CAPITOLO III.

Ritornando un po’ addietro ne’ tempi, egli è da ricordare che il

riconoscimento del novello reame non tolse a Ruggiero l’ambizione,

nè alla corte di Roma la voglia di molestarlo; donde or il papa

ricusò di consacrare i vescovi[195] e cavillò su le prerogative della

corona;[196] ora il re mandò eserciti ad occupare i dominii papali.

Ma quando Corrado III, imperatore eletto, parlò di calare in Italia,

e Arnaldo da Brescia infiammò i Romani a ristorare il Senato sotto il

trono d’un Cesare tedesco, allora, quell’altalena fatale che tolse

per mille anni ogni assetto e riposo alla patria nostra, spinse il

papato ad accostarsi al regno, guelfo per sua natura. Udiasi allora per

la prima volta cotesto nome di parte, sendosi levato in arme contro

l’imperatore il duca Welf: al quale il papa e Ruggiero dettero aiuto

per alimentar la guerra civile in Germania. Le ricchezze guadagnate

sopra i Musulmani d’Affrica, l’industria della Sicilia, l’ubertà della

Puglia, fornirono i danari che Ruggiero somministrava ai ribelli:[197]

e porgeane anco al papa, per corrompere o combattere i Romani,

promettendogli inoltre rinforzi di gente. E tra quelle tenerezze

il papa a confermare il privilegio della Legazione apostolica di

Sicilia;[198] a favorir le pratiche di Ruggiero in Germania. Nel corso

delle quali avvenne che i partigiani del papa in Roma ricettassero

occultamente i messaggi del re e che il Senato li catturasse con le

lettere ch’e’ recavano e con loro famigli saraceni; ma poi lasciolli

andare.[199] Possedendo in grazia di Ruggiero il nervo della guerra, il

papa e i cardinali si vantavano di serrare in un canile “come veltri

e mastini, gli imperiali e i Greci di Venezia, sì che non potessero

mordere il Siciliano, ausiliare di Santa Chiesa.”[200]

Intanto i veri capi della Chiesa annidati, come già abbiam detto,

ne’ monasteri di Francia, aiutavano con lo ingegno e co’ raggiri la

fuggitiva corte di Roma e favorivano di rimbalzo il re di Sicilia. San

Bernardo, barattando le carte, come soglion far sempre, e mutando in

caso di teologia la quistione politica, si messe a fulminare Arnaldo

per tutte le scuole e le corti d’Europa; tanto che l’imperatore Corrado

non osò accostarglisi. La crociata, poi, predicata dall’apostolo

cattolico, venìa sì bene in acconcio alla corte di Roma, da far

credere ch’egli avesse voluto a un tempo stender la mano a’ travagliati

Cristiani di Siria e mandare Corrado a coglier allori, e fors’anco la

palma del martirio, lì verso l’Eufrate, in vece di calare in Italia a’

danni del papa. Dopo la rotta e il ritorno de’ Crociati, s’interpose

tra Corrado e Ruggiero un altro prelato francese di gran fama, Pietro,

detto il Venerabile, Abate di Cluny, negoziatore volontario di faccende

politiche in tutta Europa, assiduo viaggiatore in Italia e Spagna,

scrittore di polemica contro l’islamismo ed auspice della prima

traduzion latina del Corano.[201] Costui, ragguagliando di sue pratiche

il re e domandandogli intanto qualche larghezza a prò de’ monaci, gli

sciorinava quante lodi ei sapesse accozzare in suo latino e diceagli

bramar “che fosse unita al felice reame di Sicilia la misera Toscana

e qualche provincia finitima.”[202] Così Ruggiero usava gli amici

ecclesiastici ed essi lui. Che se adoperolli invano nelle trame contro

Ramondo principe d’Antiochia, il cui stato ei pretendea com’erede del

cugino Boemondo,[203] conseguì pure l’intento suo principale, ch’era di

trattener Corrado di là dalle Alpi. La costui morte, succeduta a tempo

(1152) fu attribuita a veleno ed apposta a Ruggiero[204] dai Ghibellini

più ardenti; i quali sel trovavano sempre in mezzo a’ piedi, col suo

danaro, con le sue arti di regno, con la sua fama di adetto in ogni

scienza umana o infernale.

Giovò l’impedimento di Corrado a render vani gli sforzi di Manuele

Comneno, che s’era collegato con lui contro la nuova potenza surta

nell’Italia meridionale. Ruggiero non aspettò l’assalto de’ Bizantini.

Affidato, com’e’ pare, nei novelli amici ch’eran sì possenti in

Francia, ei volle tirar Lodovico VII a una lega contro Manuele: e

pensando che cosa fatta capo ha, ruppe la guerra appunto quando i

Crociati passavano nell’Asia minore; onde il bizantino si trovava

impacciato; il francese vicino, adirato e disposto a punire la perfidia

di quello. Mandò Ruggiero dunque in Levante Giorgio d’Antiochia;

il quale, salpando da Brindisi (settembre 1147?) occupava Corfù;

correa fino alla punta meridionale del Peloponneso; dava il guasto a

Monembasia. Ma non assentendo Lodovico alla lega contro il Comneno,

tornò addietro d’un subito l’armata siciliana, in guisa da fare scorger

nella ritirata il dispetto dell’occasione fallita. Giorgio si messe a

depredar le costiere dell’Etolia e dell’Acarnania; entrò nel golfo di

Corinto; mandò le gualdane infino a Tebe; prese Corinto stessa e la

sua rôcca; per ogni luogo frugò i ricchi con piglio da masnadiere, fece

fardello d’ogni roba preziosa, menò cattivi gli Ebrei e i benestanti,

uomini e donne; rapì anco l’industria, portando via gli operai della

seta. Quindi altri opinò che i prigioni di Tebe e di Corinto avessero

primi recato il setificio in Palermo, non sapendo che quivi da molto

tempo l’esercitavano i Musulmani.

