Singolare fortuna ebbe Guglielmo II a raccogliere della tirannide
paterna i frutti buoni, scansare l’odio, e tra la saviezza de’ tutori
e la giustizia e mansuetudine dell’animo suo, guadagnar l’amore de’
contemporanei e le lodi dalla storia, in casa e fuori. Sia virtù o
vizio del popolo, l’affetto in lui prevale sempre alla ragione; onde
i posteri hanno perdonato a Guglielmo il Buono quella debolezza e
levità di consiglio che alla sua morte fe’ aprire un abisso: la corte
divisa, il reame insanguinato, l’Italia in preda all’impero, nonostante
la vittoria di Legnago e la pace di Venezia. Il padre, al contrario,
avea fiaccato in ogni modo il baronaggio, nemico massimo dello Stato;
mantenuta l’amministrazione di Ruggiero, se non che vi mancava il
re, e dopo la morte di Majone anco il primo ministro; poichè fu
partita l’autorità tra un vescovo, un segretario ed un gaito, i quali
personificavano le sole tre classi di sudditi favoriti a corte.
A que’ medesimi Guglielmo I aveva affidata la tutela del figliuolo;
preposta loro la regina Margherita, la navarrese, nè inetta donna, nè
debole, amica de’ ministri operosi: onde la dissero amante di Majone,
poi di Stefano, e per poco non messero in lista l’eunuco Pietro. La
reggenza fece opera, la prima cosa, a rabbonire le classi più offese:
creò nuovi conti; die’ in feudo terre e villaggi; condonò debiti;
abolì la tassa della “redenzione” che aggravava, com’e’ pare, i ribelli
perdonati o i sospetti; concesse franchige ai cittadini; liberò schiavi
della corte o del demanio.[334] Guglielmo II, biondo e soave in viso,
giovanetto di quattordici anni, ben avviato alle lettere, fu coronato
in Palermo tra speranze ch’ei non ismentì giammai volontariamente.
Posando dunque gli umori di ribellione, e perfino di scontento,
scoppiò la discordia in corte: e tra le gare delle persone venne fuori
l’antagonismo degli indigeni contro gli stranieri. Abbiam noi mostrato
fin dal regno di Ruggiero, come la fazione cattolica d’occidente,
monastica, francese e papalina, stendesse le trame fino alla corte
musulmana di Palermo.[335] La provvedea di avventurieri ecclesiastici,
dei quali non solamente veggiamo i nomi tra gli arcivescovi, i vescovi,
i grossi prelati e i precettori dei re, ma scopriamo anco il linguaggio
ne’ segretarii o copisti; poich’essi, ne’ diplomi, trascriveano il più
delle volte i vocaboli arabici conforme alla pronunzia francese.[336]
Le mandava anco avventurieri di spada, i quali occorrendo chiappassero
qualche feudo.
Un parente, così, della regina Margherita, divenuto conte di Gravina,
congiurò insieme con Riccardo Palmer inglese, vescovo eletto di
Siracusa, contro l’eunuco Pietro, ch’era primo tra i ministri e forte
nel favore della regina, nel seguito de’ cortigiani e de’ pretoriani
e nella pratica dell’amministrazione. La briga si riscaldò tanto,
che l’eunuco, uomo di poco animo, dice il Falcando, temendo per la
propria vita, fuggì dalla corte e dal reame. Munita una buona saettia
di marinai, d’armi e d’ogni cosa, e fattovi portar nottetempo gran
copia di danaro, Pietro, la sera appresso, montò a cavallo con pochi
eunuchi suoi fidati, pretestando di andare ad un nuovo palagio ch’egli
avea fatto murare nel quartier della Kemonia;[337] e voltosi al porto,
entrato in legno, riparò in Affrica, appo il re de’ Masmudi. Così il
Falcando e, con poco divario, l’arcivescovo di Salerno.[338]
Scrive Ibn-Khaldûn che un Ahmed detto il Siciliano, nato nelle
Gerbe della famiglia di Sadghiân ch’era ramo della tribù berbera di
Seduikisc, preso dall’armata siciliana sulle costiere di quell’isola,
educato in Sicilia, entrato al servigio particolare del re e fatto
suo intimo, cadde in disgrazia appo il successore per suggestioni
de’ suoi rivali; ond’egli, sentendosi in pericolo, fuggiva in Tunis,
governata allora da un figliuolo di Abd-el-Mumen e passava indi in
Marocco, appo il califo Jûsuf. Dal quale ei fu accolto con grande
onoranza, arricchito di doni e preposto all’ordinamento dell’armata.
E Ahmed la rese grande e possente, qual non era mai stata, nè fu poi;
e con quella segnalossi contro i Cristiani per splendide fazioni
e famose vittorie.[339] Ora Jusuf regnò dal millecensessantatrè al
centottantaquattro. Al par che il tempo, coincidono le condizioni
riferite al gaito Pietro e all’Ahmed Sikilli: l’uno ammiraglio
siciliano dinanzi Mehdia e primo ministro alla corte di Palermo,
accusato di pratiche con gli Almohadi; l’altro rifuggitosi appo
quelli con gran tesoro, accolto a braccia aperte a Tunis e Marocco e
immediatamente adoperato nelle cose navali; entrambi schiavi, saliti
ad alto grado nella corte di Palermo e cacciati per nimistà di parte. E
notisi che a Pietro apponeasi piuttosto tradimento che viltà pel fatto
di Mehdia.[340]
Perduto appena il gaito Pietro o Ahmed Sikilli ch’ei fosse, la
combriccola degli indigeni fortuneggiò gravemente, per novella
irruzione di avventurieri che la fazione cattolica di Francia e
d’Inghilterra mandava al conquisto della corte di Palermo: una trentina
d’uomini, capitanati da un bel giovane congiunto della regina, Stefano
Des Rotrous,[341] dei conti di Perche (1167). Premeva ai tutori
oltramontani del papato che il governo di Sicilia fosse in mani
sicure, mentre si decidea la gran lite d’Italia; nella quale il reame
di Sicilia, co’ suoi tesori e le sue armi, avrebbe fatta piegare la
bilancia, s’e’ si fosse gittato risolutamente alla parte d’Alessandro
III, invece di baloccarsi, come fece la corte di Palermo per opera de’
consiglieri indigeni, sospettosi al par dell’imperatore e del papa.
Con questa occasione si tentava anco un bel colpo di rimbalzo a pro del
Becket, il celebre arcivescovo di Canterbury, il quale avendo attaccata
briga col suo signore ed aspettandosene la decisione da Roma, la
corte e il clero francese voleano che la corona di Sicilia proteggesse
il turbolento arcivescovo appo il papa e i cardinali. Provan ciò le
epistole di Pietro da Blois, Giovanni da Salisbury, Luigi VII re di
Francia e del Becket stesso; il quale una volta scrisse alla regina
Margherita, mandarle a nome suo proprio e del monastero di Cluny,
un tale che le avrebbe palesata a voce “la mente di tutta la Chiesa
occidentale.”[342] E bastin tai parole a svelare la sètta.
Il nobil giovane, audace e amante della giustizia, venne in Sicilia in
compagnia d’uomini dotti, di satelliti valorosi ed anco di faccendieri
affamati: accolto dalla regina come parente e campione e dicono più
di questo; creato immantinente gran cancelliere del regno e non guari
dopo arcivescovo di Palermo, con grande allegrezza del papa. Stefano
si messe incontanente a ripulire i tribunali e gli ufizii pubblici,
dove lo esercitato comando avea lasciate di molte sozzure. La giustizia
allora diede occasioni e pretesti di vendetta contro i paggi e lor
fautori, tanto più che, con le leggi giuste, si adoperaron anco le
inique, condannando per apostasia, a sollecitazione de’ Cristiani di
Palermo, parecchi Musulmani accusati di mentir la fede.[343] L’esempio
di quegli sventurati incoraggiò la cittadinanza a domandare il
supplizio d’uno scellerato protetto a corte, Roberto di Calatabiano,
incolpato di brutti eccessi e, tra quelli, d’avere ristorata una
moschea nel Castello a mare e di tener bettole, dove fanciulle e
giovanetti cristiani erano prostituiti a’ Musulmani. Poco mancò che
per cagion di costui non si sfasciasse tutta la macchina del Becket;
poichè i paggi s’eran gittati a’ pie’ della regina, scongiurandola non
abbandonasse il fedel servidore ed ella avea resistito per la prima
volta a Stefano e vietatogli di procedere. Il giovane di buona scuola,
smesse allora le accuse capitali appartenenti alla giurisdizione
laica; indossò i panni arcivescovili e tirò innanzi per le materie
che la Chiesa avocava a sè nella confusione del medio evo. Adunata
pubblicamente, con gran rumore, la curia ecclesiastica, Roberto fu
convinto di spergiuro, incesto, adulterio e condannato alle verghe,
al carcere ed alla confiscazione de’ beni; ond’ei morì negli stessi
ergastoli dove solea tormentare altrui. Esempii di giustizia non meno
strepitosi die’ Stefano a Messina: per ogni luogo ei soddisfece a’
clamori del popolo e ne cattò il favore. Benedivanlo i Lombardi di
Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci e d’altre castella di
montagna; e poco appresso, quando fu uopo, gli offriano ventimila
uomini in arme, per combattere le città e i baroni sollevati contro di
lui.
