1215] studiata dal Coste ed ammirata da
tutti gli Europei, com’uno dei più bei monumenti del medio evo e come
il più antico edifizio costruito con archi acuti.[1216] E veramente
i disegni che ne dà il Coste, ci mostrano in quegli archi sostenuti
da robusti pilastri il sesto acuto poco allungato e similissimo a
quello degli edifizii siciliani del duodecimo secolo[1217] ed anco a
quello del Nilometro di Raudha,[1218] il quale era stato fabbricato
il dugenquarantasette dell’egira (861), al dir di Makrizi.[1219]
Questo scrittore poi ci attesta il gran lusso d’architettura, di che
sfoggiarono i successori d’Ibn-Tulûn, allo scorcio dello stesso secolo,
e più di loro i Fatemiti nel decimo e nell’undecimo.[1220] E s’egli
non ci sa dir la patria di tutti gli architetti, nè anco del cristiano
d’Ibn-Tulûn, pur ci narra che tre porte del Cairo, innalzate verso
il millenovanta dell’èra volgare, furon opera di tre fratelli nati in
Edessa.[1221]
Non occorre particolareggiare altrimenti le memorie de’ monumenti
egiziani del secolo decimo e dell’undecimo, poichè l’arte rimanea
la medesima, ancorchè il gusto forestiero si fosse insinuato negli
ornamenti.[1222] Lo stesso Ibn-Tulûn, dotto e pio musulmano, non
rifuggì dal porre due leoni di stucco dinanzi una porta del suo
castello.[1223] Il figliuolo Khamaruweih, che gli succedette, fece
ritrarre sè e le sue cantatrici in una palazzina de’ sontuosissimi suoi
giardini, le mura della quale eran tutte d’oro e d’azzurro, e le figure
dipinte in una larga fascia e ornate di corone, orecchini e altri
gioielli di gran valore.[1224] Conquistato poi l’Egitto da’ Fatemiti
per mano di Giawher, liberto siciliano di schiatta greca o latina,
l’uso delle immagini si fece più frequente; e perfino nella celebre
moschea dell’Azhar (972) furono scolpite sui capitelli certe figure di
volatili e si spacciò fossero talismani da tener lungi dal tempio le
passere, le tortore e le colombe.[1225] II vero è che gli architetti
dei principi egiziani dal decimo secolo in poi s’erano invaghiti
de’ capricci e de’ complicati ornamenti; sì come avvenìa già nella
letteratura arabica, com’avvien sempre nelle arti dopo un’epoca di
bella semplicità.[1226] Contuttociò non fu abbandonato l’arco aguzzo,
se non che comparisce insieme con esso qualche arco tondo o trilobato;
ma non si mutò essenzialmente lo stile, nè si può dir che sia succeduta
a’ be’ tempi del Nilometro e della moschea tolunida una età barocca,
come quella che ingombrò l’Europa nel decimosettimo secolo. Anzi e’
parmi che dopo le Crociate l’arte arabica d’Egitto siasi ritemprata
nell’antica severità. I monumenti di Kelaûn, di Berkûk, di Kaitbai,
surti nel decimoterzo, decimoquarto e decimoquinto secolo, ci danno
argomento di meraviglia e di riflessione, per la somiglianza loro con
gli squisiti edifizii fiorentini di quelle medesime età.
Da un’altra mano ci rimarrem noi dall’esame dell’arte arabica in
altri paesi; poichè a levante dell’istmo di Suez i monumenti musulmani
anteriori al duodecimo secolo, per quel po’ che se n’è studiato, non
mostrano forme diverse da quelle d’Egitto; e se guardiamo a ponente
di Barka, non troviamo nell’Affrica propria altri edifizii di quella
età che la inesplorata moschea del Kairewân. Lasciam anco da parte
la Spagna, dove gli Arabi esordirono seguendo da presso l’arte romana
dell’Europa occidentale e di Bizanzio, e poi continuarono con lo stile,
bene o mal chiamato, moresco: ma nè questo nè il primo rassomiglian
allo stile siciliano del duodecimo secolo, se non che nell’ornato.
Limitandoci dunque all’Egitto, noi chiameremo col Coste architettura
arabica pura quella che vi si ammira ne’ monumenti del nono e del
decimo secolo:[1227] e conchiuderemo che cotesta forma d’arte nacque
su le due sponde del Tigri, e fu esercitata per lungo tempo dalle
schiatte de’ vinti. Nel qual giudizio ci conferma l’esempio d’un’arte
affine, quando sappiamo che, devastata la Mecca da una inondazione,
il califo Abd-el-Melik, l’anno ottanta (700), mandava un ingegnere
cristiano a costruire gli argini che difendessero in avvenire la
città e il tempio; il qual cristiano aveva appresa l’arte, com’egli è
verosimile, nelle irrigate pianure della Mesopotamia.[1228] Non dico io
già che l’arte arabica sia stata creata dal nulla. Si formò al certo di
antiche tradizioni della Mesopotamia, della Media e della Persia e di
tradizioni bizantine, miste a lor volta di stile romano e d’orientale
e pervenute nel centro del novello impero arabico per doppia via;
cioè a dirittura dalle province che ubbidivano a Costantinopoli, e,
di rimbalzo, dall’abbattuto reame sassanida, il quale aveva apprese
tante arti e scienze dalla Grecia e dalla nuova Roma. E sì che questa
gran sede di civiltà sparse luce al paro su l’Europa e su l’Asia: e
in Santa Sofia diè splendido esempio delle cupole e delle iscrizioni
cubitali messe a ricordo e insieme ad ornamento; le quali furon poi
sì largamente usate da’ Musulmani di ogni regione. Ma con tutta la
parentela e la rassomiglianza di molte parti, non si può al certo
chiamare bizantino lo stile arabico, nel quale nessuno negherà lo
elemento persiano. La storia ci dice l’origine dei primi architetti dei
Musulmani; i monumenti sassanidi son lì ancora, con lor vòlte ovoidi
per ogni luogo, e con l’arco ellittico del Taki-Kesra, per attestare
che nel quinto e sesto secolo dell’èra nostra[1229] le curve descritte
da unico centro non bastavano più al gusto orientale, ancorchè i
Bizantini non le avessero barattate giammai.[1230]
Dove e quando sia stato per la prima volta appuntato l’arco dello stile
arabico, non si ritrae da quei pochi studii che gli Europei han fatti
fin qui nelle regioni adiacenti al Tigri ed all’Eufrate. Mi s’affaccia
l’ipotesi che sia avvenuto nell’ottavo secolo alla Mecca. Noi sappiamo
che i Musulmani, quando fabbricavan di pianta le moschee, copiavano
il disegno di quella che cinge la Kaaba.[1231] Sappiam che questo
santuario dell’islam era circondato di case; in modo che, ingrandito
il ricinto, avvenne che da varie parti rimanessero tra l’una e l’altra
angusti passaggi per aprire novelle porte al tempio. Abbiam anco, da
un autore meccano del nono secolo, il numero delle porte, ciascuna
delle quali era costruita ad uno, due, o parecchi archi, e sappiamo la
dimensione di ciascun arco,[1232] la quale il più delle volte si adatta
meglio che al tondo, al sesto acuto, che realmente si osserva oggidì
nelle nuove strutture di quel tempio.[1233] Verosimile egli è dunque
che cotesta forma d’arco, la quale si sparse rapidamente per tutto
l’impero musulmano, eccetto l’estremo Occidente, siasi vista assai per
tempo alla Mecca. L’arco ellittico della Persia ne dava il principio;
lo spazio angusto consigliò forse di ravvicinare i due rami della curva
sì che si tagliarono; o forse l’idea venne dall’intersezione di due
o tre archi tondi nelle porte divise da quattro o cinque colonne. Ed
ho messo nell’ipotesi l’ottavo secolo, perchè nel corso di quello la
moschea della Kaaba fu ingrandita tre volte, e perchè l’arco aguzzo,
non per anco sviluppato nelle fabbriche della moschea di ’Amr che
vanno riferite a Walîd (714), si vede già bello e compiuto nel tempio
d’Ibn-Tulûn (879).
Ignoriam noi come e quando siasi cominciato in Sicilia a smettere
lo stile romano o bizantino. Le nuove costruzioni cominciarono di
certo nel nono secolo, allorchè gli emiri aghlabiti ristoravano e
ingrandivano Palermo;[1234] al qual tempo è da riferire la prima
origine della strada maggiore del Cassaro, copiata forse dal mercato
centrale di Kairewân, ch’era lungo quasi due miglia.[1235] Può darsi
ancora che l’impulso fosse venuto da Mehdia, allorchè i Fatemiti,
venti anni appresso lor nuova capitale, fabbricarono la Khâlesa (937)
nella capitale della Sicilia;[1236] ovvero a capo di trent’anni, nel
rinnovamento degli ordini pubblici intrapreso da’ Kelbiti,[1237]
del qual periodo abbiamo i frammenti dell’iscrizione monumentale
di Termini[1238] e sì, in rozzi disegni, gli avanzi di quella che
coronava Bab-el-Bahr,[1239] com’or veggiamo nella Zisa e nella Cuba;
oltrechè Ibn-Haukal fa menzione d’altre fabbriche nuove ch’ei notò
(872).[1240] Un secolo appresso viene il conte Ruggiero ad affermarci
lo splendore degli edifizii ch’avea trovati e distruttane gran
parte:[1241] e di que’ che rimanevano in piè nella prima metà del
duodecimo secolo ci fa fede il libro di re Ruggiero, o di Edrîsi.
