Nell’operoso e lungo regno di Ruggiero le condizioni sociali dell’isola
mutaron da quelle dei primi anni del secolo XII. Verso la metà del
secolo era già la Sicilia ripiena di coloni cristiani, arricchita
coi traffichi d’Affrica e delle Crociate; il conquisto inoltre della
Terraferma, reagendo sul centro del governo, recava elementi novelli
nella corte, la quale era divenuta già primario corpo dello Stato
per cagion degli ufici pubblici che vi s’accentravano: corpo di gran
mole, vario di origine, reso omogeneo dallo interesse; onde, salvo le
gelosie, fraternizzavan quivi gli arcivescovi coi liberti musulmani, i
chierici d’oltremonti coi borghesi delle Puglie, i condottieri francesi
coi corsari greci di Messina. Mancata quella man ferma del re, le nuove
parti sbrigliaronsi. Il baronaggio, provocato o no, cercò di ripigliare
lo Stato in Terraferma e di far novità anco in Sicilia. La corte
volle possedere, sotto il nome di Guglielmo, l’autorità ch’essa avea
esercitata sotto il comando di Ruggiero. Per lei teneano i Musulmani
e fors’anco le schiatte più antiche dell’isola; per lei, in tutto il
reame, i cittadini, bramosi di sicurezza e di franchige: se non che i
baroni avean sèguito anch’essi nelle città e talvolta prevaleanvi per
l’invidia che desta sempre il governo e gli interessi ch’egli offende.
Avveniva ancora nell’isola che il popolo delle grandi città e i coloni
lombardi delle montagne, si accostassero al baronaggio per odio de’
Musulmani e cupidigia dell’aver loro. Coteste parti che talvolta,
com’egli avviene, mutavano sembianze, compariscono chiaramente nelle
tragedie di Guglielmo il Malo; nelle commedie delle quali fu spettatore
il Buono; anzi l’azione è da riferirsi a loro più tosto che ai
personaggi aulici, descritti dalla mano maestra del Falcando, con le
bellezze e la imperfezione dell’arte antica.
Al di fuori, la monarchia siciliana si travagliava contro i soliti tre
nemici; con questo avvantaggio che tutti non si poteano collegare, nè
pur durava a lungo l’accordo tra due. Il papa, incorreggibile, colse
immantinenti l’occasione del nuovo regno, per ritentare l’Italia
meridionale. Federigo Barbarossa ambì anch’egli quelle estreme
province; richiese le forze navali a Genova ed a Pisa, nemiche del
regno per gare di mercatanti; ma nulla ei conchiuse. I Bizantini
all’incontro aveano in punto ogni cosa per assaltare la Puglia. Da
lungi, gli Almohadi minacciavano gli acquisti d’Affrica. E rompeasi
di presente la guerra contro i Fatimiti d’Egitto, non sappiamo appunto
l’anno nè il perchè; dopo la morte di Ruggiero, credo io, e per cagion
di commercio; potendo supporsi che i Pisani, ben visti allora a corte
del Cairo, avessero fatto disdire i privilegi stipulati poc’anzi con la
Corona di Sicilia.[279]
Guglielmo era indolente, feroce, superbo, avaro. Majone da Bari,
promosso dal padre ai maggiori ufizi pubblici, fatto ammiraglio alla
esaltazione del nuovo re, non torna nè quel valente e savio statista
che dice l’Arcivescovo di Salerno, nè quel forsennato malfattore che
vuole il Falcando. Parmi si personificasse in costui la corte con tutti
i suoi vizii: e la testimonianza non sospetta de’ Musulmani ci assicura
che la voce pubblica attribuì alla malvagità sua e del re tutti gli
sconvolgimenti che inaugurarono il regno.[280] Divampò la ribellione
feudale in Terraferma (1155); s’apprese in Sicilia; il re in persona
domolla quivi con le armi e con la clemenza; la represse con immanità
(1156) in Calabria e in Puglia, dov’era aggravata dall’invasione de’
Bizantini, dall’aggressione del papa e dalle mene del Barbarossa.
E furono scacciati i Bizantini; poi sconfitti di nuovo in grande
battaglia navale[281] a Negroponto (estate del 1157): dopo la quale
Guglielmo fermò la pace col Comneno (1158). Aveala già ottenuta dal
papa in grazia delle sue vittorie (luglio 1156). E pria l’armata,
di giumadi secondo del cinquecencinquanta (agosto 1155) avea dato
il guasto a Damiata, Tennis, Rosetta, Alessandria e riportatone gran
preda d’oro, argento e vesti preziose.[282] In quel torno i Masmudi,
dice una Cronica, saccheggiarono il castel di Pozzuoli; ma sopraccorse
le navi regie, furono presi e tagliati a pezzi.[283] Così le armi di
Guglielmo trionfarono per ogni luogo. Nè par ch’egli abbia gittato
via il danaro con che volle tagliare i passi a Federigo, che veniva a
incoronarsi in Roma. Narra Ottone di Frisingen che nel tumulto surto il
dì stesso dell’incoronamento (18 giugno 1155) i soldati imperiali dando
addosso ai Romani, gridavano: «Prendete questo ferro tedesco in cambio
dell’oro arabico! Questa mancia vi dà il Signor vostro. Ed ecco come i
Franchi accattan l’impero!»[284] S’io ben m’appongo, l’oro arabico che
i soldati imperiali maledicean tanto e lo cercavano sì avidamente nelle
tasche dei Romani, erano i tarì d’oro coniati da’ principi di Sicilia
di quel tempo con leggende arabiche: bella e comoda moneta comunissima
allora nell’Italia meridionale. Il fatto è che, tra il movimento di
Roma, la scarsezza delle vittuaglie e la morìa, l’esercito imperiale,
anzi che calare in Puglia, fu costretto a ritornare frettoloso in
Germania.