Correndo la state del quarantotto, l’armata siciliana andò all’impresa

d’ Affrica. Ma allo scorcio dell’anno, Manuele, libero dalla paura de’

Crociati, s’apparecchiava alla vendetta. Acconciatosi co’ Veneziani,

sì che gli fornirono possente navilio; vinti i Patzinaci, Manuele

assediava Corfù, difesa da mille uomini dello esercito siciliano;

respingea l’armata vegnente all’aiuto, e dopo due anni riducea

per fame l’inespugnabile fortezza (1150). Seguì durante l’assedio

quell’arrisicata fazione delle quaranta galee siciliane ch’entrarono

nel porto di Costantinopoli, sbarcarono ne’ giardini imperiali e

tirarono saette affocate nelle finestre della reggia; di che la fama

giunse ne’ paesi musulmani.[205] In uno degli scontri del navilio

siciliano col bizantino trovossi avvolto il re di Francia che mesto

ritornava dalla crociata; il quale fu preso da’ Greci, liberato da’

Siciliani e condotto a Ruggiero, che gli fece grandissimo onore (agosto

1149). Le guerre poi sul Danubio, le fortune di mare, la dappocaggine

delli ammiragli e la morte di Corrado, ritardarono la impresa di

Manuele Comneno fino alla morte di Ruggiero.[206]

Il quale terminò il glorioso regno con un _auto da fe’_. Qual che fosse

l’origine di Filippo di Mehdia, sia musulmano dell’isola detto Mehdiano

dalla patria de’ suoi maggiori, o sia nato veramente nella capitale

zirita, era egli battezzato, come gli altri paggi del re, nè cristiani

nè musulmani, nè uomini nè donne. Cresciuto a corte, mostratosi buon

massaio, il re l’avea preposto all’azienda del palagio, indi creato

ammiraglio alla morte di Giorgio e mandato all’impresa di Bona; il che

mi conduce a crederlo creatura dell’Antiocheno e suo compagno nelle

guerre d’Affrica. Leggiamo il caso negli annali d’Ibn-el-Athîr, che

forse il togliea dagli scritti del contemporaneo Ibn-Sceddâd; e più

largamente ne tratta un luogo di Romualdo Salernitano, interpolato

com’è parso ad autorevoli critici, ma contemporaneo in ogni modo, e

degno di fede. L’un racconto come l’altro fa scoppiare improvvisa la

collera del re contro Filippo, al suo ritorno da Bona: non ostante il

trionfo e la riportata preda, al dire del latino; e al dire dell’arabo,

appunto per aver chiusi gli occhi tanto che i notabili musulmani

si messero in salvo. Fu accusato di simular la fede; e davano gli

amminicoli: che entrasse in chiesa per apparenza, ma frequentasse

occulto le moschee, fornissevi l’olio alle lampadi, inviasse offerte

al sepolcro di Maometto, si raccomandasse ai sacerdoti del luogo e

non rifuggisse dal cibarsi di carne il venerdì e ne’ giorni della

quaresima. Così il narratore latino. L’arabo compendia l’accusa in

questo che Filippo e gli altri paggi convertiti mangiassero lietamente

quando il re digiunava. E non occorre dire che testimonii provarono

il delitto, ancorchè l’accusato negasse ostinatamente. Fu tradotto,

secondo il narratore musulmano, dinanzi i vescovi, i preti e i

cavalieri; secondo il cristiano, dinanzi i conti, i giustizieri, i

baroni e i giudici. Abbiam dalla stessa fonte cristiana ch’egli implorò

grazia, e che Ruggiero, tanto più adirato, piangendo di collera,

esortò il tribunale a severissima giustizia, dicendo: aver allevato

in corte questo ribaldo, amatolo come fedel servitore; il quale se

avesse offeso lui medesimo, se avesse rubato mezzo il tesoro regio,

ei gli perdonerebbe; ma volea vendicare l’oltraggiata religione;

sapesse bene il mondo che per questa santa causa egli farebbe pur

cascare il capo del suo proprio figliuolo. Trattisi in disparte,

dopo lunga deliberazione, dettarono questa sentenza: “che Filippo,

delusore del nome cristiano, dedito all’opera della infedeltà sotto

il velame della fede, sia arso da ultrici fiamme; affinchè, non avendo

eletto il fuoco della carità, senta quello del rogo; nè rimanga alcuno

avanzo di cotesto scellerato, ma, fatto cenere, ei passi dal fuoco

temporale all’eterno, dove per sempre arderà.” Ho tradotte le parole

della cronica, la quale par abbia copiata la sentenza del magistrato

laico, passando sotto silenzio il giudizio ecclesiastico che dovea

precedere. Di questo riman vestigia nella narrazione musulmana la quale

nomina insieme i due ordini di giudici, quasi avessero composto un sol

tribunale. Il Gregorio riconobbe nel caso di Filippo la giurisdizione

dell’alta corte de’ Pari;[207] ma non volle rimestare di troppo quella

prima gesta del Tribunal della Santa Inquisizione, il quale, quando

scrisse il gran pubblicista, dava ancora i brividi all’onesta gente in

Palermo, essendovi stato abbattuto appena da venti anni.

