E i lioni della fonte che buttan acque di paradiso.
La primavera con le sue bellezze veste quei giardini di splendidi
ammanti;
Il mattino li incorona con colori di gemme.
E imbalsaman essi le aurette de’ zefiri, dall’alba ed al tramonto.”
Descrisse più particolarmente i giardini della Favara
Abd-er-Rahman-ibn-Abi-l-’Abbâs, da Trapani, il Segretario:[957]
“Favara da due mari[958] tu contenti ogni brama di vita dilettosa e di
magnifica apparenza.
Le tue acque diramansi in nove ruscelli: oh bello il corso delle acque
così spartito!
Là dove si congiungono i due mari, là s’affollano le delizie.
E sul canal maggiore s’accampa l’ardente desiderio.
Oh quanto è bello il mare dalle due palme e la (pen)isola[959] nella
quale s’estolle il gran palagio!
L’acqua limpidissima delle due polle somiglia a liquide perle e il
bacino a un pelago.[960]
Par che i rami degli alberi si allunghino per contemplare il pesce
nell’acqua e gli sorridano.
Nuota il grosso pesce in quelle chiare onde, e gli uccelli tra que’
giardini modulano il canto;
Le arance mature dell’isola sembran fuoco che arda su rami di smeraldo;
Il limone giallo rassomiglia all’amante che abbia passata la notte
piangendo per l’assenza (della sua bella);
Le due palme hanno l’aspetto di due amanti che siansi riparati in asilo
inaccessibile, per guardarsi da’ nemici,
Ovvero, sentendosi caduti in sospetto, s’ergan lì ritti per confondere
i susurroni e lor ma’ pensieri.
O palme de’ due mari di Palermo! che vi rinfreschino continue, non
interrotte mai, copiose rugiade!
Godete la presente fortuna, conseguite ogni desio: e che dorman sempre
le avversità!
Prosperate con l’aiuto di Dio; date asilo a’ cuori teneri e che nella
fida ombra vostra l’amor viva in pace!
Quest’è genuina (descrizione) da non mettere in dubbio. Ma s’io
sentissi (raccontare) cose simili, mi parrebbero proprio favole.”[961]
Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, il grammatico Siciliano, al dir dell’anonimo
citato nella _Kharîda_, “fu principe in lessicografia e in grammatica;
rinomato per le sane e sobrie dottrine filologiche; lodato per
l’orditura giusta e l’andamento scorrevole e ben ordinato de’ suoi
versi. Messo in carcere da’ Franchi di Sicilia, continua l’autore,
e travagliato con ogni maniera di angherìe, dalla sua prigione ei
dettò una kasida a lode di re Ruggiero.” Della quale Imâd-ed-dîn dà il
principio e due squarci, ma poi tronca netto la citazione, mormorando
che quantunque gli piaccia la poesia, quelli augurii gli danno noia,
nè vuol ratificare le lodi degli Infedeli, che Iddio si affretti
a precipitarli nel più cocente ardore del suo fuoco.[962] Pur ei
conchiude che il poeta è scusabile, come prigione.[963] Il quale, quasi
a smentire il critico che dovea lodarlo del felice disegno, sbalza con
transizione spropositata dal classico amante di So’àd[964] al magnifico
re di Sicilia; ma, tra le esagerazioni, sbozza pur qualche bella
immagine e sempre esprime i concetti con rara eleganza.[965]
Per incontinenza poetica, o perchè volle anch’egli adular
il vincitore dell’Affrica, ripetea le lodi di Ruggiero
un letterato di Mehdia, il cui nome ci è già occorso:
Othman-ibn-Abd-er-Rahîm-ibn-Abd-er-Rezzâk-ibn-Gia’far-ibn-Bescrûn-ibn-Scebîb,
della tribù di Azd, il quale par abbia fatta lunga dimora in Sicilia,
poichè porta anche il nome di Sikilli. Dà notizia di lui Imâd-ed-dîn,
trascrivendo nella _Kharîda_ molte poesie, tolte dal libro che die’
fuori questo Ibn-Bescrûn nel cinquecensessantuno (1165-6) col titolo di
El Mokhtar, ec. ossia “Scelta di poesie e di prose rimate degli egregii
contemporanei.”[966] Quivi dice l’autore che, avendogli Abd-er-Rahman
da Butera mostrata la kasida a lode di Ruggiero e avendolo richiesto di
un componimento compagno di metro e rima, ei cantò:[967]
“Evviva la Mansuria, tutta splendente di bellezza;
Col suo castello saldissimo di struttura, elegante di forma; con le
eccelse logge;[968]
Con le sue belve,[969] con le acque copiose e le fonti che potrebbero
stare nel Paradiso.
