CAPITOLO II.

«Siccome un tempo Iddio volle o permesse che la violenza de’

sopravvegnenti Normanni calcasse la dominante malvagità dei Longobardi,

così ora è stato di lassù conceduto o sofferto a Ruggiero di

abbattere con la spada l’immensa iniquità di cotesti nostri paesi.

Quale scelleratezza qui ci mancava? Perpetravansi continuamente,

senza ritegno di timore alcuno, omicidii, furti, rapine, sacrilegi,

adulterii, spergiuri, oppressioni di chiese e di monasteri, dispregi

a’ servi di Dio e cento altri misfatti: perfino i pellegrini che

viaggiano per amor di Dio, erano svaligiati e talvolta uccisi, per

nascondere il ladroneccio. Da’ quali eccessi gravemente offeso,

Iddio ha tratto Ruggiero dall’isola di Sicilia, come tagliente spada

dal fodero; e, impugnatala, ha percossi i prevaricatori a fine di

reprimerli; ha ricondotti con quel terrore, alle vie della giustizia,

gli incorreggibili, tollerati sì a lungo.» Così l’abate di Telese;[117]

il cui criterio teologico non toglie fede alla testimonianza dei fatti.

Ne’ principii del duodecimo secolo, il ducato di Puglia e tutta la

terra che stendesi fino allo Stretto di Messina, era caduto in pretta

anarchia. Tra il papa, il duca, i grandi suoi feudatarii e i principi

o municipii rimasi indipendenti, non si sapea pur chi fosse il sovrano;

onde ognun volea fare a suo modo e nessuno ubbidire.

I signori della Sicilia ch’aveano tronca ormai da molti anni la

quistione della sovranità,[118] entrarono in quelle brighe per cagion

della Calabria; dove i baroni, imitando i lor vicini di Puglia, si

provavano a chiamare il duca per sottrarsi al conte.[119] Ma il secondo

Ruggiero non solamente domolli, ei colse anco il destro a ingrandirsi.

Or passava in Calabria con grande esercito ad ardere le castella de’

contumaci (1121); ora, negoziando col duca Guglielmo, ricusava la

mediazione del pontefice romano (1122) per fermare gli accordi da solo

a solo (1123). Ne’ quali, parte con danari, parte con aiuti di milizie,

fece rinunziare il duca ad ogni diritto su la Calabria: poscia comperò

da lui l’altra metà di Palermo; e in fine la successione al ducato, se

morisse Guglielmo senza figliuoli.[120]

Avverassi questo caso entro un anno. Ruggiero allora (agosto

1127) lasciata, come dicemmo, l’impresa navale contro i Musulmani,

sopraccorse a Salerno, principale città del ducato; piaggiò municipii

e feudatarii; combattè quei che non s’acconciavano; e fu riconosciuto

duca di Puglia da tutti, fuorchè dal papa, che ambiva anch’egli quelle

province. Indi le scomuniche; l’andata di Onorio II a Troia, dov’ei si

fece dar dai baroni giuramento di cacciare o uccidere Ruggiero;[121]

e, seriamente, rimesse tutte le peccata a chi morisse in questa guerra

e la metà delle peccata a chi n’uscisse vivo.[122] Divampando a tali

incitamenti la guerra civile, Ruggiero andò a rifornirsi di gente

in Sicilia e ripassò in Terraferma; Onorio mossegli incontro con più

grosso esercito di Romani e dissidenti Pugliesi: ma tenuti a bada dal

siciliano, si diradarono a poco a poco; e il gran sacerdote combattente

miglior partito non ebbe che di concedere a Ruggiero l’investitura

del ducato (agosto 1128). Ruggiero domò poi i baroni più ostinati;

vide riconosciuta l’autorità sua dal principe di Capua e dal duca di

Napoli: convocato un parlamento a Melfi, bandì la pace pubblica; che

i baroni non guerreggiassero l’un contro l’altro; e non opprimessero,

nè lasciassero opprimere i prelati, frati, pellegrini, mercatanti,

artigiani, agricoltori (1129). Tenuto non guari dopo un convegno

di ottimati pugliesi a Salerno e un parlamento generale in Palermo,

Ruggiero si fece dar titolo di re, e ne prese la corona, con lusso

orientale, nel duomo della metropoli siciliana, il venticinque dicembre

del millecentotrenta.[123]

Atto audace, parso temerario a contemporanei in Italia e fuori, e pur

consigliato da senno politico e dalle idee di governo che prevaleano a

corte di Palermo, tolte dal diritto pubblico bizantino, dal musulmano e

dalla riforma degli ordini feudali che quella generazione stessa avea

inaugurata in Inghilterra ed a Gerusalemme. Il principe della Sicilia

gareggiava ormai per territorio e forze militari coi primari monarchi

d’Europa e vinceali tutti di ricchezza: ond’era giusto si ragguagliasse

in dignità a loro, ed al papa nel poter temporale, e s’innalzasse

di molto sopra i baroni. A ciò s’aggiunga che l’opinione del secolo

attribuiva singolari prerogative ai re unti e coronati; e tra quelle la

suprema giurisdizione criminale, ch’era appunto il massimo bisogno dei

popoli in Puglia e la più nobile ambizione di Ruggiero. Non volle egli

forse costituire quel che or diremmo Stato unitario, ma vi si accostò

di molto, creando un reame di Sicilia e di province annesse, alle quali

poi dette il nome d’Italia, com’avean talvolta fatto i duchi di Puglia

suoi predecessori. Attribuì il titolo regio alla Sicilia soltanto; e

scusossi quasi dell’ardire, pretestando ch’egli, lungi dal far novità,

ripigliasse l’antica prerogativa dell’isola: con che, s’io mal non

mi appongo, si alluse agli emiri Kelbiti, piuttosto che ai tiranni

greci. Del rimanente mancano molti particolari di questa transizione

di diritto pubblico, perchè Ruggiero, studioso d’offendere la corte

di Roma il men ch’ei potesse, mutò volentieri le parole, mantenendo

sempre il fatto, il quale mandava a monte la pretesa sovranità feudale

del papa su la Puglia e la Calabria.[124] E però le precauzioni

cancelleresche, nè l’arte di gittar questo dado mentre la Chiesa romana

si travagliava in uno scisma, non tolsero che Innocenzo II, succeduto

ad Onorio, ridestasse immantinenti la guerra civile contro Ruggiero, il

quale seguì le parti di Anacleto antipapa. E sursero contro il re molti

di que’ medesimi baroni e municipii di Terraferma che gli aveano testè

assentita la corona.