Alzarono il rogo di faccia al palagio stesso del re; presedette al

supplizio il giustiziere. L’eunuco, legato a un cavallo indomito,

fu strascinato infino al rogo, e quivi disciolto e gittato semivivo

nelle fiamme. I complici e consorti, puniti anco di morte, aggiugne

laconicamente la narrazione cristiana e finisce esclamando, con la

stesse parole con che principia: ecco quant’era cristiano il buon re

Ruggiero! Porta la narrazione arabica che Filippo fu arso del mese

di ramadhan, il qual mese sacro dei Musulmani tornava nel 1153 tra

il novembre e il dicembre; che Iddio non fece sopravvivere Ruggiero

a lungo e che questo supplizio fu il primo tracollo de’ Musulmani di

Sicilia.[208] S’io ben m’appongo, questo detto, confermando le altre

condannagioni alle quali accenna la narrazione cristiana, prova esser

seguita in Sicilia, allo scorcio del millecencinquantatrè, una vera e

grave persecuzione religiosa.

Perchè la mosse Ruggiero? Di certo le vittorie degli Almohadi in

Affrica, gli armamenti di Manuele Comneno nell’Adriatico, la morte di

tre figliuoli e di due mogli entro nove anni, la malattia che consumava

la sua propria persona in quell’inverno, non poteano non agitar

profondamente il suo spirito, nudrito di credenze soprannaturali, tra

ortodosse, astrologiche e musulmane. Ci si dice inoltre che in quegli

ultimi tempi, allontanatosi alquanto dalle cure mondane, egli s’adoprò

“in tutti i modi” a convertire musulmani e giudei e profuse più che mai

danari nel culto.[209] Potremmo supporlo dunque diventato bacchettone

per indebolimento di cervello, siccom’è avvenuto a tanti altri dotti

e forti uomini. Ma più verosimile è che Ruggiero abbia voluto dar uno

esempio e riformare a suo modo la corte, dove i vinti guadagnavan

la mano a’ Cristiani. Egli mandò al rogo Filippo un mese dopo

quell’impresa di Bona sciupata, come parve, per contemplazione verso i

Credenti: onde non occorre ch’altri ci narri le querele che ne sursero

nell’armata, nel baronaggio, nel clero, contro i favoriti musulmani

del re. E questi era avvolto oramai nelle fila della diplomazia

ecclesiastica, niente amica, al certo, di ministri così fatti. Un

monarca d’oggi li avrebbe congedati; un del secolo decimosettimo,

gittati in fondo d’un carcere; Ruggiero, che visse nel duodecimo e

ch’era tenuto crudelissimo anche allora, arse il principale, mozzò

il capo agli altri e si rallegrò forse di avere assettata la corte,

soddisfatto al popolo, a’ grandi, a’ potentati amici e guadagnato, chi

sa? il paradiso.

Morì a capo di due mesi, il ventisette febbraio

millecencinquantaquattro, all’età di cinquantotto anni,[210] sospinto

alla tomba dalle voluttà, come notarono i prelati della corte. Delle

sue virtù, de’ vizii e delle cose operate al di fuori abbiam già

detto quanto basta al nostro argomento. Ci riman ora a trattar con la

stessa misura l’interno reggimento del paese e la tempra e coltura

dell’ingegno di questo gran principe; di che noi caverem le notizie

dagli scrittori musulmani al par che da’ cristiani; poich’egli lasciò

orma di sè in ambo le civiltà del tempo suo. Ed entrambe lo dipinsero

in loro stile. L’una per man dello Abate di Telese, di Romualdo

arcivescovo di Salerno, d’Ugo Falcando, di Pietro il Venerabile:

prelati italiani e francesi, nutriti di letteratura latina. L’altra,

or con l’asiatico lusso delle immagini, nella Prefazione dell’Edrîsi,

letterato, scienziato e rampollo di principi; or con le secche

note di cronaca raccolte da Ibn-el-Athîr negli Annali, e dal Sefedi

nell’articolo biografico, intitolato appunto a Ruggiero.[211]

Il Falcando loda in lui l’abbondanza degli spiriti vitali, il pronto

ingegno, l’operosità, la vigilanza, la maturità di consiglio nelle

faccende pubbliche.[212] Edrîsi, dopo lunga parafrasi di queste

medesime idee, le stringe nell’epigramma che Ruggiero fea più dormendo

che ogni altr’uomo vegghiando.[213] Parco allo spendere, fuorchè

nelle cose della guerra, nelle scienze e ne’ monumenti, studiosissimo

ei fu di accrescere le entrate dello erario[214] e sì diligente

nell’amministrarle, che ne’ ritagli di tempo metteasi a frugare i

conti.[215] La sicurezza, la pace e la prosperità di che si godea ne’