Questi accenna, tra gli altri, all’antico tempio di Palermo, sacro
al culto cristiano, poi fatto moschea e infine cattedrale cristiana
di nuovo, nella quale si ammiravano “sì peregrini lavori ed opere di
dipintura, doratura e calligrafia, sì eleganti ed originali da vincere
ogni immaginativa.”[1242] In ogni modo egli è certo che prima del
conquisto normanno l’architettura fioriva in Palermo e in altre città
della Sicilia; nè men certo che continuò a fiorire. Lo stesso Edrîsi
descrive la cittadella normanna, della quale or non rimane che la
cappella palatina e parte d’una gran torre. “S’erge, dice egli, nel più
elevato luogo del Cassaro la nuova cittadella del gran re Ruggiero,
edificata con ciottoloni[1243] e massi di pietra da taglio: fortezza
ben complessa, munita d’alte torri, di saldi minaretti e robusti
propugnacoli che difendono i palagi e le sale.”[1244] Si confronti
cotesto ragguaglio con que’ d’Ibn-Giobair, di Romualdo Salernitano e di
Ugo Falcando, i quali non occorre replicar qui; ricordinsi gli edifizii
suburbani, de’ quali abbiam detto in principio di questo capitolo; vi
si aggiungano le molte chiese e monasteri e gli edifizii privati di
che veggiam qualche avanzo, o ne fanno menzione le antiche scritture,
e si comprenderà quanto e quale sia stato il lusso architettonico della
Sicilia nel duodecimo secolo.
Ma lo stile degli edifizii che rimangono di quel tempo torna
all’arabico dell’Egitto. Ecco gli archi, moderatamente acuti, delle
chiese in Palermo, in Cefalù, in Morreale; que’ della Badiazza
presso Messina,[1245] del monastero di Maniaci,[1246] del ponte dello
Ammiraglio, di Maredolce, della Zisa, della Cuba, simili, diciamo con
rigore geometrico, a que’ del Nilometro e della Moschea d’Ibn-Tulûn!
Ecco nelle fabbriche esteriori della Martorana, del chiostro di
Morreale e in un muro anco di quel Duomo gli spigoli delle vòlte e
varii membri degli ornati alternarsi bianchi e neri come nell’Azhar del
Cairo! Ecco le cupole di San Giovanni degli Eremiti, della Cappella
Palatina, della Martorana, di San Cataldo, di San Giovanni de’
Lebbrosi, e quella che copre la loggetta del giardino di casa Napoli
presso la Cuba, e l’altra più piccina, vera _sebîl_ che disseta ancora
i viandanti nello stradale tra Villabate e Misilmeri![1247] Tornan
tutte queste cupole ad una sezione di sfera, sostenuta sopra spazio
quadrilatero con bel congegno di archetti pensili che s’aggruppano
a ciascun angolo in forma di pina scavata, e tutte discostansi
dalla costruzione delle cupole bizantine, in guisa da doversi
riferire piuttosto a quella che par sia passata dalla Mesopotamia
in Egitto[1248] e in Affrica. Cotesti riscontri notansi nelle parti
essenziali della struttura, con tanti altri che gli uomini dell’arte
hanno descritti più particolarmente.[1249]
Nè il comune legnaggio arabico apparisce men chiaramente negli ornati,
ancorch’essi appartengano ad arte accessoria, capricciosa per natura e
per vezzo particolare degli Arabi, e derivata anch’essa dalle province
bizantine. Un fino conoscitore nota la somiglianza degli ornati
siciliani con que’ de’ monumenti musulmani più antichi, per esempio
della cattedrale di Cordova.[1250] Il palco di legno della moschea
di Cordova, come cel descrive Edrîsi, era compagno di quel ch’ora
veggiamo nella Cappella Palatina di Palermo, se non che i cassettoni,
o canestri che voglian chiamarsi, erano parte circolari e parte
esagoni a Cordova[1251] e in Palermo han figura di ottagono inscritto
in una stella. A chi guardi il fregio di mosaico che corona le tavole
di marmo bianco della Cappella Palatina di Palermo e del Duomo di
Morreale, par che l’abbiano disegnato le stesse mani che fecero il
modello de’ merli e de’ parapetti straforati delle moschee d’Ibn-Tulûn,
di Hâkem, di Hasan o di quella detta l’Azhar. Gli arabeschi che
ammiransi ne’ pulpiti di quelle moschee sembran originali o copie di
quei che rendon sì vaghi i pavimenti e i troni regii della Palatina
o di Morreale.[1252] E perchè nulla manchi al paragone, l’iscrizione
arabica cristiana, che si è scoperta non è guari dentro la cupola
della Martorana, è dipinta su assi, appunto come quelle del Cairo. Da
un’altra mano lo stile di Maredolce, della Zisa e della Cuba, ch’è
pur manifesto nelle rovine del palagio di re Ruggiero all’Altarello
di Baida, s’accompagna quivi ad un altro elemento, offrendo ne’ pochi
avanzi della gran sala terrena una reminiscenza dell’arte sassanida:
una nicchia grande, o piccola abside che voglia dirsi, la quale
s’innalza da un’area rettangolare e chiudesi al vertice in sezione
ellittica con l’asse maggiore perpendicolare, in guisa da ritrarre uno
spaccato di cupola ovoide.[1253] Ritornano in campo per tal modo negli
edifizii siciliani del duodecimo secolo alcune delle prime fattezze
dell’arte arabica ch’erano rimase latenti negli anelli intermedii della
catena, sì come avviene nella generazione degli animali per quella
legge che i naturalisti or chiamano atavismo. Non reca minor maraviglia
il vedere in alcuni capitelli dei monumenti sassanidi la medesima
forma di quelli, de’ quali abbiam tanta copia ne’ monumenti normanni di
Sicilia.[1254]
Va notata altresì la rassomiglianza de’ giardini di sollazzo. A legger
quelle pagine che si direbbero tolte da’ racconti arabi, nelle quali
il prosaico e diligente Makrizi, su la fede di autori più antichi,
descrive i palagi suburbani, le peschiere, i canali, le loggette,
i verzieri degli emiri tolunidi e de’ califi fatemiti,[1255] ci
par di vedere, un poco più particolareggiati, i medesimi ragguagli
che danno gli scrittori del duodecimo secolo, cristiani, musulmani
ed ebrei, intorno le delizie dei re normanni di Sicilia. Come
il Cairo, Palermo ebbe quella che Ibn-Giobair chiama collana di
ville regie:[1256] la Zisa, Menâni, la Cuba e Maredolce, le quali
giravano quasi a semicerchio intorno la città da ponente a libeccio e
scirocco. Non traviarono dal gusto orientale i fondatori della Zisa,
quando la gran sala terrena, splendidamente ornata come una Ka’ah
moderna d’Egitto,[1257] ha in fondo una fonte ed è tagliata in mezzo
dall’aperto canale di marmo, pel quale l’acqua va a raccogliersi fuori
il castello in una gran vasca, nel cui centro surse elegante loggetta
fino allo scorcio del decimosesto secolo.[1258] Nella Cuba, la base
del prospetto rivestita di cemento idraulico, la porta più alta del
suolo, e gli avanzi degli argini, attestano che il castello rispondea
sopra un laghetto artificiale;[1259] e le vestigie del medesimo cemento
si scorgono nelle rovine di Menâni.[1260] Più lunga la cronica di
Maredolce, o Favara che vogliam dire. Sappiamo che fu villa regia
di sollazzo fino al principio del secolo decimoquarto;[1261] che
Arrigo imperatore, allo scorcio del duodecimo, dimorò nel castello
e trovò il parco pien di cacciagione.[1262] Pochi anni innanzi,
Beniamino da Tudela, o il viaggiatore copiato da lui, faceva andare a
diporto sul lago il re normanno con le sue femmine;[1263] del quale
lago, disseccato in oggi, possiam noi misurare il circuito lungo la
radice del monte e gli avanzi degli argini; e l’altezza si scorge
dall’intonaco idraulico ond’è rivestito in alcune parti il muro
del castello.[1264] I poeti di re Ruggiero, nella prima metà del
secolo stesso, aveano descritti i nove canali scavati alle acque,
e i pesci, gli uccelli, i boschetti di aranci e le due palme che
s’innalzavan come vessillo su que’ giardini d’Armida.[1265] I quali
già nel secolo precedente avean mosso a maraviglia il conte Ruggiero,
quand’egli irruppe (1071) nella pianura di Palermo;[1266] ed erano
stati acconci forse in sul principio del secolo, poichè il castello,
fino al tempo d’Ibn-Giobair (1184), si addimandò Kasr-Gia’far;[1267]
dond’egli è verosimile che l’abbia edificato l’emir Kelbita di
quel nome (998-1019). L’attiguo bosco di palme, che stendeasi fino
all’Oreto,[1268] va noverato forse tra i luoghi di sollazzo che
Ibn-Haukal avea visti in riva al fiume, verso la metà del decimo
secolo[1269] e che i Pisani aveano depredati il millesessantatrè.[1270]
Dobbiamo far menzione ancora della vasta bandita che, al dire di
Romualdo Salernitano, avea creata re Ruggiero in alcuni boschi e monti
presso Palermo, circondatili a quest’effetto d’un muro di pietra,
piantatovi nuovi alberi, e messavi gran copia di daini, caprioli e
cinghiali; il qual parco dalla reggia stendeasi per parecchie miglia a
libeccio oltre i gioghi de’ monti e chiamavasi, com’io credo, Menâni,
col nome stesso del castello.[1271] Romualdo aggiugne che il re passava
l’inverno alla Favara e l’estate a cacciare ne’ boschi del Parco. La
loggetta sormontata di cupola che rimane intatta tra Menâni e la Cuba,
torna sempre, qual che fosse l’età sua, al gusto dei giardini regii
dell’Egitto.[1272]
Se i principi normanni seguirono gli usi dei Kelbiti, questi a lor
volta aveano imitati i califi del Cairo. E la storia ce ne mostra
il perchè. La casa kelbita dei Beni-abi-Hosein, mandata da Moezz a
mettere, se possibil fosse, un morso in bocca a’ riottosi Musulmani di
Sicilia, avea gran seguito a corte di quel califo. Sotto i degeneri
successori di Moezz crebbe la possanza de’ Kelbiti, al segno ch’e’
prevalsero ne’ consigli del Cairo più facilmente che lor non avvenisse
di comandare nella capitale della Sicilia.[1273] Dalla intima relazione
delle due corti, seguì naturalmente maggiore frequenza di commerci
tra’ due paesi: il qual fatto, se occorre nelle memorie del duodecimo
secolo, del decimoterzo e fino al decimoquarto,[1274] era nato al certo
avanti le Crociate e avanti il conquisto normanno dell’isola.