Durò da nove anni la guerra, nella quale Ruggiero ebbe ad affrontare

or le grandi città, or i baroni collegati, or i navilii pisani, or

i grossi eserciti dell’imperatore Lotario, or le filippiche di san

Bernardo e sempre il braccio spirituale e temporale del papa. Combattè

Ruggiero per mare e per terra; conseguì vittorie e toccò sanguinose

sconfitte; s’aiutò con le arti non meno che con la forza, e con la

strategia più che con l’impeto; spaventò i ribelli con atti crudeli

e con la feroce licenza delle sue genti. Usava ogni anno svernare

in Sicilia, raccogliervi forze e tornare in Terraferma all’entrar

di primavera; e molto gli giovarono le numerose navi da guerra, e le

compagnie stanziali; molto la fierezza de’ Musulmani di Sicilia e la

perizia de’ loro ingegneri. Rimaso al re l’avvantaggio, papa Innocenzo

volle ritentare per l’ultima volta la fortuna delle armi. E fu

sconfitto e preso il ventidue luglio del millecentrentanove, presso San

Germano: dove il vincitore e i suoi figli umilmente gli si gettarono a’

piedi; ma con ciò gli fecero soscrivere il dì venticinque la pace e il

dì ventisette la bolla che investiva Ruggiero e i successori del regno

di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capua; non senza ricordare

i meriti dello zio, Roberto Guiscardo e del padre Ruggiero, e il grande

amore che la sede apostolica avea sempre portato a lui stesso.[125]

Or l’argomento nostro richiede che si tratti più largamente della

parte ch’ebbero i Musulmani in questa guerra. Scarse notizie se ne

ritraggono, poichè i narratori cristiani, amici o nemici di Ruggiero,

ricordano più volentieri i vizii che le virtù di quegli Infedeli, i

quali spargeano il sangue per rassodare un trono, fondato in parte con

gli elementi stessi di loro civiltà. Ci si racconta che Bari stette

una volta per ribellarsi, perchè gli ingegneri saraceni mandati dal

re a murare novella fortezza, aveano ucciso in rissa il figliuolo

d’un nobile cittadino; onde furono popolarmente ammazzati parecchi

di loro e sospesa la costruzione.[126] Nè bastò ai Baresi questa

vendetta; poichè, occupata la città dal papa e dall’imperatore Lotario

ed espugnata la fortezza del re, impiccarono tutti i Saraceni del

presidio.[127] Sappiamo che nell’assedio di Montepeloso (1133), celebre

per valore e costanza d’ambo le parti, Ruggiero espugnò un bastione

circondato di profondo fosso, facendovi appressare una torre mobile

a ruote, dalla quale i Saraceni, giunti ch’e’ furono al ciglione del

fosso, gittaron dentro travi ed assi per far ponte e s’ingegnavano a

coprire il legname con terra tolta a’ ciglioni e sassi divelti dalle

mura a forza d’uncini, quando gli assediati appiccarono il fuoco e

i saraceni lo spensero con acqua condotta per un doccione di legno;

sì che alla fine fu varcato il fosso, preso il bastione e con esso

la città.[128] Romualdo Salernitano scrive che il medesimo anno si

noveravano nell’esercito del re tremila cavalli e seimila tra fanti,

arcieri e Saraceni;[129] e Falcone Beneventano rincalza che furon tutti

Saraceni, che fecero inorridire il paese con la crudeltà e libidine

loro, e che Ruggiero, degno capitano di tal gente, commesse atti

d’inaudita barbarie sopra i Cristiani.[130] Per vero i seguaci delle

due religioni incrudeliano a vicenda. Nella prima guerra di Ruggiero,

il presidio d’un castello assediato da Siciliani, Calabresi e Saraceni,

fatta una sortita, al dir di Romualdo Salernitano, avea dilagato il

campo nemico di sangue.[131] Il millecentrentadue, nella ritirata

del re da Benevento a Salerno, fu colto da’ nemici un drappello di

Saraceni, ne furono ammazzati non pochi e mandata a Capua la testa del

più famoso; di che Ruggiero accorossi molto e ne giurò vendetta.[132]

L’abate Guibaldo, che scrisse in quel tempo (1137) all’imperatore

Lotario de’ guasti recati allo Stato di Monte Cassino da’ Musulmani di

Sicilia e non men di loro da’ Normanni e dai Longobardi dello esercito,

esagera al certo ma par non mentisca del tutto, quand’ei narra che

dopo saccheggiate le case, tagliavano gli alberi, prendeano i frati e i

contadini, li legavano con ritorte o metteanli a’ ceppi e alla tortura

e li vendeano schiavi; ardean le chiese, e non contenti, atterravano le

mura che fossero rimase in piè; mentre il Cancelliere del re, venuto

al monastero, lo mutava in fortezza, cacciava i monaci e riportava in

Sicilia tutto il tesoro e la suppellettile.[133]

Nella varia fortuna di coteste guerre, non dimenticò Ruggiero le cose

dell’Affrica. Sette anni dopo la rotta del Capo Dimas, i vinti erano

mutati in patroni. Hasan avea fermata la pace con Ruggiero a patti

che in Affrica parvero disonorevoli; i quali dettero al principe di

Bugia occasione o pretesto di muover contro Mehdia, chiamato da alcune

tribù di Arabi e da cittadini sdegnati, che gli prometteano di aprir le

porte. Correva il cinquecenventinove dell’egira (22 ottobre 1134 a 10

ottobre 1135). Hasan chiese aiuti a Ruggiero; e stretto per mare e per

terra, fece ammenda della pusillanimità de’ consigli, con la prodezza

della persona: finchè arrivate venti galee di Sicilia, alle quali

il re avea data commissione di stare a’ comandi di Hasan, bloccarono

immediatamente il navilio nemico e distruggeanlo, se non li riteneva il

principe zirita, ripugnando, com’ei disse, allo spargimento di sangue

musulmano e bramando per certo di fuggir l’odio che gli sarebbe venuto

da quest’altro scandalo. Que’ di Bugia si ritrassero a precipizio;

l’armata cristiana ritornò in Sicilia; ma ricomparve indi a poco

innanzi le Gerbe.[134]

Fertilissim’isola del golfo di Kâbes, congiunta alla Terraferma per una

tratta di seccagne che danno quasi non interrotto il guado a’ cavalli;

celebre nell’antichità; coltivata d’ogni tempo coi prodotti del suolo

europeo e dell’affricano; ricca anco d’industrie: ma gli abitatori,

Berberi di varie famiglie e seguaci di due sette musulmane molto invise

all’universale, s’erano, per giunta, dati alla pirateria in su la

fine dell’undecimo secolo e ricusavano obbedienza a’ Ziriti quantunque

volte non fosservi costretti con la forza. Bella era dunque la preda,

indifesa e legittima agli occhi stessi de’ Musulmani.[135] Ruggiero

mandovvi un’armata, montata da Musulmani e Cristiani di Sicilia, con

un drappello di eletti cavalieri; la quale giunse in su lo scorcio

di settembre o l’entrar d’ottobre del millecentrentacinque. Le navi

circondarono l’isola per togliere ogni scampo. I Gerbini pugnarono

valorosamente per le famiglie e la roba loro; ma, dopo varii scontri,

furono sopraffatti, uccisi a migliaia; rapito ogni cosa; le donne

e i bambini recati in Sicilia a vendere ai Musulmani. I superstiti

ottennero l’amân da Ruggiero; ricomperarono le donne e’ figliuoli;[136]

ma i più furon fatti servi della gleba, e l’isola affidata ad un

_’âmil_[137] come le altre terre demaniali della Sicilia.