suoi dominii, recarono stupore all’Europa in quell’età di violenze

feudali:[216] onde non esagera Edrîsi, là dov’ei dice, che Ruggiero

fe’ piegare il collo ai tiranni[217] e che, inalberando il vessillo

della giustizia e dando al popolo quiete e buon governo, ei costrinse

i regoli a ubbidirlo, a vestire la sua divisa, a consegnargli le

chiavi di ciascun paese.[218] Riformò gli ordini giudiziali; fece

osservare le leggi con rigore, anzi crudeltà, di che il Falcando lo

scusa con la necessità del regno nuovo. Nell’opera di perfezionare il

civil governo in Sicilia e d’assuefar a quello i baroni e le città di

Terraferma, egli studiò gli esempii di fuori e chiamò in aiuto valenti

uomini d’ogni linguaggio e d’ogni setta.[219] Donde un francese vanta

la predilezione del re pei Francesi;[220] un musulmano gli dà lode di

proteggere ed amare particolarmente i Musulmani;[221] similmente un

bizantino avrebbe potuto affermare il privilegio della schiatta greca,

nominando Giorgio d’Antiochia; ed un italiano avrebbe forse vinta la

gara, ricordando che Arrigo de’ marchesi Aleramidi fu quel desso che

fabbricò la corona al nipote.[222]

Abbozzato già nel quinto libro il reggimento normanno, io vo’ ricordar

qui di volo quelle istituzioni che riferisconsi con certezza a re

Ruggiero, anzi che al padre. Delle quali gravissima parmi l’ordinamento

de’ magistrati provinciali, ignoto sotto il primo conte, necessario

a far sentire da presso una mano assai più forte ch’esser non potea

quella degli ufiziali del principe in ciascun comune, sopraffatti per

avventura da’ vicini feudatarii e da’ prelati. Seguendo l’uso di tenere

unita l’autorità che noi distinguiamo in amministrativa e giudiziale,

Ruggiero sostituì ai vicecomiti i baiuli, delegati generali del governo

nella città e primi giudici in materia civile e correzionale.[223]

Egli istituì primo i camerarii e i giustizieri, magistrati provinciali:

preposti gli uni all’azienda, con giurisdizione d’appello nelle cause

civili e di prima istanza in quelle concernenti i feudi secondarii e

in ciò ch’or diciamo il contenzioso amministrativo; giudici gli altri

delle liti civili relative ai feudi principali e delle cause criminali

ch’eccedessero la competenza dei baiuli e delle curie baronali.[224]

Certo al pari e’ mi sembra che re Ruggiero abbia data migliore forma

ad un tribunale supremo preseduto dal principe, simile a quello de’

Bizantini nelle materie civili[225] e de’ Musulmani pei delitti di

maestà.[226] E veramente la tradizione arabica afferma che Ruggiero,

succeduto al padre, imitò i principi musulmani con creare i _giânib_,

gli _hâgib_, i _selâhia_, i _giandâr_ e altri simili ufiziali; ch’egli

scostossi dagli usi de’ Franchi, i quali non aveano idea d’ordini così

fatti; e che pose il _Diwân-el-mozâlim_, (noi diremmo, la Corte de

Soprusi) al quale si recavano le querele degli offesi; e il re facea

giustizia a costoro, foss’anco contro il proprio suo figlio.”[227]

Degli altri ufizii diremo or ora. Ravvisò il Gregorio in questa Corte

de’ Soprusi la _Magna Curia_, che i pubblicisti siciliani solean prima

di lui riferire a Federigo imperatore; ed ei tirolla su ai tempi di

Ruggiero, la distinse dall’alta corte de’ Pari, la paragonò alla corte

del Banco del re, ch’ei suppose istituita in Inghilterra da Guglielmo

il conquistatore.[228] Ma i pubblicisti inglesi confessano in oggi

non veder chiaro nell’XI secolo quel sistema di giurisdizione suprema

che comparisce appo loro al principio del XIII; ond’essi pensano che,

ne’ primi tempi de’ re normanni, l’Inghilterra non abbia avuta altra

corte di giustizia che quella de’ Pari, talvolta piena e più sovente

ristretta; non essendo stato in quella età agevol cosa ragunare i

feudatarii ad ogni uopo della giustizia ordinaria. Nè più di questo

parmi si possa affermare della Sicilia nel XII secolo; se non che

aggiugnerei avere Ruggiero composta regolarmente la corte de’ Pari

ristretta, facendovi sedere i giustizieri ed anco de’ giudici, e

adoperandola come magistrato ordinario e supremo, senza restringere

la sua giurisdizione ai grandi feudatarii. E parmi sia stata questa

in Sicilia la corte che condannò al fuoco Filippo di Mehdia: innanzi

alla quale dicea Ruggiero, secondo la narrazione cristiana, che non

gli sarebbe rifuggito l’animo dal punire il proprio figlio:[229] le

medesime parole per l’appunto, con che la tradizione musulmana esprime

l’alto impero e severa giustizia del _Diwân-el-mozâlim_, preseduto dal

re.