Dopo il detto fin qui, noi possiamo senza ambagi chiamare
arabica l’architettura siciliana del duodecimo secolo; e possiamo
conchiudere che quest’arte seguì il corso di ogni altra appartenente
all’incivilimento esteriore che rimase in Sicilia fino alla caduta
della dinastia normanna. Quello che alcuni eruditi supponeano stile
ibride, nato al contatto de’ nuovi con gli antichi abitatori del
paese, mi sembra mera specie dello stile arabico d’Oriente; poichè io
non veggo nel siciliano quel profondo divario che porta a far genere
novello. Anzi, parendomi che i confini tra il genere e la specie non
sieno meno incerti in architettura che in zoologia, mi rimarrei da una
quistione di parole, se non pensassi che l’altrui giudizio è fondato
sopra erronei dati storici intorno i tempi e i luoghi. Io credo che
altri abbia errato, considerando l’arte arabica più tosto nel tramonto
del medio evo, che nel pien meriggio dell’incivilimento musulmano;
più tosto a Granata, che al Cairo. Parmi altresì che quella influenza
bizantina, che tutti i maestri dell’arte hanno notata negli edifizii
siciliani del duodecimo secolo, non sia mica peculiare del paese nè
del tempo, ma si scorga medesimamente in ogni stile architettonico
del medio evo; nell’arabico di Egitto, come in quello di Spagna;
nel sassanida, come nel lombardo e in tutt’altro che prevalse fino
a’ principii del decimoterzo secolo nella Terraferma d’Italia ed
oltremonti, non esclusa la Spagna dei Visigoti. Anzi ne’ monumenti
sassanidi occorrono più frequenti e più schiette le linee bizantine.
L’arte siciliana le ereditò dall’arabica. E ne sia prova il gran
divario di stile che corse nel duodecimo secolo tra la Sicilia e
l’Italia meridionale, soggette entrambe a’ principi normanni: delle
quali regioni la prima contava tre secoli di dominazione arabica,
la seconda era uscita da poco di man de’ Bizantini e, se ripugnava
alla dominazione, seguiva la civiltà loro e talvolta chiamava artisti
da Costantinopoli.[1275] Or l’arco acuto usato ordinariamente, anzi
esclusivamente, in Sicilia, non passò lo stretto di Messina pria della
metà del decimoterzo secolo. Una sola eccezione che ve n’ha conferma la
regola: ed è da maravigliare che non se ne trovino assai più all’entrar
del duodecimo secolo, quando i principi non solo, ma anco molti baroni
d’ambo i lati dello Stretto discendeano dalle stesse famiglie.[1276]
Io non ho fatto parola d’arte normanna, parendomi non si possa
mettere in campo ne’ primi principii del secolo, quando i Normanni,
sia di Francia, sia d’Inghilterra, usavano ancora lo stile dell’uno o
dell’altro paese, il quale non somiglia per nulla a quello della Bassa
Italia, nè della Sicilia, signoreggiate, nol dimentichiamo giammai,
da guerrieri di ventura di tante nazioni, ai quali fu dato il nome di
Normanni, perch’era questa la gente che primeggiò tra loro.
È da avvertire che ci limitiamo nel giudizio nostro all’arte
predominante in Sicilia nel duodecimo secolo, quella, cioè, che si
ritrae da’ monumenti delle regioni occidentali e da quelli che furono
innalzati nelle orientali da’ principi normanni. Noi non supponghiamo
già che si fosse dileguata al tutto in Valdemone un’arte indigena
più antica, sorella dell’arte dell’Italia meridionale e molto
vicina a quella di Costantinopoli; ma pochi monumenti ne avanzano
nella Sicilia orientale, e tutti poco più o poco meno alterati da
successive costruzioni. Pertanto noi non ragioneremo di quest’arte
che non appartiene propriamente alla Sicilia musulmana, e in ogni
modo non se ne vede grande effetto nell’architettura del duodecimo
secolo; e sol possiamo supporre che nel decimo e nell’undecimo abbia
dato in prestito qualche accessorio agli architetti musulmani della
Sicilia. La ragione è che entrati i Greci di Sicilia e di Calabria
nella corte normanna di Palermo, insieme coi vincitori Oltramontani
o italiani di Terraferma, tutte quelle genti cristiane cominciarono
a dar nuovo indirizzo alle lettere, alle scienze morali e ad alcuna
delle arti figurative: ma l’opera fu lenta al par che l’aumento della
popolazione cristiana.[1277] Avvertiamo ancora che, chiamando arabica
l’architettura siciliana, intendiamo dire delle fattezze principali;
non potendosi tenere diversità di stile que’ lievi mutamenti che
richiede or il subietto dell’edifizio, ora il comodo o il capriccio
del padrone. L’arte arabica, sì ricca e versatile, potea soddisfar
appieno a coteste modificazioni senza necessità di trasnaturarsi.
Basta osservare la pianta delle principali chiese normanne di Sicilia
che han forma di basilica (diversa bensì da quella della Terraferma
d’Italia, al par che dalla chiesa bizantina e dalla moschea),[1278] e
ve n’ha alcuna costruita precisamente a croce greca; onde ognun vede
che gli architetti seguivano i dettami de’ prelati e de’ principi
fondatori, a un dipresso come i due architetti persiani abbozzarono
successivamente il disegno della _giâmi’_ di Cufa secondo i cenni di
Omar e di Ziad, e come l’architetto cristiano d’Ibn-Tulûn delineò la
moschea senza colonne. E mi sembra che gli architetti musulmani di
Palermo ben serbassero l’integrità dell’arte loro, dando alle chiese,
ch’e’ fabbricavano, talvolta una forma di mezzo tra l’occidentale e
l’orientale e talvolta la forma greca a dirittura. Si può ammettere
similmente che artisti siciliani abbian delineato qua e là, per voler
dei principi e de’ baroni, il fregio ad angoli salienti e rientranti
usato in Francia e in Inghilterra col nome di _chevron_ o _zigzag_,
e lo stesso diciamo di alcun’altra parte accessoria; ma nessuno
ne inferirà che l’arte arabica rimanesse alterata per questo, nè
tributaria delle arti settentrionali. Credo anch’io che re Ruggiero,
vago delle matematiche applicate e capace d’altissimi concetti, abbia
dato indirizzo agli artisti che gli fabbricarono San Giovanni degli
Eremiti, la Cappella Palatina, il Duomo di Cefalù, i palagi e le ville:
e pur non dirassi ch’egli abbia rinnovata con ciò l’arte arabica in
Sicilia.
La quale par sia stata allora esercitata quasi esclusivamente da’
Siciliani, sia di schiatta arabica o berbera, sia di schiatte indigene,
fatti musulmani e alcun di loro già riconvertito al Cristianesimo,
da senno o per gabbo. E veramente la moda d’intagliare iscrizioni
arabiche negli edifizii de’ principi normanni, come alla Cuba, alla
Zisa, e perfino nella torre della distrutta chiesa di San Giacomo
la Màzara,[1279] fa necessariamente supporre artisti la più parte
di linguaggio arabico. Il qual uso d’intagliare le iscrizioni nelle
mura esteriori de’ monumenti accettò anco le due altre lingue che si
parlavano in Palermo, la greca cioè nella chiesa della Martorana,[1280]
e la latina in quella contigua detta di San Cataldo; ma l’arabico
non cedè il luogo ne’ castelli della Cuba e della Zisa, ancorchè più
moderni.[1281] L’arabico entrò ne’ santuarii cristiani, come ognun
vede nel palco della Cappella Palatina e nella chiesa della Martorana,
nella quale, astrazion fatta delle due colonne con iscrizioni, tolte
evidentemente da moschee, la cupola di mosaico con epigrafi greche
è fasciata alla base, com’abbiamo testè accennato, d’una iscrizione
che comincia col simbolo greco bizantino e continua sino alla fine
in arabico, con formole cristiane tradotte da inni antichissimi della
Chiesa orientale.[1282] Convien dire anzi che gli architetti fossero
rimasi, se non musulmani, per lo meno arabizzanti fino alla seconda
metà del duodecimo secolo, poichè nel soffitto della chiesa della
Magione, che fu edificata in quel torno, si veggono ancora, su le
correnti del comignolo, le voci Vittoria, Salute, Possanza, Contentezza
ed altri augurii scritti in arabico, or a caratteri neri su fondo
bianco, or il contrario, ed ora in rosso con fili gialli su fondo
nero; e coteste correnti alternansi tra loro e con altre che portan
figure, le une di pesci e le altre di uccelli.[1283] Era capriccio
degli artefici, o piuttosto superstizione d’astrologia; ma pur sempre
la lingua pura e i caratteri netti e franchi provan la nazione degli
autori principali di quell’opera.
