Trapasserei di molto i limiti ch’io mi proposi mettendo mano a
quest’opera, s’io continuassi a trattare per filo e per segno la storia
della Sicilia fino al tempo che vi rimasero abitatori musulmani. Nel
presente libro io dunque toccherò per sommi capi le vicende della corte
e de’ popoli cristiani, quanto basti a rischiarar quelle de’ Musulmani,
delle quali noterò ben tutti i particolari che siano pervenuti infino a
noi. Aggiugnerò le relazioni del principato co’ Musulmani di fuori; sì
per la connessione del subietto, e sì per la novità dei fatti che, la
più parte, si raccolgon ora per la prima volta negli scritti arabici.
Mancano gli annali cristiani della Sicilia dal primo al ventunesimo
anno del duodecimo secolo, quando Ruggiero il giovane comparisce a
un tratto uom di Stato, potente per armi e ricchezze, conquistatore
del ducato di Puglia e nemico audacissimo de’ papi. Riscontrando co’
diplomi le poche parole che ne dicono i cronisti, ritraggiamo appena
in questo periodo che, morto il primo conte Ruggiero (1101) rimasero
di lui due bambini, Simone e Ruggiero, l’uno di otto anni, l’altro
di sei; che la contessa Adelaide resse la Sicilia e la Calabria a
nome del primo, infino al millecento cinque[1] ed a nome di Ruggiero
infino al cento dodici;[2] e che l’anno appresso, il giovanetto rimanea
padrone di sè medesimo e dello Stato. La madre andava in Palestina a
rimaritarsi con Baldovino I, re di Gerusalemme; gli recava i tesori
della Sicilia: ma il Crociato, quando gli ebbe sciupati, sciolse il
matrimonio, connivente il papa, il patriarca ed un concilio (1116); sì
chè l’Adelaide tornossi oltraggiata in Sicilia, dove poco stante (1118)
morì.[3] Una cronica dice vagamente che Simone nel “breve suo consolato
avea durate gravi molestie da’ Pugliesi;[4]” ond’e’ parrebbe che baroni
di quella provincia, o forse il duca, si fossero provati ad occupare le
Calabrie. Orderico Vitale, monaco francese di quella età, asseriva che
un Roberto figlio del duca di Borgogna, fu dalla Adelaide chiamato in
Sicilia, adoperato a reprimere i baroni, maritato ad una sua figliuola
e poi scelleratamente morto di veleno:[5] ma il nome non torna nei
ricordi siciliani;[6] nè un misfatto, sì leggermente supposto in tutti
i tempi, può credersi a quel frate, ghiotto di favole e punto benigno
all’Italia. L’abate di Telese, biografo del re, dice poco della sua
fanciullezza: che lo Stato fu governato dalla prudentissima Adelaide
sua madre; che Ruggiero non vedea mendico nè pellegrino che non gli
desse tutti i danari ch’egli avea in tasca e que’ che domandava alla
madre; e che, vivente il padre, giocando a battagliare con gli altri
bambini, ei sgarava sempre il maggior fratello e lo scherniva: “lascia
a me la corona e le armi, ch’io ti farò vescovo o papa di Roma.[7]”
Cotesti aneddoti mostrano, oltre gli alti spiriti del fanciullo, che a
corte non si parlasse de’ papi con tanta riverenza, e che si tenesse in
gran pregio la carità, precipua virtù dei Musulmani; ma non delineano
di certo la storia del tempo.
La penuria de’ racconti pur vale a provare che sotto la reggenza
non seguì alcuno strepitoso avvenimento; cioè che la contessa e i
suoi consiglieri seppero usare, e forse compiere, i buoni ordini
posti dal primo Ruggiero; e ch’e’ tennero salda la mano su quella
nuova mescolanza di uomini, la quale parrebbe proprio il simbolo
della discordia. La feudalità che tosto volse ad anarchia nel ducato
di Puglia, non osò levar la testa in Sicilia: la quale generalità
è compendiata, s’io ben mi appongo, nelle parole dei notabili di
Traina, Centorbi ed altre terre della Sicilia centrale, i quali il
millecenquarantadue attestavano in giudizio il seguente fatto de’
tempi della reggenza. Querelandosi un Eleazar,[8] signore di San
Filippo d’Argirò, che il vescovo di Traina, signore di Regalbuto, gli
avesse usurpato un tratto di terreno, Adelaide commetteva il giudizio
a Roberto Avenel e ad altri nobili uomini; i quali andati su i luoghi
co’ notabili e i litiganti, Eleazar proruppe ch’ei volea dividere i
confini con la spada; ma ripreso da Roberto e da tutti si acquetò: onde
fu proceduto alla prova testimoniale ed alla decisione, come in tempi
civili.[9] Tal forza del governo venìa dall’assetto che avea dato alla
feudalità il conquistatore; ed anco dal prudente ardire dell’Adelaide e
de’ suoi consiglieri, i quali, facendo assegnamento in su i Musulmani,
fermarono la sede del principato in Palermo.
Da Mileto nè da Traina non si potea reggere a lungo il nuovo Stato.
Ragion volea che la capitale stesse in Sicilia e in sul mare. Sembra
anzi che il primo Conte, finch’ei non ebbe signoria in Palermo, avesse
eletta Messina; poichè non solamente ei rafforzolla e vi tramutò la
sede vescovile di Traina;[10] ma va riferita al suo tempo, ovvero
ai primordii della reggenza, la fondazione della zecca,[11] della
reggia,[12] e credo anco dell’arsenale, in quella città. Se non che
acquistata (1093) la metà di Palermo e cominciato con gran lucro a
maneggiare l’azienda della città per sè medesimo e per lo duca di
Puglia,[13] Ruggiero trovò in Palermo le basi da rifabbricare tutta
l’azienda dell’isola.