Sarà agevol cosa ritrovare a un di presso i patti che strinsero

in questo tempo lo Stato di Mehdia al reame normanno d’Italia.

È da supporre in primo luogo la permissione reciproca del

commercio e la sicurtà delle persone ed averi de’ naviganti e

de’ mercatanti avventizii o residenti: precipua condizione de’

trattati che si fermarono tra Italiani e Musulmani per tutto il

medio evo.[138] E n’abbiam prova positiva nel presente caso: i

fattori di Ruggiero imprigionati e i capitali staggiti, nella briga

del millecendiciassette.[139] Cotesti patti ed altri secondarii,

duravano, com’egli è verosimile con mutazioni di poco momento, fin dal

millesettantotto:[140] stipulati sempre per pochi anni e rinnovati; e

par si ripigliassero dopo il millecendiciassette, fino alla guerra del

Capo Dimas (1123). Il millecentrentacinque, non che la pace, occorre,

com’abbiam testè accennato, una lega, quantunque non se ne conosca

appunto la data, nè la cagione, nè i capitoli. Ibn-Abi-Dinâr scrive che

“Hasan temendo la malvagità del re, mandògli be’ presenti e soscrisse

tutti i patti che piacquero a quel Maledetto.”[141] Dopo l’assedio

degli Hammaditi e l’aiuto navale, ripiglia il compilatore, che Hasan

“ringrazionne il Maledetto e gli promesse di stare ormai ad ogni suo

comando o divieto; onde i due principi divennero più intimi che mai e

le faccende di Hasan si raddrizzarono:” e, narrato il caso delle Gerbe

che seguì a capo di pochi mesi, ei viene a questa sentenza che “le

Gerbe e lo Stato di Mehdia si sottomessero al re di Sicilia e tutta

l’Affrica (propria) lo temè; onde il Maledetto insolentì peggio che

mai contro il povero Hasan, il quale si schermiva, com’ei potea, con le

buone parole.”[142]

Fatta la tara, tuttociò vuol dire che tra il millecenventisette e

il trentaquattro, mentre Ruggiero si rassodava sul trono dell’Italia

meridionale, la povertà e i pericoli dello Stato di Mehdia e sopratutto

la carestia, aveano condotto Hasan ad accettare, oltre i commerciali,

de’ nuovi patti politici; tra i quali è da supporre una lega difensiva

e un prestito di danari o di grani.[143] Debole Stato e debol principe,

circondati di nemici, gittavansi in braccio del più lontano, più

potente, e, come lor parea più generoso. Spirato poi o infranto quel

trattato nel millecenquarantuno e rincrudita la fame, “il Maledetto,

al dire d’Ibn-Abi-Dinâr, volle onninamente altri patti; i quali Hasan,

avendo accettati, divenne suo vassallo, anzi un de’ suoi governatori di

città, e il trattato veramente non fu che una solenne perfidia.”[144]

La narrazione proverà tantosto che, tra le altre cose, Hasan assentì

fosse buono acquisto a Ruggiero ogni paese independente di fatto da

Mehdia ed obbligossi ad aiutare il re di Sicilia contro i Musulmani

che, disdetta la dominazione siciliana, volessero tornare a quella

degli Ziriti. Il biasimo che Hasan si fosse fatto _’âmil_ di Ruggiero,

mi porta a supporre che i patti economici furono tanto leonini quanto

i politici e che il re di Sicilia pose commissarii sopra le dogane di

Mehdia per sicurtà dei crediti suoi; i quali doveano montare a somme

grossissime di danaro e proveniano, tutti o la più parte, da prezzo

di grani forniti dal re: prezzo di carestia, fissato da un creditore

padrone di eserciti e d’armate. A costui favore dovea traboccar anco la

bilancia in ogni altra condizione accessoria risguardante il traffico;

di che abbiamo vestigie certe nel numero delle chiese e de’ Cristiani

ch’erano in Mehdia il millecenquarantotto. Fondata da Obeid-Allah il

novecentoquindici, quella città non ebbe chiese, essendo vietato da

legge musulmana di murarne delle nuove:[145] e se i bisogni commerciali

e la coscenza larga de’ Fatemiti, dan luogo a supporne tollerate con

l’andar del tempo ne’ fondachi cristiani, par non fossero gran cosa

il milleottantasette; poichè non se ne fa parola dagli scrittori

affricani, nè dai nostri, in quell’assalto di Mehdia. E posto pur

che i fondaci italiani si fossero allargati pei trattati fermati

con Genova e con Pisa dopo quel caso, ognun vedo che l’ingrandimento

del quartiere cristiano e l’edificazione delle chiese van riferiti

piuttosto agli ultimi anni, quando Ruggiero comandava almeno quanto

Hasan nel rimpiccolito territorio de’ Ziriti. Giorgio d’Antiochia,

primo ministro di Sicilia, lo conoscea dentro e fuori; vi tenea suoi

rapportatori;[146] facea partigiani tra gli Arabi della campagna

e nella popolazione mista delle città e villaggi, e insieme col re

aspettava che il frutto fosse ben maturo, per coglierlo comodamente.

Ed aiutavano a maturarlo. Il cinquecentrentasei dell’egira (6 agosto

1141 a 26 luglio 1142) la carestia s’era aggravata orribilmente in

que’ paesi: una morìa le tenne dietro. Parve allor a Ruggiero proprio

il caso di riscuotere i danari che Hasan avea tolti in prestito da’

suoi fattori in Mehdia: e rispondendo l’Affricano ch’ei non poteva,

e chiedendo nuove dilazioni, il re mandò improvvisamente Giorgio

con venticinque corvette; il quale prese e menò in Sicilia certi

legni mercatanteschi venuti d’Egitto, ricaricati in Mehdia, e pronti

a partire, come avvisavano le spie dello ammiraglio. Si cita in

particolare la nave rifatta recentemente da Hasan co’ materiali d’una

del califo fatimita d’Egitto testè naufragata:[147] e cotesti episodii

provano sempre più il traffico onde arricchivansi i principi musulmani

d’Egitto e d’Affrica, e ad esempio loro i Normanni e gli Svevi di

Sicilia. Giorgio, piombato un’altra volta entro il porto di Mehdia,

presevi il _Mezzo Mondo_, com’addimandossi una nave che Hasan avea con

molta cura allestita per l’Egitto e aveavi imbarcato, per farne dono al

califo Hâfiz, gran copia di robe preziose, degne di un re.[148] Invano

Hasan tentò di mitigare il re di Sicilia rimandandogli buon numero di

prigioni cristiani.[149] S’ei volle torsi dinanzi gli occhi Giorgio

d’Antiochia ed avere un po’ di grano dalla Sicilia, convenne far ogni

voglia di Ruggiero, stipulando nuovo trattato, quello appunto che ai

Musulmani sembrò vero atto di vassallaggio.[150]