Perchè i cortigiani, acquattatisi ai primi romori di giustizia,
aveano cominciato pian piano a malignare, calunniare, mormorare
contro l’insolenza straniera, contro la rapacità dei famigliari,
contro gli aggravii de’ cavalieri francesi, ai quali Stefano concedea
qualche feudo per attirarli in Sicilia e ingrossar le schiere sue
fidate, necessarie ogni dì più che l’altro a mantenergli il comando.
Sospettavasi che il vicecancelliere Matteo d’Ajello, l’eunuco Riccardo
e Gentile, vescovo di Girgenti, praticassero di farlo uccidere da
sicarii; e più certo è che parecchi baroni di Terraferma, mettendo su
un Arrigo fratello della regina, concertarono contro Stefano drammi
parlamentarii, prepararono armi feudali, suscitarono sedizioni di plebe
in Messina. Già, tra gli errori de’ Francesi e le arti degli indigeni,
l’aura popolare per ogni luogo avea girato contro il Cancelliere.
Ond’egli, ritornato in Palermo (marzo 1168), s’apprestava alla guerra
civile, quando fu messo giù con un colpo di mano.
Al quale ajutarono i Musulmani. Scrive il Falcando[344] ch’essi, ne’
primi tempi, amarono il Cancelliere; nei primissimi forse, quando
non s’era incominciato a lavorare co’ giudizii d’apostasia. Ed
Abu-l-Kâsim, nobilissimo e potentissimo uomo, del quale or ora diremo
più largamente, fattosi amico del Cancelliere, continua il Falcando,
e presentatolo di molti doni, s’era poi dato a suscitare i Musulmani
contr’esso, tenendosi ingiuriato perchè Stefano usava familiarmente
con un gaito Sedicto (Siddîk?) musulmano ricchissimo, privato nemico
d’Abu-l-Kâsim. Il Falcando ripete qui, come ognun vede, le parole di
Stefano o de’ suoi satelliti e scorda le principali cagioni, dico le
persecuzioni religiose e le usurpazioni de’ feudatarii francesi sopra i
vassalli.[345]
Tra queste disposizioni de’ Siciliani d’ogni origine e religione,
Matteo e il gaito Riccardo, l’un prigione, l’altro confinato in
palagio, tentarono di rapire o uccidere il primo ministro, proprio
sotto gli occhi della regina e del re. Adoperarono i servi e gli
arcieri stanziali della reggia, i quali, non potendo cogliere il
Cancelliere entro lor mura, corrono a cercarlo fuori; si tiran dietro,
con promessa di bottino, i facinorosi abitatori di via Coperta e
della parte superiore di via Marmorea;[346] assalgono il palagio
arcivescovile; e mentre i Francesi difendeansi col solito valore, i
trombetti e i tamburini del re suonavano la chiamata contro il capo
del governo. Trasse in arme tutto il popolo; Cristiani e Musulmani
irruppero nel palagio. Rifuggito nel campanile, Stefano pattuì d’uscire
di Sicilia con tutti i suoi seguaci (1168) e andò a Gerusalemme, dove
non guari dopo morì.[347]
La regina senza partigiani, il re sempre fanciullo, non potean far che
gli autori dell’attentato e i loro amici venuti di Messina con forze
militari, non si appropriassero i frutti della vittoria. A nome di
Guglielmo II, un decemvirato, se tal può dirsi, prese il reggimento
della cosa pubblica; e furono: l’inglese Riccardo vescovo eletto di
Siracusa, Gentile vescovo di Girgenti, Romualdo arcivescovo di Salerno,
Giovanni vescovo di Malta, Ruggiero conte di Geraci, Riccardo conte
di Molise, Arrigo conte di Montescaglioso fratello della Regina,
Matteo d’Ajello salernitano, il gaito Riccardo e l’inglese Gualtiero
Offamilio, decano di Girgenti e precettore del re. Ma poco appresso,
avendo Guglielmo compiuto il diciottesim’anno, Gualtiero che in questo
mezzo con pessime arti s’era fatto eleggere da’ canonici arcivescovo
di Palermo, si fe’ fare dal re primo ministro; prese a compagni del
governo Matteo e il Palmer, e congedò ogni altro. Il Falcando termina
la storia con tali fatti e con queste gravissime parole: “che allora
la potestà del regno e la somma degli affari cadde nelle mani di
Gualtiero, attaccatosi al re con dimestichezza assai sospetta, sì che
parea governasse non tanto la corte, quanto lo stesso monarca.”[348]
Pur Guglielmo fuggia talvolta di mano all’arcivescovo; al quale non
venne fatto mai di allontanare il cancelliere Matteo, espertissimo
nell’amministrazione pubblica e terribile maestro d’inganni. Era
Matteo a corte capo della parte nazionale, nella quale noveravansi
principi del sangue e nobili, con tutti i gaiti, con l’arcivescovo
di Salerno ed altri prelati. Cotesta parte avean seguita i due
inglesi Offamilio e Palmer contro Stefano e i suoi Francesi; e nella
divisione delle spoglie s’eran prese le due sedi arcivescovili della
Sicilia. Ma separandosi i complici quand’ebbero fatto il colpo, si
trovò dall’un de’ lati Matteo con gli indigeni; stettero dall’altro,
capitanati oramai da Gualterio, gli oltramontani d’ogni linguaggio e
qualche barone: e le parti rimasero quali erano state nei primi anni
del regno; rinsavite pur tanto che non proruppero a sedizioni, nè a
scandali fuor della reggia. La quale moderazione venne, com’io penso,
dalla bassa estrazione dei capi, uomini nuovi e cortigiani entrambi;
dalle disposizioni del popolo che non avrebbe sofferta sedizione contro
il buon re; e dall’indole stessa di Guglielmo, il quale contentava a
vicenda i due ministri e maneggiava bene le fazioni ch’ei non sapea
reprimere: savio nelle piccole cose e insufficiente alle grandi. Dopo
il suo matrimonio (1177) vedendo ch’ei non avea prole, studiossi
ciascuna delle due parti a designar il successore: gli indigeni
cercarono di tirar su il principe Tancredi, non ostante la nascita
illegittima; gli oltramontani vollero assicurare i diritti della
Costanza, maritandola a un gran principe, e piombasse poi il diluvio
su l’Italia meridionale. Si scorgono vestigie di quel piato in alcuni
avvenimenti che noi narreremo; poche o nessuna nell’amministrazione
interna, la quale era sì ordinata e salda che le discordie della
corte non la turbarono. E veramente del regno di Guglielmo il Buono si
posson dare due giudizii al tutto diversi, secondo che si consideri
il governo in casa, o l’azione politica al di fuori. L’un comparisce
giusto senza debolezza; ordinato senza avarizia nè severità; condotto
secondo le leggi fondamentali, fuorchè nelle materie ecclesiastiche;
sollecito della sicurezza de’ cittadini in casa e fuori: la quale fu
piena e maravigliosa, come ai tempi di re Ruggiero, favorita anco ed
accompagnata dalla prosperità economica. Al di fuori non si può chiamar
Guglielmo nè pacifico, nè guerriero; poich’ei fece tante guerre che non
dovea; scansò la sola che occorreagli, grande e necessaria; e vivendo
ne’ suoi palagi e giardini, tra studii gentili e passatempi onesti,
sciupò in imprese lontane forse più vite d’uomini e più tesori che non
avessero mai consumati l’avolo e il bisavolo nei loro conquisti.