I _diwani_ istituiti da’ primi emiri e riordinati da’ Kelbiti, non
erano al certo distrutti quando i Normanni presero la città: rimaneano,
fossero anco stati negletti per alcun tempo, i casamenti, gli archivii,
la zecca, gli arsenali;[14] rimanea qualche segretario e computista:
nè Roberto era uomo da lasciare inoperosa macchina così fatta, nè
Ruggiero. I diwani, serbati e ristorati, attiravano la corte di
Adelaide; l’attirava una città di due o trecentomila abitatori, con
quei suoi maestosi edifizii, industrie fiorenti, lusso e ricchezze che
la facean rivale di Cordova. L’esperienza dovea mostrare a’ governanti
che se da Messina avrebbero tenuta meglio la Calabria, poteano
all’incontro, da Palermo far sentire più pronta e più forte la mano in
Sicilia; e che l’oro, il ferro e la necessaria fedeltà dei Musulmani
di Palermo avrebbero rinforzato il principe contro i baroni: ch’era
il gran problema di governo nel medio evo. D’altronde quella corte
latina non avea cagione d’amar meglio il soggiorno di Messina popolata
di Greci, che di Palermo scarsissima di Cristiani. Adelaide, senza
lasciar del tutto la sede di Messina, prese a stanziare in Palermo, e
la rifece veramente capitale dell’isola. Ciò avvenne ne’ principii del
secolo, e direi appunto il millecentododici; poichè la confermazione
dei privilegi dell’arcivescovo e capitolo di Palermo, accordata
solennemente il primo giugno di quell’anno, da «Adelaide contessa e
dal suo figliuolo Ruggiero, ormai cavaliere e conte di Sicilia e di
Calabria, sedenti in Palermo, nell’aula del palagio di sopra, con molti
lor chierici, baroni e cavalieri,» mi sembra proprio il compimento
d’una cerimonia inaugurale. Soscrissero questo diploma da testimonii,
parecchi baroni italiani e francesi noti nelle carte del primo Conte e
con essi un Cristoforo, ammiraglio.[15]
È qui il luogo di ricercare l’origine di cotesto ufizio, il quale per
la prima volta comparve tra Cristiani alla corte di Palermo, e lì,
mutando natura, divenne quel ch’oggi suona in tutte le lingue d’Europa.
Ammiraglio è corruzione della voce arabica emîr, che i Bizantini
trascrissero fedelmente al nominativo, ma ne fecero al genitivo
ἀμήραδος;[16] onde passò con tal desinenza a’ Cristiani occidentali,
sì com’egli è avvenuto ad altre voci greche. E veramente gli scrittori
della bassa latinità non altrimenti chiamarono gli emiri musulmani che
_amiratus_; se non ch’e’ raddolcirono talvolta il suono in _amiralius_,
talvolta lo resero più aspro in _admirarius_, o _admiratus_ per dargli
alcun significato in loro linguaggio.[17] Come già dicemmo, Roberto
Guiscardo, assettando il reggimento in Palermo vi prepose un de’
suoi con titolo di _ammiraglio_.[18] A città musulmana ei lasciava
magistrati musulmani, chè altrimenti non potea fare; tra i quali era
primo l’emir di provincia, capo politico e militare, giudice sopra i
reati di Stato:[19] e torna allo stesso ufizio ed allo stesso titolo
ch’ebbero i governatori della Sicilia sotto gli Aghlabiti e i Fatemiti.
E’ par che il conte Ruggiero, quand’ei prese a mezzeria la città di
Palermo, v’abbia fatto emir un suo segretario, greco di Calabria o di
Sicilia, per nome Eugenio; del quale ritraggiam solo ch’egli ebbe quel
titolo, ch’ei possedette beni in Palermo e che fondò un monastero in
Traina.[20] Dopo lui, Cristoforo ammiraglio testè ricordato, soscrive,
quasi ministro di Stato, una donazione data di Messina nel febbraio
1110;[21] e poi, con gli altri grandi della corte, il citato diploma
del giugno 1112;[22] si sa in fine ch’egli ebbe una casa in Messina,
la quale tornò, dopo la sua morte, al regio demanio.[23] Segue un
Cristodulo ammiraglio, nominato in varii diplomi dal 1123, o forse
dal 1119, al 1139, qual ministro civile ed ufiziale di corte, onorato
alfine col gonfio titolo di protonobilissimo.[24] Ma questo somiglia
forte al benservito che suol darsi agli invalidi; perocchè ormai
da parecchi anni primeggiava nel governo dello Stato quel Giorgio
di Antiochia, che fu ammiraglio di nome e di fatto, come s’intende
oggidì. Lo veggiamo il 1123 aiutante o guida del capitano dell’armata
siciliana, chiamato dagli Arabi Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il
Cristiano; il quale potrebbe essere per avventura lo stesso Cristodulo
testè nominato;[25] e l’identità della persona darebbe ragione di
parecchi fatti, come or or si vedrà. Giorgio, secondo i diplomi,
era a Corte il 1126, ammiraglio al par di Cristodulo o Crisiodoro e
del proprio figliuolo Giovanni; il 1132 ei s’intitolava ammiraglio
delli ammiragli e arconte degli arconti, e tal rimanea sino alla sua
morte.[26] Egli esercitò, al par che i predecessori, atti di ministro
di Stato e delegato del principe in cause civili, e capitanò l’armata;
ma non si ritrae quale uficio tenessero gli altri ammiragli soscritti
in qualche carta insieme con lui,[27] se di capitani o di ministri
subalterni, e se alcuno non ebbe altro che il titolo, sì come abbiam
detto de’ kâid.[28] Sol veggiamo preposto alle navi del re nella guerra
dell’Italia meridionale, Giovanni figliuolo di Giorgio.[29] Dopo la
morte di Giorgio gli si ragguagliò di titoli e di ufizio Majone; il
quale ebbe ammiragli contemporanei e fu quasi padrone del re e dello
Stato, come gli _emir-el-omrâ_, ossia emir degli emiri, di Baghdad al
declinare del califato; ma non capitanò mai il navilio in guerra.[30] E
finì con Majone l’autorità ed il titolo d’ammiraglio delli ammiragli.