Mentre Guglielmo per tal modo si assodava sul trono, perdette
i conquisti del padre in Affrica. Comparvero immediatamente in
quelle province gli effetti del mal governo: i presidii cristiani
cominciarono ad aggravare i Musulmani. Vivea da otto anni in Palermo
Abu-l-Hasan-Hosein-el-Forriâni dotto e religioso sceikh di Sfax, del
quale abbiam detto[285] che designato a governar la sua terra per lo re
di Sicilia, avea chiesto lo scambio in persona del figliuolo Omar, e si
era dato statico egli stesso in man de’ Cristiani. Ei sapeva il figlio
uom di grande animo e risoluto. Nel partire di Sfax per la Sicilia,
«Vedi, io son vecchio, gli disse; io m’avvicino alla tomba: questo
fiato di vita che m’avanza, lo vo’ consacrar tutto ai Musulmani. Quando
ti si offra il destro, sorgi tu contro il nemico cristiano; distruggilo
senza badare ad altro; e fa conto ch’io sia già morto.» Risaputi i
soprusi de’ Cristiani a Sfax, viste da presso le cose in Palermo, il
Forriâni scrive al figliuolo che l’ora è suonata; che si affidi in Dio
e rivendichi i diritti dei Musulmani.
Omar convocava una notte i cittadini; esortavali a pigliar l’arme:
ch’altri si mettesse a guardia delle mura, altri corresse alle case
de’ Franchi e di tutti i Cristiani e sì li trucidassero. «E lo sceikh,
domandarongli, il signor nostro e padre tuo, che sarà di lui?» — «Egli
stesso me l’ha comandato, rispose Omar. Se cadranno insieme con lo
sceikh mille e mille cristiani, ei no, non morrà.»[286] Levandosi il
sole, era consumata la strage, dalla quale nessun cristiano campò. Era
il primo giorno dell’anno cinquecencinquantuno dell’egira (25 febb.
1156).
Risaputo il caso in Palermo, il re chiamava il Forriâni; gli intimava
di scrivere ad Omar che ritornasse all’obbedienza, se volea salvar
la vita al padre. Il vecchio rispose tranquillamente: «Chi è corso
tant’oltre non tornerà addietro per forza d’una lettera.» E fu chiuso
in prigione coi ceppi ai piè; e mandato a’ ribelli un messaggio con
minacce e promesse. Il quale arrivato a Sfax, non gli permessero di
sbarcare quel dì. Venuta la dimane, dalla nave ei sentì gran clamore in
città; vide aprir la porta di mare e uscirne la gente in processione,
salmeggiando: «Iddio è grande. Non v’ha dio che il Dio; Maometto è
l’apostol suo:» e recavan sulle spalle una bara. La messer giù; Omar
si fece innanzi; recitò la preghiera; fe’ sotterrar la bara: e tutti
gli furono attorno, com’era uso ne’ funerali, poi dileguaronsi a poco a
poco. Instando l’ambasciatore presso le guardie perchè lo conducessero
ad Omar, dissergli: «Lo sceikh è occupato nella cerimonia del duolo,
sendo stato sepolto poc’anzi il padre, quel desso di Sicilia. Riferisci
ciò ch’hai veduto e non occorre altra risposta.» Nè tardò guari
in Palermo il supplizio dell’Attilio Regolo musulmano. Alzaron la
forca su le sponde del Wadi-’Abbâs, come s’addimandava l’Oreto appo
i Musulmani, e torna appunto alla pianura di Sant’Erasmo, or tutta
ingombra di fabbriche e di giardini, nella quale un tempo si eseguivano
le sentenze capitali e fuvvi acceso nel secol decimottavo l’ultimo rogo
dell’Inquisizione. Malmenato da’ carnefici, strascinato al patibolo,
Abu-l-Hasan recitava impavido e posato il Corano; e con le sacre parole
in bocca morì.[287]
All’esempio di Sfax sollevaronsi le popolazioni delle Gerbe e di
Kerkeni, dissanguate com’elle erano.[288] Tripoli tardò alquanto; sia
che il presidio sapesse guardarsi meglio, sia che le due fazioni da
noi già citate mal si potessero accordare insieme. Si trattò dapprima
un caso legale. Per comando, com’egli è verosimile, della corte di
Palermo, il capitano del presidio volea che da’ pulpiti delle moschee
fosse recitato un sermone contro gli Almohadi, eretici, usurpatori,
e quel ch’era peggio, possenti, vicini, e sospetti di pratiche in
Tripoli. Rispondeano i cittadini che, secondo la capitolazione, nessun
potea costringerli a cosa contraria all’islâm; e che tal sarebbe
stato il detrarre pubblicamente ad altri Musulmani, fosser pure di
rito diverso. Il giureconsulto che tenea la magistratura[289] allegò
coteste ragioni al capitano; e conchiuse che s’ei non fosse persuaso,
il popolo di Tripoli gli lascerebbe la città e andrebbe con Dio.