Continuando il disegno di narrar quelle sole azioni esteriori, che
toccarono Stati musulmani, dobbiamo ricordar che Guglielmo il Buono,
per bocca degli oratori mandati al congresso di Venezia (1177) si
vantò di non aver mai fatta guerra a principi cristiani; e che tra
quelli, ei solo ormai perseguitasse per terra e per mare i nemici
di Cristo, sì che ogni anno, senza perdonare a spesa, mandava “sue
triremi” con milizie a combattere gli Infedeli e assicurar il mare a’
Pellegrini de’ Luoghi Santi.[349] Le quali protestazioni se dovessero
tenersi fronde oratorie e se lo scopo delle imprese fosse stato di
favorire il commercio del reame in Affrica e in Levante, parrebbe
assai più savia la corte di Palermo. Il vero è che Guglielmo prendea
sul serio le Crociate, ancorch’ei fosse in sua schiatta il primo che
fuggì i pericoli e le fatiche del campo e che vide il più delle volte
ritornare malconci i suoi soldati. I Musulmani, a lor volta, risero
dell’insolito zelo della corte di Palermo. Abbiamo una epistola di
Saladino, il quale, scrivendo al califo di Bagdad per man di un retore
arabo, compiangea quel ragazzo di quindici anni che avea dato fondo al
suo tesoro nella spedizione contro Alessandria, per mera vanagloria
e ticchio di mostrare al mondo ch’ei pur sapesse provarsi contro un
nemico il quale avea respinte poc’anzi da Damiata le prime spade di
cristianità.[350]
Nè le armi di Guglielmo eran rimase addietro in questa impresa di
Damiata, con la quale Manuele Comneno ed Amerigo re di Gerusalemme
aveano sperato aprirsi la via al conquisto dell’Egitto, nel primo
scompiglio della usurpazione di Saladino. Ritraggiamo dagli storici
musulmani che i collegati, venuti con mille dugento legni, assediarono
Damiata per cinquantacinque giorni, nei mesi di novembre e dicembre
del millecensessantanove; ch’ebbero ajuti di Sicilia e d’altre terre
cristiane; ma ch’e’ si ritrassero con perdita di trecento legni,
essendo stata soccorsa la città da Saladino con uomini, danari e
vittuaglie, e da Norandino con una impetuosa diversione in Siria.[351]
Il quale esempio non bastò ad ammonire la corte di Palermo che
non si gittasse ad un’impresa assai più temeraria, quando Saladino
avea già spento l’ultimo califo fatemita, rinnalzato in Egitto il
pontificato degli Abbasidi, spartiti i beneficii militari a’ suoi
Curdi e Turchi e mostrato al mondo che sorgeva tra i Musulmani un
nuovo conquistatore. Uomini d’alto stato, mossi da un ardente sciita
del Jemen, per nome Omâra-îbn-Abi-l-Hasan, giurista e poeta di nome
in quel tempo, cospirarono a ristorare la dinastia fatemita; trovaron
seguaci tra i cortigiani, e le milizie d’Egitto, tra i Negri mercenarii
e tra gli emiri stessi di Saladino; e pur non fidando nelle proprie
forze, chiamarono in aiuto il re di Gerusalemme e quel di Sicilia,
profferendo e danari e cessione di territorii. Omâra intanto, sendosi
insinuato nella corte di Saladino, spinse Turan-Sciah fratello di lui
ad una impresa nel Jemen, per allontanarlo dall’Egitto; ma il perfido
consiglio tornò a gloria di casa ajubita, poichè quegli insignorissi
di Zobeir, di Aden e di tutto il paese.[352] L’ordine della congiura
in Egitto era che, sbarcati i Cristiani, se il Saladino correva a
combatterli con l’esercito, i partigiani al Cairo sollevassero il
popolo e rimettessero in trono i Fatemiti; e s’egli, mandate le genti
contro il nemico, rimanea con pochi soldati al Cairo, s’impadronissero
i congiurati della sua persona. Designato il nuovo califo e gli
ufiziali della corte fuorchè il primo ministro, altro non s’aspettava
che l’assalto de’ Cristiani, quando Alì-ibn-Nagia, predicatore d’una
moschea, scoprì la trama a Saladino e rimase, per costui comando, tra’
congiurati a far la spia. Saladino poi seppe da’ suoi rapportatori in
Gerusalemme che dovea venir un ambasciatore di Amerigo a negoziare in
apparenza con lui e in realtà con Omâra e i consorti; onde arrivato
l’ambasciatore, gli pose addosso un cristiano suo fidato ed ebbe i
nomi de’ congiurati. Dissimulò il tradimento degli emiri suoi, allora
e sempre; mandò gli altri capi al supplizio, il due di ramadhan
del cinquecensessantanove (6 aprile 1174) e gli parve finita ogni
cosa.[353]
E veramente il re di Gerusalemme abbandonò l’impresa. Ma quel di
Sicilia tirò innanzi ed apprestò sì grande armamento, che tenne in
sospetto il califo almohade, e l’imperatore bizantino. I reggitori
soli d’Alessandria non ci badarono, nè seppero il pericolo pria che
il nemico s’affacciasse al porto, il ventisette dsu-l-higgia[354]
del cinquecensessantanove (28 luglio 1174). Erano dugento sessanta
galee, montate da cencinquanta uomini ciascuna, trentasei teride
pei cavalli, sei grosse navi per gli ordegni da guerra e quaranta
legni da carico per le vittuaglie: e recavano cinquantamila uomini,
dei quali trentamila combattenti, tra fanti e marinai, mille uomini
d’arme, cinquecento cavalleggieri Turcopoli[355] ch’erano, com’io
penso, musulmani di Sicilia; e il resto gente di servigio, mozzi
di stalla, carpentieri navali e manifattori d’artiglierie.[356] Tra
queste notarono gli Alessandrini tre mangani di mole non più vista, che
lanciavano con gran forza di tiro immani massi di pietra negra recati a
bella posta dalla Sicilia, e tre torri mobili, piene d’armati e munite
in piè d’un ariete, come si chiamava la ponderosa testa di ferro messa
al capo d’una trave.[357] Delle macchine minori, si ricorda il _gerkh_,
da trar grossi dardi.[358] Capitanava l’oste, dice Ibn-el-Athîr, un
cugino del re: forse quel Tancredi conte di Lecce, che salì sul trono
alla morte di Guglielmo.
Approdate le prime navi poco appresso mezzodì, cominciarono a sbarcare
le genti presso il faro;[359] e nelle ultime ore del giorno i Siciliani
caricavano gli Alessandrini, usciti a impedire lo sbarco, contro il
divieto del wâli della città che ammonivali a combattere dalle mura. E
veramente e’ furono respinti, con perdita, a’ ripari. L’armata intanto
sforzò l’entrata del porto, ch’era pieno di navi mercantesche e da
guerra e appiccovvi il fuoco; se non che i Musulmani, accorgendosi
della mossa, corsero per terra e arrivati a tempo, affondarono la più
parte dei legni loro. Fatto buio tra coteste scaramucce, i Siciliani
rimasero sul terreno occupato, dove rizzarono trecento tende.
Al nuovo giorno avean già piantati i mangani; messe su le torri,
appressatole alle forti mura della città,[360] le quali furono
fortemente difese dal popolo e da’ pochissimi soldati del presidio.
Respinti anco gli assalitori il martedì trenta luglio, ricominciavano
il mercoledì la tempesta di lor tiri co’ mangani, riconduceano le
torri verso il muro; ed erano arrivati a una gittata d’arco, quando
si videro piombare addosso i Musulmani, rinforzati dalle milizie de’
contorni le quali, il secondo giorno, erano accorse in città da lor
terre di beneficio militare e ne vennero anco dal Cairo. Chetamente
aveano gli Alessandrini disserrate le porte più vicine alle macchine
nemiche, lasciando chiuse le imposte di fuori;[361] gli emiri delle
milizie aveano ordinati lor cavalli dentro dalle porte e il popolo
armato s’affollava a tergo. Spalancate d’un subito le imposte,
si gettarono disperatamente d’ogni lato cavalli e fanti, sopra i
Siciliani; irruppero infino alle macchine; vi poser fuoco e sostennero
il combattimento tanto che le videro consumate. Lieti rientravano in
città a far la preghiera del vespro, quando trovarono tal nunzio che li
risospinse immediatamente alle armi.[362]
Fin dallo sbarco de’ Siciliani, il wâli d’Alessandria avea mandato a
Saladino uno spaccio per colombi. Era egli attendato con l’esercito
a Fâkûs, su i confini orientali del Basso Egitto; dove ricapitato lo
spaccio il martedì, ei mandava immantinenti una schiera a rinforzare
il presidio di Damiata, temendo anco per questa; partiva ei medesimo
col grosso delle genti alla volta d’Alessandria e spacciava innanzi, a
dar l’avviso, un fido schiavo con tre cavalli menati a guinzaglio, da
ricambiarsi via via. Il quale giunse il mercoledì a vespro, percorsi
in men di ventiquattr’ore, a un di presso dugento chilometri.[363]
Assembrato il popolo, si bandisce il prossimo arrivo di Saladino: ed
ecco, scrive Ibn-el-Athîr, che dimenticandosi la fatica e le ferite,
parendo ad ognuno di avere allato, testimone del proprio valore, il
gran capitano, riaprono le porte e tornano addosso a’ Cristiani.