Divenuto primo ministro il cancelliere, o esercitato l’ufizio da un
consiglio di tre _famigliari_ del re, l’ammiraglio rimase ministro
regio per le cose del mare;[31] ed entro un secolo passò quel vocabolo
in altri paesi, col significato esclusivo di capitano del navilio;[32]
talchè gli eruditi arabi del XIV secolo, trovando sì diverso il suono
del vocabolo e la giurisdizione dell’ufizio, non riconobbero più l’emir
loro, nell’ammiraglio degli Italiani o delli Spagnuoli.[33]
In Sicilia dunque ed alla metà del duodecimo secolo mutossi l’ufizio
dell’emir, lungo tempo dopo che il vocabolo avea presa sembianza
greca e latina. La quale trasformazione come avvenisse non risulta
da documenti, non è detto da cronisti, ma sendo nata di certo dalle
condizioni particolari dell’amministrazione pubblica in Sicilia,
ne possiam noi rintracciare l’origine senza troppa audacia di
conghietture. L’autorità dell’ammiraglio cristiano di Palermo,
viceregia sotto Roberto e il primo Ruggiero, limitata pure alla città
e al suo territorio, dovea necessariamente alterarsi quando la corte
stanziò nella capitale e vi s’accrebbe la popolazione cristiana.
Conforme all’assioma del diritto siciliano di quel tempo, che ogni
gente si governasse con sua legge, dovea ristringersi l’autorità
dell’ammiraglio da un lato, allargarsi dall’altro; lasciare agli
altri ministri del principe le cose dei Cristiani della città; ed
estendersi a quelle de’ Musulmani in tutta l’isola, secondo la
propria sua natura, cioè di comando militare e di piena potestà
civile, fuorchè nei giudizii riserbati ai cadì. Ma nel reggimento
militare de’ vinti Musulmani di Sicilia era ormai di momento il solo
navilio. I fanti e i cavalli non si chiamavano in arme se non che
al bisogno, e in piccol numero al paragon delle milizie feudali; e
finita l’impresa rimandavansi a lor case, eccetto qualche compagnia
stanziale: possiam supporre inoltre che Palermo, come altre città
demaniali, fosse esente dal servizio militare di terra ed obbligata
soltanto al marittimo. Con ciò egli è da riflettere che l’armata,
unica forza permanente dello Stato, richiedea continua vigilanza su
la disciplina de’ marinai e sul mantenimento di navi, attrezzi, armi,
vettovaglie: e ch’essa era montata in parte da uomini musulmani[34] e
le cose affidavansi alla cura de’ Musulmani di Palermo, essendo stato
secondario di certo, infino alla metà del XII secolo, l’arsenale di
Messina.[35] Indi l’ammiraglio, oltre il suo ufizio civile, tornava
a quel ch’oggi sarebbe il ministro della marina e inoltre capitanava
in guerra il navilio, quand’egli era uomo da ciò; e sempre esercitava
giurisdizione civile e criminale sopra i soldati e’ marinai.[36] Nel
regno intanto del secondo Ruggiero, accentrandosi e ordinandosi ogni
ramo di amministrazione pubblica, s’accrebbe il numero de’ funzionarii;
gli affari della popolazione musulmana ne richiesero parecchi, ai
quali fu dato anco il titolo di emir; e il ministro di Stato per
gli affari musulmani, ch’era Giorgio d’Antiochia, come superiore
agli altri, fu detto emir degli emiri. Abilissimo amministratore e
fortunato capitano d’armata, Giorgio tenne veramente l’ufizio di primo
ministro, il doppio visirato della spada e della penna come lo si
chiamava in parecchi Stati musulmani, dell’undecimo e duodecimo secolo:
nè sembra poi cosa tanto strana che un cristiano, ministro per gli
affari musulmani, fosse quel ch’or diremmo presidente del Consiglio.
Ma gli ufizii di grande ammiraglio e di Cancelliere urtavansi per
la natura stessa e per lo incerto confine loro, variabile secondo
l’arrivo di nuovi coloni e la conversione degli antichi. Il quale
antagonismo, s’e’ non nocque al tempo di Ruggiero e di Giorgio, mandò
sossopra lo Stato nel regno di Guglielmo primo e, spento Majone, gli
sopravvisse quel disordine. Alfine par che il Cancelliere e poi il
consiglio di Cancelleria, prendessero a trattar le faccende civili dei
Musulmani, le quali scemavano insieme col numero e con la ricchezza
loro. Scomparvero allora i meri ammiragli, sorgendo in vece loro altri
ufiziali con titoli europei; e solo rimase in piè quel saldo reggimento
delle cose del mare, insieme con l’ammiraglio che vi era preposto.
Questa unione, poi, del comando, del ministero e del tribunale, come
noi diremmo in oggi, questa unica volontà che preparava nella pace,
conduceva in guerra e presedeva a’ giudizii speciali su le persone
e le cose appartenenti alla marina, parve buona agli altri Stati;
ond’essi imitarono più o meno fedelmente il grande ufizio e gli dettero
lo stesso nome che avea in Sicilia. Così io suppongo e ritorno al
filo degli avvenimenti, nel quale occorre in primo luogo l’ammiraglio
Giorgio.
Le memorie arabiche degli ultimi principi ziriti suonano molto diverse
dagli annali siciliani su la origine di costui. Non si ritrae su
quale autorità il Pirro l’abbia supposto figliuolo dell’ammiraglio
Cristodoro o Cristoforo, ed abbia aggiunto il casato di Rozio, che
mi par lezione erronea di qualche sigla veduta ne’ diplomi greci.[37]
Secondo gli scrittori arabi, Giorgio fu di que’ ministri di ventura,
giudei o cristiani, ai quali i principi orientali sovente commetteano
l’amministrazione dell’erario, per difetto di sudditi musulmani
versati in quelle materie. Egli e il suo padre per nome Michele,
cristiani d’Antiochia, capitarono a corte di Temîm, principe di Mehdia
(1062-1108), amante di così fatti avventurieri;[38] appo il quale
Giorgio si fè strada, sapendo per bene l’arabico ed avendo con molta
lode esercitata in Siria la computisteria,[39] o, come io credo,
la pratica dell’azienda pubblica di quella provincia. Temîm indi il
prepose ad ufizio simile nello Stato di Mehdia: dove crebbero sua mercè
le entrate. Ma alla morte di quel principe (marzo 1108), temendo la
vendetta di Iehia che gli succedette, il quale odiava, come avvenir
suole, il ministro favorito dal padre, Giorgio s’indettò con la corte
di Ruggiero,[40] che ricercava di così fatti strumenti, avendo sudditi
musulmani da mugnere e principi vicini da insidiare. Mandatagli apposta
di Sicilia una nave, sotto specie di recare spacci alla corte di
Mehdia, Giorgio, un venerdì, colse il tempo della preghiera solenne,
e mentre i musulmani salmeggiavano, egli e tutti i suoi, travestiti da
marinai, andarono sul legno siciliano sì destramente che i terrazzani
s’accorsero della fuga quando e’ videro veleggiar quello in alto
mare. Arrivati gli avventurieri antiocheni in Sicilia, Abd-er-Rahman
il cristiano, ministro di finanza,[41] come noi diremmo, adoperolli
nella riscossione de’ tributi; nella quale guadagnaron fama di
solerzia e probità. Occorrendo intanto al re di mandare uom fidato in
Egitto, Abd-er-Rahman gli propose Giorgio; e questi compiè sì bene la
commissione e riportonne tanto guadagno, ch’egli entrò subito in grazia
del re.[42] Così il Tigiani: ond’e’ si vede che il negozio commesso a
Giorgio fu mercatantesco, di que’ che fruttarono denari e potenza ai
principi di Sicilia nel XII e XIII secolo.[43] Con la narrazione degli
Arabi s’accordano i diplomi, assai meglio che coi supposti del Pirro.
