«Mi trovai sola con lui in un'ampia sala. Non ho serbato altra memoria
di quel luogo se non quella di alcuni ritratti antichi a cornici nere
che pendevano dalle pareti.
Mi ero lusingata di poter contrapporre il sarcasmo al sarcasmo, la
freddezza all'ingiuria; l'immagine del pericolo mi aveva trovata forte:
il pericolo mi trovò debole e paurosa come un bambino. Non seppi che
piangere in silenzio.
Il cavalier Salvani si assise al mio fianco, mi afferrò una mano o
cercò di ritenerla fra le sue; io la ritrassi con lieve violenza,
raccapricciando di me medesima. In quel momento avrei voluto poter
sfuggire a quell'uomo e ritornare nella mia casa che non avrei dovuto
abbandonare giammai; guardai intorno a me con occhi smarriti; le
finestre erano chiuse... Lo sguardo di _lui_ immobilmente fisso sul mio
rossore leggeva le mie intenzioni, un lieve tremito delle sue labbra
tradiva il dileggio di quell'anima abbietta.
Nondimeno io non rinvenni più il mio vigore; abbassai gli occhi al
suolo non osando levarli al cielo che mi aveva abbandonato; se collo
sguardo avessi potuto scavare ai miei piedi una tomba, io mi sarei
sepolta per sottrarmi allo spasimo della vergogna.
Quel silenzio durò gran tempo. Il cavaliere Salvani lo ruppe uscendo in
un scoppio di risa. Lo stento di quel riso mi passava il seno come un
pugnale. Arrossii più forte ma non risposi.
Questa volta il silenzio fu meno lungo.
Il cavaliere si levò, misurò a gran passi la camera, s'arrestò
innanzi a me improvvisamente, poi come pentito, riprese a passeggiare
apparentemente agitato.
Come vide che io mi ostinavo nel silenzio, ritornò presso di me; e
poichè io non levava gli occhi a guardarlo, si assise ancora al mio
fianco. Lo lasciai fare, ma non mi rivolsi; oramai era questa l'unica
forza che mi rimaneva; in cuore tremavo d'avvilimento e di paura.
Egli si curvò verso di me, e ritentò di afferrarmi le mani; volli
divincolarmi come prima, ma non riuscii; le dita d'acciaio di
quell'uomo mi stringevano come una morsa. Quando vidi vano ogni mio
sforzo, mi sollevai col cuore pieno di sdegno, colle narici dilatate,
pallida in volto e minacciosa.... Incontrai la sua fronte corrugata,
le sue pupille dilatate e sanguigne... Ebbi paura, e, rifuggendo
inorridita da quella vista, volsi il capo e ricaddi sulla seggiola.
Egli continuò a stringere le mie mani nelle sue, senza dir motto.
Allora mi tornò in mente mio marito; lo rividi bello, sereno e
forte, lo rividi nel suo letto dove io lo aveva lasciato ingannandolo
infamemente; immaginai che egli mi vedesse, che egli volesse venirmi
in aiuto, e mi animasse con un rimprovero mesto.... Ahi! la terribile
visione!...
Mi volsi colle lagrime agli occhi.
— Che cosa hai? mi domandò egli con una dolcezza che contrastava
coll'espressione del suo volto; perchè piangi?
Quell'accento, quel linguaggio confidenziale, quel contegno mi
sferzarono il volto come un'ingiuria atroce. Nondimeno le lagrime
frenarono l'impeto della collera.
— Che volete da me? domandai singhiozzando; perchè mi avete voluto
costringere a questo convegno abborrito? Che cosa potete rapirmi
ancora? Non vi basta lo strazio che avete imposto al mio cuore; che
volete aggiungere?
— Ti amo.
— Amarmi! Voi! Forse che voi lo potete, forse che ne avete il diritto?
— Ti amo!
— Ed io vi odio e vi disprezzo; il passato che mi ha congiunta a voi fu
troppo crudelmente espiato, perchè possiate farmi ancora paura. No, io
non vi temo; vi odio e vi disprezzo.
— Ti amo!
Un lampo attraversò la mia mente. Nella insistenza fredda e monotona di
quelle parole vidi scolpita una determinazione inesorabile. Il terrore
mi trasse fuor di senno; mi sollevai d'un balzo, e fu tale l'impeto
e così impreveduto, che giunsi a liberarmi dalle mani di quell'uomo.
