«Una carrozza mi attendeva; non vi dirò lo spasimo che torturò il mio
cuore per via; non vi dirò come io vi arrivassi, istupidita, senza
pensiero, senza coscienza.
Mi era parso d'essere stata seguita e spiata, il terrore aveva
soffocato il rimorso, e riparai in quella carrozza come in un asilo che
avrebbe celato la mia vergogna.
Il cavalier Salvani era seduto in faccia a me; io non lo riconobbi,
non lo vidi quasi; il timore d'essere scoperta vinceva la mia anima,
l'occupava tutta.
La carrozza partì al galoppo. A poco a poco mi rincorai, l'immagine
d'un altro pericolo assai più fatale fu la prima che venne a troncare
l'atonia del mio pensiero; un sentimento ben definito di terrore
succedette alle vaghe paure che m'avevano sbigottita. Tuttavia non mi
smarrii d'animo; di fronte alla minaccia d'una immensa sciagura, serbai
la calma per meditare le vie d'assicurare la mia salvezza.
La carrozza camminò gran tempo senza arrestarsi; io teneva gli occhi
abbassati; il cavaliere non diceva parola. Nondimeno io indovinavo
i suoi pensieri, e, senza guardare, vedevo il suo sguardo penetrante
fisso ostinatamente sopra di me.
Ciò che stava per avvenire era una prova terribile, suprema; io non me
ne dissimulavo la gravezza; mi era parso che il primo bisogno del mio
cuore era di non ingannarsi sulla natura della lotta, per non fallire
nella misura delle sue forze. Una speranza troppo audacemente nutrita,
un'illusione troppo ingenuamente serbata, mi avrebbero strappata la
vittoria dal pugno. Doveva spogliarmi di tutto, guardare in faccia il
pericolo, prevederlo, aspettarlo; di tal guisa il fascino dell'ignoto
non avrebbe potuto nulla sopra di me.
Che poteva io sperare da quel colloquio? Che sperava, che pretendeva
quell'uomo?
Previdi le preghiere, i giuramenti, le menzogne, le minaccie; la
mia forza avrebbe bastato a resistere. Riconfortata da questa fede,
sollevai lo sguardo in faccia al cavaliere con aria di sì fredda ed
irremovibile sicurezza, che le guancie di lui s'imporporarono non so se
per vergogna o per dispetto.
Non dissi motto — non disse motto; gli fui grata del suo silenzio.
Finalmente la carrozza si arrestò; un brivido mi corse per le vene...
Che facevo io? dove andavo? a qual fine? che sarebbe stato di me? Mio
Dio! mio Dio! avessi potuto strapparmi il cuore, strapparlo, salvarlo
dai rimorsi questo misero cuore!
Tutto il mio coraggio mi venne meno a un tratto. Sentii la mano del
cavaliere posarsi sul mio braccio, e levai lo sguardo pauroso per
implorare la sua pietà.
Il suo aspetto impassibile ferì il mio orgoglio; mi divincolai dalle
sue mani e lo guardai fisso, colle labbra tremanti, col cuore agitato.
Sorrise senza sarcasmo, ma freddo; e chinandosi alquanto, mi disse
all'orecchio: «abbassate il velo.»
La dolcezza con cui pronunziò queste parole mi vinse; obbedii senza
rispondere, accettai macchinalmente la mano che egli mi porgeva per
discendere di carrozza, e lo seguii a capo chino. Su per le scale vi fu
un istante in cui credetti di svenire; il sangue mi corse alla fronte,
sentii un grande frastuono alle orecchia e mi si piegarono le gambe...
Il cavaliere se ne avvide, e mi porse il braccio; mi vi appoggiai con
un senso invincibile di ribrezzo.»