«Verso l'alba lo spasimo della sua ferita parve quetato; la stanchezza
della veglia mi costrinse al sonno; appoggiai la testa al capezzale e
m'addormentai.
Sognai; io non rammento più quel che sognai; sogni incomposti, agitati;
v'era nel mio assopimento una specie di oppressione, un'idea paurosa,
indefinita, che si mesceva ad ogni fantasma.
Ignoro quanto durasse quello stato; all'improvviso parve che
l'orizzonte s'illuminasse ai miei occhi; tutte le cose oscure
diventarono chiare, le paure si diradarono, i misteri ebbero delle
rivelazioni... non era più sola in quello spazio sconfinato; mio
marito era meco, bello, sereno, affettuoso: la sua voce aveva l'incanto
dell'usignuolo, i suoi occhi la luce delle stelle. Le stelle erano in
alto, più lucenti, più grandi; attraversavamo uno spazio di silenzii e
di profumi. I bei fantasmi dorati, le belle chimere, i bei fiori!...
Eravamo giunti ad un punto estremo dell'orizzonte; al di là era una
luce, una gran luce che abbarbagliava la mia vista. Ci arrestammo.
Antonio mi guardò, mi disse addio, mi strinse la destra... Sentii
un fremito corrermi per le vene... Egli mi additò l'opposto limite
dell'orizzonte... guardai, e vidi la camera dell'albergo dove io mi
era addormentata, vidi il letto, il corpo di mio marito, il mio corpo,
immobili entrambi.... Rimasi sola, gridai...
Mi risvegliai di soprassalto. Mi guardai intorno paurosa, era giorno
chiaro; sentii la mano di Antonio nella mia, ma fredda, rigida...
Mi levai d'un balzo, chinai il mio capo sulla sua faccia. Aveva gli
occhi aperti, mi guardava con uno sguardo vitreo, immobile; le labbra
semiaperte mi sorridevano un sorriso ineffabile.
Un orrendo pensiero mi balenò alla mente. Smaniosa, fuor di me stessa,
lo chiamai a nome, lo scossi; egli non mi rispose....»