Giorgio d’Antiochia comparisce verso il 1111 nell’umile ufizio di
stratigoto di Giattini;[44] il 1123 accompagna Abd-er-Rahman capitano
dell’armata siciliana nella infelice impresa del Capo Dimas;[45] il
1126 è soscritto in un diploma col titolo d’ammiraglio e nulla più;
indi lo veggiamo per la prima volta il 1132[46] ammiraglio delli
ammiragli. Da un’altra mano i supremi uficii d’azienda e di guerra che
i cronisti musulmani attribuiscono al cristiano Abd-er-Rahman tra il
1108 e il 1123, non si adatterebbero in Sicilia ad altro personaggio
notevole che all’ammiraglio Cristodulo, il qual nome anco torna
con poco divario ad Abd-er-Rahman.[47] E parrebbe un de’ musulmani
siciliani di schiatta italica o greca, ritornati al cristianesimo dopo
il conquisto e adoperati dal principe negli ufizii pubblici.
La testimonianza degli scrittori arabi al par che de’ diplomi cristiani
della Sicilia intorno Giorgio di Antiochia, conferma l’autorità civile
delli ammiragli, che che si pensi de’ miei supposti su l’origine sua.
Questa particolarità del diritto pubblico siciliano alla quale si è
badato assai poco fin qui, ci aiuta a comprendere le vicissitudini
dello Stato sotto i due Guglielmi, assai meglio che non faremmo col
mero ordinamento dei sette grandi ufizii della Corona,[48] supponendo
col Gregorio, che fosse stato fin da’ tempi di re Ruggiero qual si
ritrae negli ultimi di Guglielmo il Buono, e che l’autorità di quegli
ufizii si fosse estesa a tutti i sudditi, cristiani o musulmani. Erano
gli elementi dell’azienda musulmana che tornavano a galla quando
fu ristorata l’antica capitale. E dico delle istituzioni ed anco
degli uomini. Guerrieri che avessero seguito in Terraferma il primo
conte, uomini di mare, giuristi, segretarii, mercatanti, pedagoghi,
camerieri; qual più qual meno caritatevoli, dissoluti e picchiapetto;
bilingui e trilingui, barcheggianti tra due o tre religioni, versati
nella letteratura arabica e nella scienza greca, dilettanti dell’arte
bizantina e delle forme che prese in Siria, in Egitto o in Spagna: tali
mi sembrano que’ Musulmani e Greci di Sicilia che la novella corte
attirava, senza volerlo, nel castel di sopra di Palermo, insieme co’
Levantini della tempra di Giorgio e coi prelati, i chierici e i nobili
d’Italia e di Francia. Que’ costumi dissonanti s’armonizzaron pure un
gran pezzo e produssero, nel corso del duodecimo secolo, due grandi
Statisti: orfani entrambi, maturati precocemente tra le agitazioni
della corte di Palermo, somiglianti anco l’uno all’altro per tempra e
cultura dell’intelletto, legislatori, buon massai, vaghi d’ogni scienza
e filosofi più che cristiani: Ruggiero primo re e Federigo secondo
imperatore; i due sultani battezzati di Sicilia, a’ quali l’Italia dee
non piccola parte dell’incivilimento suo.
