CAPITOLO VI.

Avea Falcando, per disdegno o lontananza, interrotta la grave sua

storia al principio del governo personale di Guglielmo II. Ripigliando

la penna dopo venti anni per deplorare le calamità piombate su la

Sicilia alla morte del re, ei notava tra i maggiori pericoli la

reazione de’ Musulmani. “Se i popoli della Sicilia, dice Falcando,

esaltassero al trono uom di provato valore, e se i Cristiani non

discordassero dai Saraceni, potrebbe il re eletto respingere le armi

straniere e ristorar la cosa pubblica che or sembra perduta.... Ma tra

tanto scompiglio, mancato il timore dell’autorità regia, difficil è

che i Cristiani si trattengano dall’opprimere i Saraceni, e che questi,

diffidando di loro e stanchi altresì di tanti torti, non si levino in

armi, non prendano qua un castello su la marina, là una rôcca tra i

monti. Il che se avvenisse, come potrebbero i Siciliani difendersi con

una mano dalle scorrerie de’ Saraceni e con l’altra combattere dure

battaglie contro i Teutoni?... Oh piaccia al cielo che nobili e plebe,

Cristiani e Saraceni, accordinsi unanimi nella elezione d’un re; e con

tutte le forze, con estremi conati s’adoprino a stornare l’irruzione

de’ Barbari!” Con ciò, l’autore va rampognando i Pugliesi, i Messinesi,

la regina Costanza, tutti fuorchè i due veri colpevoli: Guglielmo e

l’arcivescovo. E tocca i pregi delle primarie città della Sicilia; e

assai più largamente descrive Palermo, ch’egli amava quasi cittadino

e premeagli di salvar quivi le bellezze della natura e l’opera della

civiltà.[437]

Cotesto appassionato discorso politico su i principali eventi che

seguirono in Sicilia e in Puglia dall’autunno dell’ottantanove alla

primavera del novanta, racchiude, a creder mio, un racconto sotto

specie di vaticinii, timori e speranze; perocchè l’epistola fu dettata

in primavera, se non all’entrar della state, e allor l’autore vivea

fuor di Sicilia e forse oltremonti.[438] Or non avvenne mai a profeti

di predire i fatti per filo e per segno; nè egli è verosimile che il

Falcando abbia, per cagion d’esempio, ignorata dopo tre o quattro mesi

la esaltazione di Tancredi, quando in tutta Europa, massime in Ponente,

gli appresti della Crociata rendeano frequenti le comunicazioni co’

porti meridionali, e la gente ansiosamente procacciava le nuove di que’

paesi. Più che un caso di avventurata sagacità, è qui da supporre un

artifizio oratorio. Se il Falcando avesse voluto ammonire l’arcivescovo

di Palermo a secondare ormai i voti dell’universale e salvar la sua

patria adottiva, ei non avrebbe potuto usare forma più discreta, nè

più arguta che quella; nè avrebbe potuto indirizzare meglio il sermone

che ad un famigliare dell’arcivescovo. Or ei l’intitola per l’appunto

a Pietro, tesoriere della Chiesa palermitana; onde si direbbe col

proverbio moderno che la soprascritta andava a costui; la lettera a

Gualtiero Offamilio.

Presagiti o narrati, i fatti pur avvennero così. Il giuramento prestato

a Costanza per comando di re Guglielmo, non valse a far accettare

di queto, dai baroni e da’ grandi, la dominazione tedesca. Seguirono

giorni d’anarchia, ne’ quali molti Cristiani di Palermo, sì com’era

avvenuto nella sedizione del millecensessanta,[439] dettero addosso

ai Musulmani. La città fu allagata di sangue. Gli scampati alla strage

rifuggironsi nelle montagne, dicono i cronisti:[440] e deve intendersi

del centro occidentale dell’isola, poichè dall’orientale aveanli

già cacciati i Lombardi[441] e d’altronde, i ricordi che abbiamo de’