Lascio indietro gli ordinamenti proprii della popolazione cristiana,

sempre più cresciuta nell’isola al tempo di Ruggiero; la colonia e

il vescovado ch’ei fondava in Cefalù; l’archimandritato istituito

in Messina per ordinare i monasteri greci e forse le popolazioni;

le sue leggi che ci venga fatto di spigolare;[230] i grandi ufizii

della corona ch’egli imitò dalle corti occidentali: cancelliere,

giustiziere, camerario, protonotaio, connestabile; qualificati di

grandi per significar l’autorità superiore.[231] Delli ammiragli ho

discorso a lungo.[232] Ho toccato anco dei servigi della corte affidati

la più parte a’ paggi.[233] Secondo uno scrittore che allegammo

poc’anzi,[234] Ruggiero ordinò ad esempio delle corti musulmane

quegli ufizii domestici, le cui denominazioni, arabiche o persiane,

attestano la origine, che torna sovente ai Fatemiti d’Egitto. Erano gli

_hâgib_, propriamente uscieri, spogli bensì del gran potere ch’ebbero

a Cordova e altrove;[235] i _giânib_, come sarebbe a dire aiutanti

di campo;[236] i _selâhia_ che torna a scudieri;[237] i _giandâr_ o

forse _giamdâr_, vestiarii;[238] ed altri, dice il testo, alludendo a

note denominazioni:[239] a quella gerarchia di servitori intrecciata

con le dignità dello Stato, la quale i Bizantini tolsero da’ despoti

persiani e detterla ai Musulmani ed ai re dell’Occidente. Il più delle

volte non era divario che nel nome. Il gran siniscalco non potea

mancare in Sicilia; ancorchè si vegga al tempo stesso di quello il

_magister_ latino, che risponde all’uficio e sembra testo o traduzione

dell’orientale _ostadâr_.[240] Son qui da ricordare i _kâid_ de’ quali

si è trattato a lungo, or capitani propriamente detti di pretoriani,

or segretarii, computisti e per fin camerieri,[241] come un _ferrâsc_

che appo noi suona “rifa’ letti.”[242] V’era anco un paggio musulmano

ispettore della cucina,[243] ed uno preposto al _tirâz_.

Con tal voce persiana chiamaronsi le vestimenta di seta ricamate

e l’opificio in cui le si lavoravano: parte essenziale d’una corte

musulmana, poichè soleano i principi donar que’ pallii in segno di

favore, o mandarne a’ grandi oficiali nel dar loro l’investitura,[244]

come appunto si disse in cristianità, per cagion di usanza non

dissimile. Ci è occorso di narrar come Ruggiero avesse inviati di tali

abbigliamenti al traditore che gli fece omaggio di Kâbes.[245] E rimane

del _tirâz_ di Palermo un lavorio sontuoso, il pallio semicircolare,

trapunto nell’area ad oro e perle con figura d’un lione che abbatte un

camelo, e in giro con bellissime lettere cufiche, portanti il nome e

le qualità di Ruggiero e la data della capitale di Sicilia e dell’anno

cinquecentoventotto (1133); il qual regio manto, per dono di alcun

re di Sicilia o rapina di Arrigo VI, andò in Germania; ed è serbato

ora a Vienna tra le reliquie del defunto impero di Carlomagno.[246]

Sappiamo dalla storia come quell’opificio fosse stato rifornito il

millecenquarantasette di belle corinzie e tebane,[247] e durasse in

fiore nel centottanta, quando l’eunuco prepostovi diceva all’orecchio

a Ibn-Giobair che le giovani musulmane del suo ovile tiravano spesso

all’islam lor compagne di nazione franca. Sembra da ciò che Ruggiero

abbia voluto onestare con quel nome l’_harem_ della reggia.[248] Da lui

o da’ successori fu anco usato l’ombrello di gala, ad imitazione dei

califi fatemiti.[249]

Alla corte musulmana rispondean gli usi orientali della cancelleria

arabica, distinta, com’e’ mi sembra, dalla cancelleria latina, e

addetta a trattar le faccende degli antichi abitatori, sì come la

latina quelle de’ coloni. Mentre quest’ultima usava il linguaggio

latino, la data dell’èra volgare, e il suggello co’ titoli occidentali,

l’altra cancelleria adoperava or il greco or l’arabico, secondo

le genti, e talvolta l’una e l’altra lingua insieme. In testa de’

rescritti arabici o bilingui non soscritti di propria man di Ruggiero,

si ponea all’uso musulmano lo _’alâma_, ossia il motto trascelto da

ciascun principe e scritto della man di segretario apposito, con che

si dava autenticità al diploma. Lo _’alâma_ di Ruggiero fu_ El hamd

lilaah sciakran linia’mih_ ossia “Lode a Dio per riconoscenza de’

suoi benefizii.”[250] Copiando un po’ i principi Musulmani e un po’

i Bizantini, Ruggiero si fece intitolare ne’ diplomi _El malek el

mo’adzdzam el kadîs_ o diremmo noi “Il re venerando e santo”[251] e

nelle monete, or _El malek el mo’adzdzam el mo’tazz billah_, ossia “Il

re venerando, esaltato per favor di Dio”[252] ora _Nâsir en nasrâniah_

che suona “Difensor del Cristianesimo”[253] Nè altrimenti par lo

addimandassero in corte; sendo detto egli da Edrîsi “il re venerando,

Ruggiero, esaltato da Dio, possente per divina virtù,[254] re di

Sicilia, Italia, Lombardia, Calabria, (sostegno dello) imâm di Roma,

difensore della religione cristiana”[255]; e chiamata _El-mo’tazzia_,

dal poeta Abd-er-Rahman da Trapani, la regia villa di Mare-dolce

presso Palermo.[256] Nei diplomi della cancelleria bilingue soscrisse

Ruggiero sempre in greco, rendendo que’ titoli di conio orientale con

la formola “Ruggiero in Cristo Dio, religioso e possente re, difensore

dei Cristiani”[257] e quest’ultimo attributo si ritrova anco tradotto

nell intitolazione di alcun diploma latino.[258] Si scorge infine dalle

monete e dall’uso degli scrittori arabi contemporanei, che Ruggiero,

intitolatosi secondo di tal nome pria ch’ei prendesse la corona reale,

continuò sempre a distinguersi dal padre con quella appellazione,

ancorchè ei fosse stato il primo re.[259]