Ecco l’anno seguente (27 luglio 1142 a 15 luglio 1143) l’armata

siciliana appresentarsi a Tripoli di Barbaria; la quale città,

sciolta dalla signoria di Hasan, si reggea per un senato della tribù

de’ Beni-Matrûh. Il nove dsu-l-higgia (25 giugno 1143) sbarcarono i

Siciliani, tentarono l’assalto e cominciarono a far breccia nel muro

con gli uncini, come già nell’assedio di Montepiloso; e vincean la

prova, se non che il dì appresso, accorsi gli Arabi dalla campagna, i

cittadini ripigliaron cuore, fecero tutti insieme una sortita; nella

quale ricacciarono gli assalitori alle navi, e lor presero armi,

attrezzi e cavalli.[151] Ritornato il navilio in Sicilia e rifornitosi,

approdò alla piccola terra di Gigel, soggetta agli Hammaditi di

Bugia. Gli abitatori, non aspettato lo sbarco, si rifuggirono ne’

monti e nelle campagne; la terra fu saccheggiata ed arsa; distrutta

anco dall’incendio una villa de’ principi Hammaditi, che ben

s’addimandava la _Nozaha_, e suona “Delizia” in nostro linguaggio.[152]

Il cinquecentrentanove (4 luglio 1144 a 23 giugno 1145) l’armata

corse la costiera d’Affrica, pigliò la terra di Bresk a ponente di

Scerscell (Cherchell); uccisevi gli uomini, menò prigioni le donne

per rivenderle a’ Musulmani in Sicilia.[153] Toccò la stessa sorte il

cinquecenquaranta (24 giugno 1145 a 12 giugno 1146) all’isoletta di

Kerkeni; la quale sendo vicina troppo alla capitale, Hasan osò lagnarsi

con Ruggiero e ricordargli il trattato; ma quei gli rispose non averlo

infranto, sendo que’ di Kerkeni ribelli come gli altri abitatori della

costiera.[154]

Dov’era intanto l’armata di Mehdia? Le memorie musulmane non ne fanno

ricordo dopo la morte di Ali-ibn-Iehia (1121) e, se uno scrittore

cristiano le attribuisce il saccheggio di Siracusa (1127) par ch’ei

prenda la parte pel tutto.[155] Rimanean forse al principe zirita poche

navi, le quali furono adoperate a’ traffici con la Sicilia e l’Egitto,

piuttosto che alla guerra; eran qua e là ne’ porti, nelle cale e nelle

isolette dell’antico Stato, fedeli o ribelli, molte barche grosse

da potersi armare, e corsari anco di mestiere; ma tuttociò non facea

navilio: la povertà dello Stato, fors’anco la trascuranza de’ reggenti

di Hasan, avea sciupato quell’organo vitale della dinastia. Ormai da

Barca a Tunis, gli abitatori della costiera s’ausavano a vedere il

possente navilio siciliano, in vece delle poche _harbîe_ zirite, ed a

temer quello soltanto, a sperarne aiuto contro il principe disdetto o

le fazioni cittadine.

Ruggiero non lasciò invendicata a lungo la sconfitta di Tripoli.

Due anni appresso, un’armatetta siciliana avea dato il guasto ai

dintorni e riportatone bottino e prigioni.[156] A capo d’altri

due anni, uno sforzo di dugento vele portò a compimento l’impresa.

L’oligarchia arabica dei Beni-Matrûh era stata di recente scacciata

da una parte avversa. Berberi com’e’ sembra, i quali avean chiamato a

reggere il paese un emir almoravide, capitato in Tripoli con piccolo

stuolo che andava in pellegrinaggio alla Mecca. Ancorchè nol dicano

i cronisti, gli è da supporre che Giorgio d’Antiochia, capitano

dell’armata siciliana, si fosse indettato coi Beni-Matrûh. Il tre di

moharrem del cinquecenquarantuno (15 giugno 1146) principiò Giorgio

gli assalti; e combatteva ancora il dì sei, quando d’un subito si

videro scomparire i difensori d’in su le mura; perchè i Beni-Matrûh,

avvisati da’ partigiani della città, erano rientrati con le armi alla

mano e s’era appiccata la zuffa. I Siciliani allora, prese le scale,

superavano le mura, occupavan la terra, co’ soliti effetti di strage,

saccheggi, distruzione, cattività di donne; e gli uomini d’ambo le

parti si rifuggiano nel contado, chi presso gli Arabi, chi presso

i Berberi. Soddisfatto all’onor della bandiera e alla cupidigia de’

soldati, Giorgio non tardò a dimostrare che il governo siciliano volea

veramente impadronirsi dell’Affrica. Bandisce _amân_ generale, talchè

tutti i fuggitivi ritornano a lor case; li ammonisce a stare in pace

tra loro; promulga piena guarentigia de’ diritti civili, sol che si

paghi la gezìa al re di Sicilia. Ristorò intanto le mura della città;

circondolla d’un fosso: e lasciatovi forte presidio di Cristiani e

Musulmani di Sicilia, presi statichi de’ Tripolitani e con essi portato

via l’Almoravide e i Beni-Matrûh, ritornò con l’armata in Sicilia,

sei mesi dopo l’espugnazione. Di lì a poco, la corte di Palermo rese

gli statichi, fuorchè que’ dello sceikh Abu-Jehia-ibn-Matrûh, della

tribù arabica di Temîm, eletto governator della terra; posevi cadì il

berbero Abu-Heggiâg-Jûsuf-ibn-Ziri, autor di un’opera di giurisprudenza

malekita, e pattuì, dice il Tigiani, che il capitan cristiano del

presidio non potesse mai disdire i provvedimenti del governatore,

nè del cadì. Ripiglia Ibn-el-Athîr che in tal modo il reggimento di

Tripoli fu condotto egregiamente; che trasservi di Sicilia e di tutta

Italia i mercatanti e le merci. Aggiugnesi in un codice d’Ibn-Khaldûn

che fu bandita in Sicilia una grida per la quale era invitato ad

emigrare in Tripoli con franchige al certo, chiunque volesse: “onde

la gente vi affluì, e la città fu ripopolata.” In breve la divenne

prospera e ricca,[157] mentre il rimanente della Barbarìa e gran parte

dell’Asia anteriore sentian le dure strette della fame.[158]

La quale, rincrudita, sì come abbiam detto, il millecenquarantuno,

straziò que’ paesi affricani nell’inverno dal quarantasette al

quarantotto. Dalle aperte lande, dalle ville e da’ villaggi traean

pastori e contadini alle terre murate, dove si tenea in serbo un po’

di vivanda: ma i cittadini sbarravano le porte, ributtavano con l’arme

le turbe affamate, onde quei miseri si uccideano e spesso mangiavansi

tra loro, quando non li prevenia la morte di pestilenza o digiuno. La

Barbarìa spopolossi; i benestanti fuggivano in altri paesi, la più

parte in Sicilia, a cercar pane e sicurezza: ma anch’essi ebbero a

patire orribili stenti.[159]

Tra tanta desolazione surse da un harem di Kâbes tal briga che

fe’ cader di queto la città nelle mani di Ruggiero. Morto il

cinquecenquarantadue (2 giugno 1147, 21 maggio 1148) Rescîd, successore

di quel Rafi’-ibn-Kâmil del quale ci è occorso di far parola,[160]

e diseredato il primogenito Mo’mir, fu retto lo Stato dal liberto

Jûsuf, a nome del fanciullo Mohammed, minor figliuolo di Rescîd. Jûsuf

usurpò anco le donne del suo signore: tra le quali una giovane de’