Musulmani nella seconda metà del duodecimo secolo tornan tutti al val

di Mazara. A quelle montagne trassero, al dir di un altro cronista,

con le famiglie loro e con le greggi, i Pagani servi di re Guglielmo,

sperando sottrarsi al giogo di Tancredi e sommavano a centomila tra

uomini e donne:[442] il qual numero, dato così in arcata, mi par troppo

scarso. Erano i villani del demanio e quei, credo anco, de’ poderi

che Guglielmo avea testè donati al Monistero di Morreale appunto in

que’ luoghi. Capitanavano la sollevata popolazione musulmana cinque

suoi regoli, dice Riccardo da San Germano.[443] Dopo aver fatti danni

gravissimi a’ Cristiani, i ribelli si sottomessero, quando la pace

fermata con Riccardo Cuor di Leone in Messina, die’ forza e riputazione

a Tancredi.[444] Durò dunque la rivolta de’ Musulmani dallo scorcio

dell’ottantanove all’ottobre del novanta, o in quel torno. Sforzati

dalle persuasioni piuttosto che dalle armi e pure riluttanti per

rancore e sospetto, i capi ritornavano a lor case in Palermo; i villani

a lor glebe e davano statichi.[445] I guasti di tal guerra civile non

sono ricordati particolarmente nelle frettolose e scarse memorie del

tempo; ma si possono misurare dal caso di alcuni poderi di mano morta

in val di Mazara. Arrigo VI, appena salito sul trono, per diploma

dato di Palermo il trenta dicembre millecentonovantaquattro, in favor

del monastero di Santa Maria De Latina in Messina, tra le altre cose

permetteagli “di riedificare i suoi casali, distrutti nella guerra

che avea divampato alla morte di re Guglielmo.[446]” Il giardino che

Ibn-Giobair vide in quei luoghi pochi anni innanzi, cominciava dunque a

diventare foresta.

La fuga de’ Musulmani dalla capitale, la sollevazione de’ contadini,

i cinque regoli che vuol dir uomini di nobil sangue, non marabutti

fanatici surti nello scompiglio, mostrano la gravità di questo

movimento sociale, che finì di corto con la dispersione delle schiatte

musulmane dell’isola. Prevedeanla i savi loro, come dicemmo; pur non si

aspettavano sì vicino il martirio. Primi a tirar la spada i Cristiani;

accaniti al resistere e forse preparati i Musulmani: e sembra che que’

delle campagne fossero stati spinti a disperazione dalle avanie de’

nuovi lor signori tonsurati, più ingordi e più duri al certo che gli

ufiziali, mezzo musulmani, della corte. Provaronsi a ripigliare le

lance e gli archi de’ lor padri, ed una sembianza dell’aristocratico

reggimento della tribù; vissero di preda; si volsero forse ai lor

fratelli dell’Affrica propria, che non li poteano aiutare: ed a capo

di parecchi mesi, la vita nomade venne a noia a que’ cittadini e

agricoltori. Dileguata ogni speranza; vedendo rassodato re Tancredi e

pronte le armi sue e quelle de’ Crociati che fean sosta a Messina, i

Musulmani s’affidarono piuttosto nella protezione delle leggi normanne,

e ripigliarono il vivere consueto. Li mansuefece altresì, com’io penso,

la riputazione e l’arte del Cancelliere Matteo, ch’era stato sempre

amico de’ Musulmani e ch’or trionfava della fazione oltramontana. La

quale, per vero, non sarebbe calunniata da chi la facesse promotrice

immediata della sedizione; poichè, chiarito il popolo a favor di

Tancredi, giovava a lei sola il partito d’istigare i Cristiani di

Palermo contro i Musulmani; di gittar la fiaccola della guerra civile,

che ritenesse in Sicilia le forze del nuovo principe, mentre i Tedeschi

assalivano la Puglia: appunto il caso al quale allude il Falcando. Così

io mi raffiguro il principio e la fine della ribellione musulmana.

Agli altri eventi accennerò appena, sendo notissimi e rischiarati

ora dalla critica moderna.[447] Tancredi fu eletto per opera del

cancelliere Matteo, pur con assentimento della maggior parte de’

regnicoli e con gran plauso della corte di Roma. Educato un po’

nel regno e un po’ ne’ paesi bizantini, uom colto secondo i tempi,

ma pusillanime o almeno irresoluto, e disgraziatissimo capitano,

fe’ prova pure di saviezza politica, egli o il cancelliere Matteo.