Non pensava forse Ruggiero che il passatempo della scienza gli avesse a

fruttar tanta gloria, quanto le assidue cure dello Stato e le fatiche

della guerra. E pur l’Europa civile, se in oggi non ha scordato del

tutto il fondatore della monarchia siciliana, onora assai più il dotto

principe al quale è dovuta la maggiore opera geografica del medio

evo. Differendo a trattare il pregio di cotesta opera nella rassegna

scientifica e letteraria del presente periodo, noi qui toccheremo della

parte che torni a ciascuno de’ due creduti autori: Edrîsi, sotto il

cui nome corre in oggi il libro, e il re al quale l’attribuirono gli

eruditi musulmani chiamandolo “Il libro di Ruggiero” oltre il titolo

proprio, ch’è “Il sollazzo di chi ama a girare il mondo.”

Taccion le memorie cristiane di questa vaghezza del re per gli

studii geografici, male interpretata da Falcone Beneventano, là dove

ei racconta l’aneddoto, ch’entrato Ruggiero trionfante in Napoli,

allo scorcio di settembre millecenquaranta, fece una notte misurare

l’ambito delle mura; e la dimane, ragionando co’ principali cittadini

intorno le franchige da confermare, per mostrarsi tenero assai delle

cose loro, “Ma sapete voi, lor domandò, quanto giri la città vostra?”

e rispostogli di no, “ecco ch’io vel dico, replicò: son dumila

trecensessantatrè passi, per l’appunto.”[260]

Edrîsi descrive la formazione dell’opera con particolari di gran

momento.[261] Ei dice dottissimo il re nelle scienze “astruse e nelle

operative”[262] ossia le matematiche e le dottrine dell’amministrazione

pubblica; e che in cotesti due rami di sapere “egli creò modi novelli

maravigliosi e inventò peregrini trovati.” Allargato il regno, “ei

volle sapere con precisione e certezza le condizioni di ciascun paese

soggetto: quali fosserne i confini e le vie di comunicazione per terra

e per mare; a qual clima appartenesse, quali mari lo bagnassero, quai

golfi vi si aprissero. Volle conoscere, altresì, ogni altro paese e

regione de’ sette climi ideati da’ filosofi e determinati da’ narratori

e da’ compilatori in loro pergamene[263] e ricercar volle quanta parte

di ciascuno Stato entrasse in ciascun clima.” Nominati poi dodici

trattati geografici, tra d’antichi e d’arabi, che furono raccolti

per comando di Ruggiero, continua Edrîsi “che in tutti si notarono

discrepanze, omissioni ed errori; e che i geografi, chiamati apposta

e interrogati dal re, non ne sapeano più che i libri. Egli allor fece

venire da ogni parte de’ suoi dominii uomini esperti ed usi a’ viaggi,

e ordinò che interrogati per un suo ministro,[264] tutti insieme

e poi spicciolati, si tenesser buoni i ragguagli ne’ quali ciascun

s’accordava e si rigettassero gli altri. Durò quindici anni cotesta

esamina; nel qual tempo non passò giorno che il re non vegliasse

sul lavoro, non pigliasse conto de’ ragguagli raccolti e non facesse

opera ad appurarli. Indi ei volle vedere se tornassero precisamente

le distanze su le quali s’erano accordate le relazioni.[265] Fe’

recar dunque una tavola graduata[266] e trasportarvi col compasso,

ad una ad una, quelle distanze; tenendo anco sott’occhio i libri

citati dianzi e ponderando le opinioni diverse: e tanto studiò

sul complesso di quei dati, ch’egli arrivò a determinare le vere

posizioni. Fe’ allor gittare, di puro argento, un gran disco diviso in

segmenti,[267] che pesò quattrocento _rotl_ italici, di cento dodici

_dirhem_ ciascuno,[268] e fevvi incidere i sette climi con le loro

regioni e paesi, le marine e gli altipiani, i golfi, i mari, le fonti,

i fiumi, le terre abitate e le disabitate, le strade battute, con

lor misure in miglia, le distanze (marittime) e i porti: nella quale

incisione fu copiato per filo e per segno il planisfero delineato

già nella tavola. Ordinò in ultimo si compilasse una descrizione

corrispondente alle figure della mappa, aggiuntovi le condizioni di

ciascun paese e contado: la natura organica,[269] il suolo, la postura,

la configurazione, i mari, i monti, i fiumi, le terre infruttifere, i

cólti, i prodotti agrarii, le varie maniere di edifizii, i monumenti,

gli esercizii degli uomini, le arti che fiorissero, le merci che si

introducessero o si traesser fuori, le maraviglie raccontate e le

supposte; e in qual clima giacesse il paese ed ogni qualità degli

abitatori: sembiante, indole, religioni, ornamenti, vestire, lingua.”