Il Siciliano accettò, buona o trista, la scusa e stette in guardia;
i Musulmani passaron dalle parole ai fatti. Fu il governator della
terra, Jehia-ibn-Matrûh, quel desso che ordì coi notabili del paese
la congiura di dar addosso al presidio, una notte di luna piena, per
attirarli fuor della fortezza e avvilupparli in lor trappole. Venuta
l’ora, congegnano per le strade legname e funi e levan quindi il
romore. I soldati del presidio prendono incontanente le armi, montano
in sella e spronano addosso alla turba: quand’ecco i cavalli incespano,
s’avviluppano; i cavalieri son presi senza potersi difendere. Così
del cinquantatrè (2 febb. 1158 a 22 genn. 1159) la città di Tripoli
scosse il giogo e rimasene capo lo stesso Jehia-ibn-Matrûh.[290] Come
a Sfax ed a Tripoli, così anco a Kâbes rivoltavasi il governatore del
re di Sicilia, per nome Mohammed-ibn-Rescîd.[291] Gli Almohadi intanto,
occupata Bona, stendeansi verso levante fin presso Tunis.[292] Rimanea
soltanto alla corona di Sicilia la città di Mehdia, col borgo di Zawila
e con Susa.[293]
Nel primo impeto della riscossa, Oraar-el-Forriâni avea mandata gente
a sollevare Zawila, sì che i Cristiani fossero minacciati nel centro
delle forze loro. Gli Arabi del vicinato eran pronti a correre ad
ogni odor di preda; de’ Cristiani in Zawila par vivessero pochi o
nessuno. Agevol cosa fu dunque a gridar nel borgo “morte ai Rûm” e
tentare un colpo a Mehdia stessa, nel mese di scewâl del cinquantuno
(17 novembre a 15 dicembre 1156). Il qual colpo ancorchè fosse
fallito, i sollevati con l’aiuto di que’ di Sfax e d’altre terre e
anco degli Arabi, si mantennero in Zawila, intercettando dalla parte
di terra le vittuaglie alla fortezza. Guglielmo inviò allora venti
galee con rinforzo d’uomini, armi e provigioni; onde si ripigliò
l’offensiva. Dicono i Musulmani che il capitan di Sicilia corruppe
gli Arabi e che uscito il presidio a combattere, essi presero la
fuga, lasciando nella mischia quei di Zawila e di Sfax. Che che ne
sia, furono i Musulmani circondati e rotti con molto sangue. Que’
di Sfax fuggirono a’ legni che avean pronti alla spiaggia, onde ne
campò di molti; ma gli uomini di Zawila stessa non trovaron asilo nel
borgo, del quale furon chiuse le porte. Cadder essi lì combattendo;
mentre i vecchi, le donne, i fanciulli cercavano di salvarsi, qual
per mare, qual per terra, come ciascun potea. Ma non bastò il tempo a
tutti. I vincitori, superato ch’ebbero il debil muro, non perdonarono
a sesso nè ad età; rapirono o distrussero ogni cosa. Avvenne cotesto
strazio il cinquantadue (13 febbraio 1157 a 1 febbraio 1158). Par
che la penisola da Mehdia a Susa e forse più a ponente verso il Capo
Bon, sia tornata allora in poter di Guglielmo; poichè gli annalisti
musulmani dicono che i Siciliani stetter saldi in Mehdia d’allora
infino all’assedio d’Abd-el-Mumen;[294] e Roberto dal Monte scrive che
il millecentocinquantasette presa dall’armata di Guglielmo Sibilla,
capitale dell’isola di Gerx, il re vi fece stanziare i Cristiani e lor
prepose un arcivescovo.[295] Parrebbe da questo cenno che fossero stati
accolti in quel territorio, e principalmente in Zawila, gli abitatori
cristiani che la ribellione avea cacciati dalla costiera di levante, e
la dominazione almohade da quella di ponente. S’ignora in vero il nome
dell’arcivescovo, e se il cronista riferisca esattamente la dignità: ma
non mi sembra punto inverosimile che la corte di Palermo abbia voluto
nominare un metropolitano nelle sue possessioni d’Affrica; la quale
dignità e le contese che nascer ne doveano tra il re e il papa, siansi
dileguate insieme con la dominazione siciliana in quelle parti.[296]
Gli Almohadi in questo tempo non si erano risentiti, attendendo
Abd-el-Mumen a mutar la costituzione dello Stato; farsi, di capo
elettivo dell’aristocrazia masmuda, monarca assoluto ed ereditario,
egli straniero alla tribù; togliere i governi delle province ai capi
masmudi e affidarli a’ proprii figliuoli. Il colpo gli venne fatto di
queto, senza immediato spargimento di sangue.[297] Nè era ch’ei non