Spero io che questa definizione della architettura siciliana del
duodecimo secolo, messa innanzi dall’Hittorf, confortata da’ lavori
del Coste e, se mal non mi avviso, anche dal dotto giudizio dello
Springer e corredata delle notizie ch’io ho aggiunte qui, sia decisa
inappellabilmente, quando lo studio di nuovi testi arabi e di altri
monumenti della Siria e della Mesopotamia designerà precisamente il
tipo ch’ebbe l’architettura arabica orientale dall’ottavo all’undecimo
secolo. Coi quali studii troncherassi fors’anco quell’altra lite
su l’origine dell’architettura, impropriamente detta gotica, del
Settentrione. Uno de’ più eletti ingegni del secol nostro[1284] ha
trattato questo argomento, sostenendo, con molta erudizione e molto
amor patrio, come lo stile gotico non consista nell’arco acuto e come
sia nato dalle idee filosofiche, politiche e religiose che nella prima
metà del duodecimo secolo andavano germogliando entro le congreghe
ecclesiastiche dell’Isola di Francia. Ma s’egli ha dimostrata la novità
dello stile settentrionale e il merito di coloro che primi l’usarono
in Francia, o, com’altri vuole, in Germania o in Inghilterra, non si
potrà negare da un altro canto che l’arco acuto è pur parte principale
dell’arte del Settentrione; che si vedea già bello e compiuto
nella moschea d’Ibn-Tulûn nel nono secolo, e che s’ammirava anco
in Sicilia alla fine dell’undecimo e nella prima metà del seguente.
Non va rigettata dunque l’opinione del Coste e dell’Hittorf.[1285] I
pellegrini normanni e tedeschi che visitavano Gerusalemme e il Sinai
avanti la prima Crociata; i guerrieri dell’Occidente, nobili e plebei,
laici e chierici, che ritornavano a lor case dopo sciolto il voto della
liberazione, riportarono, com’egli è verosimile, l’idea dell’arco acuto
ed altre movenze dell’arte arabica; la quale con la sua vaghezza e
grandezza non potea non abbagliare gli inculti popoli dell’Europa. Nè
parmi supposto temerario che, sostando in Sicilia, alcun de’ reduci
abbia vista l’arte medesima fiorir sotto lo scettro cristiano e
servire agli edifizii sacri. Senza dubbio que’ concetti germogliarono
in menti preparate dalle tradizioni dell’architettura romana e da un
cupo sentimento religioso ignoto nell’Europa meridionale; senza dubbio
la qualità de’ materiali di costruzione e i bisogni del clima, per
esempio i tetti acuminati, richiesero delle modificazioni e suggerirono
di tentare un arco assai più aguzzo che non si fosse mai veduto in
Egitto, nè in Sicilia; e spesso, com’egli avviene, la necessità parve
virtù, e la bizzarrìa, volo del genio o sublimità dell’affetto. Spuntò
per tal modo quello stile che non è romano, nè lombardo, e neanco
arabico, nè bizantino, quantunque abbia preso di questo e di quello,
ma pur costituisce una forma nuova dell’arte e va noverato tra le poche
creazioni felici del medio evo.
Ritornando al mio argomento e toccando delle arti accessorie
all’architettura, io non sosterrò che tutti i be’ mosaici siciliani
del duodecimo secolo sien opera della schiatta musulmana. I soggetti
cristiani delle immagini poteano esser comandati anco a Musulmani; ma i
tipi immutabili della Chiesa bizantina copiati fedelmente, il disegno,
i colori, le epigrafi in greco, rivelan la mano di artisti di quella
schiatta, sia che fossero venuti apposta da Levante, come quei che avea
testè chiamati l’abate Desiderio a Monte Cassino, sia degli indigeni di
Sicilia e della Bassa Italia. Nè ripugno al supposto che uomini nati
di schiatte italiche nell’una o nell’altra regione abbian presa parte
al lavoro e lasciatovi per segno le epigrafi latine. Non escluderò
nè anco gli Arabi, quando Edrîsi, nel paragrafo della cattedrale di
Cordova testè citato,[1286] disse che nè Musulmani nè Rum avean mai
fatti mosaici più belli. Oramai non si può allegare, e reggerebbe
poco nel caso nostro, il supposto orrore d’ogni fedel musulmano contro
le immagini d’uomini o d’animali: contuttociò egli è probabile che i
Musulmani, più tosto che alle istorie bibliche ed alle rappresentazioni
de’ santi, abbiano lavorato a quello che soleano far più sovente, cioè
nelle chiese agli ornamenti e negli edifizii profani alle immagini
di fantasia, come quelle della sala terrena della Zisa e della stanza
normanna del palazzo reale. Del resto egli è noto che valenti critici
hanno studiati i mosaici di Sicilia e li hanno giudicati superiori a
que’ contemporanei della nostra Terraferma.[1287]
Accennerò appena alle dipinture su legno che rimangono ne’ cassettoni
ottagoni del palco della Cappella Palatina di Palermo, tutti
intagliati, divisi da lunghe aguglie capovolte a mo’ di stalattiti,
ornati d’oro, d’azzurro, di bianco e d’iscrizioni arabiche. Le
dipinture son da riferire alla prima metà del duodecimo secolo, come
la più parte de’ cassettoni; sapendosi da scrittori contemporanei che
il palco era ornato per l’appunto con que’ disegni e que’ colori,
e rimanendovi intatte, la più parte, le iscrizioni arabiche. Ma a
quell’altezza arriva poca e trista luce dalle finestre sottoposte, sì
che le iscrizioni furono ignote fino al principio di questo secolo,
e le figure e i rabeschi dipinti entro i cassettoni non si conoscono
altrimenti che per le piccole fotografie fatte due anni addietro
a luce riflessa da uno specchio, quand’io mi accinsi a pubblicare
le iscrizioni. Nessuno ha osato poi di giudicar le dipinture senza
osservarle da presso: onde convien tacerne per ora ed aspettare qualche
occasione, che permetta ai conoscitori di studiare a loro bell’agio
questi avanzi di un’arte siciliana del duodecimo secolo.[1288]
Venendo alla scultura, non veggo alcuna ragione di negar ai Musulmani
di Sicilia il lavorìo degli ornati in alto e basso rilievo e in
particolare de’ capitelli elegantemente scolpiti, che ammiriamo
in varii monumenti dell’epoca normanna, massime nel chiostro di
Morreale. Perocchè il grande numero e la forma de’ capitelli esclude
il supposto che fossero tolti da più antichi edifizii, e, come dicemmo
pocanzi trattando de’ mosaici, non regge il vecchio canone che là,
dove si veggono effigie, sia da escludere l’origine musulmana. Buoni
giudici spassionati hanno notata la eccellenza di così fatta opera di
scultura.[1289] De’ fonditori di bronzo abbiamo toccato nel capitolo
precedente. Passando dal mestiere a quella che in oggi si chiama
propriamente arte, noi non rivendicheremo alla scuola musulmana
le due porte di bronzo del Duomo di Morreale, contemporanee e pur
di stile molto diverso, nell’una delle quali si legge il nome di
Bonanno da Pisa, nell’altra quel di Barisano da Trani.[1290] Pure la
imitazione degli ornati arabi è notabile in alcuni compartimenti della
porta di Bonanno: e più assidua, dico anzi servile, si scorge in un
lavoro anteriore almen di ottant’anni, cioè le porte di bronzo della
camera sepolcrale di Boemondo a Canosa, ch’erano una volta ageminate
in argento. Nelle quali non solamente i fregi e il campo son tutti
arabeschi finissimi e complicati, ma l’artista perfin copiò delle
lettere cufiche nei tre cerchi che occupano il campo del battente
sinistro; talchè si direbbe opera orientale, se non vi si leggessero
allato in latino le lodi di Boemondo e se la soscrizione, parimente
latina, non portasse il nome di Ruggiero campanaio di Amalfi, autore
delle porte e d’un candelabro.[1291] Possiam noi supporre questo
Ruggiero musulmano di Sicilia, battezzato col nome del padrone
normanno che l’emancipò; possiamo supporre che, nato in Amalfi, avesse
appresa l’arte, com’altri suoi concittadini ed altri Italiani, in
Costantinopoli, oppure in Sicilia o nel Levante musulmano; ch’egli
avesse gittato il bronzo ed altri disegnati i modelli: ma in nessun
caso è dubbia la scuola, alla quale appartiene questo lavoro. A ciò
s’aggiunga che i Musulmani di quella età, con opera diversa e assai
meno agevole, fabbricavan porte di ferro istoriate a figure di animali.