I manoscritti che ci han dato il testo fin qui con poco divario, si

discostano venendo alla intitolazione di _Nozhat el Mosctâk_, la quale,

secondo un codice, fu messa da Edrîsi, ma gli altri due, e tra questi

il più prossimo all’originale, riferisconla a Ruggiero stesso;[270]

poscia tutti d’accordo notano quella che noi diremmo pubblicazione,

fatta nella prima metà di gennaio millecencinquantaquattro, che è a dir

cinque o sei settimane innanzi la morte del re.

La quale sendo avvenuta dopo lunga infermità, possiamo supporre che

Edrîsi abbia affrettato ed anco precipitato il lavoro da presentare,

e che per tal cagione quello sia venuto fuori men corretto, che non

portasse il disegno e non permettessero i mezzi del re. Ma di ciò

meglio a suo luogo. Fatta intanto nelle parole d’Edrîsi la tara

dell’adulazione e della rettorica, ognun vi legge che il dotto

affricano stese la descrizione, dopo avere raccolte e coordinate

le relazioni orali e confrontatele, se si voglia, coi trattati di

geografia; ch’ei forse die’ consigli su gli studii da fare e sul

metodo; ma che il concetto, l’impulso, l’ordinamento e perchè no?

un’assidua cooperazione, si deve a Ruggiero, nella cui mente le

tradizioni musulmane si univano alle bizantine ed alle latine, al genio

cosmopolita dei Normanni ed alla curiosità statistica del principe e

del capitano.[271] Tornano anco a ciò i ragguagli del Sefedi. Ruggiero

o Uggiero, egli dice, amando le dottrine filosofiche dell’antichità,

fece venir dall’_’Adwa_[272] lo sceriffo Edrîsi; indusselo a stanziare

appo di lui e fuggir i pericoli che la sua nascita regia gli attirava

ne’ paesi musulmani d’Occidente; Ruggiero gli assegnò entrate da

principe; l’onorò tanto che solea levarsi quand’egli veniva a corte

e andargli incontro e metterselo a sedere allato. La prima cosa,

costruì Edrîsi pel re una grande sfera armillare d’argento e n’ebbe in

guiderdone de’ milioni.[273] “Ruggiero poscia si consultò con Edrîsi

intorno i migliori modi d’appurare i ragguagli geografici con certezza,

non già copiando libri; ed entrambi consentirono in questo, che si

avesse a mandare apposta per tutti i paesi di levante e di ponente,

uomini sagaci e dotti, accompagnati da disegnatori, a fin di ritrarre

la figura d’ogni cosa notevole. E il re mandolli di fatto: i quali come

riportavano lor disegni, così Edrîsi li verificava; e compiuta che fu

la raccolta, ei distese la compilazione intitolata il _Nozhat_.”[274]

Opera collettiva questa fu dunque, lavoro d’una specie d’accademia

istituita da Ruggiero nella corte di Palermo, preseduta da lui stesso;

e il rampollo degli ultimi califi di Cordova n’era il Segretario

perpetuo, se ci sia permesso dar nomi nuovi e precisi a un abbozzo del

medio evo. Ognun poi vede che appo i letterati musulmani, Edrîsi dovea

a poco a poco ecclissare Ruggiero, ancorchè di questi rimanesse pure

onorato ricordo.[275] Non essendo stato il libro, per la intempestiva

morte del re, tradotto in latino, l’Europa l’ha riavuto dopo cinque,

anzi sette secoli, col nome del compilatore che forse gli rimarrà per

sempre. E così è avvenuta al regio autore fortuna contraria a quella

de’ Grandi d’oggidì che fan lavorare altrui e voglion per sè la lode.

Quando verremo a trattare particolarmente la storia letteraria di

cotesto periodo, noteremo altre vestigie dell’accademia rogeriana

e delle dotte elucubrazioni del re, bastandoci qui far cenno degli

uomini e delle opere che vi si riferiscono. Oltre l’Edrîsi, veggiamo

nella reggia di Palermo Abu-s-Salt-Omeia da Denia, medico, meccanico,

astronomo, dotto nella scienza che gli antichi addimandavan la musica,

poeta e cronista; il quale girando, come soleano i letterati Musulmani,

per tutte le corti amiche agli studii, passò dal Cairo in Palermo e

indi a Mehdia, prima che la fosse occupata da’ Siciliani. Diverso da

costui par sia stato l’autore dell’orologio ad acqua, congegnato per

comando di Ruggiero, come attesta una lapida trilingue della Cappella

palatina di Palermo e una notizia trasmessaci dal cosmografo Kazwini.

Credo si debba a incoraggiamento del re la versione latina dell’Ottica

di Tolomeo, fatta dall’ammiraglio Eugenio, sopra una versione

arabica del testo greco e sì la versione delle Profezie della Sibilla

Eritrea, tradotte, come dissero, dal caldaico in greco per opera di un

Doxopatro, e lo stesso Eugenio voltolle dal greco in latino. Il quale

Doxopatro, sembra il Nilo venuto a corte di Ruggiero da Costantinopoli,

autore del famoso libro su le sedi patriarcali; molestissimo al papa,

come quello che dimostrò aver la sede di Roma preso il primato in

Cristianità perchè la città era capital dell’impero e averlo perduto

di diritto con la traslazione a Costantinopoli; e i vescovi di Sicilia

essere stati soggetti al patriarca bizantino, fino al conquisto del

Conte Ruggiero.

