«Passai tutta la notte successiva al fianco di mio marito.
Il medico mi aveva lasciato poche speranze di salvezza, la palla aveva
leso il polmone destro, ed era uscita dalla schiena, la perdita di
sangue era stata abbondante; la respirazione si faceva sempre più
affannosa, ed usciva dalla bocca come un fischio.
Ciò che io provai in quella notte non è concepibile; ancor oggi
pensandoci mi pare un sogno, nè so come il mio cuore abbia potuto
reggere a quella prova suprema.
Una disperazione muta, angosciosa, s'era impadronita di me. Ebbi dei
momenti di fiducia e di speranza, ma rari e brevi.
Antonio mi sorrideva, mi guardava con amore. Era felice di sapersi
amato e me lo diceva con un accento che mi passava il cuore. Vedeva il
mio strazio, ne aveva pietà, e si faceva forza per dissimulare i suoi
dolori; mi parlava dell'avvenire, spiegava alla mia mente tutta una
tela di progetti festosi.
Sarebbe guarito, saremmo andati a Gossau, al suo paese natale, ci
saremmo sottratti al mondo in una sua villetta isolata, avremmo vissuto
di pace, di sogni e d'amore.
Assentivo colle labbra, e tentavo anch'io il sorriso. Quale sorriso!...
Quella notte di dolore e d'amore corse rapidissima. Tutte le
riluttanze, tutti i dubbii che avevano attraversato la nostra pace
caddero a un tratto; in quella notte non mi arrestai dinanzi alla
vergogna, palesai tutta la mia colpa, svelai tutto il mio cuore.
Egli mi ascoltò in silenzio; quando tacqui, vidi le sue pupille rivolte
verso di me con un'espressione intraducibile di dolcezza.
Volli inginocchiarmi a' piedi del letto; egli indovinò la mia
intenzione, me ne trattenne con un gesto, e portò la mano agli occhi
per nascondere la sua emozione.
Vidi due grosse lagrime scorrere lentamente lungo le sue guancie....
egli, il mio buon Antonio, mi aveva perdonato!»