Beni-Korra, tribù d’Arabi, non soffrendo l’ingiuria, scrisse a’ suoi

fratelli; i quali ridomandaron la donna, ma Jûsuf ricusolla. Chieserne

giustizia ad Hasan, e questi, credendo ancora di regnare entro i

confini antichi, comandò a Jûsuf di rendere la schiava; disubbidito

minacciò; e deriso, apprestava le armi. Jûsuf allora profferse al re

di Sicilia di tenere lo Stato di lui a nome di Mohammed-ibn-Rescîd,

nei termini stessi con che Abu-Iehia reggea Tripoli: Ruggiero accettò;

mandò al vil servo un diploma di nominazione e le solite vestimenta

officiali, al dire d’Ibn-el-Athîr; un diploma e le decorazioni usate

tra i Cristiani, scrive più precisamente Ibn-Abi-Dinâr. Jûsuf convocò

solennemente gli ottimati; fe’ leggere in pubblico il diploma; indossò

la divisa e cominciò a condurre il governo e riscuotere l’entrate

a nome di re Ruggiero. “Scampami oh Dio, sclama qui il compilator

tunisino del diciassettesimo secolo, scampami da tai maledizioni! Si

hanno a chiamar Musulmani costoro, o Satanassi? Ahi, che precipitolli

a tanta vergogna la cupidigia de’ beni mondani e della dominazione:

la cupidigia che rende l’uom cieco e sordo!” Invece di moralizzare,

il soldato di Saladino che mette in carta, freddo e accurato, gli

annali musulmani, allarga qui lo stile a narrar la punizione di Jûsuf

e de’ suoi satelliti. In un capitolo apposta, intitolato: “Racconto di

un caso dal quale convien si guardi chi ha giudizio,” ei narra che,

trovatisi insieme a corte di Ruggiero un legato di quell’usurpatore

ed uno di Hasan, e trascorsi a bisticciarsi tra loro, quel di Kâbes

ne disse quante ei ne sapea contro il signor di Mehdia. L’altro se

le serbò. Ripartito di Palermo ad un tempo con l’avversario, mandò

ad Hasan uno spaccio a collo di colomba: onde legni armati uscirono

di Mehdia, appostarono il legno di Kâbes, presero l’ambasciatore, lo

condussero dinanzi Hasan; il quale, rinfacciatogli il tradimento e

le ingiurie, lo fe’ condurre in giro per le strade di Mehdia, legato

sopra un cammello, con un berrettone in capo guarnito di sonagli e il

banditore allato che gridava “Ecco il guiderdone di chi da’ a’ Franchi

i paesi dell’Islâm.” Arrivato nel bel mezzo della città, il popolaccio

lapidò quello sciagurato e appese il cadavere a un palo. Si levò poi

il popolo di Kâbes contro Jûsuf, al comparire d’un piccolo esercito

ch’avea accozzato Hasan, insieme con Mo’mir, e con Mohriz-ibn-Ziâd,

capo d’Arabi, il quale, afforzato ne’ ruderi di Cartagine, iva sognando

gran cose.[161] Jûsuf, serrato nel castello, si difese quant’ei potè;

alfine ei fu preso e consegnato a Mo’mir, e da questi a ’Beni-Korra,

i quali lo fecero perire di supplizio osceno ed atroce. Un Isa,

fratello di Jûsuf, recò i figliuoli di lui, fors’anco il fanciullo

Mohammed-ibn-Rescîd, in Sicilia, chiedendo vendetta.[162]

In questo tempo Giorgio d’Antiochia con l’armata infestava le isole

Jonie e il Peloponneso.[163] Par dunque fossero state assai poche

le navi siciliane che andarono immantinente ad assediare Kâbes e

ritornarono senza frutto.[164] D’altronde a che affaticarsi intorno

una bicocca? Ruggiero ormai dovea smettere l’impresa d’Affrica o

compierla subito a Mehdia stessa; poichè Hasan già s’accostava a

possenti capi Arabi: poc’anzi contro Kâbes, ed ora contro Tunis. Era

forza, inoltre, che si risentisse in Affrica il contraccolpo della

crociata di San Bernardo. Ruggiero, pacificato co’ fautori del papa,

ma ad un tempo minacciato da’ due imperatori, entrò nelle pratiche

della crociata, per assicurarsi da quello di Germania e volgere le armi

della croce contro il bizantino; profferse aiuti, die’ consigli: e non

ascoltato, volle far le viste di pugnar anch’egli per la Fede, mentre

Tedeschi e Francesi, passato il Bosforo (settembre ed ottobre 1147)

travagliavansi indarno in Siria; e i Cristiani di Spagna, insieme con

Inglesi e Normanni, combattevano gli Infedeli in Portogallo, e insieme

coi Genovesi, lor prendeano Almeria e s’apprestavano ad espugnare

Tortosa. Assaltando l’Affrica dunque nella state del quarantotto,

il re di Sicilia comparia per la prima volta nel grande accordo

cattolico; ne usava gli avvantaggi; e ci guadagnava anco di esercitare

alla guerra e mantenere ad altrui spese il grosso navilio, armato

l’anno avanti contro Manuele Comneno e necessario tra non guari a

difendersi dall’impero bizantino, ovvero ad assalirlo nuovamente.[165]

I compilatori musulmani, ignari di tuttociò, appongono a Ruggiero

più crudele malizia: ch’ei volle usare la carestia ond’era afflitta

l’Affrica, e che affrettossi, temendo non gli fuggisse l’occasione.

Nè forse vanno errati del tutto. Dobbiam noi supporre nella più

parte dell’Affrica propria quel che sappiamo di Mehdia: disordinate,

cioè, per cagion della fame, le milizie, morta la più parte de loro

cavalli, esausto l’erario, e prostrate tutte le forze sociali.[166]

Que’ notabili, infine, venuti a cercare scampo in Sicilia, eran buoni

strumenti in man d’uomini come Ruggiero e Giorgio, se non foss’altro,

per dare ragguagli. Nè potea mancar la tradigione in quel manifesto

precipizio di casa Zirita. Sappiamo che un kâid, venuto negli ultimi

tempi, messaggiere di Hasan in Palermo, se ne tornò a casa coll’_amân_

di Ruggiero che gli assicurava la vita e la roba, per sè e’ suoi.[167]

Entrando la state, Giorgio salpò dai porti di Sicilia, con

dugencinquanta legni carichi di uomini, d’armi e di vittuaglie.