Quivi i giardini lussureggianti veston ricchi drappi,
Chè tutto il suolo è coperto di broccato[970] del Sind.
Il zeffiro (che vi passa) ti arreca la fragranza dell’ambra.
Qui vedi gli alberi carichi d’ogni più squisita sorta di frutta;
Qui gli uccelli, senza posa, dalla mattina alla sera si ricambiano (il
canto).
Che qui s’innalzi (sempre) in sua gloria Ruggiero, re de’ re cesarei,
E (goda) lungamente le dolcezze della vita, ne’ ritrovi che fan suo
diletto.”[971]
Dopo i poeti cesarei, Imâd-ed-dîn registra _El Gâun-es-Sikilli_, ossia
il “Ribelle siciliano,” come fu chiamato Abu-Ali-Hasan-ibn-Wadd: e
nulla ci dice su l’origine di quel terribil nome, ma sol nota aver
trovati di molti sbagli ne’ versi. E dà uno squarcio di kasida; poi
de’ versi d’amore, accozzati di luoghi comuni, senza alcuno di que’
bizzarri concetti ed espressioni ricercate ch’eran tanto in pregio.
I quattro versi che ci rimangono della kasida, odorano di apologia;
poichè l’autore si lagna delle vicende della fortuna e de’ partigiani
che l’hanno abbandonato. Ingenuo lo stile anche qui, non vela il
dispetto nè l’orgoglio, e mostra che il Ribelle non verseggiava per far
versi, ma per isfogare la passione dell’animo.[972]
Visse sotto re Ruggiero Abd-er-Rahman-ibn-Ramadhan da Malta, detto il
cadi, ancorchè non si fosse mai dato alla giurisprudenza, ma solo alla
poesia; nella quale i critici del tempo in loro stile sentenziavano che
“egli ebbe un mar di pensieri ed una scaturigine bollente d’estro,”
e aggiugneano che moltissimi versi ei scrisse a lode di Ruggiero,
chiedendo licenza di ritornare in Malta, ma non ne cavò altro che aspre
ripulse.[973] Imâd-ed-dîn non trascrive pur un di que’ versi e mal
ce ne compensa con due epigrammi, l’uno fredduccio, l’altro bello ma
amaro.[974] La coincidenza del nome patronimico, della patria e della
età, mi fa credere sia questi il medesimo Abu-l-Kasim-ibn-Ramadhan,
del quale il cosmografo Kazwini ci ha serbato l’emistichio ch’egli
improvvisò vedendo una clepsidra. E starebbe bene, del resto, che
Imâd l’avesse notato col nome proprio Abd-er-Rahman, e il Kazwini col
soprannome familiare Abu-l-Kâsim. In ogni modo va aggiunto ai poeti
siciliani Ibn-es-Sementi, che compiè il verso e il madrigale, sì come
abbiam detto.[975]
E così venuti alle poesie minori, ci occorre
Abd-el-Halîm-ibn-Abd-el-Wâhid, il quale, educato nell’Affrica propria,
Siciliano, dice Imâd-ed-dîn, per soggiorno, come quegli che stanziò
in Palermo, “apprese ogni bel sapere da’ letterati di quella città,
e dettò versi che rassembrano a’ grappoli dell’uva ed orazioni che
sembran collane.” Affettuoso il suo distico su la terra che gli die’
ospizio:
“Amai la Sicilia nella prima gioventù. Essa parea giardino d’eterna
felicità.
E non m’incomincian per anco a biancheggiare i capelli, che eccola, già
divenuta gehenna ardente!”[976]