Stracchi dalla prima battaglia, colti quando men se l’aspettavano,
in sull’imbrunire del giorno, sentendo quel frastuono d’un popolo
impazzato e gridare il nome di Saladino, i Siciliani mal difesero il
campo. Entrovvi il nemico; fe’ macello dei fanti; fece bottino d’ogni
maniera d’armi e ricche suppellettili: mentre nobili e vassalli,
capitani e soldati correano confusamente al mare; accostavano a terra
le galee; montavano come ciascun potea: chi trattasi l’armatura gittasi
a nuoto, chi arrampicandosi casca in mare. E i Musulmani a’ fianchi
loro, inseguonli entro le stesse galee, o tuffan sotto con ferri a
sfondarle, o v’appiccano il fuoco; sì che più d’una perì. Il navilio,
riordinato alla meglio la notte, salpava la dimane, primo agosto,
recando in Sicilia i miseri avanzi dell’esercito. Trecento cavalieri
che nella rotta si erano ritratti in un’altura, pugnaron tutta la notte
e la mattina appresso, contro le turbe musulmane crescenti di numero e
di furore; ma infine la moltitudine sgomenò quel nodo di prodi: tutti
li uccise o fe’ prigionieri, che non ne campò un solo. Così dalle
sorgenti musulmane. Le pisane che qui son tronche, riferiscono con
poco divario il numero delle navi, senza dir l’esito dell’impresa. Vi
accenna un po’ Guglielmo di Tiro, cronista delle crociate. Il Falcando
e Romualdo Salernitano avean tronco il racconto pria di quell’anno.
Un anonimo contemporaneo suppone sbarcato Guglielmo in persona ad
Alessandria e dopo sette dì tornato addietro con vergogna. E la magra
cronica di Monte Cassino dice che il 1174 l’armata del re andava in
Alessandria e nulla più.[364] Ciò nondimeno alcuni moderni, volendo
dare al buon re anco gli onori del trionfo, han fatta espugnare
Alessandria e riportarne in Sicilia preda ricchissima.[365]
Abbandonati da’ proprii testimonii, cotesti scrittori trovano insperato
soccorso ne’ musulmani. Dai quali sappiamo che un anno appresso la
sconfitta, ossia il cinquecensettantuno (22 luglio 1175 a 9 luglio
1176), quaranta galee di Sicilia assediavano Tinnis per due giorni
e andavan via. Del settantatrè (30 giugno 1177 a 18 giugno 1178)
l’armata siciliana combattè più gloriosa fazione. Una quarantina di
navi riassalirono Tinnis e dopo due giorni di combattimenti se ne
insignorirono. L’ammiraglio musulmano, Mohammed-ibn-Ishak, al quale il
nemico avea tagliata la via di ritornare al navilio, si ritrasse allora
chetamente con una sua schiera al _mosalla_, o vogliam dire pianura
aperta dove si fa la preghiera; e al cader della notte piombò in città
sopra i Siciliani, che non s’aspettavano assalti; prese centoventi
uomini e lor mozzò il capo. Ricacciato al mosalla e combattuto
aspramente, lasciò sul terreno settanta de’ suoi: col rimanente ei si
rifuggì a Damiata. I Siciliani rientrati in città, la saccheggiavano,
ardeanla e cariche le navi di preda, zeppe di prigioni, ripartiano
alla volta d’Alessandria. Durò quattro giorni cotesta fazione di
Tinnis.[366] Che facesse l’armata ad Alessandria non sappiam punto.
Nelle note frettolose con che si chiude la prima parte del
_Baiân-el-Moghrib_, leggiamo che il medesimo anno cinquecensettantatrè
(1177-8) Mehdia era afflitta da un’irruzione di Cristiani, la quale
fu detta il caso del venerdì: sì come i cittadini aveano designati
con altri giorni della settimana gli assalti del milleottantasette,
del cenquarantotto e del censessantatrè.[367] Questo del settantotto
è da apporre a Genovesi o Pisani, non essendo verosimile che l’armata
di Sicilia tentasse a un tempo una grossa fazione nel golfo di Kâbes
ed una alle bocche del Nilo.[368] Pare al contrario che la corte
di Palermo bramasse la pace con gli Almohadi, a fin di ristorare il
commercio dell’Affrica propria, decaduto o spento dopo i fatti del
cinquantasei. Nè poteva la Sicilia aspettar altro che male da’ novelli
turbamenti nati in que’ paesi: nella parte orientale, dico, le imprese
de’ masnadieri turchi venuti d’Egitto a tentar la sorte a nome di
Saladino;[369] e qua e là capi berberi e tribù arabiche immansuete che
disdiceano la signoria almohade, vedendo il nuovo califo Abu-Iakûb
troppo avviluppato nelle guerre di Spagna. Pure, quando la rivolta
messe radice in Kafsa, Abu Iakûb mosse di Marocco con l’esercito; sostò
a Bugia, sede del suo luogotenente nell’Affrica propria; andò poi a
Kafsa e se ne insignorì, il primo giorno del cinquecensettantasei (28
maggio 1180) dopo tre mesi di assedio.[370] Nel ritorno, soffermatosi a
Mehdia, ei vi trovò ambasciatori di Guglielmo II.
Se meritasse piena fede Roberto abate del Monte a San Michele, si
direbbe che Abu Iakûb fu vinto dalla cortesia del re Guglielmo, il
quale gli avea rimandata libera una sua figliuola, presa dall’armata
siciliana sopra un legno almohade che la conducea sposa a certo re
saraceno. Ma il fine del racconto scema autorità al cominciamento,
portando che l’Almohade alla sua volta restituisse al re di Sicilia le
due città di Affrica e Zawila; il che non fu, nè poteva essere.[371]
Secondo il Marrekosci, Guglielmo chiese la pace ad Abu-Iakûb per la
gran paura ch’avea di lui e si obbligò a pagargli tributo, oltre
i doni ricchissimi che gli fece e, tra gli altri, un rubino detto
l’unghia di cavallo, per la forma e la grandezza; il quale gioiello,
trascendente ogni prezzo, si vedea fino alla prima metà del decimoterzo
secolo spiccare sopra tante altre gemme incastonate nella rilegatura
d’un corano, di que’ che il califo Othman mandò nelle province
quand’ei promulgò il testo ortodosso.[372] Ed anco in questo racconto
è manifesto errore, poichè i Normanni di Sicilia non si abbassarono
di certo a comprar la pace; si può supporre anzi che alcuna città
dell’Affrica propria abbia pagato tributo a loro, sì come sarà detto a
suo luogo.