Approdato alla Pantellaria, fece prendere improvvisamente una barca

mandata da Mehdia a sopravvedere le sue mosse; vi trovò le gabbie

de’ colombi messaggeri; giuratogli dall’ufiziale di Hasan non essere

stato spacciato altro avviso, costrinselo a scrivere di propria mano,

come de’ legni testè arrivati di Sicilia portavano che l’armata degli

Infedeli fosse partita per l’Arcipelago. Grande allegrezza destò in

Mehdia cotesto annunzio; ma non durò oltre l’alba del lunedì, due sefer

del cinquecenquarantatrè (22 giugno 1148) quando comparve all’orizzonte

tutto il navilio siciliano, che a forza di remi penosamente

s’avvicinava, contrastato da un gagliardo vento. Avea Giorgio misurato

il cammino in guisa da por la gente su l’istmo innanzi giorno; talchè

all’aprir le porte della città, le si trovassero guardate di fuori ed

anima viva non ne scampasse. Ma fallito, per cagion del vento, cotesto

disegno, l’Antiocheno cercò di tener a bada i cittadini finchè tutta

l’armata potesse arrivare a terra. Gittata l’àncora lungi dal porto,

mandò per un suo legnetto veloce a dire ad Hasan, non temesse; ei

veniva amico e leale osservatore de’ trattati; chiedea soltanto gli

desse in mano gli uccisori di Jûsuf e, non potendo, inviasse le sue

genti per combattere insieme con quelle del re contro gli occupatori di

Kâbes. Convocati dal principe i dottori della legge e gli ottimati, non

era chi non capisse che suonava l’ultim’ora di casa Zirita: nondimeno

i più animosi consigliarono la difesa. Hasan, fosse abnegazione o

sgomento, e ch’e’ si vedesse intorno visacci da traditori, troncò la

disputa. Ricordò le milizie poche e lontane, a campo a Tunis; la città

aver appena vivande per un mese; circonderebbela il nemico per mare e

per terra e la prenderebbe inevitabilmente per battaglia o per fame:

ed allor che avverrebbe? Più che il regno, più che i suoi palagi, egli

amava i Musulmani; volea camparli dalle uccisioni, dal saccheggio,

dalla cattività. “Io non manderò mai, conchiuse, i miei insieme coi

Cristiani a combattere Musulmani: nè a prezzo di tanta infamia pur

salverei la città, sol darei tempo al nemico di coglierci tutti alla

rete. Non v’ha scampo che nella fuga. Io monto a cavallo e chi vuole

mi segua.” E fatto un fascio delle cose più preziose e manesche, andò

via in fretta, con la famiglia e gli intimi suoi. Molti cittadini gli

tenner dietro; portando seco le donne, i figliuoli, il danaro e la

roba di pregio, come ciascun potea. Molti si nascosero nelle case de’

Cristiani e nelle chiese.

Sbarcato Giorgio in su l’ora di vespro,[168] senza trar colpo, fece da

buon massaio, pratico de’ luoghi e delle usanze, e da statista savio

ed umano. Corre difilato alla reggia; la quale trovando intatta, mette

i suggelli alle porte de’ tesori, pieni di belli e preziosi arredi e

d’ogni cosa più rara, accumulata per due secoli dalla schiatta di Zîri;

fa serrare in una palazzina le donne dell’harem e alquanti bambini

di Hasan, lasciati addietro nella fuga. Conservato così quanto il

fisco poteva usare o vendere, Giorgio raffrenò i suoi che avean dato

il sacco alla città per un paio d’ore: bandì si cessasse dal sangue

e dalla rapina. Con maggior cura avea messi in salvo i Cristiani,

facendoli uscir di Mehdia e di Zawila; e rizzò per loro le tende

nel piano che dividea la fortezza dal sobborgo, o vogliam dire l’una

dall’altra città, come le chiamano entrambe gli scrittori arabi di quel

tempo.[169]

Al tramonto del sole era assettato ogni cosa; talchè la sventura di

Mehdia principiò e finì con quella giornata. La gente del paese chiamò

questo il caso del lunedì, notando con altri giorni della settimana due

o tre altre depredazioni de’ Rûm.[170] La dimane pensò l’ammiraglio

ai fuggitivi. Mandò a ricercarli i lor concittadini stessi delle

milizie rimasi in Mehdia; li provvide di giumenti, per riportar le

donne e i bambini: e bandì, con questo, l’_amân_: che potesse chiunque

ritornare in città, sicuro della persona e dell’avere. Furono salve

così le migliaia che stavano per morir di fame e di sete in quelle

lande, ancorchè fosse tra loro chi avea lasciato a casa, dicon le

croniche, ogni ben di Dio. Giorgio chiamò anco in città gli Arabi che

vagavano pe’ dintorni; li allettò con larghi doni e buoni trattamenti:

dispensò denari e vittuaglie a’ poveri di Mehdia; prestò capitali

a’ primarii mercatanti, perchè continuassero lor traffichi; pose a

rendere giustizia un cadì accetto all’universale. Altro aggravio non

ebbero i Musulmani che la gezìa. I bambini di Hasan, con le schiave

emancipate[171] lor madri, furono ben trattati dal vincitore e mandati

in Sicilia. A capo d’una settimana, tutti gli abitatori di Mehdia e di

Zawila, rassettati ne’ loro focolari, attendeano alle industrie, queti

e forse contenti. Parve a Giorgio che gran parte dell’armata si potesse

allontanare senza pericolo.[172]

Mandò pertanto una squadra a Susa, un’altra a Sfax; delle quali la

prima occupava di queto la città, il dodici sefer (2 luglio); poichè

il governatore, Ali, figliuolo di Hasan, risaputa la fuga del padre,

era andato a ritrovarlo con seguito di pochissimi cittadini e gli

altri immantinenti si arresero. Viveano a Sfax uomini di tempra più

dura, come si vedrà nel progresso degli avvenimenti. Accorse molte

torme d’Arabi in aiuto di Sfax, i cittadini resistettero a’ Siciliani

sbarcati dalla squadra; s’arrischiarono anzi ad una sortita. E i

Cristiani a fuggire, tanto che li attirarono ben lungi dalle mura.

Quivi rifan testa; si gittano di mezzo a’ disordinati; li sbaragliano,

cacciando chi alla campagna, chi alla città; rinnovano la battaglia

sotto le mura: alfine entrarono il ventitrè di sefer (13 luglio).

Gran sangue indi fu sparso; poi si die’ mano a far prigioni e in

ultimo si bandì l’_amân_, come a Tripoli ed a Mehdia: i fuggiti

ritornarono, riscattarono le donne e i figliuoli. Fu lasciato anco

un presidio cristiano nella fortezza; e posto un’_âmil_ a reggere

la città. Fu questi Omar-ibn-abi-l-Hasan-el Foriani, il cui padre,

con magnanimo intento, volle andare statico in Sicilia.[173] Stette

saldo, con l’aiuto degli Arabi, il forte castello di Kalibia; anzi i

Musulmani, usciti a combattere fecero strage degli assalitori, sicchè

la squadra ritornò malconcia a Mehdia.[174] Ci sembra in vero che il

re di Sicilia non abbia voluto stendersi troppo verso Ponente, dove i

Beni-Hammâd, per l’asprezza de’ luoghi e l’amistà degli Arabi, stavano

assai più saldi che i lor congiunti di Mehdia. Rattennerlo anco i

pensieri della guerra bizantina, alla quale era uopo che presto o

tardi ei si volgesse; nè ebbe ad aspettar più d’un anno. Il conquisto

in Affrica limitossi, dunque, a quella parte della costiera che si

stende da Tripoli di Barbaria al Capo Bon.[175] Fu compiuto entro un

mese. Ruggiero approvò gli ordinamenti dell’ammiraglio; concedendo

all’Affrica propria un _amân_, generale. Del quale atto, ancorchè

manchi il tenore, la sostanza era quella che abbiamo esposta ne’