pensasse all’Affrica propria. Ricettò nella sua corte Hasan, il signor
di Mehdia; per dieci anni potè ragionare con lui delle condizioni di
que’ paesi; e narrasi che quando i miseri sopravissuti al caso di
Zawila andarono a Marocco a chiedergli vendetta, ei li sovvenne di
danari, li ascoltò con gli occhi pieni di lagrime, tacque un pezzo e
poi, levando il capo, «Fate cuore, lor disse, io vi aiuterò; ma convien
aspettare.» Ordinato intanto l’impero sì com’ei volle, si apparecchiò
per tre anni alla guerra, grossa e lontana, ch’era necessaria a
cacciare non solamente i Cristiani di Mehdia, ma a domare tutti que’
regoli o capi Berberi, quelle tribù d’Arabi ladroni che da un secolo e
più viveano senza alcun freno tra Tunis e Barca. Dei quali preparamenti
gli annalisti ci danno molti particolari, cavati com’e’ pare da
Ibn-Sceddâd, il quale si trovò (1159) al campo almohade sotto Mehdia ed
era stato tre anni innanzi in Palermo.[298]
Ci narrano dunque che Abd-el-Mumen fece far numero infinito di
grandi sacca di cuoio per l’acqua e di otri e di truogoli; fece
scavar pozzi lungo il cammino disegnato per l’esercito; che d’ordine
suo per tre anni furono in quelle province segate le messi senza
trebbiare e ammontati i covoni e ricoperti di creta, che parean tante
colline; che fu messa insieme, tra Spagna ed Affrica, un’armata di
settanta galee, senza contar le teride nè le salandre, e affidata
a Mohammed-ibn-Abd-el-Azîz-ibn-Meimûn, di quella celebre casa
di guerrieri di mare, scrisse Ibn-Sceddâd;[299] che noveravansi
nell’esercito centomila combattenti e altrettanti saccardi; che
nella marcia, passando pe’ luoghi cólti, nessun osava coglier pure
una spiga di grano; e che facendo la preghiera sotto l’imâm, tutti
intonavano l’”Akbar Allah” come un sol uomo. Cotesti racconti provano
la maraviglia che recò nell’Affrica propria quello spettacol nuovo
d’un’oste immensa, disciplinata e ben provveduta. La vanguardia mosse
di Marocco allo scorcio del cinquecencinquantatrè (gennaio 1159): e nel
sefer del cinquantaquattro (22 febbraio a 22 marzo dello stesso anno)
era passato quasi tutto l’esercito.[300]
Abd-el-Mumen prima assalì Tunis (mag. 1159); dove trovando resistenza
e non essendogli pur giunte le forze navali, andò a Kairewân ed a
Susa, entrò in Sfax; poi ritornò sotto Tunis (13 luglio), dielle un
assalto che la sforzò ad arrendersi: e quindi perdonò a tutti la vita,
cacciò Ahmed-ibn-Abi-Khorasân, lasciò l’avere a pochissimi cittadini,
agli altri tolse la metà de’ beni mobili o stabili; a’ Giudei ed a’
Cristiani diè la eletta tra l’islamismo e la morte: e chi non rinnegò
fu trucidato. Quel terribil nembo dopo tre giorni piombò sopra Mehdia:
la quale fu stretta per mare e per terra.[301]
Sgomberata Zawila all’appressar di tant’oste, i Cristiani si chiusero
nella fortezza, con alquanti Musulmani, com’ei pare, leggendosi che vi
fosse il principe zirita Jehia-ibn-Hasan-ibn-Tamîm.[302] Militava nel
presidio la più eletta gioventù del regno, per nobiltà e valore;[303]
sommavano i combattenti a tremila, secondo un compilatore che mi
par bene informato.[304] Del sito e fortezza di Mehdia abbiam detto
altrove: grossissime le mura da potervi correr due cavalli di fronte
e altri scrisse anco sei; accessibile dalla parte di terra per una
porta sola e un istmo stretto e ben munito; formidabile dalla parte
di mare per le difese e per la prontezza all’offendere, poichè niun
di fuori vedea le galee surte nell’arsenale che belle e armate usciano
improvvisamente dalla bocca del porto.[305] Spaventevole all’incontro
il numero degli assedianti. Al primo arrivo, Zawila deserta divenne
come una gran capitale, scrivono maravigliati i Musulmani; pur non
bastò a tutti i soldati, ribaldi e mercatanti, e fu forza che parte
s’attendassero di fuori: poi trasservi anco Arabi de’ dintorni e
Berberi della tribù di Sanhagia, ai quali Abd-el-Mumen non potea
vietar di combattere la guerra sacra. Furono piantati i mangani e le
’arrâde;[306] a muta a muta i Musulmani davano l’assalto dì e notte:
ma gli assediati se ne rideano; anzi con frequenti sortite batteano