Il fatto certo è che una tregua per dieci anni fu fermata tra
Abu-Iakûb e Guglielmo II, il millecentottanta, stipulata a Mehdia
dagli ambasciatori di Sicilia nel giugno o luglio, e ratificata da
Guglielmo in Palermo, nell’agosto.[373] Della quale tregua fa menzione
Ibn-Giobair, quattro anni appresso, nel diario del suo viaggio.[374]
Gli interessi commerciali de’ due paesi danno il motivo del trattato,
senza che s’abbia ricorso alle vaghe voci raccolte dall’abate Roberto
in Francia, e dal Marrekosci nel Maghreb. Tanto più che in quella
state l’Affrica propria avea mestieri più che mai de’ frumenti di
Sicilia; sapendosi che mancassero le vittuaglie e lo strame perfino
nell’esercito almohade, onde Abu-Iakûb, come prima e’ fermò l’accordo,
ritornò frettoloso in Marocco.[375]
E’ fu di certo a protezione dei naviganti siciliani, che Guglielmo,
nell’inverno dal millecentottanta al centottantuno, mandò l’armata alle
Baleari; le quali per mutar signori non ismettevano la pirateria. Dopo
i discendenti di Mugeto e l’effimera dominazione messa su dai Pisani
(1115), aveano occupate quelle isole gli Almoravidi; e cadendo tal
dinastia, se n’erano insignoriti i Beni-Ghania, della tribù berbera di
Mussufa. Un valente scellerato di quella famiglia, per nome Ishak-ibn
Mohammed, usurpato lo Stato (1151), seppe ordinar sì bene il corso
contro Cristiani, ch’egli arricchissi e divenne potente come un re,
scrive il Marrekosci.[376] L’armamento siciliano, fortissimo di galee e
di uscieri per la cavalleria che doveva occupare Majorca, andato prima
a Genova con Gualtiero di Modica grande ammiraglio del reame, passò
tutto l’inverno a Vado: così gli Annali genovesi e più non ne dicono;
ma aggiungono che la città in quella stagione fu afflitta fieramente
da una morìa.[377] Forse fu questa che distolse i Genovesi dal mandare
lor navi insieme con le siciliane, come par fosse già fermato tra
le due parti, poichè l’armata siciliana entrò nel porto di Genova e
svernò nel dominio. Sembra che il morbo stesso abbia sforzato Gualtiero
a ritrarsi in Vado. Ma non andò guari che l’arcivescovo e i Consoli
di Genova, seguendo l’esempio dei Pisani,[378] nel mese di sefer del
cinquecensettantasette (17 giugno a 15 luglio 1181) stipulavano tregua
per dieci anni col signore di Majorca.[379] Guglielmo, l’anno appresso,
reiterò la spedizione con tanto strepito che mentre la s’apparecchiava,
Saladino, temendo nuovo insulto in Egitto, vi sopraccorse dalle parti
orientali di Siria, non ostante la brama ch’egli avea di soggiogar
tutti que’ regoli. Le navi siciliane non arrivarono poi alle Baleari;
disperse da una tempesta; affondate, quali a Savona, quali ad Albenga,
quali a Ventimiglia, alcune forse su la costiera di Spagna: e fu
scritto che ne perì quaranta all’incirca.[380] Ritraggiamo che pochi
anni appresso, quando Alì-Ibn-Ghania assalì l’Affrica settentrionale
con una mano di Almoravidi, avendo saputo in Tripoli che i partigiani
degli Almohadi gli avessero ritolte le Baleari, ei mandò in Sicilia
il fratello Abd-allah; il quale imbarcatosi per Majorca, ripigliò
lo Stato.[381] Non dicono i cronisti, nè mi par verosimile, che la
corte di Palermo abbialo aiutato in questa seconda impresa. Forse niun
seppe che costui fosse venuto tra’ molti Musulmani che dall’Affrica
riparavano continuamente in Sicilia, fuggendo la fame rincrudita e la
rapacità dei ladroni arabi, turchi e berberi, messi insieme da’ Beni
Ghania.[382]
Ferveano allora in Sicilia preparamenti di gran guerra, dei quali
fu testimone Ibn-Giobair e da lui sappiamo le voci che corsero in
Trapani nel gennaio millecentottantacinque, quando si riteneano
nei porti tutte le navi mercantesche, per adoperarle al servigio
dello Stato: chè cento onerarie volea re Guglielmo aggiugnere alle
trecento galee e teride dell’armata. La quale, altri dicea dovesse
osteggiare Alessandria, altri Majorca ed altri l’Affrica propria,
dond’era testè giunta la nuova dello sbarco di Alì-ibn-Ghania a Bugia.
Ma pensava Ibn-Giobair che il re volesse mantenere la tregua con
gli Almohadi e ch’ei piuttosto disegnasse di rimettere sul trono di
Costantinopoli Alessio II, campato, come si favoleggiò, da’ sicarii
di Andronico.[383] E veramente piombava, non guari dopo, su la Grecia
questo sforzo di guerra, condotto in apparenza dal principe Tancredi.
Cinquemila cavalli, dugento legni di corso, ottantamila uomini, scrivea
con esagerazione un testimonio oculare, salparono l’undici giugno
millecentottantacinque; occuparono Durazzo (24 giugno); presero per
assedio Tessalonica (24 agosto); se non che i capitani indugiarono a
muover sopra la capitale dell’impero; e rotti a Monopoli, poi traditi
(7 novembre), si ritrassero in Italia, scemati di diecimila morti
e quattromila prigioni. I Musulmani di Sicilia militarono in questa
infelice impresa come diremo più innanzi.[384]
Saladino intanto stendea l’impero su tutti i paesi musulmani dal Nilo
al Tigri, dove signore immediato, dove protettore o sovrano feudale;
lasciando pure al misero califo di Bagdad i vani onori di pontefice
e imperatore. Così accentrate le forze, ei prese a compier l’opera di
Norandino contro i Cristiani. Occupata Gerusalemme (23 ottobre 1187) e
tutta la Palestina, fuorchè quattro castella; provatosi indarno contro
le fortezze di Tiro e il valore italiano che difendeale, Saladino
ripigliò la guerra in primavera del millecentottantotto; e trovò, tra i
primi, su la costiera, il navilio siciliano.
Perchè il caso di Gerusalemme avea commossa l’Europa: mentre la
Germania, la Francia e l’Inghilterra apparecchiavano eserciti,
l’Italia, avendo pronte le armate e aperto il mare, die’ principio
alla terza Crociata. A secondare l’audace proposito di Corrado di
Monferrato, correano gli Italiani sobrii, disciplinati, liberi e forti,
scrisse allora l’abate di Ursperg.[385] Nella epistola indirizzata
pochi anni innanzi al califo di Bagdad in nome di Saladino, si legge
che i Veneziani, i Genovesi e i Pisani soleano bazzicare assidui in
Levante; ove or accendeano un fuoco da non si spegnere di leggieri,
or offrivano presenti, recavano le merci più elette de’ loro paesi e
vendeano perfino le armi ed ogni altra cosa necessaria alla guerra;
stringeano amistà, dice l’epistola, del tutto a comodo nostro e danno
di cristianità.[386]
Parteciparono i popoli meridionali in quello sforzo comune dell’Italia.