S’acconciò a forza di danari con Riccardo d’Inghilterra, ospite

pericolosissimo;[448] racchetò in Sicilia i Musulmani; si difese in

Terraferma da’ nemici di dentro e di fuori; ma venuto a morte dopo

quattro anni (20 febbraio 1194), lasciò la corona a un bambino; la

reggenza a una donna che non va noverata tra le illustri. Era morto,

con ciò, il cancelliere; all’incontro, Arrigo VI, divenuto imperatore,

strigatosi da’ suoi avversarii in Germania, impinguatosi col riscatto

di Riccardo Cuor di Leone, armava mercenarii; conducea vassalli

tedeschi e italiani; si facea prestare con bugiarde promesse le armate

di Genova e di Pisa; assicuravasi il passo nell’Italia centrale, dando

in preda al popol di Roma il sangue, l’avere e perfin le mura de’

Tusculani, affidatisi in un presidio imperiale. La corte romana che

avea favorito Tancredi, or s’avvilì dinanzi ad Arrigo. Il quale in tre

mesi occupò il regno con lieve resistenza, e non fu men crudele per

questo.

Tra’ pochi fatti d’arme di quella guerra, seguì in Catania uno scontro

di maggior momento che non sembri a prima vista nelle memorie del

tempo. I Catanesi avean gridato il nome di Arrigo; onde la vedova

di Tancredi avea mandate a domar quella città le sue genti, tra le

quali si notavano delle schiere di Musulmani. Tanto narrano gli Annali

genovesi e aggiungono che il navilio della repubblica andò da Messina

in aiuto degli assediati e ruppe i Musulmani con molta strage.[449]

Un annalista tedesco, senza far menzione di Musulmani nè di Genovesi,

attribuisce la vittoria ad Arrigo di Kallindin; dice raccolti in

Catania tutti i baroni con esercito innumerevole; fattane grande

strage; entrati i vincitori insieme coi fuggiaschi in Catania; arsa la

città; arsa la chiesa di Sant’Agata, col popolo che avevavi cercato

asilo; preso anco il vescovo e tutti recati prigioni ad Arrigo.[450]

Donde si vede che ciascuno de’ due scrittori trascelse i fatti che

gli andavano più a genio: ma le due mezze narrazioni s’attagliano bene

una all’altra, e messe insieme, bastano a mostrare che le ultime forze

della dinastia normanna in Sicilia, piuttosto disordinate che poche, si

provarono contro il nemico fuor di tempo e di luogo; talchè la guerra

fu precocemente decisa allo scorcio d’ottobre del novantaquattro, sì

com’io credo. Tanto più sicuro allor mosse l’imperatore sopra Palermo.

Da’ versi di Pietro d’Eboli, brutto adulatore ma scrittor vivace,[451]

dalla ingenua parola di Ottone di San Biagio, si ritrae lo stupore onde

furon presi i capi dell’esercito imperiale allo scoprir quel mondo

nuovo, ch’era per essi la Sicilia del duodecimo secolo: la Sicilia

feracissima di preziosi metalli;[452] Palermo, città felice, dotata

di popolo trilingue, paradiso irrigato di miele.[453] Appressandosi

ostilmente alla capitale, avea già Arrigo ammirata la magnificenza

del suocero nella regia villa della Favara.[454] Il parco regio

che stendeasi fino alle mura della città, avea fornita cacciagione

all’esercito. Crebbe la maraviglia quando, fermato l’accordo, entrando

Arrigo solennemente in Palermo, (30 novembre 1194) uscirongli incontro

i cittadini a ceto a ceto, preceduti da bande di musica, vestiti a

festa e i ricchi montati su bei destrieri.[455] In città, l’esercito

trionfante trovò i palagi adorni di tappeti e ghirlande, le contrade

olezzanti di profumi orientali. Parve strano a’ fieri Germani che il

popolo, i soli Musulmani credo io, facessero omaggio all’imperatore

prostrandosi con la fronte al suolo.[456] Venuto alfine Arrigo alla

reggia, gli eunuchi presentavangli le chiavi dei tesori; e quale apriva

i forzieri pieni di moneta, gemme e robe preziose; qual mostrava i

libri delle entrate regie in Calabria, Puglia e Sicilia, e perfino in

Affrica.[457] Delle preziose spoglie, parte fu dispensata a’ nobili ed

a’ capitani e parte mandata al malauguroso castello di Trifels, insieme

co’ prigioni da mutilare o serrar nelle mude.[458] Sembrano avanzi di

quella gran rapina i più bei drappi delle insegne imperiali, serbate in

oggi a Vienna, dico il mantello di Ruggiero, la tunica e le gambiere

di Guglielmo II, ricamati tutti d’oro e di perle, a caratteri arabici

di varie forme, con figure e rabeschi; i guanti, i sandali rabescati

con la stessa maniera di disegni, e parecchi tessuti di seta o d’oro,

anch’essi di fattura siciliana del duodecimo secolo.[459]