Non affermeremmo noi che il re avesse onorato Nilo Doxopatro per

cagion di questa opera istorica e canonica, più tosto che per la

versione della Sibilla Eritrea. Come certe malattie, così corrono in

ciascun secolo certe aberrazioni di mente, dalle quali raro avvien

che campino i sommi ingegni: di che abbiam cento esempii antichi e

odierni. Ruggiero, tra gli altri, credette alle scienze occulte. Narra

il Dandolo che un famigerato astrologo inglese, richiesto dal re,

gli facea trovare le ossa di Virgilio nel masso della collina presso

Napoli e ch’ei comandava di riporle nel Castel dell’Uovo, sperando

costringere a suo bell’agio con gli scongiuri l’ombra del Mantovano,

sì che gli rivelasse tutta l’arte della negromanzia.[276] Attesta del

paro Ibn-el-Athîr cotesti vaneggiamenti del re, con tal racconto che

ritrae al vivo una scena della reggia palermitana. Sedendo un giorno

il re co’ suoi intimi in una loggia che guardava il mare, fu visto

entrare un legnetto reduce dalla costiera d’Affrica; dal quale si seppe

che l’armata del re avea fatta sanguinosa scorreria ne’ dintorni di

Tripoli. Sedeva allato a Ruggiero un dotto e pio musulmano, onorato

da lui sopra ogni altro uom della corte e preferito a’ suoi preti ed

a’ suoi monaci, tanto che bucinavano essere il re nè più nè men che

musulmano.[277] Or parendo che il barbassoro non avesse posta mente

alle nuove di Tripoli, “hai tu inteso?” interrogollo Ruggiero; e saputo

che no, ricontò il fatto e domandò per celia “dove era dunque Maometto

quando i Cristiani acconciarono così il popol suo?” — “Vuoi ch’io tel

dica davvero? rispose il musulmano: egli era alla presa di Edessa,

dove in quell’ora medesima e in quel punto irrompeano i Credenti.” E i

Cristiani a scoppiar dalle risa. Ma Ruggiero, rifatto serio in volto,

li ammonì non pigliasser la cosa a gabbo, chè quel savio non avea mai

fatta predizione che non si avverasse. Ed a capo di alquanti giorni si

riseppe che Zengui, il padre di Norandino, aveva occupata Edessa.[278]

Mi viene in mente che quel savio sia stato forse lo stesso Edrîsi.

Non poteano mancare, in corte così fatta, i poeti arabi. Ancorchè i

bacchettoni musulmani, compilatori d’antologie, abbiano soppressi

di molti versi, massime que’ che più ci premerebbe di leggere,

abbiam pure alcuni frammenti di _kasìde_, presentate a Ruggiero da

Abd-er-Rahman-ibn-Ramadhan di Malta, dal filologo Abu-Hafs-Omar, da

’Isa-ibn-Abd-el-Moni’m, da Abd-er-Rahman di Butera, da Ibn-Bescirûn

di Mehdia e da ’Abd-er-Rahman di Trapani; de’ quali i primi due,

perseguitati, imploravano la clemenza del re; il terzo volea consolarlo

della morte del figliuolo; e gli ultimi lodavan il regio Mecenate,

descrivendo il sontuoso palagio, le ville e il viver lieto della corte,

dove solean girare, colme di biondo vino, le coppe, e il suono della

lira accompagnar la voce di cantori, paragonati ai più celebri della

corte omeiade di Damasco.

Il genio di civiltà che risplende nella vita tutta di re Ruggiero, si

scerne ancora in que’ monumenti suoi che il tempo ha rispettati: la

cattedrale di Cefalù, la Cappella palatina di Palermo, il Monastero di

San Giovanni degli Eremiti nella stessa città, i sepolcri di porfido

del Duomo palermitano e qualche iscrizione arabica dove occorre il

suo nome. D’altri edifizii ch’egli innalzò abbiam qualche avanzo da

poterne argomentare la eleganza o la magnificenza: voglio dire la

villa della Favara, ossia Maredolce, e quella dell’Altarello di Baida:

entrambe alle porte di Palermo. I cronisti finalmente e i diplomi ci

ragguagliano di parecchi altri monumenti edificati per suo comando;

come sarebbe una parte della reggia di Palermo e il Monastero del

Salvatore di Messina, de’ quali non è agevole scorgere ora i vestigii

tra le costruzioni sovrapposte. Di certo Ruggiero non creò tutte le

arti che fiorivano in Sicilia fin da’ tempi musulmani, ma le ristorò

dopo le vicende della guerra, ed altre ne promosse per lo primo: v’ha

di certo nei monumenti siciliani della prima metà del secolo l’impronta

d’un intelletto superiore che raccolse, dispose e riformò. La mole,

le graziose e nuove proporzioni, la leggiadria e ricchezza degli

ornamenti, rivelano unità di concetto, sentimento del bello, altezza

d’animo e profusione di danaro, da confermare che il primo re di

Sicilia fu possente e grande in ogni cosa.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II · 第 6 / 53 题