aspramente i nemici; sì che Abd-el-Mumen per difesa de’ suoi, fe’
tirare un muro a ponente della città:[307] e stava egli tutto il dì al
campo, sotto una tenda, dormiva la notte in un palagio di Zawila.[308]
Montata poi una galea con quell’Hasan ch’era stato signor della città,
fecero il giro della fortezza; guardarono; discorsero e si persuasero
che non vi era modo a dar la battaglia. “Or come fu che l’abbandonasti
al nemico?” sclamò Abd-el-Mumen: ed Hasan “Mancavano le vittuaglie,
io non avea di chi fidarmi: e poi così volle il destino!” “Ben dici,”
replicò Abd-el-Mumen. Smesso il pensiero d’un assalto per mare, ordinò
il blocco; dispose l’esercito a svernare a Zawila; onde, fattovi
trasportare tutto il grano e l’orzo che si potè, ne fecero due masse
tanto alte, che gli scrittori tornano al facile paragon delle colline,
dicendo che quanti non avevan visto il campo da parecchi giorni,
domandavano come fossero venuti su que’ due monticelli. Nè bastaron
questi a prevenire il caro del vitto; onde s’arrivò a vendere sette
fave per un dirhem mumenino, che tornava a mezzo dirhem legale, e
però a trenta centesimi della nostra lira.[309] Ma il presidio era
minacciato di pretta fame. Si argomenta dalle narrazioni musulmane che
l’armata almohade avesse già chiuso il mare del tutto: onde ormai la
sorte della fortezza dipendea da una battaglia navale.
L’armata siciliana il millecencinquantasei avea cooperato possentemente
a cacciare i Bizantini dalle costiere di Puglia. Nel cinquantasette,
capitanata da Stefano fratel di Majone, essa avea prese cittadi
e fortezze in Romania, desolate province e distrutta quasi del
tutto a Negroponto l’armata greca: vittoria assai più gloriosa che
niun’altra di Giorgio d’Antiochia. Perchè non mandarono immediatamente
quest’armata a Mehdia con lo stesso Stefano? Era ita, in vece, alle
Baleari; condotta da un eunuco Pietro, forse per intercettare le navi
dei Beni-Meimun; ma altro non avea fatto che dare il guasto all’isola
di Ivisa. Avea pieni gli scafi di prigioni e di preda, quando un ordine
del re chiamolla a soccorrere Mehdia.[310]
Dove il lunedì ventidue di scia’bân (8 settembre) comparvero in
lunghissima fila cencinquanta galee siciliane, oltre le teride e
altri legni:[311] accennaron poi ad entrare nel porto: sì che alcune
galee calavan le vele, ed una degli assediati uscì loro all’incontro.
Le settanta galee almohadi, se non eran tirate a terra, come dice
il Falcando, sorgeano in luogo sicuro e di certo non presentavan
battaglia. Sospettando forse uno sbarco fuori la fortezza, Abd-el-Mumen
schierò tutto l’esercito su la spiaggia: e stava a guardar le mosse
del nemico, quando Ibn-Meimun viene in fretta; gli mostra le galee
siciliane che s’avanzano sparpagliate per cagion del vento;[312]
dice potersi tentar la battaglia, non ostante il disavvantaggio del
numero. Abd-el-Mumen non rispose. Il marinaio spagnuolo, prendendo
quel silenzio per assentimento, corre alle navi; fa montare le ciurme;
esce e dà di fianco nella fila del nemico. Spezzatala, ricaccia nel
porto di Mehdia le galee più vicine a terra; volta le prore contro
le altre; le quali combattono un poco, poi, sbigottite le ciurme,
dicono i Musulmani, dalla immensa moltitudine d’armati che vedeano
a terra, prendono il largo, spiegan le vele: il navilio musulmano
che non ne avea, rimase addietro nella caccia; talchè ghermite sette
galee siciliane fu costretto a tornare. Abd-el-Mumen fin dal principio
della battaglia, prostrato a terra, si spargea polvere sul capo,
fervorosamente pregava: “Grande Iddio, non fiaccar tu i sostegni
dell’islam.” Così Ibn-Sceddâd, ch’era presente. Gli scrittori musulmani
che attinser in parte da lui, narrano questa giornata con poco divario
l’un dall’altro. De’ cristiani, il Falcando afferma a dirittura che
l’eunuco Pietro per tradimento, fuggì senza combattere, e Romualdo
salernitano scrive ch’ei pugnò, fu vinto e perdette molte galee. Ma
pochi anni appresso veggiamo Romualdo compagno o complice dell’eunuco
Pietro nelle fazioni di corte.