L’educazione orientale del novello principe non giovò a’ vicini Stati
musulmani. Mentr’egli in casa ordinava l’amministrazione, l’esercito
e l’armata, e mantenea severamente la sicurezza pubblica;[49] mentre
attaccava briga col duca di Puglia, e maggior pericolo minacciavagli
con l’amistà,[50] Ruggiero agognava in Affrica all’eredità d’un altro
principato moribondo. I Ziriti di Mehdia s’erano sforzati invano,
dallo scoglio loro, a ristorare l’antico dominio contro i Ziriti di
Bugia, gli Arabi nomadi e i regoli di schiatta arabica o berbera che
usurparono a volta a volta le città della costiera.[51] Temîm, invero,
dopo l’assalto della Lega italiana (1087) avea ridotti, perduti e
ripresi varii luoghi,[52] e perfino, mostrato il viso a’ Cristiani,
non sappiamo di qual nazione, i quali del quattrocentonovantotto (22
sett. 1104 a 11 sett. 1105) riassaltarono Mehdia, chiusero la darsena
con formidabile ordinanza di galee spalleggiate da ventitrè navi; ma
l’armata zirita, rompendo la fila, non senza strage li rincacciò.[53]
Iehia, figliuolo e successore di Temîm, racquistò anch’egli qualche
pezzo del territorio; mandò l’armata in corso contro Cristiani, con
vario successo;[54] fornilla di fuoco greco;[55] e tanta molestia diè,
o tanti comodi offerse al commercio bizantino, che Alessio Comneno,
l’anno cinquecentonove dell’egira (1115-6) inviava ambasciatori
in Mehdia a presentare doni, e trattare un accordo.[56] Continuava
intanto la pace che il primo conte di Sicilia fermò con Temîm:[57]
s’accresceano i commerci al segno che, il millecendiciassette, Ruggiero
secondo tenea parecchi fattori in Mehdia a maneggiar grosse somme di
danaro, sì come vedrassi nel seguito della narrazione. Questa mostrerà
anco gli effetti delle pratiche fatte dalla corte di Palermo appo
gli Arabi occupatori dello Stato e’ governatori ribelli delle città
marittime. E perchè gli Ziriti di Mehdia non avessero avversario
che amico non fosse di Ruggiero, anco i Beni-Hammâd gareggiavano
con essolui di cortesia. De’ monaci Benedettini, al dir di Pietro
Diacono, tornando di Sardegna in Terraferma erano stati presi da
corsari affricani, ed era stata la nave cacciata da’ venti in Sicilia,
quando il conte, pregato di liberar que’ frati, in vece di strapparli
a dirittura dalle mani degli Infedeli, mandò ambasciatori al re della
città Calamense detta da’ Saraceni Al-Chila; il quale immantinenti
rilasciava i prigioni.[58] Indi gli è manifesto che un trattato legasse
i principi normanni della Sicilia con quel ramo di casa zirita. Dopo
la fuga degli Antiocheni, tutte queste mene di Ruggiero non poteano
essere occulte alla corte di Mehdia: pur si manteneano, per interesse
reciproco, le apparenze dell’amistà.[59]
Venuto a morte Iehia (aprile 1116), Alì, giovane d’alti spiriti, non
imitò la prudenza del padre. Rafi’-ibn-Makkan-ibn-Kâmil, capo d’Arabi,
mezzo governatore e mezzo usurpatore di Kâbes, avea fatta costruire
una grossa nave mercatantesca, con assentimento di Iehia; il quale
financo gli fornì legname e ferro: ed era in punto ogni cosa, quando
il nuovo principe, arrogandosi il diritto privativo del commercio di
mare,[60] fece intendere a Rafi’ che, se la nave uscisse dal porto,
ei sì la farebbe pigliare. E mandò con questo in Kâbes sei _harbiè_
e quattro galee.[61] Rafi’ allora si volse a Ruggiero, fingendo, come
ci dicono, ch’egli avesse allestita la nave per mandargli certi suoi
presenti; ma più verisimile è che i ministri di Sicilia avessero già
appiccate pratiche in Kâbes per condurvi i traffichi del fisco: e
quali che fossero i particolari, ognun vede che Ruggiero stava lì alle
vedette, come il potente quand’ei vuol entrare in casa de’ vicini.
Promesse dunque aiuto a Rafi’ e tosto mandò una squadra di ventiquattro
galee che, tolta seco la nave, scortassela in Sicilia. Correa l’anno
cinquecentoundici dell’egira (4 maggio 1117 a’ 22 aprile 1118). Pareva
a Ruggiero che il principe zirita non avrebbe osato di risentirsi. E
veramente, quando fu vista da Mehdia l’armata siciliana veleggiare nel
golfo, quando Alì toccò con mano la connivenza di Ruggiero che poc’anzi
gli era parsa una fola, i grandi dello Stato, consultati, avvisarono si
dissimulasse, piuttosto che spezzare i patti con la corte di Palermo.
Alì die’ loro su la voce: comandò che il rimanente dell’armata corresse
dietro a’ Siciliani per mantenere il divieto ad ogni costo. Seguinne,
secondo il Tigiani, sanguinosa zuffa tra i marinai ziriti e que’ di
Ruggiero, arrivati pria di loro e assisi già ad un banchetto, che
Rafi’ loro aveva imbandito;[62] secondo altri i due navigli entrarono
insieme; onde Rafi’ non osò far salpare la sua nave, nè si venne
altrimenti alle mani:[63] tutti affermano poi che i Siciliani, non
potendo usare aperta violenza, scornati si ritrassero.[64] Indi i
cortigiani d’Alì a lodare la sapienza e valore del principe; i poeti ad
ammontar metafore sopra metafore, come veggiamo in una kasîda scritta
allora dal siciliano Ibn-Hamdîs, irridendo agli Infedeli che non aveano
saputo affrontare il taglio delle sciabole d’Alì, nè le lingue di
fuoco lanciate dalle sue navi.[65] I brani di memorie contemporanee che
troviamo qua e là nelle compilazioni musulmane più moderne, danno con
evidenti interruzioni il seguito degli avvenimenti. Narrano che Rafi’,
chiaritosi ribelle, condusse alcune tribù d’Arabi a campo a Mehdia; che
Alì corruppe quegli Arabi; e che, dopo varie fazioni, i due musulmani,
spossati si rappattumarono.[66] Ruggiero, intanto, avea mandato il
naviglio in aiuto di Rafi’, con ordine d’infestare la costiera e tenere
in rispetto il naviglio zirita; ma questo gli diè una sconfitta; e
par n’abbia anco toccate, aggiugnendosi dopo ciò che il signore di
Mehdia riforniva l’armata.[67] La varia fortuna de’ combattimenti
navali apparisce anco dalle pratiche delle quali abbiamo ragguaglio
più particolare: che il principe di Sicilia mandò a richiedere
imperiosamente la rinnovazione del trattato e la restituzione de’
danari staggiti in Mehdia a’ suoi fattori; che Alì assentivvi e
liberò i fattori imprigionati; che Ruggiero, non soddisfatto, reiterò
l’ambasciata, fuor d’ogni uso cancelleresco, con parole aspre e
villane; che il musulmano sdegnò di rispondere, e che indi sfogaronsi a
minacce; l’uno di venire con l’armata a Mehdia, l’altro di collegarsi
con gli Almoravidi per assaltare la Sicilia.[68] Entrambi già si
apparecchiavano a grossa guerra. Alì muniva sue fortezze, armava dieci
navi harbîe e trenta corvette, le empiva d’uomini, di munizioni e di
nafta; e tenne pratiche veramente con gli Almoravidi. Scorsero così
quattro anni, tanto che l’audace zirita morì (10 luglio 1121), nè in
guerra nè in pace con la Sicilia.[69]
La potenza che Alì incautamente stava per attirarsi in casa a fine
d’allontanare i Siciliani, era surta come un turbine dalle profondità
del Sahra: occupate in brev’ora le regioni ch’or diciamo del Marocco e
dell’Algeria, avea passato il Mediterraneo e portati via, la più parte,
i regoli musulmani della Spagna. Il nome attesta l’origine di quella
dominazione. Alla metà dell’XI secolo, mentr’era venuta meno ogni forza
vitale negli splendidi califati di Baghdad, del Cairo e di Cordova,
l’islam ripullulò con l’antica violenza ne’ Berberi di Sanhagia, i
quali si diceano musulmani perchè sapeano il nome del profeta e il
precetto di rubare e ammazzare i Negri finitimi. Il capo de’ Lamtuna,
tribù della nazione di Sanhagia, per dirozzare i suoi, chiamò (1039) un
dottore di Segelmessa. Il quale, deriso e poi scacciato, in odio delle
virtù ch’ei predicava e non delle favole religiose di che le condìa,
si ritrasse con pochi proseliti in un isolotto del Senegal, per vivere
a suo modo e adescar altri co’ prestigii della penitenza: il qual
eremo appellarono, all’uso arabico, _ribât_, e sè medesimi _morâbit_,
ch’è derivato di quella voce: _marabutti_, come son detti in oggi i
santocchi in Affrica; e gli Spagnuoli d’allora, premesso l’articolo e
fatte le solite permutazioni di consonanti, pronunziarono Almoravidi.