singoli casi: continuassero i Musulmani a vivere secondo lor leggi

e con loro magistrati; pagassero la gezìa; governasseli a nome del

re di Sicilia un _’âmil_, il quale mandava statico in Palermo alcun

suo stretto parente. Come fosse pagata la gezìa non si ritrae, se

immediatamente da ciascun musulmano o giudeo, ovvero dalle comunità,

che mi sembra più verosimile. Credo inoltre fossero state mantenute

le gabelle che solea riscuotere il fisco zirita, non però le più

odiose ed apertamente illegali; poichè gli scrittori arabi lodan tutti

la giustizia del governo cristiano sotto Ruggiero, ed affermano che

le belle promesse date nel suo _amân_ furono fedelmente osservate

finch’ei visse. Leggiamo in particolare nella storia d’Ibn-Abi-Dinâr,

che il _kharâg_, o vogliamo dire tributo fondiario, fu riscosso con

benignità.[176]

Non isfuggì agli storici musulmani il fatto, che i conquisti siciliani

in Affrica, sostarono per la guerra di Grecia. E di questa dicono

essere stata aspra e lunga, e danno l’episodio, notissimo nelle

croniche latine, che Giorgio d’Antiochia osò entrare nel porto di

Costantinopoli, prendervi parecchie navi e trar saette alle finestre

della reggia. Aggiungono che la vittoria sempre rimase al re di

Sicilia, ancorchè il principe di Costantinopoli fosse di que’ tali

“che niuno si scalda al medesimo fuoco con esso loro;” ch’è, come noi

diremmo: era uomo da non lasciarsi posar mosca sul naso.

A Giorgio d’Antiochia dan merito gli scrittori musulmani d’ogni

trionfo in Affrica e in Levante; notano che alla sua morte le armi

siciliane si arrestarono, non sapendo il re a chi affidarle: ed a

lui, sì come a Ruggiero, è aperto un capitolo apposta nelle biografie

degli illustri Musulmani per Sefedi, autore del decimoterzo secolo.

Il quale, al paro che Ibn-el-Athîr, intitola Giorgio “vizir del re

Ruggiero, l’occupatore del regno di Sicilia:” dond’e’ si vede che i

Musulmani di Sicilia, i quali davano ragguagli della corte di Palermo

a’ loro correligionarii, teneano l’ufizio di grande ammiraglio identico

a vizir, che torna in que’ tempi a primo ministro. Dobbiam anco a’

Musulmani le note necrologiche di questo valente cristiano; ritraendosi

da loro soltanto ch’ei morì, con grande allegrezza de’ Credenti,

l’anno cinquecenquarantaquattro dell’egira (11 maggio 1149 a 29 apr.

1150) straziato di tante infermità, massime le morìci e il mal di

pietra.[177]

Già la fortuna voltava le spalle a Ruggiero. Non fermi per anco i suoi

acquisti in Affrica, li minacciarono gli Almohadi; setta di Berberi,

fieramente avversa agli Almoravidi, i quali or cadeano con la stessa

prestezza con che eran surti mezzo secolo innanzi. Abd-el-Mumen,

conquistata sopra gli Almoravidi la Spagna e gran parte dell’odierno

impero di Marocco, s’avanzava alla volta di Levante, con trentamila

Unitarii, chè così suona Mowahhidi (Almohadi); occupava (maggio 1152)

quelle che si chiaman oggidì le province d’Algeri e di Costantina,

le quali rispondono a un di presso allo Stato dei Beni-Hammâd di

Bugia: talchè questo cadde a un tempo con lo Stato de’ Ziriti.

Jehia-ibn-el-Azîz, ultimo principe dei Beni Hammâd, avea tenuto quasi

prigione l’infelice Hasan, che gli chiese ospitalità dopo la caduta di

Mehdia.[178] Or l’hammadita ebbe a ventura d’imbarcarsi per la Sicilia,

altri dice per Genova; e non guari dopo ei ritornò a Bona e, rincorato,

fece prova a mantenersi nella inespugnabile rôcca di Costantina.[179]

Ripararon anco in Sicilia Hareth ed Abd-Allah,[180] suoi fratelli.

In vero, s’egli rimanea scampo a que’ principi ed ottimati della

costiera settentrionale da Algeri a Tripoli, era nelle due genti

straniere che ultime occuparono il paese: i Cristiani di Sicilia con

loro trecento navi, e gli Arabi co’ cinquantamila cavalli. Tengo io

certo, ancorchè nol dica alcun cronista, che que’ rifuggiti abbiano

procacciata la lega tra Ruggiero e gli Arabi, che sola potea salvar

la patria loro da nuovi barbari di Ponente. Perchè sappiamo che il

re mandava a profferire agli emiri arabi il rinforzo di cinquemila

suoi cavalieri, a condizione che le tribù gli dessero statichi,

com’era costume; ma ch’essi lo ringraziarono e ricusarono, dicendo

non aver uopo d’ausiliarii, nè poterne accettare che Musulmani non

fossero. Quei masnadieri fidavano nel numero loro e nella santità

del legame con che s’erano testè confederati; avendo tutte le tribù

dell’Affrica Settentrionale, da Tripoli a Costantina,[181] fatta la

giura di combattere quella che chiamano la guerra della famiglia: onde

portaron seco loro le donne, i figli, il bestiame ed ogni cosa che

possedeano, risoluti a difenderli fino all’ultimo soffio di vita. E

scontratisi con gli Almohadi nelle montagne di Setif, il primo sefer

del cinquecenquarantotto (28 aprile 1153), pugnarono per tre giorni;

finchè, mietuti i più, fu preso il campo. Allora Abd-el-Mumen fe’

condurre le donne e i bambini, illesi da tutt’oltraggio, a Marocco, e

poi li rese agli Arabi; e questa fu vera vittoria che domò quegli animi

feroci.[182]

Dileguata così ogni speranza di collegarsi con le tribù, Ruggiero

pensò ad assicurare il nuovo dominio contro gli Almohadi, mandando in

Ponente l’armata, condotta da un Filippo di Mehdia, apostata musulmano,

del quale occorrerà dire largamente nel capitol che segue. Il quale

assalì Bona, testè abbandonata dal governatore hammadita, ma non

occupata per anco dagli Almohadi; espugnolla di regeb del medesimo

anno dell’egira (4 novembre a 3 dicembre 1153) con l’aiuto degli Arabi

del contado, e fecevi prigioni e bottino; ma chiuse gli occhi alla

fuga degli _’ulemâ_ e di altri uomini di nota: sì che uscirono illesi

dalla città con lor sostanze e famiglie. Dopo una diecina di giorni,

partiva l’armata per Mehdia, con un po’ di prigioni; e non guari dopo

tornava in Sicilia,[183] lasciando Bona assai malconcia, sotto uno de’