Con aulica serenità, prosegue l’arcivescovo a dir che il presidio,
scarseggiando di vittuaglie e non avendo speranza di soccorsi, _fe’
pace_ coi Masmudi; lasciò loro la città e tornò in Sicilia, ciascuno
con la sua roba. Il Falcando, all’incontro, rincalza le accuse
in quest’ultimo tempo dell’assedio: che gli eunuchi della corte
assicuravano per lettere Abd-el-Mumen non si manderebbero aiuti;
ch’egli offerì ai Cristiani di prenderli a’ suoi soldi o rinviarli in
Sicilia; che stretti dalla fame promessero di lasciare la fortezza se
chiesto soccorso l’ultima volta non l’ottenessero entro pochi dì; e che
giunto il messaggio loro a corte, Majone diè ad intendere al re non
mancar punto le vittuaglie in Mehdia; onde que’ prodi alfine, delusi
e affamati, la consegnarono al nemico. Non parmi punto verosimile
quell’ultimo messaggio in Sicilia. Al dir degli scrittori musulmani,
quando il presidio ebbe mangiati tutti i cavalli e stava per morir
di fame, che fu in su la fine di dsu-l-higgia (primi di gennaio),
dieci gentiluomini scesero dalla fortezza a domandar salva la vita,
la roba e la libertà. Rispondendo loro Abd-el-Mumen che più tosto
abiurassero, replicarono: non esser venuti per questo, ma per implorare
la magnanimità sua; che nulla aggiugnerebbe alla sua gloria il far
perire di fame tanti cavalieri; che al contrario, s’ei li rimandasse
alle case loro, gli sarebbero obbligati per tutta la vita. Andaron e
ritornarono più d’una volta, finchè il monarca almohade, ammirando la
fortezza dell’animo loro, il signorile sembiante e le oneste parole, o
temendo, com’altri dice, che re Guglielmo non si vendicasse della morte
loro sopra i Musulmani di Sicilia, accettò la resa e fece traghettare
con navi tutto il presidio in Sicilia. Entravano i Musulmani nella
fortezza la mattina del dieci di moharrem del cinquecencinquantacinque
(21 gennaio 1160). Aggiungono gli scrittori arabi, ma il silenzio
del Falcando mi distoglie dal crederlo, che la più parte dei reduci
periva per naufragio. Intanto aveano gli Almohadi ridotte altre
terre dell’Affrica settentrionale; sì che l’impero di Abd-el-Mumen si
misurò da Sus dell’Oceano infino a Barca; da’ confini settentrionali
dell’Andalusia alle estremità meridionali del Sahra.[313]
La cronologia, trascurata pur troppo da’ due cronisti di Guglielmo, ci
mostra che il caso di Mehdia rinfocò le ire nel regno. Già da parecchi
anni la parte feudale, per onestar la rivoluzione, movea di strane
accuse contro Majone: ch’egli ambisse il trono, attentasse alla vita
di Guglielmo, lo spingesse agli atti più crudeli per farlo comparire
tiranno: or aggiunsero, troppo sottilmente, che avesse fatta cader
Mehdia a bella posta per gittar novello odio sopra il re.[314] Ma non
mancavano forti sospetti contro la corte tutta quanta: la connivenza
degli eunuchi co’ Musulmani e di Majone con gli eunuchi; la nimistà
del ministro e del re contro i nobili, che tanti ve n’era in Mehdia;
e la voglia di liberar l’erario di quella dispendiosa e disutile
dominazione.[315] Perchè non avean arso l’eunuco Pietro come Filippo
di Mehdia?[316] Perchè non aveano rimandato il navilio in Affrica con
un ammiraglio, uomo e cristiano, che sapesse vendicar la bandiera di
Sicilia e liberar dalla fame il presidio? I cronisti scrivon poco o
nulla di tai querele e notan secco il grave fatto che, il medesim’anno
sessanta, Majone avea disarmati i Musulmani di Palermo.[317] Di che non
ci si dice la cagione: se per punire i soldati musulmani dell’armata
che fuggì nelle acque di Mehdia, o per reprimere la baldanza mostrata
dopo le vittorie di Abd-el-Mumen, o per pratiche scoperte, o per
querele dei Cristiani sbigottiti e umiliati. Di certo Abd-el-Mumen in
quella stagione riordinava la costiera d’Affrica in guisa da dar molto
pensiero ai vicini.
Pochi mesi eran corsi dalla dedizione di Mehdia e già, in Terraferma,
città e baroni facean la giura che non si ubbidisse più a comandi
sottoscritti da Majone: nè andò guari ch’egli stesso cadde una notte
(10 novembre 1160) presso le case dell’arcivescovo di Palermo,
intrattenuto a bella posta dal reo prelato che gli s’era giurato
fratello, trafitto da Matteo Bonello, nobil giovane, creatura sua,
confidente e satellite, il quale infingendosi più fedele che mai,
tramava coi baroni malcontenti; e dopo il misfatto divenne l’eroe
popolare di Palermo e di tutto il reame. E Guglielmo dapprima l’ebbe
a ringraziare che gli avesse morto il primo ministro. Dissipato
lo spavento, la combriccola dei prelati e degl’eunuchi di corte,
incominciò a minacciare Matteo: indi parve ai malcontenti di affrettare
il gran colpo, ch’era, deporre il re, esaltare il fanciullo Ruggiero
suo figliuolo e regnar essi.