Corsi pazzamente per la camera, vidi un uscio, cercai uno scampo da
quella parte, ma l'uscio era chiuso e la chiave era stata tolta dalla
toppa; mi provai a spingere con tutte le mie forze, a battere coi pugni
colla speranza che qualcuno accorresse; tutto fu vano.
Il cavaliere mi guardava tentennando il capo con un sorriso pieno
di sarcasmo e di dileggio; le forze mi abbandonarono, e caddi sulla
soglia.
Rimasi accasciata, colla testa fra le mani; non so quanto tempo; il
cavaliere non si mosse; se egli si fosse accostato a me, credo che in
quel momento sarei morta di terrore.
Il coraggio e la forza mi erano falliti in un punto solo,
irreparabilmente; la mia volontà non poteva più nulla sopra di me;
il mio cuore e la mia mente non videro altre armi, che quelle della
debolezza: le lagrime e la preghiera.
Mi trascinai ai suoi piedi, afferrai la sua mano, e la bagnai di
lagrime; pregai smaniando mi lasciasse alla mia pace, mi perdonasse le
acerbe parole strappatemi dalla collera, correggesse colla generosità
tutto il male che mi aveva fatto.
Mi lasciò dire senza interrompermi, guardò le mie lagrime senza
commuoversi; quando io tacqui, sorrise. Io non indovinai la terribile
espressione di quel sorriso, e i miei occhi continuavano ad implorare
ed a piangere. Il cavaliere sorrideva sempre; mi porse le mani e
mi sollevò da terra; poi tentò di farmi sedere sulle sue ginocchia.
Istupidita dal dolore io mi arrendevo come un automa; ma a quest'ultimo
atto resistei con violenza. Inasprito dal rifiuto egli mi afferrò per
le braccia, mi strinse ruvidamente e s'adoperò a costringermivi colla
forza. La vergogna, l'umiliazione che io sentii a quell'atto brutale,
l'orgoglio ferito, e più che tutto un gagliardo sentimento di virtù, mi
consentirono un vigore straordinario. Con uno sforzo riuscii a liberare
una mano; egli tentò di riafferrarla e intanto riteneva l'altra con
tutte le sue forze. Vi fu un istante di lotta, inutile e terribile
lotta; la mia energia stava per abbandonarmi; io vedevo la sua faccia
presso alla mia, sentivo il suo respiro alitare sulla mia bocca, il
suo sguardo minaccioso ricercare il mio sguardo... Ansante, sfinita,
disperata, mi drizzai di tutta la persona in faccia al cavaliere, levai
il braccio, e lasciandolo ricadere con impeto cieco, lo percossi più
volte sulle guancie.
La sorpresa lo rese mutolo ed inerte; le sue mani si allentarono ed io
sfuggii senza fatica. L'istinto mi trasse inconscia e delirante dinanzi
ad una finestra; volli aprirla e gridare; ma una mano poderosa pesò
improvvisamente sul mio omero, e uno sguardo feroce brillò di collera
selvaggia vicino al mio volto. Gettai un grido e caddi. Il cavaliere
mi sollevò nelle sue braccia, aprì una porta, ne aprì un'altra, poi
un'altra ancora; poi non vidi più nulla.
Quando rinvenni io era coricata sopra un divano; il cavaliere mi
sorreggeva il capo e mi bagnava la fronte con aceto. Tutti gli oggetti
che mi circondavano prendevano uno strano aspetto ai miei occhi;
quella specie di ritorno alla vita abbelliva le prime sensazioni che
me ne davano la coscienza, perfino il volto del cavaliere mi parve
compassionevole o dolce.
Quell'illusione fu breve.
Risensata, tornai col pensiero ai miei timori, alle mie ansie, ai miei
rimorsi. Il pericolo che mi minacciava balenò ai miei occhi come una
lama tagliente, la mia posizione mi apparì in tutto il suo orrore.
Giunsi le mani in atto di preghiera, e non dissi parola. Il cavaliere
mi rassicurò con uno sguardo. Fallace e stolta sicurezza!