Guglielmo, disposto pur troppo a così fatte imprese, fu sollecitato
a viva voce dall’arcivescovo di Tiro, e rampognato del danno
ch’egli avea recato ai Latini di Terrasanta, trattenendo per la sua
sciagurata impresa di Grecia i pellegrini e le navi che facean sosta
in Sicilia. Per ammenda, egli ora fornì a Corrado di Monferrato copia
di vittuaglie, con cinquanta galee, dicono i cronisti occidentali, e
cinquecento uomini d’arme, capitanati da due conti; le quali forze
rincoravano Antiochia, difendeano Tripoli, mantenean Tiro. Giovò,
sopra ogni altro, all’eroico presidio di questa città, l’armata che
fece sgomberare i corsari musulmani e assicurò la via a’ soccorsi
spicciolati d’uomini e di vivanda. L’ammiraglio di Sicilia, per
nome Margarito da Brindisi, impadronitosi di alcune isole, tenne sì
ostinatamente le acque di Siria, ad onta delle tempeste e de’ nemici,
che maraviglionne la Cristianità tutta e chi chiamollo Nettuno, chi
re o lione del Mare. Corrado di Monferrato lo mandò con gente da
Tiro a Tripoli; dove i Cristiani, credendolo nemico, s’apprestavano
alla difesa, ma poi distinsero le insegne della croce e l’armamento
europeo; e la città ne fu talmente rinforzata che Saladino non osò
assalirla.[387]
Gli scrittori musulmani giudicano altrimenti questo “tiranno Margarit,
preposto al navilio del tiranno di Sicilia:[388] sessanta galee,
ciascuna delle quali pareva una rôcca o una roccia[389], montate da
diecimila uomini avvezzi a scorazzare e desolare i paesi. Ma questo
famigeratissimo tra i più fieri oppressori e i più brutti demonii,
entrato con gran fracasso nel porto di Tripoli, non seppe di miele
nè di fiele, non giovò nè nocque, e com’egli aprì bottega di sue
vittuaglie, così rinacque in Tripoli la carestia. Tirò verso Tiro e
tornò a Tripoli; guazzò per quelle acque, avanti e dietro, a dritta e
a manca per parecchi mesi, senza saper che si facesse; finchè il suo
navilio si sparpagliò, il suo valore tramutossi in codardia, la sua
gente fuggì alla sfilata ed ei se ne tornò a casa, con poca gente e
molte miserie.” Così un contemporaneo, prendendo a celebrare i fatti
di Saladino, straziava la rettorica ed anco un po’ la storia, narrando
dell’ammiraglio siciliano le imprese fallite, non quelle compiute
e tacendo sopratutto la cacciata de’ corsari musulmani.[390] Del
rimanente, l’autore attesta la fama di Margarito; il nome di tiranno
ch’ei gli dà, s’accorda con quel di potente principe che leggiamo in
Marino Sanudo;[391] e il predicato di pessimo demonio non differisce
tanto da’ titoli di pirata, archipirata e principe de’ pirati, con che
lo chiamano gli scrittori bizantini, gli italiani e’ tedeschi.[392]
Par che la corte di Palermo, dopo le sventure dell’impresa di Grecia,
abbia affidata l’armata a questo valente uomo di mare, il quale prese
in Cipro settanta galee bizantine andate a soggiogar quell’isola.[393]
Sappiamo da scrittori inglesi contemporanei ch’egli possedea le isole
di Scarpanto, Cefalonia e Zante;[394] nè sembra inverosimile ch’egli
abbia lasciato col mestiere anco un soprannome datogli dapprima e che
Margarito, conte di Malta, sia lo stesso Sifanto, corsaro ausiliare del
re di Sicilia, entrato innanzi ogni altro per la breccia di Tessalonica
(24 agosto 1185), ricordato con gratitudine dall’arcivescovo Eustazio
che fu suo prigione.[395]
Nei due episodii nei quali Margarito si trovò a fronte di Saladino,
meritano fede ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, i quali militavano entrambi
nell’esercito musulmano. Il sultano, ragunato l’esercito presso
Emesa, andò con una gualdana a far la scoperta a Tripoli, guastò il
contado, differì l’assedio e tornando addietro, si volse al principato
di Antiochia. Occupata Tortosa il sei giumadi primo (3 luglio 1188),
indi Marakia, movea alla volta di Gebala, costretto a passare a randa
a randa del mare, per iscansar la montagna e il fortissimo castello
di Markab, ch’era tenuto dagli Spedalieri. Angustissima con ciò e
malagevole la via; talch’era forza valicarla ad uno ad uno. L’armata
siciliana allora salpando da Tripoli, attelossi lungo la spiaggia:
con catapulte e balestre[396] facea grandinare dardi e saette sulla
strada. Saladino a questo, fatti recare i mantelletti e altri ordegni
d’assedio,[397] dispose dietro quelli le catapulte e gli arcieri; sì
che a lor volta le navi siciliane furono costrette ad allontanarsi e
tutto lo esercito passò. Presa Gebala senza contrasto a’ diciotto del
mese (15 luglio), egli entrò a capo di due settimane in Laodicea; dove
trovò abbandonate le case, rifuggiti i Franchi in due castella, e surto
di faccia al porto il navilio siciliano.
Il quale, venuto ad ajutare e trovato perduta ogni cosa, cominciava a
prender chiunque fuggisse per mare. Erano i Siciliani adirati contro i
cittadini per la viltà di sgomberare sì presto la terra, non aspettando
gli amici, nè i nemici. Ma l’effetto dei mali trattamenti fu che que’
di Laodicea si affrettarono a scendere dalle castella e ritornare
a lor case, stipulando di pagare la _gezîa_. Saladino, ordinato il
reggimento della terra, era già in su le mosse con tutto l’esercito,
quando l’ammiraglio siciliano, volendo abboccarsi con lui, mandò a
chiedergli salvocondotto ed ei lo diè. Sopraffatto, dice un testimone
oculare, dall’aspetto del principe, s’inchinò Margarito, all’uso
orientale, in atto di baciar la terra; raccolse gli spiriti, pensò,
e alfin prese a parlare per mezzo del turcimanno. Fatto un esordio di
lodi, egli ammonì Saladino a dar piena sicurtà a’ Cristiani, tanto gli
indigeni, com’e’ parmi, quanto gli europei, mostrandogli che, se il
principe li ascrivesse al suo _giund_, lo aiuterebbero a conquistare i
paesi vicini e i lontani. E finì con la minaccia che se, al contrario,
fossero maltrattati i Cristiani di Siria, verrebbero di là dal mare
le migliaia di guerrieri congregati d’ogni terra di cristianità, con
tanto sforzo di guerra, che niuno lor potrebbe far testa. Saladino
rispondeagli, avere Iddio comandato ai Musulmani di ridurre tutto
l’orbe alla vera fede; ch’egli combattea per osservare questo precetto;
che Iddio l’aveva aiutato e l’aiuterebbe: onde se tutto il resto del
genere umano, dagli estremi gradi di longitudine e di latitudine,
si adunasse contro i Musulmani, ei non conterebbe i nemici, sì li
combatterebbe; e forse che lor farebbe provar di nuovo le sciabole e
le catene de’ Musulmani. Vedendo accolti in tal modo i suoi consigli,
Margarito si fe’ il segno della croce e andò via. Così, con parole poco
diverse, ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, testimoni oculari forse entrambi,
il primo di certo.[398] Nè parrà inverosimile la somma del dialogo,
quando si consideri che Margarito non poteva ignorare le ambizioni di
Saladino contro varii principi musulmani, nè le disposizioni d’animo
che i Crociati attribuivano al formidabile nemico loro; onde i cronisti
affermarono ch’egli, del millecentonovantadue, avesse proposta ai re di
Francia e d’Inghilterra una lega contro gli eredi di Norandino.[399]
Guglielmo venne a morte (18 novembre 1189) mentre apparecchiava assai
maggiore armamento, per mandarlo o menarlo egli stesso in Levante,
insieme con Filippo Augusto e Riccardo cuor di Leone; avendo già
stipulato con Arrigo II di fornire gran copia di vino, orzo e frumento
e cento galee armate e provvedute per due anni.[400] Pria di quel
funesto evento che par abbia costretta l’armata a tornare immantinente
in Sicilia, Margarito avea cominciato a sciogliere le promesse
di Laodicea. Uno scrittore anonimo, contemporaneo sì e benissimo
informato, narra che l’ammiraglio siciliano avea, da vero maestro
dell’arte, chiuse le vie del mare a’ presidii musulmani di San Giovanni
d’Acri e d’altre fortezze di Palestina; e che un giorno, colte le
navi di Saladino che recavano armi e vivanda in Acri, ei le combattè
e vinse e messe a morte quanti le montavano.[401] Van riferiti questi
avvenimenti allo autunno dell’ottantanove, sendo cominciato l’assedio
d’Acri ne’ primi di settembre.
Guglielmo secondo, voglio io qui replicarlo, merita tanto biasimo nelle
cose di fuori, quanta lode nell’interna amministrazione dello Stato.