Non riuscì della congiura se non che l’esordio. Principi del sangue
legittimi e bastardi e baroni e cavalieri, ai quali diè mano un capitan
di guardie e prestaron forza soldati mercenari e uomini della plebe,
presero Guglielmo nelle stanze del consiglio; si spartirono i tesori
accumulati dal gran Ruggiero e le donne dell’harem; saccheggiarono
la reggia; (9 marzo 1161) condussero per le strade della città il
successore designato.[318] Non versarono i congiurati altro sangue
che di Musulmani: e ciò mostra quali fossero i loro principali
nemici. Quanti eunuchi trovarono, li messero a morte nella reggia
e fuori, mentre andavano a nascondersi a casa gli amici; ucciser
anco i Musulmani che stavano negli ufizi a riscuotere le gabelle,
o ne’ fondachi a vendere lor merci; e spogliarono i cadaveri. Al
qual romore i Musulmani del Cassaro, ch’era il quartiere più ricco
della città, si ridussero nel borgo occidentale, asserragliarono le
viuzze che vi mettean capo, e così, sprovveduti pur d’armi, fecero
testa agli assalitori. Non picciol numero di Musulmani perì in questa
sedizione.[319] Tra gli altri, il poeta Jehia-ibn-Tifasci, oriundo
di Kafsa, cittadino di Kâbes, il quale forse, spazzate ch’ebbe
Abd-el-Mumen le piccole corti d’Affrica, era venuto a tentar la fortuna
in quella di Palermo.[320] Possiam supporre che fosse andato via
dopo quell’eccidio l’Edrîsi, il quale era rimaso dapprima a corte di
Guglielmo; poichè sappiamo da un contemporaneo ch’egli avea dedicata al
nuovo re una edizione ampliata del _Nozhat_, la quale non è pervenuta
infino a noi.[321]
Matteo Bonello era assente; tra i congiurati entrò subito la discordia;
il popolo di Palermo che avea guardata la scena curioso e perplesso
aspettando che vi comparisse Matteo, cominciò a mormorare che non
si potea lasciar lo Stato a un’accozzaglia di facinorosi, buoni a
saccheggiare il palazzo, scannare gli inermi e nulla più. I prelati
ch’aveano tentennato e i più erano stati quatti, presero animo a
questo, eccitarono il popolo a liberar il re: dai pochi, dice il
Falcando, passò la voce alla moltitudine; come al comando di capitano
audacissimo, come sospinti da una voce del Cielo, corsero alle armi:
che ci par leggere i principii stessi di tutti i tumulti di Palermo,
dal Vespro siciliano infino ai nostri dì. Il popolo circonda la
reggia; e i congiurati, non bastando a difender quel vasto ricinto di
mura, patteggiano col re, vanno via perdonati ed ei riman padrone (11
marzo); concede nuove franchige ai Palermitani; si assicura col navilio
chiamato da Messina e con le forze che vengono a lui spontanee da varie
parti dell’isola; e rimette su la sconquassata macchina del governo.
Uscì allora in persona a combattere i baroni chiaritisi ribelli nella
Sicilia orientale; li vinse (estate del 1161); e domò con pari fortuna
e crudeltà maggiore i moti delle province di Terraferma (1162).