Noi lo sappiamo precisamente delle porte di Mehdia,[1292] della qual
città si è visto ch’ebbe fin dalla sua fondazione strette relazioni con
la Sicilia. E non sembra inverosimile che fossero state della stessa
fattura le porte di ferro che Roberto Guiscardo riportò di Palermo in
Troja di Puglia, insieme con varie colonne e capitelli di pregio:[1293]
il qual fatto spiana la via all’ipotesi che artisti musulmani di
Palermo abbiano partecipato al disegno dei lavori di bronzo gittati un
secolo appresso pel Duomo di Morreale.
Ma ritornando alle costruzioni dopo il lungo discorso su le arti
ausiliari, ci occorre un ramo d’ingegnerìa assai coltivato in Palermo,
per l’abbondanza delle acque che sgorgano alle radici de’ monti vicini.
Il biasimo che fa Ibn-Haukal a’ Palermitani, perchè la più parte
bevesser acqua di pozzo, ci ha condotti, contro l’opinion comune, a
conchiudere che la vasta ramificazione di acquedotti e condotti minori,
che in oggi recano l’acqua infino a’ piani più elevati delle case, non
si dovesse riferire alla dominazione musulmana. Ma da un altro canto
quel congegno non può esser nato dopo il duodecimo secolo. Arabica
è la voce _giarra_, che designa in Sicilia una parte principale del
sistema, cioè i pilastri, ne’ quali si fa montar di tratto in tratto
l’acqua per lasciarla ricadere giù e renderle in parte la forza perduta
nel cammino: le quali costruzioni furono usate allo stesso effetto in
Ispagna e lo sono tuttora nell’Affrica settentrionale.[1294] Che se il
vocabolo _catusu_, il quale in Sicilia vuol dire doccia di terra cotta,
ha etimologia greca e latina, noi veggiamo che gli Arabi, toltolo
in prestito, come tanti altri vocaboli, da’ popoli civili, mutarono
alquanto il significato da “urna o brocca” in “secchia,” e in Occidente
vi aggiunsero il significato di “condotto o doccia;” onde questa voce
siciliana si deve immediatamente agli Arabi.[1295] Infine è arabica
di pianta la voce _darbu_, misura d’acqua corrente, usata fino ai
nostri giorni in Palermo e scritta in un diploma arabico del duodecimo
secolo.[1296]
Dalle cose passando agli uomini, sarebbe da investigare per lo primo
quali avanzi di sangue arabo e berbero fossero rimasi negli odierni
Siciliani. A tal quesito parmi non sappia rispondere l’anatomia nè la
fisiologia, dopo sette secoli, nel corso de’ quali la schiatta italica,
di gran lunga predominante, ha avuto agio di assorbire ogni altra. E là
dove mancano i rigorosi metodi scientifici, dobbiamo diffidare delle
apparenze, delle opinioni preconcette, delle osservazioni parziali
e de’ subiti giudizii. Per la medesima ragione mettiamo da canto le
conghietture che suggerisce qua e là una diversa sembianza e indole
degli uomini in qualche regione o città dell’isola, e ci ristringiamo
ai fatti storici e linguistici.[1297]
Abbiamo notate a lor luogo le crisi della popolazione musulmana. La
quale, oltre le stragi della guerra e delle proscrizioni, scemò per la
emigrazione in Affrica, incominciata il millesessantotto e non cessata
al certo fino al compimento del conquisto; cresciuta dopo breve sosta,
pei supplizii del cencinquantatrè, e per le stragi del censessantuno;
continuata pian piano sotto Guglielmo il Buono; accelerata dalle
sedizioni del centottantanove, e dai terrori del cennovantanove, fino
alle ribellioni del dugenventuno e dugenquarantatrè, per le quali,
altri si rifuggì in Affrica o in Egitto, ed altri cercò scampo nella
religione de’ vincitori; mentre il grosso de’ ribelli era deportato
in Puglia e scompariva, tra per apostasia e per emigrazione, ne’
principii del secolo decimoquarto. Verosimil sembra che, in tutte
queste vicende, la più parte degli usciti fossero oriundi di schiatte
straniere, più tosto che antichi abitatori dell’isola. In tale opinione
mi conferma il fatto che i Saraceni di Lucera parlavano, o per lo
meno intendean bene, l’italiano;[1298] il che conviene per l’appunto
alla popolazione rurale sottomessa dai Musulmani e lasciata sotto
il giogo dai Normanni, nelle platee dei quali ci occorrono tanti
villani musulmani di origine italica o greca.[1299] Ma dopo la seconda
deportazione in Puglia scomparisce nell’isola, sì come abbiam detto di
sopra, ogni notizia di abitatori musulmani;[1300] si veggono famiglie
siciliane in Egitto e in Affrica;[1301] il linguaggio arabico si spegne
d’un subito in Palermo stessa: sì che ne avanza appena, nella seconda
metà del decimoterzo secolo, una soscrizione in atto pubblico[1302] e
il ricordo di traduttori dall’arabico in latino, tra i quali veggiamo
degli Israeliti.[1303] Mancano in Sicilia nella stessa generazione le
iscrizioni sepolcrali arabiche:[1304] e se i nomi di città, villaggi e
grandi tenute duran la prova del mutato linguaggio, quei delle strade
in città e de’ piccoli poderi cambiano o si corrompono,[1305] sì che
pochi ne avanzan oggi.[1306] Potrebbe supporsi, in vero, da’ capitoli
di Federigo l’Aragonese, che fosse rimaso qualche avanzo di popolazione
musulmana infino alla prima metà del secolo decimoquarto;[1307] ma
quando si riflette al silenzio di ogni altra memoria per sessant’anni,
sembra più verosimile che quelle leggi abbian avuto di mira i
mercatanti musulmani stanziati o passeggieri nelle città marittime, e
gli schiavi recati dalla costiera d’Affrica, e soprattutto dall’isola
delle Gerbe, dopo il milledugentottantaquattro.[1308]
La somma de’ ricordi storici dunque è, che nei primi del trecento
rimanea nella Sicilia propriamente detta poco o punto di quelle
schiatte orientali ed affricane. Delle isole adiacenti, al contrario,
Pantellaria, secondo l’attestato degli scrittori musulmani del
decimoterzo secolo,[1309] non avea mutata schiatta nè religione, se non
ch’era soggetta ai re di Sicilia, e che poi fu occupata temporaneamente
da avventurieri genovesi; ma fino al decimosesto secolo, ancorchè
gli abitatori professassero già il Cristianesimo, “avean comune co’
Saraceni l’abito e la favella,” al dir del Fazzello.[1310] Non sappiamo
se in Malta la dominazione romana abbia spento del tutto il linguaggio
punico, nè se v’abbiano fatto stanza, come a me par verosimile,[1311]
degli antichi abitatori insieme coi Musulmani che se ne insignorirono
e furono soggiogati a lor volta dal conte Ruggiero. Il quale,
avendo istituito immantinente un vescovado, non cade in dubbio che
soggiornassero allora in Malta de’ Cristiani, e sembra assai verosimile
che la schiatta italiana fosse penetrata o piuttosto cresciuta con la
dominazione siciliana in quell’isola.[1312] Meglio che co’ barlumi
delle croniche, la mescolanza della schiatta si prova con l’idioma
maltese, il cui dizionario e, quel ch’è più, la grammatica, è mezzo
italiano e mezzo arabo; onde gli abitatori, senza avere appresa mai
altra lingua, agevolmente conversano coi Barbareschi.[1313]
Qual dialetto dell’idioma arabico abbiano usato i Musulmani di Sicilia
non è agevol cosa a determinare, quando del parlar volgare altro non
resta che un oscuro esempio in tre diplomi del duodecimo secolo,[1314]
ed al contrario gli altri documenti son dettati nell’inelegante, ma
corretto stile degli atti pubblici;[1315] nè le opere de’ poeti e de’
prosatori disconvengono alla lingua dotta di quell’età. Il significato
preso da alcuni vocaboli conferma bensì il plausibile supposto che
fosse prevalso in Sicilia l’arabo occidentale o maghrebino che voglia
dirsi: e meglio si farà il paragone quando uscirà alla luce il gran
dizionario maghrebino che apparecchia il Dozy. Per dar qualche esempio
noteremo che _wed_ in Sicilia, come in Spagna, suonò “fiume,” non
“valle,” come nella patria della lingua; che _marg_, passando nel
dialetto siciliano, piegò la significazione originale di “prato”
in quella di “padule;” che _rahl_, “stazione,” designò in Sicilia
assolutamente un “casale;” _sciarr_, “mala opera,” si ristrinse
a “rissa:” e molte altre differenze di tal fatta potremmo notare
riscontrando i dizionarii classici, sia che le voci abbiano veramente
mutato di valore, sia che i lessicografi, come lor avviene in tutte le
lingue, abbiano ignorati molti significati ammessi in alcune regioni e
presso alcune tribù.
Meno male possiam noi discorrere della pronunzia, della quale ci fanno
testimonianza, fin dall’undecimo e duodecimo secolo, moltissimi nomi
proprii trascritti in greco o in latino, e la sentiamo ancora nei nomi
topografici e ne’ vocaboli siciliani derivati dall’arabico; se non
che nel primo caso avvien talvolta che il mal noto s’abbia a spiegare
con l’ignoto, e nelle parole viventi il suono può essere alterato.