Le memorie di questo soggiorno di Arrigo VI in Palermo, dànno a

veder la civiltà orientale, non solamente nelle suppellettili e

nelle usanze, ma perfino ne’ nomi di luogo. Leggiamo negli Annali di

Genova che i deputati di quel Comune, compiuta felicemente, come lor

parea, l’impresa, andarono a trovar l’imperatore in una palazzina del

giardino regio detto _Giloloardo_, chiedendo il guiderdone pattuito;

e ch’ei prima differì la risposta e alfine ricusò con ingiurie, e

con la minaccia di spiantare Genova e di ritorle anco i privilegii

commerciali goduti in Sicilia sotto i Normanni.[460] Dall’altra mano,

un documento contemporaneo dice del campo che messe lo esercito della

reggenza (luglio 1200), nel giardino regio di _Januardo_:[461] ed una

cronica siciliana del decimoquarto secolo riferisce la tradizione, vera

o falsa, che Arrigo avesse fatto arder gente nel piano di _Genoardo_,

fuor le mura del palagio di Palermo, presso il giardin della Cuba

dalla parte di Ainisindi.[462] I quali nomi riferendosi evidentemente

ad unico luogo, è da ritenere erronea una sola lettera della prima

lezione, e le altre due tornano ad una denominazione piuttosto

pronunziata in fretta che veramente alterata. Sarebbe a creder mio

«_Gennolard_» apocope di _Gennet-ol-Ardh_, che suona «il paradiso della

Terra» e si legge, col solo divario d’un sinonimo, nell’ultimo verso

della iscrizione arabica ond’è adorna la sala terrena della Zisa.[463]

I Musulmani e i Giudei dell’isola si sottomessero ad Arrigo e rimasero

ne’ luoghi e nelle condizioni di prima;[464] nè si fa menzione di essi

nelle atroci vendette dell’imperatore. Andato in Germania e ritornato

quindi in Sicilia (1196), Arrigo rassettò l’amministrazione, mandò

l’armata nelle isole adiacenti, per ridurle all’obbedienza e riscuotere

i tributi. Fors’anco ne levò nelle isole della costiera africana;[465]

al qual fatto par che alluda un verso di Pietro d’Eboli.[466]

Debbo far qui una digressione, perchè autorevoli critici tedeschi,

invaghiti d’Arrigo VI per la potenza ch’egli accrebbe all’impero e per

la monarchia universale ch’ei sognò, hanno impreso in questi ultimi

anni a scolparlo delle gravi accuse accumulate dalla storia sopra il

suo nome. E bene hanno essi cancellato qualche episodio che scrittori

moderni cavaron già da guaste tradizioni orali e li esagerarono per le

passioni dell’animo loro; bene han fatto a rassegnare le testimonianze

contemporanee e pesarne sottilmente il valore;[467] ma poi, quando la

critica dee levarsi a indovinare il passato e ricomporre il quadro

degli avvenimenti con tanti brani sparsi, sovente inorpellati da’

contemporanei stessi, allora, io dico, gli odierni partigiani di casa

sveva son caduti in falli molto simili a que’ ch’e’ rinfacciano a’

compilatori del decimosesto secolo e de’ seguenti. Un eruditissimo

scrittore vivente, non ostile all’Italia, ma disposto a far plauso,

ad ogni costo, al Cesare che la flagellò allo scorcio del duodecimo

secolo, volendo provare che Arrigo non fu poi quel perfido tiranno che

ognuno ha detto, pon mano alle recriminazioni, allega che i suoi nemici

erano cento volte più tristi di lui; che gli abitatori della Sicilia,

figli di astuti Normanni, di perfidi Greci e di feroci Musulmani,

erano genìa sanguinaria e traditora; che se l’imperatore non li avesse

trattati com’ei fece, i Tedeschi tutti che soggiornavano in Sicilia

il millecentonovantasette, avrebbero incontrata la sorte che toccò,

ottantacinque anni appresso, ai Francesi.[468]