Fece poi prendere a tradimento Bonello, accecarlo e sgarettarlo. Una
seconda sollevazione tentata in palagio, finì con la morte di tutti
i congiurati (1173). Come ognun vede, le città maggiori dell’isola
teneano pel re contro i baroni, che lor pareano tiranni assai più
molesti.[322]
Parteggiarono al contrario pei baroni ribelli le popolazioni lombarde,
delle quali abbiam già notati gli umori e ordini municipali. La causa
del divario mi sembra questa, che nella regione lombarda i comuni eran
frammisti a feudatarii della stessa origine; onde l’umor della schiatta
prevalea sopra quello del ceto; ed anco l’interesse, sendo negli uni
come negli altri contrario a’ diritti degli antichi abitatori che la
corte sempre difendea. E sappiamo dal Falcando che Ruggiero Schiavo,
un de’ capi ribelli, tirate a sè Piazza, Butera e “altre terre di
Lombardi” lor diè, gratissimo premio, il sangue, ed io correggo, la
roba, de’ Musulmani; i quali, al dir di Falcando, in quelle regioni
abitavano alcune terre insieme coi Cristiani e parte soggiornavano
soli in lor case rurali. I Lombardi dando addosso improvvisi a quelle
popolazioni agricole (primavera del 1161), ne uccisero moltitudine
innumerevole; non perdonarono ad età nè a sesso. Camparono pochi dalla
strage, chi fuggendo per boschi e monti, chi sgusciando travestito
da cristiano; e ripararono nelle castella della Sicilia meridionale
abitate da’ correligionarii loro: dove soggiornavano ancora quando
scrisse il Falcando (1188), e tanta paura aveano del nome lombardo,
che non solo non voleano ritornare alle case loro, ma non c’era modo di
farli passar dal contado.[323]
L’odio di religione sopito per due o tre generazioni, ridesto dalle
guerre civili, operava poi, come cieco e furibondo ch’egli è, senza
distinguer parte, nè interessi. Militando nell’esercito di Guglielmo
Cristiani e Musulmani, surse tra loro sanguinosissima zuffa, mentre
insieme distruggeano la città di Piazza, nè valse a raffrenarli la
voce de’ capitani, nè il comando del re, pria che cadessero uccise
centinaia di Musulmani.[324] Tornati su intanto gli eunuchi, incominciò
la reazione musulmana. Un gaito Martino, rimaso al governo della
reggia e della capitale mentre il re osteggiava i ribelli, si messe
a vendicare sopra i veri o supposti rei di maestà, un fratello suo
ucciso dai congiurati: faceva accusar questo e quello; facea sostener
l’accusa da accoltellatori ne’ giudizii di Dio e da testimonii infami
ne’ giudizii secondo legge romana; e i condannati erano impiccati
per la gola, straziati di battiture, al cospetto dei Saraceni che
se ne facean beffe, scrive il Falcando.[325] Il gaito Pietro, quello
stesso eunuco, traditore dell’armata a Mehdia,[326] ritornato a galla
dopo la ristorazione di Guglielmo, facea sue vendette per man di un
carceriere o boja cristiano, reo di mille turpitudini, cagnotto e
mezzano dei Musulmani. S’egli è da credere senza limite all’onesta
ira del Falcando, tutti i magistrati dello Stato, giustizieri,
camerarii, stratigoti, catapani, creati dalla fazione de’ paggi di
corte, servivano a quella ed alle proprie passioni, taglieggiavano ed
opprimevano a man salva.[327]
La morte intanto di Abd-el-Mumen, (26 maggio 1163), la quale sciolse
da gran timore i Cristiani di Spagna,[328] par abbia desta a speranze
la corte di Palermo, o datole animo ad una dimostrazione contro gli
Almohadi: con che i prelati della corte pare abbian voluto ostentare
zelo per la religione e la patria; nè gli eunuchi, Pietro sopra tutti,
poteano senza scortesia ricusar loro questo bel giuoco. Perchè leggiamo
negli annali musulmani d’Occidente, che il cinquecencinquattotto (10
dic. 1162, 29 nov. 1163) i Rûm sbarcati a Mehdia, o credo io a Zawila,
recarono spavento e danno; che quindi il navilio improvvisamente
piombò sopra Susa, tenuta allora a nome degli Almohadi da un
Abd-el-Hakk-ibn-Alennas; che i Cristiani fecero di molti prigioni,
ammazzarono gente, distrussero il paese e portarono via in Sicilia il
governatore co’ suoi figliuoli, i quali poi furono riscattati; ma Susa
non era per anco ripopolata nel decimo quarto secolo.[329]
Guglielmo, stanco di quel secondo suo sforzo contro i ribelli, aveva
abbandonato il governo alle mani dei ministri, non volea più sentir
parlare di guai. Rivaleggiando col padre ne’ passatempi soli, ei si
messe a fabbricare tal palagio che fosse più splendido e sontuoso
di que’ lasciatigli da Ruggiero. Fu murato in brevissimo tempo, con
grande spesa, il nuovo palagio e postogli il nome di _El-’Aziz_, che
in bocche italiane diventò “La Zisa” e così diciamo fin oggi.[330]
Il qual nome suona “il Glorioso,” sottintendendo palagio o castello;
ed è arabico, come le iscrizioni di che rimangono deboli vestigie
nella cornice e lunghi squarci nella sala terrena, come i rabeschi, le
colonnine, gli ornamenti; anzi come la struttura stessa e com’era forse
la più parte degli artefici e quasi tutta la corte, con quella mistura,
sì, d’incivilimento cristiano che abbiam notata altrove; la quale
mescolanza con l’andar del tempo, riuscì più leggiadra nell’arte che
non fosse proficua nel reggimento della cosa pubblica. Circondavano il
castello ridenti giardini ed orti, acque correnti e vivai.[331]
Pria che si desse l’ultima mano alla Zisa, morì Guglielmo di
quarantasei anni, il quindici maggio millecensessantasei;[332]
nelle esequie del quale, che duraron tre dì, trasse immensa folla di
cortigiani e cittadini, vestiti di gramaglie; ma tra tutti, nota il
Falcando, e ben glielo crediamo, le sole donne musulmane piangeano
davvero, mentre vestite di sacco, scarmigliate le chiome, giravano per
le strade dietro una brigata di ancelle, mettendo lamenti e rispondendo
con flebil canto al suono dei cembali.[333]