Ingrossata l’associazione e venuta in fama per miracoli, die’ mano
alla guerra contro forastieri e connazionali che non intendessero
l’islam al modo professato nel _ribât_ (1042); nè andò guari che gli
Infedeli, combattuti e spogliati, presero anch’essi l’utile mestiere di
santi. Per la forza dell’ordinamento e della volontà, i pochi vinsero,
al solito, i molti disgregati; le affinità di schiatta favorirono il
movimento sociale vestito di religione; e la confederazione aggressiva
fu pattuita agevolmente tra i barbari pastori del Sahra, che riferivano
al Settentrione tutte le dolcezze e i comodi della vita, nè soleano
veder pane se non quando n’avea seco un pezzo qualche mercatante di
que’ paesi, venuto a comperare, credo io, schiavi negri. Una carestia
spinse gli Almoravidi (1058) sopra Sus dell’Oceano. Rivoltisi, prima
e poi, alla catena dell’Atlante, occuparono alfine (1061) Segelmessa;
dove sottentrò ai primi un capo politico e guerriero, per nome
Iûsuf-ibn-Tasciufin. Questi seppe stringere più fortemente i legami
della confederazione; s’intitolò emiro dei Musulmani; vinse altre
battaglie; gittò le prime fondamenta dalla città di Marocco (1062);
si fece ubbidire da’ deserti al Mediterraneo, e dall’Atlantico a’
confini occidentali dell’odierna provincia di Costantina. I Musulmani
di Spagna, incalzati dalle armi di Alfonso di Castiglia, chiesero aiuto
a Iûsuf; ond’ei, valicato lo Stretto, ruppe i Cristiani a Talavera
(1086), ma poco stante spense ad uno ad uno que’ che l’avean chiamato
(1090- 1100) e quand’ei morì (1106) si pregava a suo nome in mille e
novecento moschee cattedrali: quasi tutto l’Occidente musulmano, del
quale ei s’era fatta dar l’investitura dal povero califo di Baghdad.
Alì figliuolo di Iûsuf, estese i confini a levante infino a Bugia; ed
aggiunse all’impero le isolette che fecero suonare terribile in Italia
questo nome di Almoravidi.[70]
Dico le isole Baleari, le quali, dopo la morte di Mogêhid,[71]
ubbidirono, insieme con Denia, al suo figlio Alì e indi al nipote
Abu-’Amir e rimasero solo retaggio della dinastia, quando fu Denia
occupata da Moktadir di Saragozza.[72] I successori di Mogêhid
scansarono dapprima il giogo almoravide, sia che Iûsuf non pensasse
alla Baleari, sia ch’ei non avesse forze navali da affrontare
que’ pirati. Ma, provocati da loro correrie, i Pisani, il conte
di Barcellona, quello di Montpellier, il visconte di Narbona ed
altri signori cristiani, fatta lega tra loro, assalivano (1113) le
Baleari, tenute allor dall’eunuco Mobascer, liberto dei Mogehiditi.
Dopo ostinatissima difesa, morto l’eunuco, espugnavano il castello
di Majorca (1115), prendeano il giovane Burabe (Abu-Rebi’a?) ultimo
rampollo della dinastia, il quale fu condotto in Pisa, come il suo
antenato Alì un secolo innanzi: se non che, ritornato a casa il navilio
pisano, Alì-ibn-Iûsuf occupò le Baleari senza contrasto.[73] Il che
par sia avvenuto per procaccio d’una valente famiglia di corsari di
Denia, i Beni Meimûn, un uom della quale è ricordato tra i difensori di
Majorca e dopo la morte di Mobascer fu mandato a Denia, per chiedere
aiuto al principe almoravide.[74] I Beni Meimûn, pochi anni appresso,
capitanavano l’armata di Alì-ibn-Iusuf, ordinata e forse creata da
loro;[75] e nella precipitosa decadenza della dinastia, rifornirono
l’esercito suo di giovani cristiani ch’essi andavano rubando ne’ mari
e su per le costiere di Spagna, d’Italia e de’dominii bizantini.[76]
Quando nulla valse a cansare la caduta degli Almoravidi, i Beni
Meimûn affrettaronla, qual gittandosi co’ ribelli spagnuoli[77] e qual
passando (1145) con l’armata sotto la bandiera d’Abd-el-Mumen, capo
degli Almohadi.[78] Tra coteste vicende, la casa loro salita era a tale
potenza che, per gran tratto del duodecimo secolo, gli annali nostri
ricordano i combattimenti o gli accordi dei Beni Meimûn con Siciliani,
Genovesi e Pisani.[79]
Or nella state del millecentoventidue, un Ibn-Meimûn, suddito degli
Almoravidi, piombò con sua armatetta sopra Nicotra di Calabria:
saccheggiò, arse, uccise, rapì le donne e i bambini; assalì qualche
altro luogo e illeso tornossene in Ponente.[80] Gli scrittori musulmani
da’ quali sappiamo i casi della guerra che Ruggiero portò incontanente
in Affrica,[81] appongonla a dirittura a questa fazione di Nicotra;
dicendo che il conte di Sicilia la credè primo frutto delle istigazioni
d’Ali, anzi della sua lega con gli Almoravidi.[82] E veramente cotesta
guerra ci pare più tosto subita vendetta, che meditata impresa di
conquisto; poichè i disegni di Ruggiero a tal effetto non sembrano ben
maturi, ed all’incontro, in quel medesimo tempo, l’Italia meridionale
lo chiamava a maggiori travagli e maggior premio.[83] Fors’egli sperò
di fare, entro poche settimane, un colpo di mano sopra Mehdia, tramato
con gli Arabi, e agevole in ogni modo contro Hasan, fanciullo di
tredici anni, succeduto poc’anzi ad Ali.[84]
Affrettossi Ruggiero, adunò navi ed uomini di varie parti d’Italia,[85]
ritenne entro i suoi porti i legni mercantili che caricavano per
Affrica o Spagna; e nel mese di giumadi primo del cinquecento
diciassette, (27 giugno a 26 luglio 1123) fece salpare dal porto di
Marsala trecento legni, tra di carico e di battaglia, con trentamila
uomini e mille cavalli.[86] De’ quali numeri è da accettare
l’ultimo soltanto: l’altro significa solo che l’armamento fu grosso.