Aggiungasi che in uno de’ diplomi di maggior momento, dico la gran
pergamena arabo-latina di Morreale, la versione è opera di un chierico
francese, di que’ che trassero a corte di Palermo ne’ primi anni di
Guglielmo il Buono; onde alcune lettere latine notan suono diverso da
quel che rendono in bocca nostra.[1316] Contuttociò la materia non
manca. Uscito che sia alla luce l’egregio lavoro del professor Cusa
intorno i diplomi arabi e greci di Sicilia, si ricaveranno con maggiore
certezza le leggi che i suoni del parlare arabico seguivano passando
nel greco e nel volgare della Sicilia: il quale studio renderà più
agevole il gran lavoro d’un glossario di vocaboli siciliani derivati
dall’arabico. Intanto ecco quanto ritraggo dalle ricerche fatte fin qui
intorno l’influenza che quell’idioma esercitò sul volgare siciliano.
Com’io ho detto a suo luogo,[1317] la Sicilia, al punto del conquisto
musulmano, era bilingue, parlandovisi il greco e il latino, o per dir
meglio un idioma italico, il quale negli atti pubblici vestiva i panni
del latino e pur non gli riusciva di celare al tutto le umili sembianze
native. A provar ciò mancano per vero in Sicilia delle scritture del
settecento, ottocento e novecento, come quelle che abbiamo in varii
luoghi della Penisola;[1318] ma nei primi diplomi latini, greci ed
arabi di Sicilia che tornano allo scorcio dell’undecimo secolo, è
manifesta la forma volgare di alcuni nomi proprii o topografici, che
non erano nati al certo in quella medesima generazione. Tra i primi
abbiam già notati Bambace, Diosallo, Mesciti, Notari, La Luce, Saputi,
Caru, Francu, Fartutto, Pacione, Pitittu, Strambo ed altri di antichi
abitatori.[1319] De’ secondi, un diploma greco del milleottantotto
ricorda il fiume _dei Torti_;[1320] uno del millenovantaquattro conduce
i confini d’un podere _ad serram dello Conte_ e quindi _ad petram
serratam quae vocatur La Castellana_;[1321] uno del millecento cita
_La Schala di Lampheri_ e il _monte de Cavallo_, ed accenna al corso
di una valle per _ostro sive Xirocco_.[1322] Il latino notarile del
medio evo, che torna ordinariamente a traduzione mentale dal volgare,
comparisce già in un diploma del conte Ruggiero dato il millenovantuno,
nel quale, oltre il fraseggiare tutto italiano, ci occorre verbo
_accrescere_:[1323] e più apertamente si mostra in un altro diploma
dello stesso principe, datato del millenovantatrè e contrassegnato
dal suo notaio, o, diremmo noi, segretario, Antonio della Mensa, il
quale se fosse siciliano o calabrese io non so, ma di certo scriveva
in una lingua ch’egli credea latina in grazia delle sole desinenze e di
qualche preposizione.[1324]
A cotesti avanzi del siciliano anteriore al conquisto, ne aggiugnerò
altri del duodecimo secolo. Non dimenticando che in quella età la
Sicilia s’empiva a poco a poco di colonie della Terraferma, io metto
da canto l’attestato del bando latino di Patti (1133) spiegato in
volgare,[1325] e lascio indietro molti altri esempii di vocaboli che
si potrebbero riferire tanto al siciliano, quanto al pugliese, al
toscano, al genovese, al monferrino o che so io,[1326] e noto in un
diploma del millecentrentatrè il campo _Lu Marge_,[1327] ch’è bello
e buono vocabolo arabico, vivente oggidì in Sicilia. Ci occorrono in
un’altra carta i nomi topografici _Luhrostico_ e _Tremula_,[1328]
de’ quali il secondo è certamente siciliano; in un’altra del
cencinquantasei, il sostantivo _Olivastro_;[1329] nel centottantadue
_Scuteri_;[1330] nel dugenventisei _Gabbaturi_;[1331] nel dugenquaranta
_Ienchi_ e _Ceramiti_.[1332] E qui fo sosta, poichè non mette conto
a spigolare qua e là dei vocaboli nel decimoterzo secolo, che ci ha
lasciati degli scritti interi in siciliano. Anzi mi sarei già fermato
alla metà del duodecimo, se avessi potuto credere contemporanei
all’originale i transunti di due carte greche pubblicate per lo primo
dal Morso;[1333] delle quali l’una è data il millecencinquantatrè,
e l’altra, che ha soltanto la indizione, è stata ben collocata nel
millecenquarantatrè.[1334] Ma non avendo esaminati i testi, e sorgendo
gravi difficoltà su l’epoca de’ transunti, mi convien rinunziare
a prova sì comoda e lesta.[1335] In ogni modo son persuaso che il
volgare siciliano avea già presa nel duodecimo secolo una forma
assai somigliante all’attuale: e che già aspirasse a divenir lingua
cortigiana lo provano le prime poesie italiane dettate in Sicilia. Le
leggende della maggiore porta del Duomo di Morreale, gittata in bronzo
da Bonanno pisano, sendo latine con abbreviature e con qualche parola
prettamente toscana, non danno esempio, a creder mio, del linguaggio
parlato in Sicilia allo scorcio del duodecimo secolo;[1336] dimostrano
piuttosto, che l’uso della corte di Palermo rincorava gl’Italiani
delle altre province a farsi innanzi con lor volgari, somiglianti
l’uno all’altro e tutti al latino. E mi pare molto verosimile che in
quel primo assetto delle colonie continentali in Sicilia fossero stati
più disformi l’un dell’altro i dialetti di varie regioni dell’isola,
i quali ritengono fino ai nostri giorni tanti vocaboli e modi di dire
diversi.
La robusta pianta del parlare italico resistè meglio che ogni altra
lingua all’invasione dell’arabico. Dalla Siria, dalla Mesopotamia,
dall’Egitto, scomparvero gli antichi idiomi entro breve tempo dal
conquisto degli Arabi, rimanendo nella sola liturgia cristiana;
dileguaronsi in un baleno nell’Affrica settentrionale, insieme con la
religione, gli idiomi trapiantati ne’ tempi istorici; perfin l’aspro
berbero autoctono fu respinto dal parlare arabico verso mezzodì e verso
ponente. Ma in Spagna l’esotico latino cedè poco terreno e ripigliò
tosto il perduto, serbando inviolata la grammatica. La qual diversa
fortuna, se va apposta precipuamente ad altre cagioni, come sarebbero
la distanza dall’Arabia, il numero de’ conquistatori stanziali e la
durata del dominio loro, pure è da riferire in parte all’indole della
lingua e al gran tesoro di civiltà che Roma avea profuso in Occidente
insieme con quella. Le cagioni della corruzione dovean operare in
Sicilia più debolmente assai che in Spagna; ed a quelle dovean anco
resistere i Siciliani per la remotissima antichità di lor idioma
italico e per la parentela di esso col greco, che gli avea disputata
l’isola fin dall’ottavo secolo avanti l’èra volgare.
L’arabico pertanto ha lasciati nel parlare siciliano minori vestigi
che non si creda comunemente: veruno nella grammatica,[1337] un’ombra
nella pronunzia, poche centinaia di vocaboli nel dizionario, e
qualche modo di dire. Io non posso entrare ne’ particolari, poichè
richiederebbero il glossario accennato dianzi, il quale alla sua volta
dovrebbe fondarsi sopra un dizionario etimologico, che niuno fin qui
ha compilato con gli aiuti della linguistica moderna. Dirò dunque per
sommi capi, che ne’ derivati siciliani l’accento rimane quasi sempre
al posto dov’è ne’ vocaboli arabi corrispondenti, sia che la vocale si
prolunghi nella lettera analoga, sia che le s’attacchi la consonante
che segue. Delle tre vocali arabiche, la prima suona in siciliano
or _a_, or _e_; la seconda sempre _i_; e la terza quasi sempre _u_.
Delle consonanti la =b= (2ª lettera dell’alfabeto arabico) rimane
per lo più inalterata come in “balata, burgiu, burnìa;” talvolta,
soggiacendo alla legge della pronunzia greca, si muta in v come nelle
voci “vava, vattali.” La =th= (4ª lettera) divien sempre _t_ come in
“Butera, tumminu.” La =g= (5ª lettera) serba il suono, come in “giarra,
giubba,” o l’addolcisce in _c_, come Muncibeddu, e raddoppiata nel
vocabolo _hâggem_, suona alla greca _ng_ nel casato “Cangemi:” ma la
voce “zubbiu” (fosso profondo) è esempio della permutazione in _z_,
che il Dozy ha notata in molte voci spagnuole. L’=h= (6ª lettera) si
aggrava in _c_, come nel detto nome Cangemi e in “coma, camiari,” o
sparisce, per esempio nel nome topografico _Mars-el-Hamâm_, divenuto
Marzamemi. Similmente la =kha= (7ª lettera) si muta in _g_, per esempio
“Gausa, gasena,” e può quasi scomparire come in “maasenu” (magazzino).
La =d= araba (8ª lettera), ch’era molto vicina al _t_, come si vede
in tanti esempii di vocaboli tolti dal greco, s’identificò alcuna
volta con la _d_ nostra come in “darbu, Dittainu” (_Wadi-t-Tîn_), o
mutossi in _t_ come in “Targia, tarzanà (_Dar-es-sena’h_, darsena,
arzanà, arsenale). La =ds= (9ª lettera) non occorre in derivati certi;
la =z= (11ª lettera) ha il suono italiano in “Zisa, zizzu,” o prende
quello della _s_, come in “magasenu” citato dianzi. Al contrario,
la =s= (12ª lettera) inalterata in “Sutera, senia,” si muta in _z_
nelle voci “zicca, zuccu (_suk_, tronco d’albero), zotta” (frusta).