Fuorchè la pace con gli Almohadi e il gastigo dato a quando a quando
ai pirati musulmani, non va commendato nel suo regno alcun atto di
politica esteriore. Fece Guglielmo sempre guerre disutili e infelici;
nelle vicende della Lega Lombarda ei non seguì consigli nè savii, nè
generosi, nè coerenti; ed annullò gli effetti della Lega per quanto
uomo il poteva, con un partito pessimo e stoltissimo: il matrimonio
della Costanza nella casa di Svevia, nemica naturale degli Hauteville,
del papato e dell’Italia tutta. Quand’anco non cel affermassero i
contemporanei, vedremmo ad ogni respiro di Guglielmo ch’ei tentennò
sempre tra i due ministri Gualtiero Offamilio e Matteo d’Ajello. Matteo
per far dispetto, come dicono, al rivale, avea consigliato Guglielmo
a fondare l’arcivescovato di Morreale, alle porte proprio di Palermo
(1182). Pria di ciò, l’impresa d’Alessandria, affidata al principe
Tancredi (1174) era stata, com’e’ sembra, opera del Cancelliere,
bramoso di dare riputazione e potenza di capitano al candidato ch’ei
destinava al trono. Con minor dubbio il diciamo della spedizione
di Grecia, la quale sappiam fatta contro l’avviso di Gualtiero e di
Riccardo Palmer.[402] E fu appunto nella catastrofe di quello esercito
(autunno del 1185) che riuscì Gualtiero a fermare il parentado con casa
di Hohenstaufen, celebrato indi in gran fretta (27 gennaio 1186); nel
quale alcuni contemporanei ravvisarono la vendetta del metropolitano di
Palermo per la mutilata diocesi.[403]
Sotto un principe sì mansueto e benigno, i Musulmani di Sicilia
non durarono aspre persecuzioni, ma non furon sicuri dalle occulte
e lente. Conferma questo fatto Ibn-Giobair, il dotto pellegrino
spagnuolo, capitato in Sicilia con molta riputazione di pietà, il quale
solea scrivere ogni dì le cose viste, o udite, e in quattro mesi di
soggiorno, visitò i centri principali delle popolazioni musulmane,
conversò con uomini d’ogni ordine, dai servitori di corte infino al
primo nobile dell’isola, rampollo della sacra schiatta d’Alì. Ne’
principii, quand’egli non avea visti se non che gli eunuchi della
corte, Ibn-Giobair loda il giovane re, tollerante, amico anzi de’
Musulmani. Dice ch’ei parlava l’arabico, che usava ne’ rescritti
l’alâma, che vivea tra’ Musulmani, convertiti in apparenza; e che,
non ignorando la occulta fede loro, solea chiudere gli occhi quando,
all’ora della preghiera, li vedea scantonare ad uno ad uno. Racconta
Ibn-Giobair che nel tremuoto di febbraio millecensessantanove,
Guglielmo giovanetto, girando attonito per la reggia, udì le donne e
i paggi invocare Allah e il Profeta, e vedendoli sbigottiti al suo
arrivo, li confortò con queste auree parole: «Che ciascuno preghi
il Dio ch’egli adora! Chi avrà fede nel suo Dio, sentirà la pace in
cuore.» Intenerito della gran bontà del principe, Ibn-Giobair prega
Iddio che lo serbi in vita per lunghissimi anni. Ma a capo di due mesi,
risaputa meglio la condizione de’ suoi correligionarii, il viaggiatore
dà del tiranno a Guglielmo; l’accusa d’avere afflitto e umiliato
Ibn-Hammûd, d’avere sforzato all’apostasia il giureconsulto Ibn-Zura’;
e raccapricciando narra che costui, fatto giudice, rendea ragione,
or secondo il vangelo, or secondo il Corano e perfino avea mutata in
chiesa una sua moschea.[404] In quel torno (1179) veggiam anco una
moschea di Catania destinata al culto cristiano da un Giovanni da
Messina e consacrata con la invocazione del novello santo, Tommaso di
Canterbury.[405]
Ancorchè l’indole di Guglielmo non renda inverosimili le
contraddizioni, ognun vede come quel molesto proselitismo piuttosto che
a lui, sia da apporre al clero, impaziente di stendere l’autorità sopra
tanta parte della popolazione, di accrescere le decime, i casuali, i
lasciti. Era imbaldanzito il clero per la potenza dell’arcivescovo
di Palermo; e armavasi già dei fasci della giustizia, se non delle
scuri. Perchè Guglielmo, tirato alle dottrine oltramontane, cominciava
ad abbandonar quelle seguite da’ suoi maggiori; ponea le cause de’
chierici sotto la giurisdizione delle curie ecclesiastiche;[406] facea
tradurre dinanzi a queste i Musulmani accusati di ratto in persona
di donne cristiane. Contro i quali egli è vero che i vescovi non
pronunziavano sentenze di morte, nè mutilazione; ma poteano condannar
sì a multe e battiture, com’è detto in un rescritto di papa Alessandro
III, indirizzato all’arcivescovo di Palermo.[407] Ed egli è da supporre
assai frequenti le condanne, per la interpretazione larghissima che si
dava a quel capo d’accusa e per lo guadagno che ne tornava ai giudici.
Ma i Cristiani impunemente strappavano i figliuoli, maschi e femmine,
alle famiglie musulmane, sotto specie di convertirli; aggravavan di
multe i ricchi; rendeano loro insopportabile il soggiorno in Sicilia:
talchè i più timorati pensavano a vendere ogni cosa e andar via; i
padri davano le figliuole a’ pellegrini di Spagna o d’Affrica senza
richiedere dotario; e i savii già prevedeano che l’islamismo tra non
guari sarebbe stato spento in Sicilia, sì com’era testè avvenuto in
Candia.
E pur l’universale della popolazione non aborriva per anco dai
Musulmani. In viaggio erano salutati cortesemente; la voce del
muezzin non facea ribrezzo nelle grandi città; i Cristiani di Trapani
tranquillamente vedeano passare le turbe de’ Musulmani, che al suon
di corni e taballe, preceduti dall’hâkim, andavano al mosalla a far
la preghiera pubblica del Beiram.[408] Che se guardiamo alla reggia,
vi troviam l’una accanto all’altra, le sorgenti della persecuzione e
del favore: da una parte le sollecitazioni de’ prelati oltramontani;
dall’altra le consuetudini, spesso più forti che la volontà, onde
gli eunuchi, gaiti o paggi che dir si vogliano, esercitavano gli
uffici di corte sotto quel velo sottilissimo d’ipocrisia che li facea
parere cristiani.[409] Splendean costoro per lusso di vestimenta e di
cavalli. Guglielmo accogliea con onore i Musulmani stranieri, medici
e astrologhi[410] e largìa danaro a’ poeti.[411] Afferma altresì
Ibn-Giobair che le donne musulmane della reggia talvolta guadagnassero
a Maometto alcuna lor compagna cristiana. E le dame franche o italiane
di Palermo, riconosceano tacitamente la superiorità dell’incivilimento
orientale, vestendo a foggia delle musulmane.[412]
Nè era mica rallentato il legame morale tra gli abitatori musulmani
dell’isola. I cittadini, egli è vero, aiutavan poco o nulla i
correligionarii loro servi della gleba, uomini di varie schiatte,
lontani dall’occhio e dal cuore; ma nel grembo delle popolazioni
urbane fervea la carità musulmana e ne davano l’esempio, non senza
rischio loro, i finti cristiani della corte. La quale carità di setta,
di stirpe e di patria, che ormai tornava ad un sentimento solo, si
mantenea tanto più calda in Palermo, la città, come chiamavanla per
antonomasia i Musulmani di Sicilia. Quivi i Musulmani soggiornavano in
alcuni sobborghi senza compagnia di Cristiani; un cadì amministrava
loro la giustizia; frequentavan essi le moschee e ciascuna era anco
scuola; fiorivano i loro mercati ne’ quali, come fu uso generale nel
medio evo e dell’Oriente in tutti i tempi, dimoravano gli artigiani,
divisi per contrade, secondo i mestieri. Dalle parole d’Ibn-Giobair
possiamo argomentare che i mercatanti della città fossero, la più
parte, musulmani. Il culto pubblico era tuttavia liberissimo in
Palermo; se non che la preghiera solenne si faceva nella moschea
cattedrale con la invocazione pei califi abbasidi, vietata solamente
l’adunanza del piano aperto o vogliam dire il mosalla;[413] parendo
pericoloso, com’io penso, di mettere insieme le migliaia degli
Infedeli.