Non essendo disposto, com’io credo, chi ha scritte queste parole a

condannare i Tedeschi, che cospirarono contro i Francesi ne’ principii

del secolo XIX, gli si potrebbe domandare qual assioma di giustizia

obbligava i Siciliani, nel XII e nel XIII secolo, a lasciarsi

calpestare da’ conquistatori stranieri, e se, in tesi generale, i

popoli datisi con certe condizioni, sieno tenuti in coscenza ad ubbidir

il vincitore, anche nel caso ch’egli infranga i patti o trapassi

ogni limite. Noterò inoltre che i popoli men civili non sono sempre

i più virtuosi; che non vanno presi per oro schietto nè i regni

Saturnii della favola, nè i costumi de’ Germani secondo Tacito; che

il reame di Sicilia, da’ tempi di Ruggiero a que’ di Guglielmo II, fu

invidiato da tutta Europa, per la sicurezza pubblica e l’osservanza

delle leggi; che quivi, pochi anni appresso la morte di Guglielmo, la

rapina, la violenza e la crudeltà furon chiamati costumi tedeschi;

e che quando si volesse compilare, sulle cronache e i diplomi, la

statistica penale dell’Europa nel Medio Evo, non si vedrebbe tra la

Germania e l’Italia quel gran divario ch’ei suppone. Il vero è che

la morale pubblica, per ogni parte di Europa, allor fu quale poteva

essere avanti la ristorazione del dritto romano, avanti la riforma di

Lutero, la caduta della feudalità, la filosofia del decimottavo secolo

e la rivoluzione francese. Sforzandomi a trattare questo argomento

senza preoccupazioni patriottiche, esporrò il concetto ch’io traggo

dalle diverse testimonianze contemporanee; dalla natura degli uomini

in tutti i tempi e in tutti i luoghi; dalle peculiari condizioni

di quelli che si disputarono il terreno e le ricchezze dell’Italia

meridionale allo scorcio del duodecimo secolo, e dalla indole stessa

d’Arrigo, la quale nessuno disconosce: indole ambiziosa, violenta,

astuta, avara, necessaria, mi si dirà forse, ad abbattere la potenza

de’ papi, ad unificare la Germania e ad assoggettarle il mondo; ma

capace d’infrangere i più ovvii principii della giustizia; di tradire,

per cagion d’esempio, i Tusculani e di fare una truffa da mariuolo ai

Genovesi ed ai Pisani.

I principali capi d’accusa da esaminare son due: l’ingiustizia delle

persecuzioni e la immanità delle pene; e nel primo è da distinguere

due serie di fatti; nel secondo è da risguardare a’ costumi del tempo.

Incominciando da ciò che avvenne in Palermo negli ultimi giorni del

novantaquattro e primi del novantacinque, i ricordi tedeschi, che

son molti e uniformi da due all’infuori,[469] o fan parola appena

della cattura e deportazione de’ grandi, senza aggiugnerne la causa,

o notano brevemente una congiura contro Arrigo, rivelata pochi dì

appresso il suo coronamento; alla quale si accenna, pressochè con le

loro stesse parole, in una lettera scritta da Arrigo all’arcivescovo

di Rouen, pochi giorni dopo il fatto.[470] Venendo alle testimonianze

particolareggiate, noi lasceremo addietro, come ogni giudice farebbe,

quella di Pietro d’Eboli, la quale val quanto le parole del suo monaco

rivelator della congiura, e prova soltanto la notizia officiale data in

corte a quei giorni.[471] Ci occorre quindi in una cronica italiana che

«Arrigo, ricapitate certe lettere fittizie e bugiarde contro la regina

Sibilla, il figliuolo Guglielmo ed altri personaggi, ai quali egli e i

grandi della corte avean data sicurtà, tutti li prese, e avviolli in

Germania ed alcuni anco accecò.[472] Un altro italiano aggiugne che

Arrigo ingannò, con falso giuramento, il re fanciullo e i conti del

reame, e che, messili in ceppi e preso tutto l’oro e l’argento che

potea, mandò ogni cosa in Germania.[473] Similmente è scritto nelle

Gesta d’Innocenzo III che l’imperatore, dopo avere stipulato a favor

della vedova e del fanciullo la concessione degli Stati di Lecce e

Taranto, “còlta una occasione,” imprigionò l’una e l’altro e parecchi

ottimati, de’ quali molti accecò; e tenne in carcere duro la Regina, i

figli e l’arcivescovo di Salerno.[474] Ma cotesti scrittori son guelfi.