Ricordai mio marito che in quell'ora mi aspettava forse con ansietà, e
girai lo sguardo intorno alla camera cercando un pendolo di cui sentivo
le oscillazioni lente e monotone. In quel punto udii lo scatto d'una
molla, poi gli squilli argentini, uguali, delle ore. Erano le tre. Mi
sollevai impetuosamente per uscire. Il cavaliere stese un braccio verso
di me e mi fe' segno d'aspettare.
— Che volete? domandai tremando.
Non rispose, ma mi prese le mani e mi costrinse a sedere al suo fianco.
— Che volete? insistei con voce spenta dall'ansia e dal terrore.
— E lo so io che voglio? Voglio che non mi lasciate, che rimaniate
ancora con me.
— Mio marito... balbettai cercando di dissimulare a me stessa le mie
paure.
— Vostro marito è un uomo ragionevole e non troverà strano che sua
moglie si trattenga un'ora di più fuori di casa.
— Un'ora, diss'io sforzandomi di sorridere.
— Un'ora, sì, un'ora di dolcezze, di abbandoni, un'ora di amore... Per
lui gli anni, la vicinanza continua, la proprietà assoluta, per me il
momento, il breve ma ardente possesso; uno per mille, uno solo. Vedete
che io sono generoso.
Queste parole mi fecero sentire il peso della mia vergogna; radunai
tutta la mia energia e tentai uno sforzo supremo per liberarmi dalle
mani di quell'uomo. Terribile sforzo, superiore alla mia natura di
donna, ma impotente. Ricaddi sul divano vinta, spossata, senz'anima.
_Egli_ continuò:
— Volete fuggirmi? perchè? vi faccio paura? potrebbe ciò che vi ha
ispirato l'amore ispirare oggi il ribrezzo? O non vi pare che il
passato legittimi le mie pretese, i miei desiderii? Non siete voi stata
mia? non mi avete detto d'amarmi?
— Mi sono ingannata: non vi ho mai amato.
— E perchè non dite: vi ho ingannato? Avete mentito un affetto che non
nutrivate in cuore? ebbene, siate oggi più franca d'allora: siate mia
senza ingannarmi, senza mentire. Ciò sarà più onesto e più leale.
Celai la faccia fra le mani e domandai al cielo che mi facesse morire.
Quel linguaggio, quel cinismo, io sentiva d'averlo meritato!
Non udii più nulla; il mio spirito cadde in una specie di vaneggiamento
straziante; nuovi rimorsi, nuove paure, nuove sfiducie; e ciò in
un modo confuso, vago, agitato, diverso da tutte le sensazioni che
appartengono alla veglia, serbando solo la coscienza e la volontà a far
fede che non era un sogno. Frammezzo a quella confusa alternativa di
idee che stancavano la mia mente, continuava a giungere fino a me il
suono della voce del cavaliere, ma indistinto e fioco come venisse da
lontano.
Questo stato durò alcuni minuti che mi parvero eterni. Mi riscossi
improvvisamente sentendo la bocca audace di quell'uomo sfiorare le mie
guancie; m'arretrai con un grido; egli mi strinse fra le sue braccia,
mi sollevò come un bambino, e mi portò per la stanza ripetendo con voce
rotta dall'ansia: «sei mia, sei mia.»
Vi era tanta energia selvaggia in quell'atto, in quelle parole, che la
mia anima ne fu soprafatta. Nondimeno resistetti a lungo; lottai come
può lottare una donna; adoperando le mie deboli braccia, e piangendo in
silenzio. Egli era forte, fui vinta.
Allora mi si gettò in ginocchio, mi chiese perdono, implorò colla
dolcezza e colla preghiera ciò che ormai avrebbe potuto ottenere colla
forza. «Sarebbe stato l'ultimo mio sagrifizio, egli avrebbe lasciato
Milano, non avrebbe amareggiato più oltre la mia pace, mi sarei
abbandonata quindi innanzi con sicurezza all'amore di mio marito.»
Tutto ciò era ben dolce, e il suo accento pareva tanto sincero.... Che
avrei fatto io? Avrei io dovuto con un rifiuto impotente contrastare al
desiderio di quell'uomo che aveva nelle mani il segreto della mia pace?
— Giuratemi... gridai nascondendo la faccia per la vergogna.
— Giuro.
— Sul vostro onore.
— Sul mio onore.
— Per la memoria di vostra madre.
— Per la memoria di mia madre.
Il patto della vergogna era sancito; la colpa doveva assicurare
l'impunità della colpa.»