Frequentissima nei derivati dell’arabico, la =sc= (13ª lettera) rende
il suono arabico in “Sciacca, sciabica,” che un tempo si scriveano con
la _x_. L’altra =s= (14ª lettera), che c’è già occorsa in “darsena,”
fa ora _s_, ora _z_, e suona aspra di molto in “zabara” e “zurriari”
(stridere de’ denti). Come la =d=, la =dh= (15ª lettera) fa _d_ nel
siciliano “dagala, dica” (ambascia), e diviene _t_ in “reticu,”
derivato da _radhi’_ (bambino lattante). La =z= (17ª lettera),
che altri trascrive =dh=, par abbia preso l’uno e l’altro suono
in Sicilia, rimanendo l’attestato del secondo nell’antico vocabolo
“annadarari” (invigilare su i pesi e le misure) e argomentandosi il
primo dal nome topografico “Zaèra,” del quale diremo più innanzi.
L’=ain= (18ª lettera dell’alfabeto), sola tra le arabe che non si
possa rendere con l’alfabeto romano e però notata dagli orientalisti
con un’apostrofe, mi par si pronunzii arabicamente da’ Siciliani in un
verbo d’uso frequentissimo.[1338] E suona cotesta lettera nell’accento
di “tarzanà,”[1339] citato or ora; ovvero si muta in consonante
italiana, come nello allegato esempio di _reticu_; al che risponde la
trascrizione dell’_ain_ seguita ne’ diplomi arabo-greci di Sicilia, ne’
quali quella consonante, o si perde nella vocale, come in Ὀθουμέν e in
Ἄβδ (_’Othman, ’Abd)_, o la si muta in γ, per esempio in Νίγμε, Σεγίτ,
(_Ni’ma, Sa’îd_); ed altri nel duodecimo secolo tentò di notarla con
l’_h_, come poi fece nel decimosesto Leone affricano, poichè leggiamo
in un diploma il nome di Habes, invece di (_Wed-_)_’Abbâs_, ch’era
l’Oreto. Il =gh= (19ª lettera) o rimane _g_ forte come in “gana,” o
si muta anche in c come in “Cutranu,” che si scrive, e forse un tempo
si pronunziò, “Godrano.” La =k =(21ª lettera) suona in Sicilia _c_,
come in “Calata, cammisa, coffa;” ma par abbia avuto un tempo anco il
suono della _g_ che le danno gli Egiziani, poichè leggiamo “caitus,” e
“gaitus” negli scritti latini del duodecimo. Nè altrimenti l’altra =k=
(22ª lettera) che ricorre in “gaffa, mingara, cuscusu” e nell’avverbio
“a cuncumeddu.” E quando il parlare arabico si sparse in Sicilia,
la pertinace _d_ che i Sardi e i Siciliani sostituiscono alla _l_
della nostra Terraferma, si trovava radicata sì profondamente, che
trasformò anco la =l= (23ª lettera arabica) in alcuni vocaboli tolti
dall’arabico, come _gebel_ in Mongibello, pronunziato “Muncibeddu” e
il verbo “sciddicari” (sdrucciolare), che viene da _zeleg_ e _zelek_.
L’ultima =h= (26ª lettera), al par che le sue sorelle, si rende
talvolta con una _g_, come in “zagara;” talvolta svanisce, poichè
altri pronunzia lo stesso vocabolo “zaara:” ed abbiamo in Zaèra, nome
d’un sobborgo di Messina, un altro esempio di questa attenuazion di
suono; ma l’origine arabica non si può dimostrare, se non con l’omonimo
palagio degli Omeiadi in Cordova. Il =w= (27ª lettera) suona _v_
come in “Favara;” ma, se iniziale, par sia stato pronunziato _u_,
ovvero _o_, come “Odesuer” (_Wadi-es-Sewâri_), ed anche sia scomparso
al tutto come supposto articolo, il che si argomenta da Dittaino
(_Wadi-el-Tîn_), che un tempo suonò di certo “Udittain.” Le altre
lettere =t, r, t, f, m, n, j= (3, 10, 16, 20, 24, 25, 28 dell’alfabeto)
non hanno suono diverso dall’italiano, nè mutan mai.
Chi compilerà il glossario delle voci arabiche passate nella nostra
lingua illustre e nei dialetti,[1340] dovrà resistere a tentazioni
frequenti; poichè i suoni dell’arabo sono sì svariati e il dizionario
sì prodigiosamente ricco, che col metodo de’ vecchi etimologisti, la
cui schiatta non è spenta del tutto, si potrebbe rannodare all’arabo
ogni vocabolo dell’italiano e di altre lingue ancora. Da un’altra
mano, le leggi fonetiche ricavate fin qui non imperano assolutamente
in tutti i tempi e i luoghi; e chi non ammettesse eccezioni e talvolta
non osasse scostarsi dal fil della sinopia, non avanzerebbe mai in un
lavoro etimologico. Ho voluto dir questo per iscusarmi se non presento
qui una lista de’ vocaboli siciliani che sono evidentemente, o mi
sembrano, derivati dall’arabico; e se differisco ad altro tempo, o
rimetto a’ posteri, un lavoro che richiede anzi tutto più diligente
ricerca de’ vocaboli siciliani per ogni luogo dell’isola e, in
quanto si possa, per ogni tempo. Perocchè leggendo nel dizionario del
Pasqualino le voci disusate al suo tempo, le quali ei prese da antichi
glossarii, ne veggo bandite di tempo in tempo molte di vero conio
arabico. Ed è ben ragione che l’elemento straniero si elimini a poco a
poco: ma questo fatto per lo appunto va notato in una esamina storica
della lingua.
Rimanendo sempre su i generali, dirò che i vocaboli siciliani di
origine arabica si riferiscono la più parte alle cose rurali, alle
industrie cittadinesche, alle vestimenta, ai cibi, ed a qualche
istituzione di polizia urbana. Come nello spagnuolo e nel portoghese
che ne son ricchi, così nel siciliano che n’è povero, occorrono voci
arabiche, assai più sovente ne’ sostantivi che negli aggettivi:
ed al contrario i verbi, scarsi in quelle due lingue al segno
che si è dubitato se alcuno se ne trovasse,[1341] non mancano nel
siciliano.[1342] Sono da notar anco de’ traslati o modi di dire
tradotti litteralmente dall’arabico;[1343] e come per contrapposto i
proverbi arabi si contano a dito nelle raccolte de’ siciliani.
Non voglio pretermettere che buon numero dei vocaboli arabi passati
nel siciliano si trova anco nella lingua illustre; anzi che occorrono
in questa e in qualche altro dialetto delle voci arabiche ignote
in Sicilia, per esempio nel genovese, _camâlo, mésaro, macrama_; in
Arezzo _cáida_;[1344] a Pisa un tempo _calega_;[1345] in Liguria e in
Toscana, _maona_ o _magona_[1346] e nella lingua illustre _acciacco,
azzurro, butteri, carciofo, collare_ (per salpare), _petronciana,
scialbo, tarsia_. Altri son comuni al siciliano: _ammiraglio, barda_
(siciliano _varda_), _camicia_ (siciliano più correttamente _cammisa_),
_canfora, cifra_ e _zero_ (trascrizioni diverse dello stesso vocabolo),
_dogana, gabella, garbo, gelsomino, fondaco, liuto, magazzino, sensale,
tariffa, vasca_: oltrechè i termini scientifici, come _alambicco,
alcali, almanacco, giulebbe, taccuino, zenit_, corrono nella più parte
delle lingue viventi d’Europa. La Terraferma d’Italia, di certo, li
ebbe or dalla Sicilia, or dalla Spagna, or direttamente dalle costiere
meridionali del Mediteraneo.
Senza disputare altrimenti delle origini del parlare siciliano, su le
quali hanno lavorato e lavorano ancora i letterati dell’isola,[1347] e
senza gittarmi nella mischia che ferve intorno a Ciullo d’Alcamo,[1348]
io ammetto che verso la metà del duodecimo secolo il siciliano
parlavasi tanto o quanto in tutta l’isola e tendeva alla forma
attuale, senza essere giunto però, non dico già alla mèta, chè le
lingue vive non si congelano, ma a quel tratto del corso che soglion
varcare quetamente senza notabili alterazioni. Così dovea succedere
per la presenza delle colonie testè venute da varie parti della
Terraferma, unite da commerci tra loro e molto più strettamente col
grosso dell’antica popolazione di linguaggio italico, o, per dir
meglio, siciliano. Nella quale condizione di cose dovea nascere un
idioma cortigiano o legionario che chiamar si voglia, non altrimenti
che quello che s’ode da dieci anni in qua nel nostro esercito; e quel
parlare dovea, con l’andar del tempo, sempre più accostarsi al dialetto
indigeno, prendendone molto più che non gli desse.
Da cotesta vena di linguaggio, torbida ancora per la sospensione delle
parti che duravano fatica a compenetrarvisi, emerse la poesia italiana
propriamente detta. Se ciò sia avvenuto alla metà del duodecimo secolo
o nei principii del seguente non si potrà sapere per l’appunto, se il
caso non ci farà trovar prove più chiare di quelle allegate fin qui.