I fautori della parte contraria, tanto più autorevoli, confermano

il medesimo sospetto; se non che essi non fanno distinzione tra

la prima persecuzione e la seconda. Così Riccardo da San Germano,

ufiziale di casa sveva, una ventina d’anni appresso, scrivea che

convocato il parlamento in Palermo, Arrigo fece condannare il re, la

regina e parecchi vescovi e conti «apponendo loro alto tradimento;»

de’ quali, altri accecò, altri bruciò, altri impiccò, altri mandò in

Germania.[475] Nè men grave l’attestato di Ottone di San Biagio, monaco

tedesco, quel desso che loda tanto Arrigo «per l’arte e il valore con

che avea ristorata l’antica potenza dell’impero.» Ottone ristrinse il

conquisto del regno in due capitoli; nel primo dei quali egli accennò

ai casi di Terraferma e della Sicilia orientale; e nel secondo narrò

con molti particolari la occupazione di Palermo e terminolla dicendo

della famiglia di Tancredi, menata in prigionìa di là dai monti. Ma

nel primo di que’ capitoli si legge, che gli ottimati siciliani presi

da Arrigo di Kallindin, nel combattimento di Catania (1194) e condotti

all’imperatore, «per disperazione si proposero di ucciderlo; che a

fin di conseguire lo scopo, gli prestarono ubbidienza;[476] ch’ei,

volendoli vincere d’astuzia, li ammesse a corte; e che poi, chiamati

alla sua presenza, quando men se l’aspettavano, andarono senza sospetto

e furon còlti tutti a una rete. Brutta cosa gli è a vendicare la

perfidia, con la perfidia.» sciama qui lo scrittore, e seguita narrando

«la studiata crudeltà dei supplizii.»[477] Dond’egli è chiaro che

Ottone volle seguir la connessione de fatti più tosto che l’ordine

rigoroso de’ tempi, o il fece senza volere: poichè gli uomini d’arme, e

i cortigiani d’Arrigo, i quali dopo la sua morte, cacciati da Costanza,

ritornavano dispettosamente in Germania, doveano raccontar tutti, in un

fascio, i casi avvenuti in Sicilia dal novantaquattro al novantasette

e doveansi allargare sui più recenti, come quelli ne’ quali il signor

loro era stato provocato alla vendetta e i loro nemici erano stati

calpestati e straziati.[478] In ogni modo e’ non è da maravigliare che

i cronisti abbian gittato il peso delle congiure e delle vendette tutto

in un posto, chi sul principio del regno d’Arrigo e chi su la fine;

poichè niun contemporaneo potea vantarsi di veder chiaro ne’ labirinti

della reggia di Palermo o nelle mude del castello di Trifels.

Noi diciamo dunque che i critici odierni a ragione distinguono

le due proscrizioni; e lor concediamo volentieri che Arrigo abbia

sparso men sangue nella prima, e che, in quel tempo, i grandi laici

ed ecclesiastici della Sicilia, sottomettendosi alla forza, abbiano

serbata la speranza, o il proponimento di liberarsi, e fors’anco

n’abbiano parlato tra loro. Ma una grande cospirazione, contro

l’esercito vincitore, non si può supporre incominciata e compiuta in

quattro settimane. Arrigo riseppe i pensieri, acconciò i rapporti

delle spie in disegno di congiura bella e fatta, e avvolsevi tutti

i grandi che gli davan ombra o gli faceano impaccio, incominciando

dalla sventurata famiglia di Tancredi, la quale ei volea frodare del

compenso pattuito. Adunò il parlamento, cioè gli ottimati partigiani

suoi; poichè gli avversari eran lì ammanettati, condotti a funate, come

li veggiamo nelle figure del codice di Pietro d’Eboli. Il parlamento

condannolli per lesa maestà; chi potea dir contro? E Arrigo perdonò

loro la vita, poich’era più sicuro partito farli maturare ne’ ferri di

Trifels, che immolarli pubblicamente sì presto. Tale mi sembra il vero

aspetto della persecuzione, con la quale Arrigo inaugurò in Sicilia il

suo regno e l’anno millecentonovantacinque.