Beni-Hammâd, che non isdegnò farsi _’âmil_ di Ruggiero.[184] S’erano

sollevati, il medesimo anno, alle nuove, com’ei pare, della irruzione

degli Almohadi, gli abitatori delle Gerbe e aveano fatta strage de’

Cristiani. L’armata andovvi, credo io, avanti l’impresa di Bona;

vendicò il sangue col sangue; mandò prigioni in Palermo quanti potè;

lasciando nel paese un pugno di gente da nulla, per coltivar la terra

tanto o quanto e servir nelle case i padroni cristiani.[185] Fu ripresa

anco l’isoletta di Kerkeni, com’e’ sembra, con lo stesso effetto.[186]

Troviamo in Ibn-el-Athîr che quel medesim’anno cinquecenquarantotto

(29 marzo 1153 a 17 marzo 1154) l’armata siciliana abbia saccheggiata

Tinnis in Egitto.[187] Io leggerei più volentieri Tenes, città vicina

al mare, sul confine dell’odierna provincia di Algeri con quella

d’Orano. La prima cosa, e’ non sembra verosimile che il re di Sicilia

abbia attaccata quest’altra briga in Levante, oltre quella coll’impero

bizantino e col reame di Gerusalemme, mentre gli rimanea tanto da fare

contro gli Almohadi. Sappiamo, al contrario, da Romualdo Salernitano

che Ruggiero, a suo proprio utile ed onore, così il cronista, avea

allora fermata la pace col califo fatemita.[188] Il Makrizi tace

quell’assalto, nella diligentissima descrizione dell’Egitto, dov’ei

nota con l’anno cinquecencinquanta (7 marzo 1155, 24 febbraio 1156)

il guasto dato dal navilio siciliano a Tinnis, Damiata, Rosetta ed

Alessandria,[189] quando Ruggiero era morto e la saviezza politica

fuggita per sempre dalla corte normanna di Palermo. Mancando per

l’appunto questa ultima scorreria in Ibn-el-Athîr, parmi verosimile

ch’ei, nell’acconciare a forma d’annali i fatti che trovava in

tante storie particolari, abbia sbagliata qui la data; ovvero abbia

letto Tinnis in luogo di Tenes e per soverchia diligenza, v’abbia

aggiunto “in terra d’Egitto.” Per vero Tenes e Tennis rassomigliansi

nella scrittura arabica quanto nella nostrale; onde facilmente si

poteano scambiar que’ due nomi da’ copisti ed anco dai più accurati

compilatori. Che che ne sia, l’armata siciliana in quegli ultimi tempi

del gran re normanno, infestava ogni anno la costiera dello Stato di

Bugia, occupata oramai la più parte dagli Almohadi. Edrîsi, che scrisse

il millecencinquantaquattro a corte di Palermo, narra che gli abitatori

di Gigel e di Collo, allo scorcio dell’inverno, “quando vien la

stagione che salpa l’armata,” soleano abbandonar le case della marina

ed emigrare nei monti, portando seco ogni cosa.[190]

Coteste frequenti scorrerie a ponente del capo Bon e la procellosa

anarchia nella quale vissero per molti anni que’ popoli, abbandonati

dai Beni Hammâd, divisi tra loro, e minacciati a un tempo dagli

Arabi, da’ Siciliani e dagli Almohadi, m’inducono a creder vera

una pratica di Ruggiero con Tunis, della quale troviamo vestigie

molto incerte nelle memorie cristiane, al par che nelle musulmane.

Dei contemporanei, il solo Roberto, abate del Monte di San Michele,

registrò nella cronica essere stata quella città occupata dalle armi

del re di Sicilia, il millecencinquantadue: e potrebbe essere un altro

sbaglio del nome di Tenes.[191] Abd-el-Wahid da Marocco scrivea il

milledugenventiquattro, nella storia degli Almohadi, che quand’essi

presero Tunis (1159) vi regnava Ruggiero, il quale aveala affidata a un

_’âmil_, per nome Abd-Allah-ibn-Khorasân.[192] Un secolo appresso, il

Dandolo, nell’accennare a’ conquisti affricani del millecenquarantotto,

aggiungea che Ruggiero si fe’ tributario il re di Tunis.[193] E ciò mi

sembra che più s’accosti al vero. Tunis non fu mai occupata dall’armata

siciliana. Secondo le notizie ben connesse e precise che ne dà l’autore

del _Baiân_ e Ibn-Khaldûn, quella città, popolosa, ricca e piena d’alti

spiriti, ma torbidi e parteggianti, avea disdetta da lungo tempo la

sovranità zirita, e riconosciuta di nome quella degli Hammaditi, e di

fatto il governo di uno sceikh del paese, il quale chiamerei volentieri

presidente della _gemâ’_. Rimase per molti anni cotesta autorità

nella casa de’ Beni-abi-Khorasân; poi cadde in altre mani, e del tutto

dileguossi in que’ frangenti di carestia e vicin romore di Cristiani.

Il popolo che s’apparecchiava con molto ardore a respingerli, tumultuò

un giorno, vedendo caricar del grano sur una barca che si sospettò

partisse per luoghi occupati da Giorgio d’Antiochia; ond’e’ si venne

a pretta anarchia ed a guerra civile, tra la fazione della _Soweika_

(il mercatino) e quella della _Gezîra_ (l’isola), che mi sembrerebbero

popolani e nobili: alfine la plebe richiamò i Beni-abi-Khorasân,

pria che fosse corso un anno dal conquisto di Mehdia. Abd-Allah-ibn

Abd-el-Azîz, che si può dire l’ultimo di quella famiglia, regnò per

dieci anni da tiranno; respinse gli Almohadi in un primo assedio

(1157); e la città, poco appresso la sua morte, cadde sotto il pondo

dell’oste d’Abd-el-Mumen.[194] Come ognun vede, tra questi fatti che si

ritraggono con certezza storica, non entra la supposta signoria del re

di Sicilia. Ma poichè il tiranno di Tunis, nelle ricordate condizioni

di quei paesi, non potea sperar aiuto da altra banda, mi par verosimile

ch’egli abbia segretamente fermato con Ruggiero qualche accordo non

dissimile da quello dell’ultimo Zirita di Mehdia, promettendo di

spesare forze ausiliari o di pagar la tratta de’ grani di Sicilia.

Se le passioni umane allora non operavan diverso da ciò che veggiamo

nella storia prima e poi e fin oggi, la corte di Palermo per vanità,

il popol di Tunisi per sospetto geloso, quando trapelò quel trattato,

gridarono a una voce che l’Ibn-abi-Khorasân s’inginocchiava, tributario

e vassallo, a’ piè di Ruggiero; non altrimenti di quel che dissero

di Hasan gli scrittori seguiti da Ibn-abi-Dinâr. E più incerta dovea

rimanere la memoria del fatto, dopo il mutamento di regno, che di

lì a poco spezzò tutte le fila ordite in Palermo e dopo la terribile

reazione che seguì in Affrica contro i Cristiani e lor fautori, della

quale noi diremo nel regno di Guglielmo il Malo.

Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II · 第 5 / 53 题