Ma parendo assai verosimile che il linguaggio più comune a corte di
Federigo imperatore, de’ Guglielmi e fors’anco di re Ruggiero, sia
stato un dialetto italiano, e concorrendovi la espressa testimonianza
di Dante, per non citare tutti gli altri, possiamo tener certo il
fatto. E per vero nessun altro luogo d’Italia si può immaginare più
adatto che la Sicilia al nascimento delle muse italiane. Lo studio
della poesia araba, approfondito da mezzo secolo in qua, ha dissipati
gli errori di chi la credea madre della poesia spagnuola, provenzale ed
italiana. Nè la ragion poetica, nè la macchina, nè la rima delle poesie
neolatine può riferirsi in alcun modo alle arabiche. La moda sola,
credo io, delle splendide corti musulmane della Spagna fece entrare
ne’ castelli cristiani dell’Occidente, insieme con altri argomenti di
lusso, il sollazzo di ascoltare poesie in lingua volgare del paese: i
premii e gli onori incoraggiarono i poeti nazionali a recitare nelle
brigate principesche i versi che si sentiano per lo innanzi negli
oscuri crocchi delle città e delle campagne; talchè la poesia volgare,
meglio che nata, si dee dir emancipata e nobilitata in quel tempo. Lo
stesso è da supporre nella corte musulmana dei re normanni e svevi di
Sicilia; a’ quali forse avvenne d’ascoltare lo stesso giorno de’ poeti
arabi e de’ poeti siciliani e di largire agli uni come agli altri una
manata di tarì d’oro. Solo legame tra le poesie neolatine e le arabiche
mi sembrano i metri delle _mowascehe_ e de’ _zegel_, dei quali ho
fatta parola nel capitolo undecimo di questo libro.[1349] Io spero che
nuove ricerche in tal campo riescano a rischiarare quel periodo della
nostra storia letteraria: ma si può ritenere fin d’ora che la Sicilia
debba agli Arabi, e la Terraferma italiana debba alla Sicilia, chè del
primato dell’altra grande isola io dubito forte, la inaugurazione della
poesia nazionale.
Si possono spigolare qua e là altri bricioli del patrimonio che la
popolazione musulmana legò alla Sicilia. Il nome arabico di _Sciorta_ o
_Xurta_, com’è scritto nei Capitoli de re Aragonesi di Sicilia,[1350]
prova come l’istituzione d’una guardia cittadina, che vegliasse
alla pubblica sicurezza nelle città, risaliva fino alla dominazione
musulmana. Venìa da quella parimente il sistema metrico che fu in
uso nell’isola fino alla fondazione del reame d’Italia; chè non solo
alcuni nomi delle misure d’acque correnti, da noi citati già in questo
capitolo, e il verbo stesso testè ricordato che significa la vigilanza
della pubblica autorità su’ pesi e le misure di piazza, derivano
manifestamente dall’arabico, ma altresì alcune denominazioni in varie
parti del sistema: la canna nelle misure lineari;[1351] la salma e il
tumolo nelle misure di superficie e nelle cubiche per gli aridi;[1352]
il cafiso in quelle de’ liquidi;[1353] il rotolo e il cantaro ne’
pesi.[1354] Che se ne’ multipli e nelle suddivisioni troviamo vocaboli
latini, gli è naturale effetto della mescolanza dei popoli e si può
supporre che que’ nomi fossero entrati dopo la dominazione musulmana
o durante quella. Le denominazioni metriche della Sicilia passarono,
com’e’ sembra, nella Bassa Italia quando soggiacque alla dominazione
de’ Normanni in Sicilia; e forse alcuna v’era stata recata prima dal
commercio, come abbiam provato per le monete.[1355] Il _rubbio_ di
Roma, Lombardia, Piemonte e Genova, anch’esso d’origine arabica; il
_rotolo_, ch’era in uso a Genova, sì come a Napoli; il _carato_, peso
usato dagli orafi anche nelle altre province che non ebber colonie
musulmane, furono evidentemente recati dal commercio.[1356]
Quando si riflette su la catastrofe delle popolazioni musulmane di
Sicilia, seguìta più tosto per fatto delle genti cristiane che del
governo, si noterà con minore maraviglia che non sia durata nell’isola
alcuna foggia di vestire de’ Musulmani. De’ nomi stessi di quelle fogge
pochi sono arabi e questi comuni alla Sicilia ed alla Terraferma.[1357]
Altri ha riferito a’ Musulmani i manti neri, di che nel secolo passato
e ne’ principii del corrente soleano avvolgersi le donne siciliane
andando a messa, ed anche a diporto, i quali non sono scomparsi del
tutto in alcuni paesi di Sicilia; ma tal supposto mi sembra fondato
piuttosto su l’analogia de’ costumi gelosi, che su la rassomiglianza di
quella foggia siciliana a’ camicioni ed a’ veli delle donne musulmane.
Direbbesi che all’incontro i Cristiani di Sicilia avessero prese
volentieri da’ loro concittadini circoncisi quelle usanze che
soddisfacean meglio alla gola. Più che le vivande, sono rimasi arabi
di nome e di fatto in Sicilia i camangiari,[1358] massime i dolciumi,
antica manifattura del paese; poichè ritroviamo in Affrica, fin
dallo scorcio del nono secolo, delle torte condite con lo zucchero
di Sicilia.[1359] Un Ducange arabo, se mai l’avremo, ci spiegherà
molti vocaboli di tal fatta che or leggiamo inutilmente nelle istorie
e nei racconti; e per tal modo ci svelerà tutte le rassomiglianze
de’ buon gustai siciliani con que’ dell’Egitto: gli uni e gli altri
grandi consumatori dello zucchero prodotto ne’ due paesi e scambiato
assiduamente tra loro infino al decimoquinto secolo, in grazia forse
della qualità diversa o delle raffinerie, mantenute in Egitto,
mancate presto in Sicilia.[1360] Perocchè nelle descrizioni del
prodigioso lusso della corte fatemita, serbateci dal Makrizi, le feste
del ramadhan al Cairo, per la quantità e qualità della roba che si
mangiava, somigliano perfettamente alla novena del Natale, al Carnovale
e alla Pasqua in Palermo. A casa de’ grandi officiali dello Stato,
e con maggiore profusione a corte, solean imbandirsi delle figurine
e de’ castelli di zucchero e panforti finissimi e varie maniere di
paste dolci, delle quali e d’altre vivande più sostanziali, acconciate
con vaghi colori, ed ammonticchiate in vassoi d’argento, d’oro e di
porcellana della Cina, si facea come una cuccagna.[1361] Allo scorcio
del medio evo, e infino a’ nostri tempi, si veggon usati in Egitto de’
canditi simili alla zuccata di Sicilia[1362] ed una specie di gelatina
dolce estratta dal pollo pesto:[1363] e la _cuccìa_ di Sicilia, pasta
di grano immollato, mescolato con latte, si mangiava e si mangia in
Egitto e si chiama ancora _kesc_.[1364] Perfin si rassomigliano le
frasi, con le quali vanno gridando per le strade i venditori di frutte
del Cairo e que’ di Palermo.[1365]
Maraviglierà taluno ch’io scenda a tai piccolezze, tenute a vile dagli
storici delle passate generazioni, e non tocchi di quella eredità di
vizii e di virtù, ch’altri credea lasciata da’ Saraceni al popolo
della Sicilia. E sì che talvolta è parso anche a me di scoprirne
qualche avanzo, ma poi mi sono accorto della incertezza di così fatte
induzioni. Una matura riflessione su l’indole e i costumi de’ Siciliani
paragonati a quei degli altri popoli italiani non mostra tal divario
che non si possa spiegare con la geografia e con la storia e s’abbia
quindi a ricercare negli arcani delle schiatte. Per altro, quando
la storia e la lingua ci hanno mostrata identica la massima parte
della schiatta, sarebbe temeraria quella critica che s’accignesse
a inforsare il fatto con cagioni, le quali è più facile immaginare
che provarle. Assai più che l’incerta mescolanza di un fil di sangue
straniero, sarebbe da valutare l’esempio de’ costumi che le colonie
arabe o berbere abbian lasciato per avventura alle popolazioni della
Sicilia occidentale, più pronte in vero alla violenza che quelle della
regione di levante: ma anche in questo fatto le cagioni son dubbie
e diverse, e chi sa se non v’abbiano operato più che ogni altro le
condizioni topografiche e sociali? La sola conchiusione certa è che
il conquisto musulmano recò in Sicilia nel nono secolo, e mantennevi
fino all’undecimo, uno incivilimento ed una prosperità ignoti allora
alle altre regioni italiane, i quali nel duodecimo e per gran parte del
decimoterzo rifluirono su la Penisola e contribuirono allo splendore
della patria comune.
Compio nella patria unita e libera un lavoro, al quale m’accinsi
nell’esilio, trent’anni addietro, mosso da brama irresistibile di
guardar nelle tenebre che avvolgeano la Storia di Sicilia avanti i
Normanni, ed allettato dall’agevolezza che mi offriano le scuole e
le biblioteche di Parigi. Incominciai l’arduo lavoro con animo di
siciliano che bramava la libertà d’un piccolo Stato e desiderava
l’unione dell’Italia, senza sperarla vicina: lo termino confidando
che tutti gli Italiani sempre più si affratellino; che veggano nella
unità e nella libertà la salvezza e l’onore di tutti e di ciascuno;
che quindi il paese cresca di sapienza, di saviezza, di possanza, di
ricchezza, e che la nuova Roma, per ammenda dell’oppressione armata
dell’antichità e delle male arti de’ tempi appresso, promuova ormai
nel mondo la giusta libertà dell’opera e la illimitata libertà del
pensiero.