Ma, come avviene ne’ profondi movimenti de’ popoli, tolta di mezzo

con le prigioni e co’ patiboli una prima fila, due o tre nuove si

rannodavano: partigiani malcontenti, uomini dabbene spaventati che

ripiglian animo, sangui tiepidi che si riscaldano per interessi offesi,

per novelle speranze, per l’orgoglio nazionale calpestato, per la

pietà stessa dei proscritti. I feudi conceduti a’ Tedeschi erano di

certo tanti stecchi negli occhi a tutti i regnicoli. Quando Arrigo

poi, racchetati i suoi nemici di Germania, con la riputazione e coi

guadagni delle vittorie meridionali, chiamò la nazione a nuove imprese

in Costantinopoli e in Palestina, e ritornò in riva al Mediterraneo con

l’esercito, ei s’accorse che il suolo gli tremava sotto i piè. Già in

Puglia la gente, conversando coi Crociati alemanni, dicea loro a viso

aperto ritornassero a casa, per l’amor del cielo, e non servissero, per

troppa bonarietà, di sgherri a un tiranno.[479] Costanza stessa, donna

d’alto animo e innocente causa di tanta ruina, mal soffrì lo strazio

de’ compatriotti, la ingorda rapina dei tesori aviti, l’avvilimento del

paese e il suo proprio. Arrigo, assai più giovane di lei, l’avea quasi

abbandonata; l’avea lasciata in Palermo a comandar di nome, mentre i

grandi ufiziali dell’impero comandavan di fatto. Fors’ella rimostrò

contro alcun provvedimento, o biasimò la condotta dell’imperatore e

de’ ministri; nè ci volle altro perchè i Sejani d’Arrigo allor la

dicessero partecipe delle trame e poi ne spacciassero tante altre

favole suggerite dall’odio grandissimo che le portavano.[480] In

tale condizione di cose fu scoperta una congiura; il che si ritrae

con certezza storica, ma ignoriamo i particolari, e quel po’ che ne

sappiamo fa supporre tentata più tosto la ribellione che il regicidio.

Nè la natura poi di quella trama, nè la ferocia stessa de’ tempi,

basta a scolpare Arrigo de’ supplizii che allora parvero sì atroci in

Germania, in Francia e in Inghilterra, sì come in Italia. I critici

tedeschi de’ nostri giorni cancellano que’ supplizii con un filosofico

frego di penna, per la sola ragione che lor sembrano troppo insoliti e

crudeli; ma n’abbiam noi tante e tali testimonianze che non s’arriverà

mai a smentirle. In Italia la voce pubblica ripetea, come si ritrae

dalle epistole d’Innocenzo III, de’ casi d’uomini e donne, laici e

sacerdoti, mutilati, annegati, arsi, o bolliti nello strutto;[481] e

tre annalisti tedeschi ed un bizantino s’accordano per lo appunto nel

dir che Arrigo fece inchiodare una corona in capo a Giordano, uomo di

schiatta normanna, com’e’ parmi dal nome, designato da’ congiurati al

trono e alla man di Costanza.[482] Io non veggo perchè la invenzione

di sì barbari supplizii s’abbia da riferire ai cronisti italiani,

francesi, inglesi, bizantini e tedeschi più tosto che ai carnefici

d’Arrigo!

Da coteste orribilità all’infuori, è molto oscuro l’ultimo periodo

della vita dell’imperatore in Sicilia. Venuto a minacciare la moglie e

punire i congiurati, trovò tra costoro chi volle vender cara la vita. I

fratelli d’Aquino s’eran difesi in Roccasecca di Puglia; un Guglielmo

Monaco, feudatario o castellano di Castrogiovanni, si ribellò, e

afforzossi in quel sito inespugnabile. Andò l’imperatore in persona

all’assedio,[483] il quale par si prolungasse: ed egli intanto, per

fazione di guerra, o caso di caccia o di viaggio, fu còlto di freddo

su quelle alture, una notte d’agosto, e ritornò in Messina infermo di

dissenteria. Parve poi migliorasse, tanto che fece partire i Crociati

tedeschi adoprati nel pericolo della ribellione, ed ei medesimo si

messe in via alla volta di Palermo; ma una ricrudescenza della malattia

lo tolse di vita, il ventotto settembre del novantasette.[484] Fu

sepolto in Palermo, nell’arca sontuosa dove giacciono ancora le sue

ossa, dalla quale si legge ch’egli avea fatto gittar fuori i cadaveri

di Tancredi e del suo figliuolo.[485]

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II · 第 9 / 53 题