Capitanavano l’impresa, Abd-er-Rahman-en-Nasrani e Giorgio d’Antiochia,
nominati di sopra.[87] La corte di Mehdia, dal suo canto, sapendo i
preparamenti di Ruggiero, avea risarcite le fortezze della capitale,
assoldata gente, raccolte armi e bandita la guerra sacra. Onde turbe
infinite d’Affricani ed alcune tribù degli Arabi occupatori del paese,
accorreano a Mehdia; attendavansi fuor le mura,[88] con gran sospetto
de’ cittadini[89] che non si capacitavano come que’ ladroni veramente
venissero a difender le loro vite e sostanze.
Così trepidavano gli animi, quando un legno siciliano gittato su la
spiaggia da fortuna di mare, portò nuove dell’armata.[90] Battuta dalla
tempesta e scema di assai legni che fecero naufragio, s’era l’armata
siciliana ridotta alla spicciolata in Pantellaria,[91] com’avveniva il
più delle volte, nelle spedizioni mosse dalla Sicilia contro l’Affrica
o viceversa:[92] e però tanto uman sangue fu sparso in quella terra
mezzo italiana e mezzo affricana, dove, alla fine dell’undecimo secolo,
vedeansi biancheggiare ancora in una landa le ossa de’ Cristiani
immolati dal furor musulmano.[93] Il furore crociato adesso ne prendea
la vendetta. I Siciliani sbarcati in Pantellaria davano di piglio
nelle persone e nella roba degli abitatori; finchè ragunate le navi,
agognando maggior preda, salparon di nuovo alla volta dell’Affrica. Il
sabato venticinque[94] di giumadi primo (24 luglio 1123), al tramonto
del dì, gittarono le ancore, una diecina di miglia a tramontana di
Mehdia, nell’isolotto di sabbia or nominato “Le Sorelle” ed allor
Ahâsi,[95] che un breve passo, guadoso a cavalli ed a fanti,[96]
disgiugnea dal Capo Dimas. Questo par abbia preso il nome da alcun
antico edifizio che vi rimanesse; e s’appellava anco Dimas la terra
murata che sorgea proprio in su lo Stretto, e racchiudeva in sè un
castello fortissimo.[97]
Al dir degli Arabi, avea comandato Ruggiero che, occupata la terra
e il castello, i cavalli e i fanti movessero in ordinanza sopra
Mehdia, e le galee vi si appresentassero al tempo stesso; in guisa da
assalirla a un tratto dalla terra e dal mare.[98] Chiaro egli è che i
Siciliani fecero assegnamento sopra alcun capo d’Arabi, indettato da
Abd-er-Rahman-en-Nasrani; che gli Arabi non poterono dare a’ Siciliani
la terra di Dimas, perchè le milizie di Media li prevennero; e che,
impedita perciò la mossa rapida di tutte le genti, il colpo di mano
sopra Mehdia fallì. La notte stessa dello sbarco, piantate le tende
de’ due capitani e de’ baroni dell’oste nell’isola di Ahâsi, un grosso
di cavalli innoltrossi per parecchie miglia nel paese;[99] sorto
poi il nuovo dì, i capitani con ventitrè galee[100] navigarono verso
Mehdia, sopravvidero la fortezza, corsero fino al lido di Zawila: e per
ogni luogo lor si appresentavano formidabili difese e grosse schiere
d’armati; ma non si vedeano spuntar le insegne di Sicilia. Frustrati
dunque, se ne tornarono ad Ahâsi; e seppero, per giunta, che una mano
di soldati di Mehdia e d’Arabi aveano osato assalire il campo, uccider
gente e far bottino, mentre i cavalli cristiani scorazzavano indarno
la Terraferma.[101] A questo, i capitani fanno mettere a terra gli
altri cinquecento cavalli;[102] attendano tutta l’oste in Ahâsi. Il dì
appresso, che fu il terzo dopo lo sbarco, ebbero, per tradimento di
un capo d’Arabi, il castello di Dimas, dove posero presidio di cento
uomini;[103] la terra no, perchè vi trassero d’ogni luogo le turbe
degli Arabi fedeli all’islam, e da Mehdia vi andò anco un grosso di
soldati, per condurre l’assedio del castello.[104] Mutate le veci,
gli assalitori siciliani si difendeano nel castello e nell’isolotto di
Ahâsi, dal quale al capo Dimas non si passava senza fatica, sull’istmo
inondato o Stretto guadoso che dir si voglia.