Le quali migliaia quante fossero nella capitale e nelle province,
non sappiamo; ma tutta insieme la popolazione musulmana, uomini e
donne, passava di certo il numero di centomila che dà uno scrittore
contemporaneo, come si vedrà in quest’altro capitolo. Il seguito
dei fatti anco mostrerà come, allo scorcio del duodecimo secolo, i
Musulmani di Sicilia fossero ridotti in Val di Mazara, e come gran
parte di loro coltivassero il suolo in quelle cento miglia quadrate di
territorio che l’improvvido Guglielmo donò, insieme con gli abitatori,
al Monastero di Morreale, chiudendo gli occhi alle conseguenze
politiche, non meno che al danno economico dello Stato.[414] I nomi
delle città e villaggi recati da Ibn-Giobair occorrono, eccetto sol
Siracusa, nella costiera da Messina a Palermo, e su la strada dalla
capitale a Trapani. Un pugno di Musulmani in Messina; maggior numero
in Cefalù; in Termini un borgo abitato al tutto da loro; un paesello
intero a Kasr-Sa’d, il quale parmi risponda al monticciuolo che or si
addimanda la Cannita, presso Villabate; gran popolazione in Palermo;
tutti gli abitanti in Alcamo e ne’ villaggi e ville ond’eran gremiti i
fertili terreni, e allora ben coltivati, che si stendono dalla capitale
a Trapani: e in questa, gran parte della popolazione, professava
l’islamismo.[415] Professavanlo forse alcuni abitatori di Catania.[416]
Al dir di Burchardo, vescovo di Strasburgo, ambasciatore del Barbarossa
appo Saladino, Malta e Pantellaria erano in questo tempo abitate al
tutto da Musulmani; e ubbidia la prima al re di Sicilia, a nessuno la
seconda, la quale producea poco grano; talchè gli uomini viveano di
pastorizia, mezzo selvatichi, pronti a rintanarsi nelle caverne, quando
sbarcasse gente più forte di loro.[417]
Partecipavano tuttavia i Musulmani degli ufizii civili e militari,
come abbiam già detto trattando dei gaiti, poichè le testimonianze
citate tornano la più parte al regno di Guglielmo il Buono.[418] Alle
quali è da aggiugner quella di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica,
studiosissimo a descrivere le genti che disertarono il suo paese
(1185), le quali eran chiamate siciliane, dice egli, perchè le accozzò
Guglielmo, conte, re, o tiranno della Sicilia, e votò l’erario per
fornire la spesa, maggiore assai delle scarse entrate dell’isola.[419]
Erano in quell’oste uomini d’arme e arcieri a cavallo, fanti leggieri
e di grave armatura e compagnie franche, dette del _rizico_, le quali
senza caposoldo nè stipendio, combatteano per la sola preda.[420] I
Musulmani di Sicilia, noverati forse tra gli arcieri a cavallo, facean
l’ufizio ch’or è dato a carabinieri o gendarmi negli eserciti europei.
Perocchè narra Eustazio che nella prima licenza del saccheggio,
mentre una mano di soldati insanguinava e profanava sozzamente la
chiesa di San Demetrio e commetteva ogni maniera di oltraggio sopra
i Greci che vi s’erano rifuggiti, un eunuco, ammiraglio[421] del re,
entrò a cavallo nel tempio, brandendo una mazza di ferro, seguito
da prodi sergenti, e fece sgombrar que’ masnadieri.[422] Ma durante
l’occupazione della città, continuando i Latini a sfogar l’odio su i
vinti, i Saraceni di Sicilia giravano per le strade la notte a far
la scolta; entravano nelle case ov’era acceso, contro il divieto,
lume o fuoco; sforzavan le porte; menavan via le donne e le fanciulle
adocchiate nel giorno; e prendean talvolta i danari per dote.[423] In
una orazione recitata dopo quel gran flagello, Eustazio, prorompendo
contro un sacrilego, dicea che gli atti suoi somigliassero a que’
degli Affricani di Sicilia.[424] A’ Musulmani io riferirei volentieri
l’artifizio dei due mangani smisurati, chiamati da lui “le figlie del
tremuoto” i quali aprirono la breccia nel muro di Tessalonica:[425]
ond’e’ si vede che facean tiri diretti, come le artiglierie moderne;
e vanno per conseguenza identificati con quelli che abbiamo descritti
nell’assedio di Siracusa dell’ottocentosettantotto e testè nell’impresa
di Alessandria,[426] e fors’anco con gli altri che Carlo d’Angiò
apparecchiava (1284) contro la Sicilia, maneggiati da’ Saraceni di
Lucera.[427] Dopo li artiglieri de’ mangani, Eustazio fa menzione “di
quelli che lavoravano a riempir di polveraccio le insidiose fosse, per
iscuoter e abbattere i muri”: nel qual luogo la voce insolita greca
ch’io rendo a bella posta con una voce oscura del nostro linguaggio,
se la non denotasse i minuzzoli di combustibili da appiccar fuoco a’
sostegni de cuniculi, sarebbe forse da riferire a quella composizione
di fuochi da guerra che condusse alla invenzione della polvere, ma non
essendo per anco sì perfetta, in vece di scoppiare, schizzava, operando
con la sola forza del rincalcio. Il quale ingegno tornerebbe anco ai
Musulmani di Sicilia, poichè simili fuochi, in questo tempo, erano in
uso appo i lor fratelli d’Affrica e di Levante.[428]
Il numero dunque, le ricchezze, la cultura intellettuale, la ingerenza
ne’ servigii pubblici, il favore della corte, davano forze a’ Musulmani
di Sicilia, molestati com’essi erano dal clero e da qualche ministro
del re, e persuasi che loro sovrastassero gravi calamità. Con ciò
le bandiere almohadi sventolavano a vista quasi della Sicilia; nè
mancavano nell’isola i capi d’un movimento. Le vestigia che scopronsi
negli scrittori cristiani e ne’ musulmani, conducono a un gran
personaggio di casa Edrisita, del ramo de’ Beni Hammûd, e com’io
credo della stessa famiglia di quello sciagurato signore che die’
Castrogiovanni al conte Ruggiero. Era chiamato dai più, secondo l’uso
arabo, col keniet o diremmo noi nomignolo, Abu-l-Kâsim e talvolta col
keniet d’uno de’ suoi progenitori, Ibn-abi-l-Kâsim, o infine, col nome
del casato, Ibn-Hammûd. Ai tempi di Guglielmo il Buono primeggiava
costui nell’aristocrazia ereditaria;[429] e della sua ricchezza e
seguito tra i Musulmani di Sicilia ci ragguaglia anco il Falcando,
che lo nota tra i più possenti nemici del cancelliere Stefano, come
s’è detto.[430] Similmente Ibn-Giobair, pochi anni appresso, narrò
ch’egli era stato perseguitato per supposte pratiche con gli Almohadi;
confiscatigli i beni ed espilati trentamila dinar; condotto indi
alla povertà ed a vivere d’uno stipendio a corte: uomo per nascita,
liberalità, beneficenza, ingegno e costumi, sì riverito appo i
Musulmani di Sicilia, che s’egli avesse abiurato, tutti si sarebber
fatti cristiani, dice il viaggiatore spagnuolo.[431] Ritraggiamo che
Ibn-Kalakis d’Alessandria, giureconsulto e poeta di nome, venuto
a corte di Guglielmo nel cinquecentosessantacinque (25 settembre
1169-13 sett. 1170), dopo aver lodato il re in un poemetto e averne
ottenuto alcun dono, dedicò a questo Hammûdita un’opera intitolata «Il
fior che sorride mirando le virtù d’Ibn-el-Kâsim» e n’ebbe splendido
guiderdone e sì grato rimase al Mecenate siciliano, che ripartendo
per l’Egitto gli indirizzò altri versi. Per la liberalità sua, com’e’
sembra, gli avean dato il nome d’Ibn-el-hagiar.[432] Ritornò in Sicilia
nello stesso tempo Ibn-Zafer, nato nell’isola, emigrato in Oriente,
erudito, poeta, filologo ed elegante scrittore; il quale nella sua
povertà, sovvenuto e consolato da quel nobil uomo, gli dedicava tre
opere inedite e la seconda edizione della più popolare di tutte le
sue compilazioni, il _Solwân-el-Motâ’_.[433] Nella cui prefazione,
tramezzate a luoghi comuni, leggiam parole che non sembrano gittate
a caso: l’augurio «che Iddio conduca questo signor de’ signori e
condottiero dei condottieri, a compiere i proponimenti ispiratigli da
Lui stesso.... che lo esalti sempre nei seggi del potere e renda vane
le frodi de’ suoi nemici;» la lode che «l’animo suo bastava ad ogni
fortuna.... che i popoli non avean da temere disastri seguendo uom
di proposito così saldo.»[434] Costui non potea vivere tranquillo in
quelle condizioni de’ compatriotti suoi musulmani. Com’egli parteggiò
contro il cancelliere Stefano, così è da supporlo favorito da Matteo,
e tanto più sospetto a Gualtiero Offamilio, quando questi prese la
bandiera di parte oltramontana. Abu-l-Kâsim, o altri della famiglia
dicerto, si trovò avvolto nelle rivoluzioni contro il principato
cristiano, ritraendosi che i suoi beni fossero stati confiscati.
Abbiamo infatti nel milledugento un diploma della reggenza per lo
quale, compiendo al comune di Genova la promessa falsata da Arrigo
VI, gli erano fatte concessioni larghissime, e tra le altre cose
gli si donava il palagio posseduto un tempo in Trapani dal Gaito
Bulcasimo.[435] E sedici anni appresso, Federigo già emancipato,
concedeva alla chiesa di Palermo certi beni di Ruggiero Hamuto, che
par sia stato, nell’undecimo secolo, lo stipite di quella nobil casa in
Sicilia.[436]