LXIX.

«Una carrozza mi attendeva; non vi dirò lo spasimo che torturò il mio

cuore per via; non vi dirò come io vi arrivassi, istupidita, senza

pensiero, senza coscienza.

Mi era parso d'essere stata seguita e spiata, il terrore aveva

soffocato il rimorso, e riparai in quella carrozza come in un asilo che

avrebbe celato la mia vergogna.

Il cavalier Salvani era seduto in faccia a me; io non lo riconobbi,

non lo vidi quasi; il timore d'essere scoperta vinceva la mia anima,

l'occupava tutta.

La carrozza partì al galoppo. A poco a poco mi rincorai, l'immagine

d'un altro pericolo assai più fatale fu la prima che venne a troncare

l'atonia del mio pensiero; un sentimento ben definito di terrore

succedette alle vaghe paure che m'avevano sbigottita. Tuttavia non mi

smarrii d'animo; di fronte alla minaccia d'una immensa sciagura, serbai

la calma per meditare le vie d'assicurare la mia salvezza.

La carrozza camminò gran tempo senza arrestarsi; io teneva gli occhi

abbassati; il cavaliere non diceva parola. Nondimeno io indovinavo

i suoi pensieri, e, senza guardare, vedevo il suo sguardo penetrante

fisso ostinatamente sopra di me.

Ciò che stava per avvenire era una prova terribile, suprema; io non me

ne dissimulavo la gravezza; mi era parso che il primo bisogno del mio

cuore era di non ingannarsi sulla natura della lotta, per non fallire

nella misura delle sue forze. Una speranza troppo audacemente nutrita,

un'illusione troppo ingenuamente serbata, mi avrebbero strappata la

vittoria dal pugno. Doveva spogliarmi di tutto, guardare in faccia il

pericolo, prevederlo, aspettarlo; di tal guisa il fascino dell'ignoto

non avrebbe potuto nulla sopra di me.

Che poteva io sperare da quel colloquio? Che sperava, che pretendeva

quell'uomo?

Previdi le preghiere, i giuramenti, le menzogne, le minaccie; la

mia forza avrebbe bastato a resistere. Riconfortata da questa fede,

sollevai lo sguardo in faccia al cavaliere con aria di sì fredda ed

irremovibile sicurezza, che le guancie di lui s'imporporarono non so se

per vergogna o per dispetto.

Non dissi motto — non disse motto; gli fui grata del suo silenzio.

Finalmente la carrozza si arrestò; un brivido mi corse per le vene...

Che facevo io? dove andavo? a qual fine? che sarebbe stato di me? Mio

Dio! mio Dio! avessi potuto strapparmi il cuore, strapparlo, salvarlo

dai rimorsi questo misero cuore!

Tutto il mio coraggio mi venne meno a un tratto. Sentii la mano del

cavaliere posarsi sul mio braccio, e levai lo sguardo pauroso per

implorare la sua pietà.

Il suo aspetto impassibile ferì il mio orgoglio; mi divincolai dalle

sue mani e lo guardai fisso, colle labbra tremanti, col cuore agitato.

Sorrise senza sarcasmo, ma freddo; e chinandosi alquanto, mi disse

all'orecchio: «abbassate il velo.»

La dolcezza con cui pronunziò queste parole mi vinse; obbedii senza

rispondere, accettai macchinalmente la mano che egli mi porgeva per

discendere di carrozza, e lo seguii a capo chino. Su per le scale vi fu

un istante in cui credetti di svenire; il sangue mi corse alla fronte,

sentii un grande frastuono alle orecchia e mi si piegarono le gambe...

Il cavaliere se ne avvide, e mi porse il braccio; mi vi appoggiai con

un senso invincibile di ribrezzo.»

Un segreto, vol. 2 · 第 46 / 60 题