Quando una notte che fu la quarta dallo sbarco[105] e la
trentesima[106] di giumadi primo (26 luglio), le turbe musulmane che
occupavano Dimas, movendo assalto al castello, diedero a un tratto nel
grido di _Akbar Allah_, che fece tremar tutte le piagge. Risentendosi a
quel tuono, i Siciliani son presi da timor panico, si credono assaliti
proprio nel campo; nè pensano allo Stretto, o lo tengono varcato già
da tutta l’Affrica in arme. Gridano alle navi, alle navi; e corronvi
senza guardare s’altri li insegua: i più valorosi arrestansi tanto da
uccidere i proprii cavalli, perchè non se li abbia il nemico. Il quale,
risaputa la rotta, passò in Ahâsi quando l’isolotto era pressochè
sgombro; fece bottino di macchine da guerra, arnesi, armi, robe e
di quattrocento cavalli, chè secento eran lì morti ed un solo n’era
stato rimbarcato: due soli, disse un altro de’ retori che narrarono
cotesto prospero successo dell’islam, gareggiando tra loro di tropi,
arzigogoli, assonanze e ampollosità d’ogni maniera. Per otto dì,
l’armata rimanea spettatrice degli assalti mossi contro il castello:
ma non trovando modo di aiutare il valoroso presidio, nè potendo
stare più lungamente tra quelle secche, diè le vele ai venti e man
mano si allontanò, a vista di centomila pedoni e diecimila cavalieri,
che le imprecavano da lungi:[107] il qual numero non sembra troppo,
quand’altra fatica non rimanea che gridare _Akbar Allah_, raccogliere
il bottino e scannar poche vittime. Rifiniti dal combattere dì e notte
scarseggiando d’acque e di vitto, i cento chiesero d’uscire salva la
vita; alcun di loro profferse larghissimo riscatto;[108] e la corte
di Mehdia, per umanità, o timore che avesse tuttavia della Sicilia,
pendeva allo accordo;[109] ma le fu vietato dalla moltitudine, fanatica
e sanguinaria, degli Arabi. Dopo sedici giorni, i cento, affamati, arsi
di sete, irruppero fuor del castello con la spada alla mano, e furon
morti dal primo all’ultimo. Cento navi sole ritornarono in Sicilia
delle trecento che n’erano partite.[110]
Sappiam noi le allegrezze che allor si fecero nella corte di Mehdia;
abbiamo squarci d’una delle relazioni in prosa rimata che Hasan mandò
per tutti i paesi musulmani;[111] abbiamo una kasîda d’Ibn-Hamdîs,
che chiama eroe il fanciullo assiso sul trono di Mehdia e gioisce
della desolazione di que’ medesimi Rûm che avean desolata la patria
sua.[112] Ma nessuno scrittore nostrale ci descrive il lutto della
Sicilia e dobbiam anco agli Arabi un racconto che dipinge al vivo
l’onta e la rabbia della popolazione cristiana. Abu-s-Salt che poetava
in quel tempo alla corte di Mehdia, dice essergli stato riferito da un
Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Azîz, che un dì, nelle sale di re Ruggiero,
gli venne visto un cavaliere franco, il quale lisciando la lunga sua
barba, dicea fieramente: “per la santa fè di Cristo non ne raderò un
pelo, se prima non piglierò vendetta di que’ cani di Mehdia.” “Che ha
costui?” domandò Abd-er-Rahman: e gli fu risposto che nella rotta di
Ahâsi ei s’era strappati i baffi con tal furore, da insanguinarsi tutto
il volto.[113] Maggiore sdegno ardeva in cuore al magnanimo principe,
che vide finir con tanto danno la prima impresa grossa del suo regno.
Ma il disastro, anzi che sgomentarlo e spuntarlo dai suoi propositi,
gli insegnò a scansare gli errori: e sì felice conoscitore degli uomini
fu Ruggiero, ch’ei non tenne da meno l’ammiraglio Giorgio d’Antiochia,
dopo la sventura del capo Dimas.
La guerra continuò debolmente d’ambo le parti; poichè tacciono
gli annali dell’una come dell’altra. Avvenne, sì, del luglio
millecenventisette, che uno dei Beni Meimûn, ritornato con l’armata
almoravide ne’ mari di Sicilia, assalì Patti, minacciò Catania e
sbarcato in Siracusa, appiccò fuoco alle case, ammazzò, prese roba,
donne, fanciulli, e riportonne quanto capìano le navi; scampato a mala
pena il vescovo con molti cittadini.[114] A questa impresa probabil
è che avessero partecipato i Musulmani d’Affrica; poichè Guglielmo di
Tiro l’attribuisce del tutto a loro, ancorchè le memorie siciliane e le
musulmane faccian parola de’ soli Spagnuoli. Ruggiero uscì incontanente
con l’armata ad affrontare gli assalitori della sua terra; sapendosi
ch’ei, nelli ultimi giorni di luglio, avea ripresa Malta e poneva ogni
studio a togliere altre isole e terre a’ Musulmani, quando conobbe per
tardo avviso la morte di Guglielmo Duca di Puglia: ond’ei lasciata
a mezzo l’impresa, navigò in furia alla volta di Salerno con sette
galee.[115]
E, tra le fatiche della nuova guerra, ei pensò pure ai Musulmani
della costiera orientale di Spagna. Un documento degnissimo di fede
ci fa sapere che l’inverno seguente, posando Ruggiero in Palermo
e riordinando le forze, trattò una lega con Raimondo III, conte di
Barcellona; per la quale cinquanta galee siciliane doveano andare la
prossima state a combattere contro i Saraceni spagnuoli, insieme con
le genti di Raimondo, a patto che le terre conquistate e sì i prigioni
e il bottino, fossero divisi in parti uguali tra i due principi. Il
conte di Barcellona avea mandati a questo effetto oratori in Palermo
un Pietro Arcidiacono e un Raimondo; e Ruggiero, con lettere date
dal palazzo di Palermo il diciassette gennaio millecenventotto,
gli rinviava, ambasciatori suoi, Guglielmo di Pincinniaco e Sansone
di Sordavalle; in man de’ quali il Barcellonese dovesse giurare le
condizioni della lega, secondo una minuta che fu distesa lo stesso
dì.[116] Se Raimondo III abbia ratificato, non si ritrae. Di certo
l’impresa non fu eseguita; nè potea, perchè Ruggiero, al tempo
prefisso, fronteggiava ancora l’esercito papale.