Carlotta tacque, e chinò gli occhi a terra. Una profonda mestizia
oscurava la sua fronte. Le immagini ridestate per un istante avevano
popolato il suo pensiero, avevano risuscitato nel suo cuore tatto le
lotte d'un tempo; il suo labbro aveva taciuto, ma la sua anima parlava
ancora di _lui_.
Silvio comprendeva e non osava dire parola a rimuoverla da quell'estasi
melanconica.
Un misterioso istinto lo invitava al silenzio e alla meditazione.
Era l'ora del tramonto; il cielo si tingeva d'una tinta di porpora
e d'oro; più lungi, fin dove giungeva l'occhio, un fascio di raggi
infuocati si frangeva contro le vette dei monti; per l'immensa distesa
di pianure, di colline e di valli, non un rumore, non un eco; una calma
infinita circondava il campicello della morte.
Le cime delle piante dei cipressi, ombreggiate dalla luce infiacchita,
sorgevano dietro il muricciolo di cinta, immobili, severe, a
simiglianza di ombre che si affacciassero ad un misterioso convegno.
Silvio guardava le zolle, le croci nere curvate l'una verso dell'altra
come se volessero unire le loro braccia in un estremo amplesso; le
pareti coperte di lapidi, colle iscrizioni nere mezzo cancellate dal
tempo... guardava il cielo che schierava in alto, come una immensa
promessa, le prime stelle che si coloravano d'una pallida luce...
guardava la mano candida ed affilata di Carlotta, che una intimità
improvvisa aveva unito quasi senza avvedersene alla sua...
— Lo sentite? domandò Carlotta, uscendo d'un tratto dalla sua
contemplazione.
— Chi?
Carlotta non rispose, parve seguire cogli occhi qualche cosa che le
sfuggisse... poi lasciò ricadere il capo sul petto.
Poco dopo lo risollevò con un moto risoluto.
— Il resto del mio racconto, diss'ella, è facile ad immaginare.
Gossau era il suo paese natale; vi feci trasportare il suo corpo;
egli è ritornato alla sua prima origine. L'anima sua si è lanciata
nell'infinito.
Tacque un'altra volta, levò gli occhi al cielo, e ve li tenne fissi
gran tempo.
Intanto la notte scendeva colle sue ombre; una leggiera brezza
incurvava i cipressi, gl'insetti, melanconici amici della notte,
inneggiavano nelle siepi; le stelle si accendevano ad una ad una come
piccoli fari collocati nell'ignoto, i focolari delle capanne sparse qua
e colà sulle colline circostanti riflettevano la loro luce tremolante.
A poco a poco il viso di Carlotta si scolorì, si confuse; le croci
nere si oscurarono affatto, le lapidi biancheggiavano a stento come
attraverso una fitta nebbia.
— Voi lo vedete, disse Carlotta con voce commossa; egli mi chiama, egli
mi aspetta.
Silvio non rispose.
— Lasciate che io parta; non vogliate contrastarmi questo breve
sentiero che mi rimane e che mi riconduce al mio amore.
— Al mio amore! ripetè Silvio come se parlasse a sè medesimo.
— Alla tomba, aggiunse Carlotta sommessamente. Scendete nel vostro
cuore: dite voi stesso se io posso esser vostra o d'altri giammai.
Silvio tacque, accostò la mano di Carlotta alle labbra, e si levò in
piedi.
— Rimanete, disse con voce spenta, io parto.
— Grazie, mormorò Carlotta, voi non sapete l'importanza di questo
beneficio.
Stettero alcuni istanti silenziosi; egli ritto innanzi a lei, colla
mano di lei stretta nella sua, ella appoggiata al marmo della tomba,
entrambi smarriti e lagrimosi.
Silvio chinò il capo tino a sfiorare coll'alito i capelli di Carlotta.
— Ditemi almeno se mi amate, balbettò col cuore affranto dall'angoscia.
Carlotta rispose con un gemito.
— Ditemi almeno se mi avreste amato.
Carlotta sollevò il capo in atto di preghiera così umile, che Silvio ne
fu commosso.
— È vero, disse egli, è vero; possiate esser felice! Addio.
La mano di Carlotta lo trattenne.
L'alito della notte, meglio che una voce umana, ripetè queste parole:
— Possiate esser felice!
Silvio senti un brivido per le vene. Il volto di Carlotta sollevato
verso di lui, era così presso al suo volto, da confondere quasi il
respiro. Un desiderio irresistibile, impetuoso, lo vinse... baciare
quelle labbra adorate... Si trattenne a mezzo l'atto. Carlotta
comprese, gettò indietro con un moto della testa alcune anella che le
scendevano sulla faccia, e porse la fronte a Silvio, che vi appoggiò le
labbra ebbro di felicità e di dolore.
Un doppio _addio_ risuonò in quel bacio.
Silvio si lanciò fuori del cancello, vide il vecchio Giovanni e una
lagrima errare fra le rughe del suo volto.
Strinse la mano di quel vecchio amico, gettò un ultimo sguardo dietro
il cimitero, e sparì rapidamente dietro la collina...